Riccardo Blumer
testo di Cristina Morozzi
“Per fare design” sostiene Riccardo Blumer “bisogna mettersi in gioco, studiare sempre, tutte le scienze”. Insegna con dedizione, lavora come architetto e come designer, ma si impone un tempo per lo studio. “Ho cinquant’anni”, dichiara, “ma non mi fa paura arrivare ai settanta, perché so di avere davanti un ventennio di formazione!”
Ho incontrato Riccardo Blumer a Milano alla Galleria Luisa delle Piane, che ospiterà durante la settimana milanese del design di aprile una mostra sui lavori in pelle realizzati dagli studenti del corso “Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale”, da lui tenuto all’Università degli Studi della Repubblica di San Marino (2008). Abbiamo parlato di biologia, di fisica, d’ingegneria strutturale, di flessioni, compressioni, estensioni e dilatazioni, di epidermide e derma, di pressione atmosferica... Non di design in senso classico. Per fare design, che è un processo generativo, bisogna “mettersi in gioco”, sostiene Riccardo, “rompere i limiti e sperimentare l’angoscia delle cose che non conosci”. Bisogna studiare. Sempre. Non solo l’estetica, ma tutte le scienze. Indagare le sensazioni, le emozioni, ma anche i sentimenti. Il giorno dopo il nostro incontro Riccardo Blumer mi ha mandato una lettera che molto dice di lui e del suo speciale impegno professionale. “Mi permetto di scriverti di insistere sulle mie esperienze didattiche perché oggi, forse come mai prima, credo che il design debba ripensarsi quale luogo di servizio ai nostri bisogni e che l’educazione debba essere luogo della riflessione, qualità che le università in genere hanno ormai trasformato in tecnica gestionale di poteri istituzionali... Comincio ad essere seriamente preoccupato. Forse al Salone che arriva dovremmo cominciare a porre degli atti, forse in quei giorni avrebbe senso non mangiare. La conoscenza è prima di tutto una esperienza fisica. Otto Frei (architetto tedesco, nato nel 1925, esponente dello strutturalismo e promotore di forme biomorfe in architettura, n.d.r.) dice che i sensi sono l’unica cosa che abbiamo”. “Il tatto, ad esempio,” prosegue Riccardo, “non ha pregiudizio. Prima di toccare non si percepisce. Darsi la mano senza vedersi produce sentimenti da brivido! Quando lavoro sulla pelle e sul cuoio metto in gioco il tatto, cercando di amplificare le qualità ‘sensuali’ della materia, compreso il suo suono”. Occuparsi di pelle, come ha spiegato ai suoi studenti di San Marino, significa, se pensiamo al corpo umano, operare sul limite tra interno ed esterno. Non solo. La pelle è una specie di mappa delle nostre emozioni e dei nostri stati fisici. È il luogo d’incontro tra fenomeni fisici e psichici. Il cuoio è elastico. È costituito da fibre irregolari, molto resistenti, allungabili del 30/40 per cento, che possono assumere forme al pari dei materiali plastici. La sedia BB, disegnata per Poliform (2007), priva di struttura rigida interna, imbottita in poliuretano direttamente iniettato nel rivestimento, racconta che, se la struttura è giusta, il cuoio non solo si deforma, ma si autosostiene. Attorno alle sedute Blumer compie i suoi esperimenti più interessanti. Sempre con gli studenti di San Marino (2007) ha costruito sedie di pane secco, sedie di riso e colla di pesce, sedute di fibre di porro e di radici di liquirizia con colla di pesce.“Del resto”, afferma, “i primi processi chimici avvengono in cucina. Gli alimenti, soprattutto in pasticceria, sono sempre strutturali”.
La sua prima sedia, Laleggera, creata per Alias nel 1996 e insignita del Compasso d’Oro nel 1998, è la più leggera: 1350 grammi contro i 1750 della Superleggera di Gio Ponti. “È nata d’istinto”, dichiara Blumer, “volevo una sedia unitaria ed efficiente. Ora, dopo aver approfondito la lezione di Otto Frei, so perché: l’efficienza è la misura giusta di quantità di materia, di resistenza e dei vari processi da cui deriva la bellezza. La natura, infatti, è sempre efficiente nella riproduzione di sé”. 200 sedie Laleggera saranno protagoniste alla Triennale di Milano, durante il Salone del mobile, nell’installazione di Michelangelo Pistoletto Mari mediterranei. La sua nuova sedia per Alias è dinamica, costruita in modo da far lavorare determinati muscoli trascurati. “Il corpo”, precisa Blumer, “è una macchina da movimento, guai se si ferma! Per questo ho pensato ad una sedia che ti fa fare ginnastica”. Con Flou presenterà al Salone del mobile 2009 un letto che ha origine da una struttura ipocompressa: la pelle esterna in tessuto resinato sottoposta a depressione s’irrigidisce, diventando strutturale.
Con gli studenti dell’ ISAI (Istituto Superiore Architettura d’Interni) di Vicenza si è invece occupato di sentimenti (2008), come accoglienza, coraggio, gelosia, invidia, maternità, orgoglio, paura e rancore, per i quali i giovani hanno immaginato dei contenitori. “I sentimenti”, commenta, “vanno distinti dalle emozioni che sono occasionali, temporanee e sempre provocate da un fenomeno esterno. I sentimenti, invece, non hanno una origine provocabile artificialmente, né è comprova massima l’amore. Non sono limitati nel tempo, ma generalmente connessi all’intera nostra vita e allo stesso modo non sono logicamente o razionalmente decifrabili. Poiché ci riguardano non solo occasionalmente, è tra i compiti del designer occuparsene”. Ai suoi studenti ha insegnato, prima di tutto, a distinguere tra gli oggetti quelli con sentimento. Hanno sentimento gli oggetti che hanno coscienza di sé, non quelli che sono soltanto dei trasformatori, come l’hard disk che trasmette i segnali su un pezzetto di silicio. Si rammarica che, a furia di occuparsi di emozioni, si sia perso il sentimento che gli oggetti debbano rispondere ad una funzione, a una durata… E indica come oggetti dotati di sentimento quelli funzionali del modernismo perché esprimono la piacevolezza e la purezza della funzione. Per Luxottica (2008) ha approfondito il tema della percezione visiva, partendo dall’analisi delle differenze di vedere tra l’uomo e gli animali. L’uomo vede solo davanti, perciò è un predatore. La gallina, invece, vede a 180 gradi da ogni occhio, ma non davanti, perciò è un predato. La pernice è un caso speciale, perché vede anche davanti… Ad ascoltarlo non si finisce mai d’imparare. Ci si rende conto che abbiamo i sensi non allenati, poiché sempre più spesso li stiamo sostituendo con degli artifici. Si comprende che il design non è più responsabile nei confronti degli oggetti, perché non sa discernere i loro sentimenti. Si capisce che il progetto è una cosa molto seria che ha a che vedere con la meraviglia dell’efficienza; che è un lavoro ad ampio spettro che riguarda fisica, biologia, chimica, neurologia, psicologia, ragione e sentimento.
Riccardo si rimette sempre in discussione. Ogni volta comincia da capo, approfondendo nuove discipline. Quando ha trovato una soluzione non la replica, ma ne inventa una nuova. È, forse, uno dei pochi che durante il Salone può fare a meno di “non mangiare”, perché “pone atti”, quotidianamente, sia con la sua esperienza didattica, sia progettando oggetti con coscienza di sé, generati da processi intelligenti. È felice di iniziare un Master in design all’Accademia di architettura di Mendrisio, articolato su tre temi, ognuno relazionato all’attività descritta nel verbo complementare: tagliare-cucire; aprire-chiudere; scivolare-frenare.
“L’architettura ha molto da imparare dal design”, conclude, “perché, come sostiene Otto Frei, serve per costruire dei luoghi dove vivere felici”. “Ho cinquant’anni”, dichiara, “ma non mi fa paura arrivare ai settanta, perché so che ho ancora davanti un ventennio di formazione”. Per formarsi bisogna allenarsi, costruirsi quei ‘muscoli’ adatti a muovere la capacità di essere veramente architetti e designer. Per questo tutte le estati, nel mese di agosto, nel complesso dell’ex chiesa di San Giovanni a Casciago (Varese), dove vive e lavora, organizza i laboratori di architettura. Sono occasionali, invece, gli “esercizi fisici di design”: performances per raccontare le cose invisibili. Si tratta di spettacoli, un po’ alla Castiglioni, dove Blumer si presenta con valigie piene di strumenti, definiti “macchine per il design” adatte a fare esperimenti, come quello di rendere un uovo resistente a 35 kg di peso. Non è un miracolo da prestigiatori, ma il risultato di una legge fisica, come tutti i sui progetti: conseguenza programmabile della natura della materia e di un processo ad essa coerente.