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MARCO BALICH. IL MIO LAVORO? ACCENDERE LA PASSIONE

di Antonella Galli

MARCO BALICH È IL CREATIVO CHE HA FIRMATO LE CERIMONIE DELLE OLIMPIADI INVERNALI DI TORINO NEL 2006, QUANDO SEPPE ENTUSIASMARE DUE MILIARDI DI SPETTATORI IN TUTTO IL MONDO CON UN INNO AL MADE IN ITALY. GRAZIE ANCHE A QUEL SUCCESSO, OGGI È UNO DEI PIÙ ACCREDITATI IDEATORI DI EVENTI AL MONDO.
È probabilmente l’understatement innato – la madre è inglese – che fa dire a Marco Balich, presentando il suo lavoro, “noi siamo quelli che fanno gli ‘spettacoloni’”. Vero, ma le cose sono un po’ più complesse. Presidente della K-Events, del Gruppo Filmmaster, Marco Balich, veneziano di 47 anni e di origini slavo-anglosassoni, ha guadagnato notorietà internazionale con il grande successo delle cerimonie dei Giochi Olimpici Invernali di Torino nel 2006. Una lunga esperienza nella produzione lo ha portato a conquistare, insieme al suo team di K-Events, incarichi sempre più prestigiosi, dal lancio della nuova Fiat Cinquecento al format per il Capodanno e per il Carnevale di Venezia. E le sfide, al termine di questo decennio, continuano con grandiosi appuntamenti in Messico e in India.

Come hai costruito il tuo percorso professionale?
“Me lo sono inventato strada facendo. Quando ho iniziato, questa figura professionale, almeno in Italia, non esisteva, così come non c’erano percorsi formativi. La laurea in legge mi è servita a capire che quello non era il mio mestiere. Ho seguito numerose tournée dei grandi cantanti rock negli anni Ottanta (settantadue, per la precisione), dove ho imparato a organizzare le discipline (palco, biglietti, luci, impianti, media etc); ho anche prodotto più di trecento videoclip con musicisti e artisti italiani e internazionali. Ho lavorato anche per la televisione, ma ho capito che per produrre tv ci vuole un cinismo che non posseggo. Ho letteralmente inventato Heineken Jammin’ Festival (uno dei principali festival musicali italiani ed europei, ndr), fino ad arrivare, nel 2002, ai quei sei minuti dedicati a presentare Torino nel corso della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City. Furono sei minuti che accesero molta attenzione sul nostro gruppo”.

Poi cominciò il lungo lavoro di Torino 2006…

“Due anni e mezzo di lavoro e un gruppo creativo con i più importanti professionisti del mondo dello spettacolo, 6.000 volontari, artisti di ogni genere, esperti tecnici e tante altre figure, ciascuna fondamentale per quel successo. Migliaia di bozzetti e documenti, oltre 8500 incontri,insomma una massa enorme di lavoro che è culminata in due ore e mezzo di spettacolo one shot, davanti a due miliardi di telespettatori e 142 continenti. Un evento irripetibile (come, d’altra parte, lo è ciascuno di questi spettacoli kolossal), che si spegne nel momento stesso in cui si svolge, senza possibilità di replica, di correzione, tanto meno di errore. Ma che, se efficace, può innalzare in modo irrevocabile l’immagine internazionale di una città, di un’azienda o di un intero Paese. E a Torino devo ammettere che ci siamo riusciti”.

Il ritorno è stato straordinario, anche perché quello spettacolo, così come le cerimonie di chiusura delle Olimpiadi e dei Giochi Paralimpici, ha toccato il cuore ed emozionato, raccontando il valore e le bellezze dell’Italia. Come hai vissuto personalmente questo successo?

“Ricordo che il giorno seguente ero un po’ frastornato, ricevevo messaggi da tutto il mondo, ma quello che mi colpì fu vedere dalle finestre e dai balconi di Torino spuntare tante bandiere italiane. Chi si dedica a questo tipo di eventi non deve basarsi su certi effetti facili, ma puntare sinceramente su nobili emozioni, iniettare contenuti sensibili, toccanti; proporre valori comuni (l’amor di patria, la fratellanza, la pace) attraverso mezzi originali e molto progettati. Noi ci appoggiamo a temi semplici e condivisibili per presentarli, raccontarli in modo sofisticato e alto. Un esempio è stato l’inno nazionale durante la cerimonia di Torino. Per la prima volta non lo ha suonato una banda, ma lo ha cantato una bambina che indossava una cuffia bianca e un abito tricolore. È stato un passaggio innovativo, ma rispettoso. I bambini hanno sentito l’inno più vicino e, magari, hanno ricominciato a cantarlo”.

Come lo spettacolo di Torino è entrato in sinergia con lo spazio adibito all’evento?

“Lo stadio di Torino è stato adattato appositamente per la cerimonia: due anni di lavoro e una lunga fase progettuale lo hanno reso quasi un teatro, con una capacità di coinvolgere, di rappresentare e di emozionare; gli elementi scenici, distribuiti in varie parti dello stadio, hanno movimentato lo spettacolo.

L’incarico per il Carnevale di Venezia ti ha portato a confrontarti con luoghi e architetture complesse, con uno scenario unico al mondo e difficile da trattare…

“Piazza San Marco e la mia città, un patrimonio unico, mi sono mosso con molto rispetto; il format del Carnevale – Sensation, 6 sensi per 6 sestieri (cinque sensi più la mente) – è stato pensato per diffondere gli spettacoli di strada, i concerti, le performances in tutta la città, affinché la gente potesse scoprirla, senza fermarsi alla piazza. Qui ho pensato a un giardino all’italiana, con un leone vegetale di dodici metri, e una scenografia di luci”.

Qual è l’elemento che nel tuo lavoro ancora ti emoziona?

“La partecipazione dei volontari, in ugual misura e piena di entusiasmo in ogni parte del mondo: sono loro i primi portatori di passione. Il fattore umano ogni volta mi sorprende: le persone hanno voglia di essere coinvolte. Ho provato una commozione profonda nell’estate 2009 ai Giochi del Mediterraneo a Pescara: hanno partecipato i ragazzi dell’Aquila, che partendo dalle tendopoli, ogni mattina arrivavano alle prove; fino alla festa finale, che è stata tutta per loro”.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?

“Sono due i grandi progetti cui stiamo lavorando in questo momento: la cerimonia dei XIX Commonwealth Games a Delhi e la manifestazione per il bicentenario dell’indipendenza del Messico, entrambi il prossimo ottobre. Per il Messico è previsto un megashow con una parata di quattro chilometri e un budget di 48 milioni di dollari”.

In questo momento non potrebbero sembrare elevati tali costi per uno spettacolo ‘effimero’?

“No, se si confrontano con le spese militari, ad esempio, che tante nazioni, anche povere, sostengono, per acquistare mezzi che magari non utilizzeranno mai. Il ritorno internazionale di immagine, l’unità di intenti che una cerimonia simile genera, e non da ultimo, l’indotto che gli anni di lavoro per questi eventi portano, oltre che le professionalità che creano (costumisti, scenografi, tecnici) hanno un valore difficilmente misurabile. Questo è vero, in un’ottica diversa, anche per le aziende: nel 2007, il giorno dopo lo spettacolo di presentazione della nuova Cinquecento a Torino, le azioni Fiat guadagnarono quattro punti”.

I
n che città vivi? Come è la tua casa?
“Vivo a Milano, ma potrei vivere ovunque, anche se amo tantissimo l’Italia. Ho quattro figli e una casa da cielo a terra in zona Città Studi. Amo il design italiano e l’arte, ho pezzi di Cappellini, modernariato degli anni Trenta, molte opere d’arte”.

Il design è ancora una bandiera per l’Italia?

“È nel nostro DNA. La nostra sensibilità per la forma, l’inventiva, lo stile è ciò che anche nel mio mestiere ci distingue da tutti gli altri, nelle scenografie, nei costumi, nel progetto degli spazi, dei colori. All’estero l’immagine del nostro Paese soffre per le recenti vicende che hanno coinvolto la classe politica. Ma, nonostante qualche ironia, gli stranieri sanno fare le differenze e conoscono i nostri pregi. In quella chiave dobbiamo continuare a proporci, e ad amare l’Italia”.

 



la bacinella H2O di Lorenzo Damiani e il mobile fossile moderno di Massimiliano Damiani.

n. 598 gennaio


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