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					<title>Interni Magazine - Italiano</title>
					<link>http://www.internimagazine.it</link>
					<description>Interni Magazine</description>
					<language>it</language><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>IPER-2D</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,131,intIssueID,841,intItemID,853,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Stefano Caggiano</strong>&nbsp;di <strong>Stefano Caggiano</strong>&nbsp;LINEE CHE SI RIPIEGANO, SPESSORI RIDOTTI AL MINIMO, VOLUMI CHE SEMBRANO NEGARE LA FORZA DI GRAVITÀ. IL DESIGN PROPONE UNA NUOVA INTERPRETAZIONE DELLA TERZA DIMENSIONE, CON OGGETTI CHE SI DISFANO DEL PROPRIO PESO PER LIBERARE EVOLUZIONI FORMALI SOSPESE TRA LA POESIA DELLA MATERIA E L'ESTETICA FANTASMA DELLA MATEMATICA. Per prima cosa, siediti. Se il design è un agire magico-pragmatico grazie al quale niente è come prima, anche quando niente è cambiato, puoi provare a fidarti ancora una volta, e sederti sul nulla senza cadere. ChAiR di Benjamin Claessen è una seduta disegnata come un’automobile, con tocchi precisi e carezze veloci che disperdono il vento e respingono l'ineluttabilità del suolo. È come se fossi seduto sull'oggetto-che-non-c'è, o su uno dei suoi tanti significanti generati dalla perseveranza progettuale di chi non produce oggetti, ma li seduce. Angel di Gry Holmskov, Gaudí di Bram Geenen; sedute che sembrano rivoltare il vettore gravità come un guanto e assumere un peso negativo: +3g, +2kg, +1gk, 0kg, -1kg, -2kg, -3kg...I numeri, del resto, non sono tutti uguali. Se è vero che tanti pezzi di matematica hanno una chiara interpretazione fisica (il calcolo infinitesimale si applica alla cinematica dei corpi, la trigonometria a quella delle onde), ce ne sono tanti altri, come i numeri immaginari, per i quali è difficile trovare un corrispondente fisico reale. Eppure grazie a questo rapporto irrisolto e misterioso (in natura non esistono cerchi e triangoli, ma con i cerchi e i triangoli calcoliamo il comportamento della natura) costruiamo aerei che volano, computer che pensano, macchine che sentono. E così il rigore delle geometrie non euclidee prende forma nel design di uno sgabello come Nitton, di Karl Oskar, funzione fusa in scultura o curvatura dimensionale su cui appoggiarsi e aspettare. Ma lo spazio può anche ripiegarsi su se stesso, e qui è il tavolino Kami progettato da Ragodesign e Bysteel per Bysteel, precisa teoria di angoli retti e tagli tersi che stabilizza la propria precarietà facendosi irreale come la geometria. Quella stessa precarietà mescolata a stabilità su cui gioca anche lo sgabello n. 7 di Kaspar Hamacher, un segno quasi archetipico che tradisce la passione contemporanea per le contraddizioni. Perché contraddittorio è il tempo in cui viviamo, che teme la fisicità e la sostanza come una condanna all'inadeguatezza, anche se poi ne prova nostalgia. Ecco perché esiste una pratica specifica (il design) che lavora per salvare la materia dall'abbrutimento della gravità, elevandola nella poesia della forma. Ed ecco perché in un tempo in cui i prodotti sono fatti di antimateria (e i corpi si contraggono nell'anoressia) anche costruire la nostalgia diventa un'arte alta e raffinata dal cui esercizio dipendono estetiche senza utopia che accolgono il lato oscuro della bellezza (il senso di inadeguatezza per la propria fisicità) ribaltandolo in luce, ossigeno e design. Gesti di progetto che usano la terza dimensione in modo antispecifico, non per quello che è ma per quello che non è, spingendo la seconda dimensione a estroflettersi senza invadere la terza, perché ciò vorrebbe dire volume e quindi peso mentre qui siamo agli antipodi, sospesi in una semiotica fantasma fatta di oggetti che non sono in 3D ma piuttosto in iper-2D, dilatati in una dimensionalità altra che, come la segreta nerezza del latte di cui parlava Valery, è sempre stata lì, e si trattava solo di aspettare per un tempo sufficiente a lasciare che si manifestasse. Anche se dopo, niente è cambiato. Eppure niente è come prima.]]></description>
		<pubDate>2009-12-29 09:55:31</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>IL DISEGNO DELLA MUSICA</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,131,intIssueID,841,intItemID,852,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;“PREPARATIVI PER LA PIOGGIA”È ILPRIMO DISCO DILORENZO PALMERI. PER MANTENERE FEDE ALLA SUA DOPPIA VOCAZIONE DI MUSICISTA-DESIGNER HA IDEATO UN BOOKLET CONTENENTE NOVE COPERTINE DIVERSE, DISEGNATE DA NOTI PROGETTISTI ITALIANI, CHE SI COMPONGONO TRA LORO SECONDO LA TECNICA DEL KIRIGAMI.Non vogliamo entrare nell’ambito
della critica musicale. Agli ascoltatori e agli operatori
di settore rimandiamo il giudizio su questo cd di
musica ‘pop colta’, come viene definita in gergo, che
vanta la collaborazione di firme di prestigio tra cui
Franco Battiato, Saturnino, Livio Magnani e Andy dei
Bluvertigo. C’è più di un aspetto, però, che fa del
primo disco di Lorenzo Palmeri (Preparativi per la
pioggia, uscito a fine novembre con l’etichetta
NunFlower) anche un prodotto di interesse
progettuale. E che lo porta a essere un esempio
emblematico di ‘trasversalità creativa’, ovvero il
risultato di un’attitudine al progetto che non si esplica
più in una sola direzione, in uno specifico settore
produttivo o nell’ambito di una disciplina ben
definita, ma abbraccia tout court le espressioni della
vita contemporanea.
Da sempre Lorenzo Palmeri affianca l’attività di
designer a quella di musicista. Da quando
frequentava gli studi di architettura al Politecnico di
Milano e contemporaneamente studiava
composizione musicale, agli anni successivi, quando ha iniziato a comporre colonne sonore per cinema e
teatro e, nello stesso tempo, a mettersi in evidenza
sulla scena del New Italian Design grazie all’ideazione
di operazioni di progetto condiviso come 16 designer
per Invicta e Milano Sound Design e a progetti da solista
per varie aziende. “Si tratta di due vocazioni”,
commenta Palmeri, “che si sono sempre alternate e
spesso sovrapposte in modo molto morbido, non
conflittuale. Che si tratti di musica oppure di design, il
processo per me è sempre lo stesso: parto da un’idea,
definisco la bozza, sviluppo il progetto, infine cerco
qualcuno che ci creda e condivida questo percorso”.
Questa doppia anima creativa aveva già trovato
nel disegno degli strumenti musicali la sua
espressione più rappresentativa. Sono infatti oggetti
pensati non solo per ottimizzare la funzione a cui
sono destinati, ma anche per introdurre nuove
gestualità, nuovi modi di suonare, nuove tipologie di
prodotto, da cui emerge chiaramente una visione
antropologico-culturale che va al di là del progetto
specialistico. Paraffina Slapster, per esempio, è la
chitarra elettrica in alluminio prodotta da Noah,
pensata da Palmeri per enfatizzare la teatralità del
fare musica. È infatti dotata di un ‘occhio-maniglia’
per ‘prendere’ la chitarra e ‘indossarla’ – come dicono
i chitarristi – e di una ‘lingua’ che favorisce un’azione
inedita del gomito o della mano del musicista,
introducendo suoni nuovi. Grazie alle originali
performance e al disegno innovativo la chitarra è
diventata presto un oggetto-icona, selezionata da
mostre e musei di design e consacrata da Lou Reed
che ha voluto utilizzarla durante il suo tour mondiale.
Con il suo primo disco da solista Lorenzo
Palmeri arriva a esprimere a 360 gradi il suo concetto integrato di musica-design. Dalla composizione,
all’esecuzione, alla sua presentazione e
rappresentazione fisica, il progetto della musica si
declina dalla scala immateriale a quella materiale.
“Tutto oggi tende a dematerializzarsi”, spiega il
designer, “specie nel mondo della musica. Ho voluto
ridare senso e nobiltà alla copertina, attribuire una
consistenza fisica alla musica, recuperare il gesto
artistico che ha segnato la storia di tanti album e tanti
autori in passato”. Il gesto di Palmeri diventa quello di
molti nomi noti del design italiano. Paolo Ulian,
Giulio Iacchetti, Matteo Ragni, Marco Ferreri,
JoeVelluto, Odoardo Fioravanti e Gumdesign sono gli
amici-progettisti che Lorenzo coinvolge nella
realizzazione della copertina di cui l’utilizzatore finale
diventa un co-autore. A ciascuno di loro chiede infatti
un disegno a soggetto libero, con l’unico limite di
rispettare alcuni punti di passaggio del disegno da lui
stesso realizzato: un elastico. Il principio è quello del
kirigami: una volta tagliati i fogli in due lungo l’asse
orizzontale, l’utente può girare solo mezza pagina e
far incontrare la mezza copertina di un designer con
quella di un altro designer, costruendosi così il
proprio disegno. “In questo gioco”, conclude Palmeri,
“io vedo una specie di metafora del progetto.
L’elastico, che è un oggetto pop, colorato, morbido,
flessibile e ha una forma casuale, rappresenta
l’elemento irrazionale; all’elastico si contrappone la
linea orizzontale, ortogonale, rigida; i passaggi
obbligati del disegno esprimono i limiti che ogni
progetto deve tenere presente; infine, la
partecipazione: questo è un lavoro che ha un senso
individuale ma anche di gruppo, perché acquista
corpo grazie all’intervento di più persone”. ]]></description>
		<pubDate>2009-12-29 15:45:10</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>ELOGIO DEL DESIGN REALE</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,130,intIssueID,841,intItemID,851,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;‘DESIGN REAL’, LA PRIMA MOSTRA DI DESIGN DELLA SERPENTINE GALLERY DI LONDRA, PROPONE 43 OGGETTI DI DESIGN INDUSTRIALE SELEZIONATI DA KONSTANTIN GRCIC, SCELTO COME CURATORE DA HANS ULRICH OBRIST E OLIVIA PEYTON JONES. Il design industriale sta diventando mediatico, grazie all’esposizione in una galleria d’arte di Londra. In controtendenza con musei e gallerie d’arte internazionali che stanno dando spazio al design artistico, Hans Ulrich Obrist e Olivia Peyton Jones, responsabili delle politiche culturali della Serpentine Gallery di Londra, hanno deciso di debuttare con una mostra rigorosamente di design industriale (Design Real, 26 novembre 2009 - 7 febbraio 2010). E hanno scelto come curatore Konstantin Grcic, uno dei pochi designer a resistere alle sirene del design artistico, convinto che design e serialità debbano andare saldamente per mano. Peyton Jones e Obrist ritengono che anche una mostra sul design possa spostare in avanti lo sguardo: “Nel mondo”, sostengono, “c’è una crescente consapevolezza del ruolo del design e del suo impatto sull’ambiente. Come l’arte contemporanea, il design riflette il continuo cambiamento della società. Abbiamo scelto come curatore Grcic perché è uno dei più talentuosi designer industriali e uno dei grandi visionari del nostro tempo. La sua fiducia nell’importanza del design nella vita quotidiana è il nucleo della mostra. La nostra scelta è stata determinata anche dall’ammirazione che nutriamo per lui in qualità di curatore. Abbiamo molto apprezzato l’allestimento per Design en stock, 2000 oggetti del Fondo Nazionale di Arte Contemporanea (Palais de la Porte Dorée, Parigi 2005, ndr) e la sua prima personale One-Off (Haus der Kunst, Monaco di Baviera 2006, ndr)”. Come denuncia il titolo, tutti i prodotti selezionati sono oggetti ‘reali’, prodotti in serie, dotati di una funzione pratica, acquistabili sul mercato. Non ci sono pezzi unici, o in serie limitata, né prototipi. Il messaggio dell’esposizione può essere riassunto nella convinzione di Grcic: “Non basta che il design serva bene allo scopo, anche lo scopo deve essere buono. L’importanza che un oggetto assume nella vita reale non deriva solo dal suo corrispondere ad una funzione, ma anche dalla durata della nostra identificazione con esso. Un buon prodotto diventa sempre parte della nostra cultura”. L’allestimento riflette la chiarezza dei propositi: non c’è scenografia, gli oggetti sono presentati per quello che sono, senza effetti speciali, e identificati con il loro nome comune. Non ci sono spiegazioni. “Voglio”, dichiara Grcic, “che il pubblico guardi le cose in modo diretto, senza mediazioni. Le mostre nei musei di design hanno uno scopo didattico, ma una mostra di design in una galleria d’arte, come la Serpentine, può essere meno didattica. Il suo messaggio deve essere aperto  alle più varie interpretazioni, come accade nelle esposizioni artistiche”. A chi vuole saperne di più e a chi non basta la bellezza di una funzione pertinente, è destinata un’area informativa con video e commenti. Abituati alle quotazioni in ascesa del design artistico, viene da chiedersi quale sia il tornaconto per la Serpentine di una mostra di prodotti reperibili sul mercato. Obrist e Peyton Jones precisano: “La Serpentine non è una galleria commerciale, ma una sorta di museo senza collezione. Le opere delle nostre esposizioni non sono mai in vendita. L’accesso alla galleria è gratuito e registriamo circa 800mila visitatori l’anno. Il valore commerciale degli oggetti in mostra non ci riguarda, abbiamo scelto di presentarli in un contesto inusuale, perché la loro bellezza e la loro utilità siano viste in una nuova prospettiva”. Entrano in campo a questo punto gli sponsor. Tra questi anche Design Supermarket, il nuovo spazio dedicato al design de la Rinascente di Milano. A Vittorio Radice, amministratore delegato dello storico grande magazzino, chiediamo le ragioni di questa sponsorizzazione.<br />
<strong><br />
Londra ha un significato speciale per il design?</strong><br />
“Londra è una città molto ricettiva. È una piattaforma che risponde a tutte le sollecitazioni. A Milano siamo più capaci a fare business e abbiamo reso il design un fenomeno internazionale, ma Londra è più esplorativa e più aperta ai nuovi esperimenti”.<br />
<br />
<strong>Perché un’alleanza con la Serpentine Gallery in occasione della mostra Design Real?<br />
</strong>“La presenza nei luoghi dove si parla di design in modo autorevole fa parte di un progetto di ‘recupero’ della nostra tradizione nella disciplina: la Rinascente ha fondato il Compasso d’oro nel 1954, ha avuto illustri designer come collaboratori. Sin dagli esordi, non solo sponsorizzava il design, ma lo vendeva. Con l’apertura di Design Supermarket vogliamo dimostrare di credere ancora nella vocazione originaria de la Rinascente. L’associazione con la cultura del design deve appunto leggersi in questa direzione”.<br />
<br />
<strong>Si possono individuare delle analogie tra il concept di Design Supermarket e la mostra Design Real?</strong><br />
“Il titolo dimostra la volontà di rendere accessibile il design. La Serpentine sta allargando i suoi confini per diventare un luogo di scoperta per il grande pubblico. Con Design Supermarket la Rinascente vuole rendere fruibile l’acquisizione del design: toccabile e assaporabile ogni giorno. Design Supermarket è una sorpresa quotidiana alla portata di tutti. Fare un giro nei suoi spazi equivale a 15 minuti di vacanza. Anche nell’acquisto più banale ci può essere emozione. L’obiettivo di Design Supermarket è quello di dare alla produzione industriale il sapore di novità e di sorpresa, di rendere il design familiare e di svincolarlo dal significato di merce solo per addetti”.<br />
<br />
<strong>Il design, come suggerisce Design real, ha un ruolo sociale?</strong><br />
“Anche il prodotto più banale ha dietro qualcuno che vi ha messo il suo impegno e il suo cuore. Quando arriva al consumatore, questo messaggio spesso si perde: non si coglie appieno l’importanza di chi l’ha pensato e di come è stato fatto. Esporlo in una mostra significa riportare l’attenzione sul suo messaggio. La componente sociale esiste, anche se non è valorizzata. Il design è parte della nostra vita. Tra design e stili di vita c’è un’influenza reciproca. Questo rapporto è ormai così assimilato che pare naturale, viene dato per scontato. Invece c’è sempre qualcuno che spende idee, passione e lavoro, anche per le cose più semplici”.]]></description>
		<pubDate>2009-12-29 15:08:27</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>LORENZO DAMIANI VS MASSIMILIANO ADAMI</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,130,intIssueID,841,intItemID,850,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;A CONFRONTO I DUE DESIGNER CHE HANNO FATTO DELLO SCARTO E DEL RECUPERO UNA FONTE D’ISPIRAZIONE DEL LORO LAVORO. MA CHE NON CREDONO AI PROGETTI ECOLOGICI. PERCHÉ L’ECOLOGIA, DICHIARANO, È UNA QUESTIONE DI TESTA, NON DI PRODOTTO. Non hanno un sito (e neppure un orologio), non leggono le riviste di design, non parlano l’inglese, non frequentano i ‘salotti buoni’ dell’intellighenzia del progetto milanese, non amano neppure comunicare attraverso la posta elettronica. Di tutto si può dire di Massimiliano Adami e Lorenzo Damiani, tranne che anelino a mettersi in mostra e a emergere nell’affollato panorama del design system italiano. Pensi che ad accomunarli sia soprattutto questa ritrosia, una sorta di umiltà professionale, e poi scopri che, in realtà, gli elementi in comune sono così tanti da farli sembrare gemelli separati alla nascita. Eppure i loro progetti non potrebbero essere così diversi. Impulsivi, materici, dirompenti, i lavori di Massimiliano esprimono uno spirito sperimentale prettamente manuale che sino a questo momento lo ha distinto in modo deciso dai suoi colleghi italiani e lo ha portato a essere equiparato ai più noti art designer della scuola nord-europea. Concettuali e silenziosi, i progetti di Lorenzo nascono invece da un’attenta riflessione sulle funzioni e sulle tipologie degli oggetti, che il designer contamina e reinventa con intelligente e garbata ironia che più volte i critici hanno associato al ready made di Achille Castiglioni. Su un dato, però, le figure di Adami e Damiani convergono con estrema chiarezza: la decisa lontananza dall’approccio formalistico che contraddistingue larga parte dei designer contemporanei, in particolar modo quelli nazionali. A loro abbiamo chiesto quanto questa loro ‘diversità’ li abbia penalizzati o, al contrario, avvantaggiati.<br />
<strong>Damiani:</strong><br />
“Sicuramente i miei progetti hanno una collocazione non facile, sul piano commerciale. La forma è indubbiamente l’elemento che dà un immediato risalto a un oggetto. A me invece interessa avere un approccio di più ampio respiro e fare una riflessione a monte su quella che potrebbe essere l’evoluzione della specie di un oggetto. Non parto mai da una forma ma da un concetto. Per esempio, il progetto della ciotola D.L.152 è nato dalla proposta di un modo alternativo di smaltire i detriti e il ‘cocciame’ della lavorazione del vetro. Si tratta di scarti soggetti a procedure molto precise e anche dispendiose; io ho cercato di farne l’anima del mio progetto, inglobandoli in una ciotola trasparente che ne rivela un inaspettato aspetto decorativo. Ho voluto fare di un problema l’occasione per realizzare qualcosa di nuovo”.<br />
<strong>Adami:</strong><br />
“Io credo che a penalizzare il mio lavoro non sia tanto la mancanza di un approccio formalistico, quanto la mia identificazione con il progetto ‘artistico’ dei Fossili Moderni che in realtà convive con lavori molto differenti. Faccio riferimento a progetti molto più tecnici, in cui l’aspetto funzionale è sicuramente determinante. Sono due strade di ricerca che nascono dal medesimo punto di vista, ma che conducono a esiti decisamente differenti. Non mi interessa rintracciare una linea comune in quello che faccio. Anzi, mi piacerebbe sviluppare, di volta in volta, approcci sempre diversi, e sarei molto contento se il risultato dei miei progetti apparisse ogni volta differente. Mi rendo conto, però, che questo mio modo di procedere certo non mi aiuta nel rapporto con le aziende, né a propormi e comunicarmi in modo chiaro e definito”.<br />
<br />
<strong>Un altro elemento che vi accomuna è l’uso dei materiali di scarto, degli oggetti di recupero, che diventano materia d’invenzione di nuove tipologie di prodotto e di funzione. Come nascono questi progetti, da quali presupposti e da quali percorsi sperimentali?</strong><br />
<strong>Adami: </strong><br />
“I Fossili Moderni potrebbero essere letti come un progetto-manifesto della sostenibilità e della filosofia del recupero. In realtà non sono nati da questa specifica intenzione, anche se mi piace pensare che possano sollecitare una riflessione più generale in tal senso. I Fossili sono nati dall’idea di un contenitore, adibito a contenere degli oggetti, fatto però di oggetti. Ai tempi lavoravo come dipendente in un’azienda che faceva arredamenti per negozi. Volevo partecipare a un concorso di design e mi era venuta questa idea, che ho subito sperimentato durante una pausa pranzo, aprendo un bidone della spazzatura, prendendo alcuni oggetti di plastica, inglobandoli in una schiumata che ho poi segato a metà. Questo è stato l’inizio di un percorso che ha poi subito un’evoluzione, una messa a punto tecnica, per approdare poi, nel 2005, all’esposizione al Salone Satellite da cui è iniziata la mia avventura di designer”.<br />
<strong>Damiani:</strong><br />
“Io ho realizzato tre sedie che, in modo diverso, prendono tutte spunto dal concetto di scarto: la Tuttitubi, la Sweet, la Udine. Sono tre sedie che, a mio parere, possono essere lette come il manifesto di un modo di pensare, e forse per questo non hanno mai avuto un produttore. L’idea è quella di utilizzare appunto i semilavorati, piuttosto che gli scarti e i residui di lavorazione. La Tuttitubi, per esempio, indaga la possibilità di realizzare poltrone e seggioline utilizzando elementi già esistenti ma nati per un uso diverso, come i tubi e i giunti usualmente destinati a lavori idraulici. La Udine, invece, nasce all’interno di un concorso sul tema della sedia in legno, ma sceglie di utilizzare la segatura derivante dalla lavorazione di questo materiale per imbottire la seduta in pvc trasparente e dargli un’innovativa connotazione estetica. Ci sono poi altri miei oggetti che, in modo più concettuale che produttivo, riflettono sulla tematica del riciclaggio. Il nastro adesivo 100%, per esempio, nasce dalla constatazione di non essere mai riuscito a progettare un oggetto interamente riciclabile. Da qui la proposta di un prodotto che promuova il regalo ricilicato, che metta cioè in circolo quegli oggetti che ciascuno di noi ha in casa ma non usa e che tra le mani di altre persone, invece, potrebbero trovare una reale destinazione d’uso. Si tratta di un progetto comportamentale, ovvero di un progetto che non riguarda un prodotto quanto il comportamento delle persone: attraverso il mio oggetto, io ti suggerisco un nuovo modo di comportarti, forse più rispettoso e corretto rispetto alle problematiche della contemporaneità”.<br />
<strong>Adami:</strong><br />
“Si tratta, per me, di un modo più moderno di pensare all’ecologia. Un approccio che mette in discussione lo stesso processo produttivo e cerca anzi di ottimizzare l’utilizzo di quanto esiste già, dandogli un nuovo e più ricco significato. La mia sedia Sharpei, per esempio, nasce da una riflessione sull’imbottito e dalla volontà di utilizzare dei tessuti di scarto e di fare del rivestimento lo stesso materiale di imbottitura, eliminando così alcuni elementi-processi tipici della produzione dell’imbottito. Da qui l’idea di sperimentare l’abbinamento tra tessuti di riciclo e silicone, al fine di dare alla piega le caratteristiche strutturali ma anche di morbidezza necessarie per la seduta. La sedia è stata presentata al Salone Satellite del 2006 ed è successivamente entrata nel catalogo Cappellini; questo passaggio ha reso necessaria un’opera di industrializzazione del prodotto che ha ridimensionato l’impiego dei tessuti di recupero – avrebbero imposto un elevato e ingiustificato lavoro manuale – e ha consentito la realizzazione seriale della piega che fa da rivestimento e imbottitura allo stesso tempo”.<br />
<strong><br />
Quali sono i vostri progetti e le vostre aspirazioni per il futuro?</strong><br />
<strong>Damiani:</strong><br />
“Mi piacerebbe lavorare sugli armadi e i sistemi componibili, una tipologia di prodotto solitamente ritenuta ostica dai giovani designer. Mi piacerebbe confrontarmi in una situazione prettamente industriale. L’idea di lavorare sui grandi numeri mi solletica tantissimo; soprattutto mi entusiasma la prospettiva di mettere un’invenzione in un prodotto che arriva a tante persone”.<br />
<strong>Adami: </strong><br />
“Anche a me piacerebbe affrontare i temi dell’industrial design, mettere a fuoco questa mia seconda vocazione progettuale che sento così forte e importante, capire se e quanto può svilupparsi parallelamente alla mia attività più artistica. Diciamo la verità: il mio sogno è quello di fare il designer, non l’artista!”.]]></description>
		<pubDate>2009-12-28 17:57:06</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>MARCO BALICH.<br />
IL MIO LAVORO? ACCENDERE LA PASSIONE</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,130,intIssueID,841,intItemID,849,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Antonella Galli</strong>&nbsp;di <strong>Antonella Galli</strong>&nbsp;MARCO BALICH È IL CREATIVO CHE HA FIRMATO LE CERIMONIE DELLE OLIMPIADI INVERNALI DI TORINO NEL 2006, QUANDO SEPPE ENTUSIASMARE DUE MILIARDI DI SPETTATORI IN TUTTO IL MONDO CON UN INNO AL MADE IN ITALY. GRAZIE ANCHE A QUEL SUCCESSO, OGGI È UNO DEI PIÙ ACCREDITATI IDEATORI DI EVENTI AL MONDO.È probabilmente l’understatement innato – la madre è inglese – che fa dire a Marco Balich, presentando il suo lavoro, “noi siamo quelli che fanno gli ‘spettacoloni’”. Vero, ma le cose sono un po’ più complesse. Presidente della K-Events, del Gruppo Filmmaster, Marco Balich, veneziano di 47 anni e di origini slavo-anglosassoni, ha guadagnato notorietà internazionale con il grande successo delle cerimonie dei Giochi Olimpici Invernali di Torino nel 2006. Una lunga esperienza nella produzione lo ha portato a conquistare, insieme al suo team di K-Events, incarichi sempre più prestigiosi, dal lancio della nuova Fiat Cinquecento al format per il Capodanno e per il Carnevale di Venezia. E le sfide, al termine di questo decennio, continuano con grandiosi appuntamenti in Messico e in India.<br />
<br />
<strong>Come hai costruito il tuo percorso professionale?</strong><br />
“Me lo sono inventato strada facendo. Quando ho iniziato, questa figura professionale, almeno in Italia, non esisteva, così come non c’erano percorsi formativi. La laurea in legge mi è servita a capire che quello non era il mio mestiere. Ho seguito numerose tournée dei grandi cantanti rock negli anni Ottanta (settantadue, per la precisione), dove ho imparato a organizzare le discipline (palco, biglietti, luci, impianti, media etc); ho anche prodotto più di trecento videoclip con musicisti e artisti italiani e internazionali. Ho lavorato anche per la televisione, ma ho capito che per produrre tv ci vuole un cinismo che non posseggo. Ho letteralmente inventato Heineken Jammin’ Festival (uno dei principali festival musicali italiani ed europei, ndr), fino ad arrivare, nel 2002, ai quei sei minuti dedicati a presentare Torino nel corso della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City. Furono sei minuti che accesero molta attenzione sul nostro gruppo”.<br />
<strong><br />
Poi cominciò il lungo lavoro di Torino 2006…</strong><br />
“Due anni e mezzo di lavoro e un gruppo creativo con i più importanti professionisti del mondo dello spettacolo, 6.000 volontari, artisti di ogni genere, esperti tecnici e tante altre figure, ciascuna fondamentale per quel successo. Migliaia di bozzetti e documenti, oltre 8500 incontri,insomma una massa enorme di lavoro che è culminata in due ore e mezzo di spettacolo one shot, davanti a due miliardi di telespettatori e 142 continenti. Un evento irripetibile (come, d’altra parte, lo è ciascuno di questi spettacoli kolossal), che si spegne nel momento stesso in cui si svolge, senza possibilità di replica, di correzione, tanto meno di errore. Ma che, se efficace, può innalzare in modo irrevocabile l’immagine internazionale di una città, di un’azienda o di un intero Paese. E a Torino devo ammettere che ci siamo riusciti”. <br />
<strong><br />
Il ritorno è stato straordinario, anche perché quello spettacolo, così come le cerimonie di chiusura delle Olimpiadi e dei Giochi Paralimpici, ha toccato il cuore ed emozionato, raccontando il valore e le bellezze dell’Italia. Come hai vissuto personalmente questo successo?</strong><br />
“Ricordo che il giorno seguente ero un po’ frastornato, ricevevo messaggi da tutto il mondo, ma quello che mi colpì fu vedere dalle finestre e dai balconi di Torino spuntare tante bandiere italiane. Chi si dedica a questo tipo di eventi non deve basarsi su certi effetti facili, ma puntare sinceramente su nobili emozioni, iniettare contenuti sensibili, toccanti; proporre valori comuni (l’amor di patria, la fratellanza, la pace) attraverso mezzi originali e molto progettati. Noi ci appoggiamo a temi semplici e condivisibili per presentarli, raccontarli in modo sofisticato e alto. Un esempio è stato l’inno nazionale durante la cerimonia di Torino. Per la prima volta non lo ha suonato una banda, ma lo ha cantato una bambina che indossava una cuffia bianca e un abito tricolore. È stato un passaggio innovativo, ma rispettoso. I bambini hanno sentito l’inno più vicino e, magari, hanno ricominciato a cantarlo”. <br />
<strong><br />
Come lo spettacolo di Torino è entrato in sinergia con lo spazio adibito all’evento?</strong><br />
“Lo stadio di Torino è stato adattato appositamente per la cerimonia: due anni di lavoro e una lunga fase progettuale lo hanno reso quasi un teatro, con una capacità di coinvolgere, di rappresentare e di emozionare; gli elementi scenici, distribuiti in varie parti dello stadio, hanno movimentato lo spettacolo.<br />
<strong><br />
L’incarico per il Carnevale di Venezia ti ha portato a confrontarti con luoghi e architetture complesse, con uno scenario unico al mondo e difficile da trattare…</strong><br />
“Piazza San Marco e la mia città, un patrimonio unico, mi sono mosso con molto rispetto; il format del Carnevale – Sensation, 6 sensi per 6 sestieri (cinque sensi più la mente) – è stato pensato per diffondere gli spettacoli di strada, i concerti, le performances in tutta la città, affinché la gente potesse scoprirla, senza fermarsi alla piazza. Qui ho pensato a un giardino all’italiana, con un leone vegetale di dodici metri, e una scenografia di luci”. <br />
<strong><br />
Qual è l’elemento che nel tuo lavoro ancora ti emoziona?</strong><br />
“La partecipazione dei volontari, in ugual misura e piena di entusiasmo in ogni parte del mondo: sono loro i primi portatori di passione. Il fattore umano ogni volta mi sorprende: le persone hanno voglia di essere coinvolte. Ho provato una commozione profonda nell’estate 2009 ai Giochi del Mediterraneo a Pescara: hanno partecipato i ragazzi dell’Aquila, che partendo dalle tendopoli, ogni mattina arrivavano alle prove; fino alla festa finale, che è stata tutta per loro”. <br />
<strong><br />
Quali sono i tuoi prossimi impegni?</strong><br />
“Sono due i grandi progetti cui stiamo lavorando in questo momento: la cerimonia dei XIX Commonwealth Games a Delhi e la manifestazione per il bicentenario dell’indipendenza del Messico, entrambi il prossimo ottobre. Per il Messico è previsto un megashow con una parata di quattro chilometri e un budget di 48 milioni di dollari”. <br />
<strong><br />
In questo momento non potrebbero sembrare elevati tali costi per uno spettacolo ‘effimero’?</strong><br />
“No, se si confrontano con le spese militari, ad esempio, che tante nazioni, anche povere, sostengono, per acquistare mezzi che magari non utilizzeranno mai. Il ritorno internazionale di immagine, l’unità di intenti che una cerimonia simile genera, e non da ultimo, l’indotto che gli anni di lavoro per questi eventi portano, oltre che le professionalità che creano (costumisti, scenografi, tecnici) hanno un valore difficilmente misurabile. Questo è vero, in un’ottica diversa, anche per le aziende: nel 2007, il giorno dopo lo spettacolo di presentazione della nuova Cinquecento a Torino, le azioni Fiat guadagnarono quattro punti”.<br />
<strong><br />
I</strong><strong>n che città vivi? Come è la tua casa?</strong><br />
“Vivo a Milano, ma potrei vivere ovunque, anche se amo tantissimo l’Italia. Ho quattro figli e una casa da cielo a terra in zona Città Studi. Amo il design italiano e l’arte, ho pezzi di Cappellini, modernariato degli anni Trenta, molte opere d’arte”. <br />
<strong><br />
Il design è ancora una bandiera per l’Italia?</strong><br />
“È nel nostro DNA. La nostra sensibilità per la forma, l’inventiva, lo stile è ciò che anche nel mio mestiere ci distingue da tutti gli altri, nelle scenografie, nei costumi, nel progetto degli spazi, dei colori. All’estero l’immagine del nostro Paese soffre per le recenti vicende che hanno coinvolto la classe politica. Ma, nonostante qualche ironia, gli stranieri sanno fare le differenze e conoscono i nostri pregi. In quella chiave dobbiamo continuare a proporci, e ad amare l’Italia”.]]></description>
		<pubDate>2010-01-27 18:23:06</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>CASCAIS, PORTOGALLO, CASA DAS HISTÓRIAS</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,127,intIssueID,841,intItemID,848,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Eduardo Souto de Moura </strong><br />
foto di <strong>FG+SG</strong><br />
testo di <strong>Francesco Vertunni</strong>&nbsp;progetto di <strong>Eduardo Souto de Moura </strong><br />
foto di <strong>FG+SG</strong><br />
testo di <strong>Francesco Vertunni</strong>&nbsp;A CASCAIS,IN PORTOGALLO, IL MUSEU PAULA REGOSI PROPONE NEL PAESAGGIO COME UNSEGNO ANTICO CIRCONDATO DAL VERDE CHE LEGA PASSATOE MODERNITÀIN UNA SINTESI PROGETTUALE DI GRANDE IMPATTO. la troppo sbrigativa ‘soluzione ecologica’ del
momento, per scegliere invece la strada di una
sorta di ‘architettura delle origini’ e ancestrale,
quasi senza tempo, come quella che si incontra
camminando nella giungla messicana di Coba
nello Yucatan per trovarsi di fronte in un istante
alle antiche piramidi dei Maya. E di piramidi
anche qui si tratta: due elementi troncoconici muti
e possenti che si ergono sulla complessa e
calibrata geometria volumetrica del museo che funge da articolata base all’elevazione verticale.
Descrivendo le due piramidi, pensate come
‘lanterne’ per catturare la luce negli spazi
sottostanti adiacenti l’ingresso (bookstore e
cafeteria), Souto de Moura dichiara apertamente i
modelli di riferimento: “le due grandi piramidi
non sono indifferenti a quelle della cucina del
Monastero di Santa Maria di Alcobaça, a certe
soluzioni adottate nelle case di Raul Lino e ad
alcune incisioni di Boullée” (quest’ultimo architetto illuminista della Rivoluzione Francese
che insieme a Claude Nicolas Ledoux configurò la
risposta tridimensionale alle istanze innovative
rivoluzionarie in chiave di ‘architettura come
forma di comunicazione’). Ma la figura della
piramide, come tutti sanno, ha origini antiche ed è
sedimentata nella memoria collettiva di ogni
civiltà come archetipo architettonico ‘fondativo’; in
questo senso il suo impiego diventa una sorta di
dichiarazione monumentale astratta, in grado di
dare alla costruzione un inequivocabile valore
simbolico e di memoria attiva. Il rifarsi a questa
soluzione, il collocare in coppia e affiancate le due
piramidi sullo ‘zoccolo’ del museo trasforma
quest’ultimo in un’architettura lirica e fuori dal
tempo, collocandolo simultaneamente con
convinzione e ragione nella contemporaneità. Di
grande importanza ai fini del rapporto tra edificio
e paesaggio, appare il colore delle superfici
murarie esterne, oltre alla soluzione compositiva
degli spazi museali che si risolve in una perfetta sommatoria di monolitici e silenziosi
parallelepipedi regolari a diversa altezza, scolpiti
da essenziali aperture vetrate, organizzati intorno
a quello di dimensione maggiore in posizione
centrale. I muri esterni sono tinteggiati con un
colore rosso arancio che in modo complementare
si lega al verde del bosco che abbraccia l’edificio,
mentre la scelta del calcestruzzo armato a vista e
soprattutto del getto eseguito con fodere di legno
composte da tavole di larghezza ridotta, porta ad
una ‘naturale’ trama che valorizza i riverberi del
sole e le ombre del giorno. Le leggere irregolarità
tra i piani delle tavole dei casseri, in genere
assunte come difetto nel getto, diventano qui
‘preziose irregolarità’: permettono infatti di
ottenere delle lievi linee d’ombra che rendono
ricco e mutevole l’andamento orizzontale della
texture dei corpi del museo, mentre sulle due
piramidi la posa delle tavole a lisca di pesce
valorizza lo sviluppo verticale dei due corpi
disegnandone un ritmo crescente, verso il cielo.]]></description>
		<pubDate>2009-12-29 12:58:26</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>TORINO, LA LUCE DALL’ALTO</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,127,intIssueID,841,intItemID,847,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Pierluigi Nicolin</strong> e <strong>Sonia Calzoni</strong> con <strong>Hun Gi Yim, Manuela Lualdi, Maurizio Bocola</strong><br />
foto di <strong>Michele Nastasi</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;progetto di <strong>Pierluigi Nicolin</strong> e <strong>Sonia Calzoni</strong> con <strong>Hun Gi Yim, Manuela Lualdi, Maurizio Bocola</strong><br />
foto di <strong>Michele Nastasi</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;IL RECUPERO DI UN SOTTOTETTO,COLLEGATO AD UN PICCOLO APPARTAMENTO SOTTOSTANTE, DIVENTA OCCASIONE PER SPERIMENTARE IL VALORE DELLA LUCE NATURALECATTURATA DA NUOVI DISPOSITIVI IN COPERTURA: ABBAINI TRASPARENTI CON PORZIONI DI VETRO COLORATO IN GRADO DI CAMBIARE LE ATMOSFERE DELLO SPAZIO DOMESTICO SEGUENDO LE ORE DEL GIORNOE I RITMI DELLE STAGIONI NEL QUARTIERE DELLA CROCETTA, A TORINO. Il fenomeno del recupero dei sottotetti,
nonostante l’apparente limitatezza della scala
d’intervento, puntuale e costretta oggettivamente ad
operare sul costruito, ha assunto nell’ultimo
decennio proporzioni quantitative così consistenti
da essere individuato come uno degli aspetti della
trasformazione edilizia di alcune città italiane.
Purtroppo, nella maggioranza dei casi, alla quantità
degli interventi non ha corrisposto un livello
qualitativo e di attenzione altrettanto esteso.
Tuttavia, l’ambito progettuale del ‘sottotetto’ in
alcuni casi ha espresso un elevato grado di
sperimentazione legato sia alle soluzioni d’interni,
sia al rapporto tra gli ambienti della casa e gli spazi ricavati en plein air sulla copertura, vere e proprie
stanze all’aria aperta affacciate sul paesaggio
urbano. Il progetto che presentiamo si inserisce in
tali eccezioni affrontando il tema del disegno della
casa come occasione per testare nuovi percorsi
compositivi, in cui la luce naturale è chiamata ad
assumere un ruolo chiave per l’intero spazio
sospeso, che si configura come un riuscito tentativo
di offrirsi quale ‘sistema aperto’, qualificato
contenitore architettonico passibile di
personalizzazioni da parte dei fruitori, una coppia
con due bambini. L’abitazione collega l’intero piano
del sottotetto ad una piccola unità ubicata al piano
inferiore con accesso proprio e unita al livello
sovrastante anche con una nuova scala interna
avvolta da una rete tesa tra tubolari metallici a
disegnare una leggera balaustra. La piccola cellula
domestica è stata pensata come lo spazio per i figli,
organizzata in modo autonomo, con tre camere
fornite di due bagni, disposte razionalmente rispetto
al ritmo delle aperture e in modo da potere essere
impiegate nel tempo come camere per dormire, lo
studio e il gioco, e un domani assecondare la crescita
dei bambini garantendo una loro indipendenza e
privacy. Nel sottotetto, accessibile anche dalla scala
condominiale, invece, è organizzata l’intera zona
giorno con un ampio soggiorno affiancato da un
nuovo terrazzo pergolato, e con la grande cucina con
terrazzino separata dal living tramite un volume
centrale pensato come setto-contenitore attrezzato e
passante, che non raggiunge volutamente il soffitto
in modo da conservare il carattere unitario dello
spazio complessivo. Un elemento che si unisce ad altri arredi ‘architettonici’ su disegno, come
l’armadiatura modulare bianca con nicchie
geometriche di legno naturale che caratterizza il
corridoio della zona bambini. Sul fondo, sotto la
copertura a falda con travi e tavole di legno
verniciate di bianco, è disposta in modo appartato la
zona notte padronale organizzata con camera da
letto corredata di cabina armadio delle stesse
generose dimensioni, e dal bagno centrale posto tra i
due spazi, con doccia dal tetto trasparente aperto
verso il cielo. L’idea di aprire lo spazio del sottotetto
verso l’esterno è perseguita nell’intero progetto su
vari livelli; in modo diretto con la creazione del
nuovo terrazzo d’angolo, vera e propria stanza
pergolata a cielo aperto che sottolinea il suo ruolo di
interno-esterno riproponendo l’andamento della
falda originaria con i listelli lignei che l’avvolgono. E
in modo indiretto, con la creazione di nuovi
dispositivi architettonici: abbaini dalla figura innovativa, battezzati ironicamente dai progettisti
come ‘milanesiane’ a sostituire ‘le ‘parigine’, così
diffuse sui tetti della città di Torino. La ‘milanesiana’
è un elemento regolare, rivestito di legno sui lati
verticali interni, un parallelepipedo tagliato alla sua
base dall’andamento della falda, un monolito
leggero e deciso che rompe l’inclinazione della
copertura proponendosi come volume vetrato sul
fronte e sulla sommità quasi orizzontale, arricchita
da una conclusione colorata e apribile. Ripetuto con
regolarità in modo da ridisegnare anche il profilo
dell’edificio osservato dalla strada, il nuovo abbaino
nell’interno assume il valore di elemento
caratterizzante lo spazio abitato grazie ai diversi
colori che, filtrando la luce del sole, ‘tinteggiano’ i
muri bianchi interni secondo tonalità prescelte
(azzurro, giallo, verde e rosso), con intensità e
modalità scandite dalle ore del giorno e dalla luce
delle diverse stagioni. ]]></description>
		<pubDate>2009-12-28 15:46:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>CASA BONATTI VENT’ANNI DOPO <br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,127,intIssueID,841,intItemID,846,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Franco Raggi</strong><br />
team di progetto <strong>Karim Contarino, Giorgia Brusemini, Davide Furgieri</strong><br />
foto di <strong>Guido Antonelli</strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong><br />&nbsp;progetto di <strong>Franco Raggi</strong><br />
team di progetto <strong>Karim Contarino, Giorgia Brusemini, Davide Furgieri</strong><br />
foto di <strong>Guido Antonelli</strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;A MILANO, UN’ABITAZIONE NASCE DUE VOLTE PER MANO DELLO STESSO PROGETTISTA. AL PRIMO INTERVENTODEL 1989 NE SEGUE UNO RECENTE DI ACCORPAMENTO-AMPLIAMENTO SPAZIALE PENSATO SEMPRE PER LA MEDESIMA COMMITTENTE. IL RISULTATO: UN INTERNO DOMESTICO CHE RESTITUISCE, CON SUPERFICI AD ALTO GRADO MATERICO-ESPRESSIVO, UNA RIFLESSIONE SULL’IDEA DI DÉCOR BORGHESE E MODERNITÀ.Nel 1928, nell’editoriale d’apertura del primo numero della rivista Domus, Gio Ponti direttore, focalizza il concetto di casa come contenitore simbolico di un universo interiorizzato “perno di un programma d’architettura con l’ambizione di riformulare la filosofia dell’abitare moderno” (Fulvio Irace, Gio Ponti, Cosmit, 1997). Sono trascorsi più di ottant’anni, la cultura del revisionismo storico ha fatto il suo corso, ma questo intervento di Franco Raggi illumina nuovamente la prospettiva. Perché la chiave di volta per comprenderne l’essenza è tutta qui: il tentativo di rappresentare una casa mai finita e interpretabile da chi la abita, una modernità complessa, una mediazione con la tradizione della grande casa borghese milanese e con il tema della decorazione che riporta il disegno dell’arredo nell’ambito dell’architettura. La ricerca di uno scenario domestico attualizzato, insomma, che riflette anche sulla specularità del ‘raddoppio’ spaziale con un mix di citazioni colte e con valenze molto più pregnanti del mero formalismo del bel design, trovando relazioni con gli aspetti dell’artigianato, della sperimentazione, della qualità dei materiali, degli arredi che sono segni architettonici, pelli, involucri, superfici, finiture e dettagli costruttivi integrati alla struttura della casa. D’altronde Raggi l’aveva già spiegato a Marco Romanelli nel 1990 quando fu pubblicata l’abitazione prima versione: “La mia è una voglia di comunicare attraverso tempi lunghi, una voglia di qualità non invadenti”. Il messaggio era chiaro: quando si parla di Franco Raggi non si toccano argomenti di décor arredativo più o meno sapiente. Perché prima di tutto lui resta un architetto, un tecnico umanista chiamato a prestare un servizio: definire un contenitore dalla struttura abbastanza solida (in termini di volumi, superfici, colori) da ‘sopportare’ qualsiasi scelta arredativa legittima e autonoma del cliente. Nella fattispecie, il nostro racconto vuole che – da una sorta di trilocale di via Donizetti, dove la mancanza di spazio aveva generato una compattazione flessibile, anche grazie all’utilizzo di porte-parete scorrevoli che disegnavano ambienti dalle dimensioni variabili – si sia passati, tramite l’acquisizione di tutto il piano, alla possibilità di costruire una casa borghese e moderna in senso pieno. Con i suoi generosi spazi comuni e privati reimpaginati secondo una gerarchia definita e compiuta che contempla l’eliminazione dei corridoi a favore di luoghi creati ex novo (dai disimpegni ai vestiboli, alla saletta Tv/HI-FI ricavata nel secondo ingresso non più necessario) e la reinterpretazione di tipologie desuete come l’aristocratico budoir e il funzionale office. “Vent’anni” spiega Raggi “hanno dovuto fare i conti con un’evoluzione non solo del progettista ma anche della committente che ha maturato esigenze di autorappresentazione diverse. Per me, a livello creativo e linguistico, da allora è cambiato soltanto che non disegno più io a matita tutti gli esecutivi. E questo comporta che nel progetto del 1989 il disegno di dettaglio è più accurato, più ponderato. Nel progetto di oggi, il rapporto tra il pensiero e il manufatto è più mediato, è prevalsa l’impostazione generale, le scelte strategiche su materiali e articolazione dello spazio”. E se qualcuno ha recentemente dichiarato che “nelle migliori case milanesi un tempo le decisioni non si prendevano nel tinello, ma in sala da pranzo”, questa abitazione ha previsto una “vera” sala da pranzo, dove si fronteggiano alcuni contrasti, come il tavolo con gambe classiche in legno tornito e tecnologico piano sandwich in vetro-tessuto, che si accompagna alle ironiche sedute in plastica trasparente di Philippe Starck e al lampadario di Murano “incontro tra opulenza del vetro soffiato e colore allineati su un minimale solido cromato”. E poi c’è l’articolato spazio-office concepito come efficiente zona di servizio tra il pranzo e la grande e conviviale cucina dotata di ingresso secondario indipendente. Dall’entrata principale invece “un biglietto da visita” estremamente misurato, “un filtro di decompressione rispetto all’esterno” si raggiunge il living, l’ambiente canonico della socialità, raddoppiato grazie all’accorpamento dei due appartamenti contigui, dove sul pavimento di teak sono state inserite alcune “tracce”; una in acero sottolinea le posizioni del muro demolito, altre a forma di freccia indirizzano verso nuovi percorsi interni. L’innesto di figure leggere e rigorose ha valorizzato la spazialità fluida e aperta dell’ambiente riconducibile alla geometria di un rettangolo che risulta sui quattro lati rispettivamente separato dallo studiolo tramite la grande parete-libreria (eredità del primo intervento) in legno di cedro con parti laccate blu Cina e sopraluce fissi integrati; delimitato dalla sala da pranzo tramite il nuovo armadio-quinta che corregge il disassamento della parete; messo in comunicazione – tramite una superficie apribile con rotazione, un’astratta macchia quadrata verde acido – con l’ambiente dedicato all’home video conquistato nello spazio ampio ma cieco dell’originario ingresso trasformato in una ‘cassaforte’ ovattata, tutta moquette a pelo alto e rivestimento in mattonelle di feltro viola e boiserie in acero; esteso infine lungo il fronte segnato da una regolare serie di aperture sul balcone pensato come micro-giardino con moquette simil prato e tratteggio luminoso a led. È come se Raggi , una volta risolta dal punto di vista distributivo e di uso la casa restituita con una calibrata successione di stanze, non abbia voluto rinunciare alle possibilità allusive di una decorazione equilibrata e al concetto ispiratore di ogni suo intervento: la volontà di sperimentare che si affida alle capacità sorprendenti di superfici e materiali. Di produzione industriale come gli innovativi laminati Abet a specchio con decori in rilievo, superfici texturizzate che tappezzano le pareti del boudoir moltiplicandone le valenze di contenitore simbolicospazio di memoria affettivo. O di fattura artigianale come le lamiere arrugginite e corrose che rivestono i muri della zona di disimpegno verso gli ambienti notte; o ancora le quinte tessili alte da pavimento a soffitto che sottolineano i passaggi delle porte scorrevoli. Un lusso “ereditato” dall’appartamento precedente è ripreso e ampliato nei generosi bagni, un gioco di superfici specchiate e marmi selezionati tra il prezioso Portoro nero con venature dorate, il Calacatta e il Travertino rosso Persiano. Alla fine soltanto le scelte dei pezzi d’ arredo indicano la varietà degli accenti portata dalla curiosità della committente: il moderno convive con il classico, il minimale con il barocco, le poltrone anni Cinquanta di Franco Albini con il divanetto di Hoffmann, il divano Chesterfield con il pouff capitonné su disegno, una oleografica natura morta con le incursioni esotiche di Fornasetti. “Un compito del progetto non è confermare e omologare uno stile” riconosce Raggi “ma controllare l’eclettismo, la mobilità, l’invadenza, l’attitudine all’accumulo di segni, che rappresentano un carattere spiccato dello scenario figurativo contemporaneo”. Ma i giochi dei contrappunti dinamici indicano il percorso, perché la qualità degli spazi è fatta anche di dialettica con dettagli nascosti che casualmente prendono luce.]]></description>
		<pubDate>2009-12-29 12:27:46</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>RUDY RICCIOTTI E LA VECCHIA FATTORIA</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,127,intIssueID,841,intItemID,845,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Rudy Ricciotti</strong><br />
foto di <strong>Philippe Ruault</strong><br />
testo di <strong>Francesco Vertunn</strong>&nbsp;progetto di <strong>Rudy Ricciotti</strong><br />
foto di <strong>Philippe Ruault</strong><br />
testo di <strong>Francesco Vertunn</strong>&nbsp;IN NORMANDIA, NELLA FRANCIA DEL NORD, L'AMPLIAMENTO DI UNA FATTORIA OTTOCENTESCA DOVE RESTAURO E NUOVA COSTRUZIONE SI UNISCONO IN UNA CALIBRATA ADDIZIONE COMPOSITIVA. Èun intervento radicale, parte del
percorso progettuale di Rudy Ricciotti che, nel rigore
di una ricerca fuori dalle mode, ha sempre
privilegiato un’architettura di eloquente sincerità,
costruttiva e compositiva. Questo restauro e
ampliamento di una tradizionale fattoria normanna
dalle mura di pietra e dalla copertura a falda pronunciata si pone quindi come parte di un
discorso sull’architettura più complesso, che non si
limita alla singola occasione, ma che di questa fa un
tassello di una metodologia in divenire.
La trasformazione di un’architettura esistente,
anche quando questa non presenta valori
monumentali e di valore dichiarati, comporta attenzioni alla memoria, alle tecniche costruttive del
passato e alle tracce che la storia offre. Così la
richiesta di ampliamento a fini residenziali della
fattoria è stata assunta come tema di riflessione che,
nel riconoscimento della dignità architettonica di
una costruzione funzionale del passato, ha portato al
raddoppio della stessa tipologia in chiara forma
contemporanea, nel dichiarato rifiuto ad ogni
mimetismo stilistico e materico. Il corpo rettilineo e
l’elementarità della sezione trasversale (come il
profilo di una casa disegnata da ogni bambino con
un tetto a falda inclinata a vertice centrale sostenuto
dai due muri perimetrali) sono stati ‘estrusi’ in
chiave compositiva per allinearsi con un nuovo
corpo di fabbrica completamente vetrato che ricorda
una serra, un giardino d’inverno, un’orangerie, ma
che in realtà si pone come spazio trasparente, aperto verso il nuovo deck esterno, il verde dell’intorno e,
soprattutto, verso il cielo. La costruzione esistente è
stata restaurata secondo il suo aspetto originario, sia
dal punto di vista materico (con i muri di pietra,
struttura della copertura lignea con spesse travi
dello stesso materiale e tegole d’ardesia), sia sotto
l’aspetto volumetrico con uno spazio libero unitario,
continuo dal pavimento al soffitto, impiegato oggi
come sorta di grande ingresso dove è collocata una
vettura Alpine azzurra, parte della collezione di auto
d’epoca del proprietario, e proposta come un pezzo
d’arte nella casa. L’originaria colombaia, a fianco
dell’ingresso-sala espositiva, ha sfruttato invece i
due livelli, collocando garage e una camera ospiti al
piano terreno, mentre al primo piano trova posto
l’ampia stanza da letto padronale, collegata alla parte
centrale della casa con una lunga passerella sospesa che corre tra la capriata lignea. La nuova costruzione
ridisegna lo stesso spazio di quello originario
seguendo il profilo strutturale di riferimento – qui in
ferro e cristallo – per concludersi sul fondo, a confine
con il limite di proprietà, con una parete piena che
nasconde un ampio ripostiglio, segnata al centro da
un camino. Le due porzioni della casa nel loro
confronto e nella loro sintesi sembrano risolvere la
contraddizione tra l’opacità dell’architettura del
passato e la leggerezza, la trasparenza
dell’architettura del presente, facendo convivere i
due aspetti di un conflitto solo apparente. La nuova
estensione della casa presenta anche un nuovo
livello interrato collegato al piano terreno da un vano
a doppia altezza, mentre a livello visivo una serie di
tagli praticati nella soletta del piano terreno che interrompono la continuità del pavimento ligneo con
un serrato ritmo di lastre vetrate perimetrali,
permette di avere un buon livello di luce naturale
anche a livello ipogeo. A sottolineare l’unione e
l’innesto tra antico e nuovo, in posizione baricentrica
come una sorta di cerniera simbolica e paesaggistica,
è collocata una lunga piscina rettilinea che
dall’esterno entra nella casa scivolando sotto il muro
di pietra, opportunamente modellato e offrendosi
come specchio d’acqua indoor, osservabile anche dal
piano interrato grazie ad un’ampia apertura vetrata.
Un recupero attento al rispetto dell’architettura del
passato, alle figure e ai materiali di un’architettura
radicata nel luogo che l’accoglie, che non rinuncia
alle ragioni del progetto contemporaneo e alla
modernità di una ricerca senza ombre.]]></description>
		<pubDate>2009-12-29 11:58:58</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>L’ANELLO MANCANTE DI TOYO ITO</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,127,intIssueID,841,intItemID,844,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Toyo Ito &amp; Associates, Architects</strong><br />
con la collaborazione di <strong>Christian de Groote, Arquitectos</strong><br />
foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;progetto di <strong>Toyo Ito &amp; Associates, Architects</strong><br />
con la collaborazione di <strong>Christian de Groote, Arquitectos</strong><br />
foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;UNA VILLA DI CEMENTO BIANCO E VETRO. SEGNI PARTICOLARI: GLI SPAZI COMUNI CHE RUOTANO E SI INCLINANO, QUELLI PRIVATI CHE CONTEMPLANO LE MONTAGNE. WHITE O È LA NONA OPERA DI OCHOALCUBO, PIONIERISTICO COMPLESSO RESIDENZIALE A MARBELLA, IN CILE. QUI TOYO ITO HA REALIZZATO IL SUO PRIMO PROGETTO SUDAMERICANO.83 no, molto di più. Erano gli anni di Toyo Ito quando Edoardo Godoy lo conobbe alla Biennale di Venezia e gli raccontò di quel suo sogno cominciato qualche anno prima a Marbella, cittadina a nordovest di Santiago, adagiata tra colline panoramiche e campi da golf. 8 architetti cileni ed un paesaggista si erano messi attorno ad un tavolo ed avevano discusso di come realizzare la prima delle 8 fasi del progetto armonico. Era un’idea pionieristica, quella di comprare un grande lotto di terra, chiamarlo Ocho al Cubo, arricchirlo di 8 progetti residenziali che insieme raccontassero della propria individualità, ascoltando quella degli altri attraverso un armonico linguaggio distintamente cileno. Le 8 case sarebbero state vendute a 8 clienti interessati a quel luogo e desiderosi di raccontare il bello del Cile, quello che non è solo natura meravigliosa, ma anche lavoro degli uomini. Sarebbe stato un percorso la cui prima fase prevedeva 8 ville di cemento di 250-300 mq per 8 architetti cileni, che avrebbero passato il testimone ad altri 8 architetti internazionali nella seconda, per altre 8 ville sempre di cemento ma di 400 mq. Toyo Ito doveva essere il primo e rispose “no, grazie”. Poi, ci ripensò. Sarebbe stato il suo primo progetto sudamericano, rara opera residenziale dello sperimentatore giocoso. Poteva dare il suo contributo ad un’idea bella e, a 33 anni dalla sua White U, trovare l’anello mancante, chiudere quel cerchio lasciato aperto. Arrivato sul sito di Ocho al Cubo, si rese conto che quel ferro di cavallo interrato, e chiuso nel dolore di una sorella che aveva appena perso il padre delle proprie figlie, poteva aprirsi qui alla gioia di un paesaggio mozzafiato. Il lotto scendeva verso valle e, oltre le ville d’architetti come Sebastian Irarrazaval, Smilian Radic, Mathias Klotz e Christian De Groote, guardava alle montagne di nordest. Copertura orizzontale ed elementi verticali erano i vincoli ortogonali di un manufatto che invece avrebbe poggiato sopra un inarcamento naturale. Linea retta su curva, cemento bianco su prato verde, il contrasto di un volume che né nascondeva, né apriva, ma lasciava intravedere un mondo interiore. Quello delle prime opere di Le Corbusier, dei suoi pilotis sotto facciate modulari, coscienza autorevole del girotondo leggero di uno spazio circolare fluido, mai esclusivamente interno, né ingenuamente esterno. Sedotto dai contrasti, che mai delimitano e sempre schiudono alla sorpresa, nella scoperta dell’altro, Toyo irrigidisce il fronte principale con una griglia asimmetrica che racchiude il vano macchina e i 3 sottopassaggi d’entrata a piano terra, mentre apre il secondo livello alle 3 camere da letto che s’inondano di luce del mattino. Sinuoso, il viale di pietra s’intrufola nell’ombra, le pupille non fanno in tempo a spalancarsi che, di colpo, si restringono sotto un cielo a forma di O. La valle è rimasta fuori, ma è ancora lì, tra terra e rampa, tra rampa e copertura, oltre l’ombra e sopra e sotto i pannelli opachi e turchesi della zona notte. Davanti c’è ora un mondo che si dilata e si contrae, come quella stessa pupilla sorpresa dai disegni del sole. Il piano orizzontale dondola attorno al patio irregolare che è un interno a cielo aperto. Accarezzato dalla membrana vetrata continua, che curva una prima volta, una seconda, respira di salone e zona pranzo, per poi nascondersi in una cucina schiva. Adiacente, sempre tra linea retta e curva, così come tutta la composizione planimetrica, la scala porta giù a quella che doveva essere la dependance per la governante, e in seguito diventato nido riparato per la terza figlia. Dall’alto, White O assomiglia ad un anello, quello mancante. Mentre dal tetto del vicino, sulla villa progettata da Teodoro Fernandez, il prato con piscina oculare ci suggerisce che Ocho al Cubo è molto di più.]]></description>
		<pubDate>2009-12-28 15:06:11</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>SOMMARIO</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,129,intIssueID,841,intItemID,843,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
    
        
            INitaly<br />
            <br />
            tendenze<br />
            TAPE DESIGN<br />
            POLIGONI FUNZIONALI <br />
            <br />
            design<br />
            PROGETTO COLORE<br />
            <br />
            produzione<br />
            DETTAGLI CROMATICI <br />
            ECOLEGNO <br />
            PIANI D’AUTORE<br />
            OLTRE I CONFINI DEL BAGNO <br />
            <br />
            giovani designer <br />
            ALESSANDRA PASETTI<br />
            <br />
            case histories<br />
            LA CENTRALITÀ DEL PROGETTO<br />
            <br />
            storie d’impresa<br />
            FINANZA E LIFESTYLE<br />
            <br />
            project<br />
            ARTE E SCIENZA DEL COSTRUIRE<br />
            <br />
            office &amp; contract<br />
            L’UFFICIO SENSORIALE <br />
            <br />
            fiere <br />
            MADE EXPO 2010 A MILANO<br />
            SEATEC: ABITARE IL MARE 2010<br />
            34ª ARTEFIERA A BOLOGNA<br />
            MACEF: LA FABBRICA DELLE IDEE <br />
            <br />
            comunicazione <br />
            WANDERSFUL TARGET<br />
            MOROSO: STORIE DAL MONDO <br />
            PRADA BOOK: CREATIVITÀ, MODERNITÀ, INNOVAZIONE<br />
            <br />
            cittá e territori<br />
            DANTE BENINI, ABITARE VERDE<br />
            CITTÀ ESEMPLARI A GREEN LIFE <br />
            FIRENZE: IL FESTIVAL DELLA CREATIVITÀ<br />
            <br />
            mostre<br />
            ABITARE IL TEMPO TRA ARTE E DESIGN<br />
            <br />
            <br />
            INternational<br />
            <br />
            nuove geografie <br />
            EINDHOVEN: DOUBLE-FACE DESIGN<br />
            BELGIO:NUOVO DADAISMO E ACCESSORI NEW DADA<br />
            <br />
            design<br />
            STREGATO DALL’INVISIBILE <br />
            LEGGEREZZA DAL GIAPPONE<br />
            <br />
            giovani designer<br />
            SUSANNE PHILIPPSON<br />
            <br />
            food design<br />
            CHAMPAGNE<br />
            <br />
            protagonisti <br />
            LADY CORIAN®<br />
            <br />
            project<br />
            LIBESKIND VILLA<br />
            WOOD MOOD<br />
            MATERIE D’ITALIA NEL MONDO <br />
            <br />
            showroom<br />
            A LONDRA IL DESIGN È ITALIANO <br />
            <br />
            fiere <br />
            HABITAT VALENCIA FORWARD<br />
            <br />
            produzione <br />
            LONDONER WOOD<br />
            ESTABLISHED &amp; SONS AL VICTORIA &amp; ALBERT MUSEUM<br />
            <br />
            <br />
            INtertwined<br />
            <br />
            mostre<br />
            KENDELL GEERS IN TOUR EUROPEO <br />
            JENNY HOLZER A BASILEA <br />
            LE ESPERIENZE ESSENZIALI DELLA VITA<br />
            ALBERTO BURRI E LUCIO FONTANA<br />
            LE CERAMICHE DI LA PIETRA <br />
            UTRECHT MANIFEST 2009<br />
            <br />
            sostenibile <br />
            H3 HOTEL: COME UN LEGO<br />
            <br />
            concorsi <br />
            CRISTALPLANT DESIGN CONTEST 2010<br />
            DRESSED STONE 2010<br />
            <br />
            premi <br />
            ELECTROLUX DESIGN LAB<br />
            SAMSUNG YOUNG DESIGN AWARD<br />
            GREEN LIVING PROJECTS<br />
            <br />
            in libreria<br />
            <br />
            cinema<br />
            ALLA RICERCA DEL CINEMA PERDUTO <br />
            <br />
            info &amp; tech<br />
            RETI DOMESTICHE <br />
            <br />
            fashion file<br />
            SILHOUETTES FUTURIBILI <br />
            <br />
            <br />
            INservice<br />
            <br />
            traduzioni <br />
            <br />
            indirizzi <br />
            <strong><br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            
            <strong> INtopics<br />
            <br />
            editoriale <br />
            DI GILDA BOJARDI<br />
            <br />
            INteriors&amp;architecture<br />
            modi di vivere internazionali, tra recupero,<br />
            décor e modernità<br />
            A CURA DI ANTONELLA BOISI<br />
            <br />
            marbella, cile, l’anello mancante<br />
            PROGETTO DI TOYO ITO &amp; ASSOCIATES, ARCHITECTS<br />
            CON LA COLLABORAZIONE DI<br />
            CHRISTIAN DE GROOTE, ARQUITECTOS<br />
            FOTO E TESTO DI SERGIO PIRRONE<br />
            <br />
            normandia, francia, nella vecchia fattoria<br />
            PROGETTO DI RUDY RICCIOTTI<br />
            FOTO DI PHILIPPE RUAULT<br />
            TESTO DI FRANCESCO VERTUNNI<br />
            <br />
            vendicari, sicilia, oasi per umani<br />
            PROGETTO DI DANIELE ROSSI<br />
            FOTO DI SANTI CALECA<br />
            TESTO DI ALESSANDRO ROCCA<br />
            <br />
            milano, casa bonatti vent’anni dopo<br />
            PROGETTO DI FRANCO RAGGI<br />
            CON KARIM CONTARINO, GIORGIA BRUSEMINI, DAVIDE FURGIERI<br />
            FOTO DI GUIDO ANTONELLI<br />
            TESTO DI ANTONELLA BOISI<br />
            <br />
            torino, la luce dall’alto<br />
            PROGETTO DI PIERLUIGI NICOLIN E SONIA CALZONI<br />
            WITH HUN GI YIM, MANUELA LUALDI, MAURIZIO BOCOLA<br />
            FOTO DI MICHELE NASTASI<br />
            TESTO DI MATTEO VERCELLONI<br />
            <br />
            cascais, portogallo, casa das histórias<br />
            PROGETTO DI SOUTO DE MOURA<br />
            FOTO DI FG+SG<br />
            TESTO DI FRANCESCO VERTUNNI</strong><br />
            <br />
            <strong><br />
            </strong>
            <strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong>
            <strong>INsight<br />
            <br />
            INcontro<br />
            marco balich<br />
            DI ANTONELLA GALLI<br />
            <br />
            INprofile<br />
            nanda vigo<br />
            DI MATTEO VERCELLONI<br />
            <br />
            INpeople<br />
            lorenzo damiani vs massimiliano adami<br />
            DI MADDALENA PADOVANI<br />
            <br />
            INarts<br />
            elogio del design reale<br />
            DI CRISTINA MOROZZI<br />
            <br />
            catalogo grandi legni <br />
            TESTO DI ANDREA BRANZI<br />
            FOTO DI RUY TEIXEIRA<br />
            <br />
            INtoday<br />
            super, maxxi, zaha in rome<br />
            PROGETTO DI ZAHA HADID<br />
            TESTO DI MATTEO VERCELLONI<br />
            FOTO DI LUKE HAYES<br />
            <br />
            INdesign<br />
            <br />
            INcenter<br />
            multicolor design<br />
            DI NADIA LIONELLO<br />
            <br />
            opere in cantiere <br />
            DI NADIA LIONELLO<br />
            FOTO DI SIMONE BARBERIS<br />
            <br />
            INproject<br />
            green creativity<br />
            DI TERSILLA GIACOBONE<br />
            FOTO DI CARLO POZZONI<br />
            <br />
            il disegno della musica<br />
            PROGETTO DI LORENZO PALMERI<br />
            DI MADDALENA PADOVANI<br />
            <br />
            INview<br />
            iper 2d HYPER-2D<br />
            DI STEFANO CAGGIANO<br />
            <br />
            INproduction<br />
            il fascino sottile del metallo<br />
            DI KATRIN COSSETA<br />
            <br />
            INservice<br />
            <br />
            indirizzi <br />
            DI ADALISA UBOLDI<br />
            <br />
            traduzioni </strong><strong><br />
            <br />
            IN COPERTINA: <br />
            LA BACINELLA H2O DI LORENZO DAMIANI E IL MOBILE FOSSILE MODERNO DI MASSIMILIANO ADAMI. IL PRIMO, PENSATO PRINCIPALMENTE PER SPAZI INDUSTRIALI E PUBBLICI E PROGETTATO IN OCCASIONE DELLA MOSTRA PERSONALE IN-COERENZA<br />
            ALLA OTTO GALLERY DI BOLOGNA NEL 2004,‘FONDE’ IN UN UNICO PRODOTTO IN PLASTICA<br />
            LE FUNZIONI E GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DEL TRADIZIONALE LAVABO. IL SECONDO È RICAVATO<br />
            DALLA SEZIONE DI UNA CASSA UNICA DIVISA IN DUE METÀ INCERNIERATE, CHE SI APRE E SVELA IL SUO CONTENUTO: VARI OGGETTI DI RECUPERO INGLOBATI IN SCHIUMA POLIURETANICA, CHE SEZIONATI, DIVENTANO GLI SPAZI CONTENITORI DELL’ARMADIO.<br />
            <br />
            </strong>
        
    
]]></description>
		<pubDate>2009-12-29 16:05:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>EDITORIALE</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,128,intIssueID,841,intItemID,842,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;Volevamo raccontarvi il design in un modo più dinamico e incisivo, in grado di cogliere gli aspetti sempre più differenziati della contemporaneità progettuale. Per questo abbiamo deciso di rinnovarci nella grafica e nei contenuti. La trasformazione inizia dal logo e dalla copertina, prosegue con l’organizzazione visiva delle informazioni – sintetizzate da titoli, sommari e captions di immediata lettura – arriva al concept delle rubriche, rinominate per l’occasione. INteriors&amp;Architecture celebra tendenze e modi di vivere trasversali, rappresentati, in questo numero, dai progetti di Toyo Ito, Rudy Ricciotti, Pierluigi Nicolin, Franco Raggi, Daniele Rossi, Eduardo Souto de Moura. Diversi i temi d’attualità di INsight INtoday, dal racconto del nuovo MAXXI di Roma, prima opera dell’archistar Zaha Hadid in Italia, a una nuova mostra di Andrea Branzi, questa volta ospitato da Azzedine Alaïa nel suo spazio espositivo a Parigi. L’INncontro è dedicato a Marco Balich, uno dei più accreditati ideatori di eventi al mondo, mentre le pagine del design vedono protagonisti tre esponenti della nuova generazione italiana di designer: Massimiliano Adami, Lorenzo Damiani e Lorenzo Palmeri. INcenter propone le novità di prodotto multicolore, mentre INproduction presenta la nuova essenzialità dei mobili realizzati in lamiera metallica. Infine, ci presentiamo a gennaio con tre iniziative speciali: l’inserto Limited Edition, dedicato a protagonisti, opere, strategie e luoghi di un nuovo modo di progettare e produrre a metà strada tra design e arte; un ampio focus su MADE expo 2010, il mondo del progetto di architettura, dei materiali e delle finiture; la guida Design Index, giunta alla 26ma edizione, prezioso strumento di lavoro per gli operatori del design grazie a 8000 indirizzi catalogati. Buon nuovo anno e buona nuova lettura!<br />]]></description>
		<pubDate>2010-01-11 19:24:14</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Germano Celant e Frank O. Gehry</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,97,intIssueID,827,intItemID,839,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[intervista di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;intervista di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Critico d’arte e operatore culturale, Germano Celant ha curato grandi mostre, tra cui Arte &amp; Architettura (Genova, 2004). Direttore artistico della Fondazione Prada a Milano, è, da quest’anno, responsabile del settore arte e architettura della Triennale. Lo abbiamo incontrato in occasione della mostra da lui curata sull’opera recente di Frank O. Gehry.<strong>Dopo ventitré anni dalla mostra dedicata a Frank O. Gehry, da lei curata al museo d’arte contemporanea del Castello di Rivoli, torna a occuparsi in Triennale dell’opera del grande architetto canadese, californiano d’adozione. Possiamo intendere questa sua attenzione, e l’assumere i più recenti lavori di Gehry, come una sorta di dichiarazione critica sull’idea di architettura, che, nella metropoli del nuovo millennio, sia necessariamente parte di una convergenza sinergica tra arte, spettacolo e pratica progettuale?</strong><br />
“Il mio percorso critico e storico sull’intreccio tra arte e architettura, data dalla mia prima collaborazione nel 1965 con la rivista Casabella, diretta da Alessandro Mendini, dove, venendo dal mondo artistico, ho iniziato a incrociare i due linguaggi, cercando di trovare un punto di contatto. I miei interventi hanno sempre guardato all’aspetto plastico visuale, non ha caso ho coniato nel 1969 il termine ‘architettura radicale’ per le ricerche dei gruppi come Archizoom, Superstudio, Archigram, Metabolism e per individualità quali Hollein, Isozaki, Abraham, Pichler... Negli anni Settanta, il percorso si è poi articolato con interventi, in Domus, su architetti quali Antifarm e artisti come Gordon Matta Clark, nonché è maturato con la mostra Arte &amp; Ambiente alla Biennale di Venezia del 1976, dove apro i miei interessi alla cultura californiana, che include – oltre agli artisti Nordman, Nauman, Asher, Irwin e Turrell – proprio Frank Gehry, di cui visito casa e studio nel 1974. Dal 1980 in avanti, l’impollinazione incrociata tra le arti è diventata la mia pratica di attraversamento dei linguaggi, per cui sono nate ricerche su arte&amp;libro, arte&amp;moda, arte&amp;video, arte&amp;fotografia, concluse nelle grandi mostre Looking at Fashion, a Firenze nel 1996, Architettura&amp;Arti, a Genova nel 2004, e Vertigo, il secolo dei media, a Bologna nel 2007. Tuttavia, la convergenza tra le arti è già presente in tutte le avanguardie storiche – dal futurismo al costruttivismo, dal neoplasticismo al surrealismo – per cui le vicende del presente non sono che una conseguenza e una attualizzazione che, dopo Warhol, è diventata di piena democratizzazione tra i linguaggi del fare e del comunicare. In questo percorso, sin dal 1974 l’attenzione a Gehry è costante, sia per una rapporto d’amicizia che di scambio operativo. È stato Frank, con Peter Arnell, a chiedermi la prefazione della sua prima monografia, edita nel 1985, da Rizzoli International. Ma, prima e dopo, abbiamo lavorato insieme su Il corso del coltello, con Coosje van Bruggen e Claes Oldenburg, performance che nasce dal mio corso del 1984 al Politecnico di Milano, e si realizza a Venezia, per poi girare, in diverse forme, a New York e a Los Angeles. Non solo: come curatore del Guggenheim Museum ho lavorato con Gehry e Tom Krens al progetto del Guggenheim Bilbao, sino alla sua edificazione nel 1997, e attualmente, sempre con lo stesso team, dialogo sul progetto del Guggenheim Abu Dhabi. Quindi, per me, l’architettura è sempre stata un intreccio tra arte ed architettura, dove la pratica progettuale non è stata solo tecnica, ma soggettiva e intuitiva, spettacolare e comunicazionale, creativa e scultorea”. <br />
<br />
<strong>Nella mostra, l’architettura di Gehry è esposta anzitutto tramite lo strumento del modello e dello schizzo. Disegni suggestivi e ‘“indefiniti, modelli che sottolineano certo ben più dei disegni tecnici, il fattore scultoreo di ogni edificio, il sapiente procedimento dadaista del collage, che supera almeno nell’immediato ogni riferimento funzionale”. Nel suo saggio introduttivo al catalogo (Frank O. Gehry dal 1977 a cura di Germano Celant. Skira editore, pagg. 318, euro 35) parla di architettura come “mescolanza di innesti […] luogo di emotività che permetta l’immersione e l’ingresso della libertà e dell’espressività eterogene,[…] uno strumento liberatorio”. Pensa che quest’idea di architettura come elemento plastico emozionale – in cui la dimensione artistica permette di uscire dalle logiche compositive ‘canoniche’ della disciplina – sia una delle strade del riscatto dalla crisi della modernità per l’architettura contemporanea?</strong><br />
“Nell’esposizione alla Triennale di Milano, con Frank si è deciso di evitare l’aspetto ‘non emotivo’ del progetto. Vale a dire quella parte esecutiva e tecnica che viene dopo la costruzione del modello definitivo, da qui l’enfasi sugli schizzi iniziali e sulla sequenza di manipolazioni – primitive e selettive – dei modelli, a cui in parallelo si è aggiunta la parte più sofisticata e tecnologica del Catia. Infatti, parlando con Frank, si è discusso quanto sta succedendo oggi nel mondo della progettazione architettonica, dopo l’avvento del Catia, quello strumento che permette alla tecnologia di tradurre fino a minimi dettagli, l’ipotesi plastica del modello. Tutti usano il computer, ma la prima parte del pensiero costruttivo viene concretizzata attraverso il modello in scala, che veicola in sé l’aspetto emotivo e fisico, tattile e visuale. Questo poi viene tradotto in risultato funzionale e urbano, da qui le polarità della mostra. Su questo dualismo bisogna ragionare, perché l’attività dell’architetto è oggi ancora schizofrenica. Seppur si sia liberato della parte meno creativa, quella legata all’ingegneria e all’economia, al computer manca quello che Frank definisce il “missing link”, quella componente umana e intuitiva che, sicuramente immessa da qualche giovane architetto della futura generazione nel sistema elettronico, potrebbe far chiudere il cerchio e portare il progettare allo stesso livello, seppur aggiornato, della pratica di Michelangelo, capace di controllare tutta la costruzione, dal primo all’ultimo momento. Per questo parlo di processo ‘liberatorio’, non ancora concluso, ma a cui inevitabilmente tutti i nuovi architetti dovranno tendere: attualmente il solo che si sta avvicinando a qualche risultato è Greg Lynn, che non a caso ha collaborato con Gehry sul progetto di Sentosa. La progettazione a computer è un soggetto importante per il futuro dell’architettura e bisognerà prestarvi massima attenzione, senza scandalizzarsi dell’uso diffuso delle simulazioni e del pensare elettronico: è attraverso la ‘conferma’ dell’intuizione e della soggettività attraverso questo mezzo che i canoni sono saltati e sono stati modificati per accogliere esperienze che vanno da Peter Cook e Zaha Hadid, da Jean Nouvel a Asymptote, da Diller &amp; Scofidio a Rem Koolhaas, certamente spiazzanti per i tradizionalisti che difendono un’architettura ancora legata all’International style”.<br />
<br />
<strong>In un suo libro del 1984 (Artmakers, arte, architettura, fotografia, danza e musica negli Stati Uniti, Feltrinelli editore) dedicava un capitolo a Gehry, descrivendo la sua opera come “un’architettura letteraria e pulsionale”. Il fatto d’inserire in una lettura dei fenomeni artistici ed espressivi anche l’architettura quale forma di comunicazione appare ancora come una valida indicazione interpretativa, e inoltre sottolineavi, insieme “all’osmosi ambigua tra scultura e architettura” di Gehry, la dimensione ‘urbana’ delle sue opere, alcune assunte come “città idealizzate”, “città-case”, “Acropoli contemporanee”, declinate secondo una disposizione dell’edificio ad ‘arcipelago’. Una dimensione che permane ancora fortemente nell’opera di Gehry e che si ritrova passeggiando tra i modelli della mostra e che l’Atlantis Sentosa di Singapore sintetizza in chiave programmatica. In tale contesto, sembra però emergere, non solo per Gehry, un atteggiamento a volte dalla doppia faccia: l’assumere l’edificio come icona autoreferenziale, compiuta in sé e calata come contrappunto nel tessuto urbano, o fare del progetto l’occasione per radicarsi, quasi per ‘rifondare’ territori e pezzi di città. Rileva questa forse apparente dicotomia nello stato dell’architettura contemporanea?</strong><br />
“All’epoca, la conoscenza del lavoro di Gehry era improntata a una mia lettura del post– minimalismo californiano, dove iniziavano a contare le superficie e l’impatto della luce, sia sull’epidermide esterna che sull’habitat interno. Quanto aveva sviluppato dalla Studio Danzinger, 1964-1965, alla Casa Studio Davis di Malibu, 1968-1972, fino al Santa Monica Place, 1972-1977, erano per me intrecciabili agli esperimenti spaziali che avevo riscontrato nelle opere di Eric Orr e Michael Asher, Maria Nordman e Robert Irwin, la cui conoscenza aveva influenzato la mia ricerca Arte &amp; Ambiente per Venezia. Scrivendo di Gehry, mi sembrava di avere intuito che il suo progettare, oltre ad essere influenzato dall’effimero architettonico di Los Angeles – dove le case di Santa Monica o di Venice sono tutte in legno e materiali grezzi, come chain links e lamiere, anche per ragioni anti-sismiche – era segnato da un procedere molto emotivo, estremamente intuitivo e legato al mondo dell’arte. Per questo ho utilizzato il termine ‘pulsionale’, che è legato al percorso onirico di molte ricerche artistiche, ma anche dei primi esperimenti dell’architettura radicale. Ma, quello che mi aveva più colpito, era l’idea di un pensiero che oggi definirei ‘medievale’, quello della casavillaggio, dove ogni singola unità funzionale, dalla cucina alla camera da letto, dal garage al soggiorno, era definita da una singola forma e da un singolo colore. Aggiungendo poi che le case potevano essere pensate - vedi il Gehry Residence- in modo che, come avveniva in Europa, un’architettura ‘entrasse’, si stratificasse e si accumulasse nell’altra, il mio interesse per tale procedere fu inevitabile. Sull’effetto dirompente di questo innesto urbano, che mi sembra un’attualizzazione di quanto succede per i nostri monumenti antichi, che sono ‘spiazzati’ e ‘decontestualizzati’, rispetto al moderno, non lo trovai diverso da quanto succedeva in arte. Solo che con Gehry e altri protagonisti dell’architettura contemporanea lo sradicamento è proiettato nel presente, se non nel futuro: la collisione non è più per asportazione e distruzione del contesto, ma per travolgimento e costruzione dello stesso. Quindi, un ‘ingombro’ proiettato in avanti che crea lo stesso ‘disordine’ di un’antica cattedrale o di un castello, immerso nel tessuto centrale di una città, ma inteso in direzione opposta. Il processo di frammentazione e di fluidificazione è pienamente leggibile nel progetto Sentosa, perché è pensato per una condizione liquida, quella dell’acquario e dei suoi centri di attrazione, ma è anche legato al fatto che il progetto è in collaborazione con Greg Lynn, che sta sperimentando come dare corpo al “missing link” del pensare la costruzione con il computer”.<br />
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<strong>Tornando all’opera di Gehry, sottolinea come il suo procedere compositivo segua una “prefigurazione a cerchio” in cui non si privilegia un fronte o un retro, ma si procede secondo una “visione sferica, dove tutte le superfici sono in comune, perché a contare sono le relazioni tra elementi e quanto si trasmette e si intromette tra essi”. Questo atteggiamento ‘anti-gerarchico’ dell’edificio e di sintesi unitaria dell’oggetto architettonico proviene, secondo lei, dall’apertura verso il mondo dell’arte e dalla contaminazione tra le diverse discipline?</strong><br />
“La visione sferica, definizione che appartiene al filosofo Peter Sloterdijk, è un passaggio inevitabile verso una modernizzazione del percepire. Non viviamo più secondo coordinate semplici, ma marcate da un civiltà dalla struttura globale, per cui la sua architettura a tutto tondo è certamente in relazione alle sue conoscenze ed frequentazioni degli artisti da Kienholz a Moses, da Serra a Oldenburg, che hanno una visione plastica, ma anche sulla mancanza di unica ubicazione di un elemento architettonico, che può essere collocata in qualsiasi parte dell’edificio, come oramai lo stesso edificio risulta collocabile in qualsiasi parte del mondo, una volta verificate le relazioni contestuali: è una filosofia progettuale che nasce già dall’interazione del Gehry Residence, dove le pareti sono sottili e comunicanti e l’intero compesso fa convivere passato, il bungalow, e futuro, la struttura in lamiera, legno e chain link. Al tempo stesso, l’uso di Catia ha permesso di “far girare” a trecentosessanta gradi il ‘cubo’ o la ‘sfera’ progettata, ha concesso inoltre qualsiasi attraversamento e deformazione, senza dove essere inizialmente funzionali e probanti un servizio. Si è scoperto un impiego libero delle forme e dei volumi, ma scoprire vuol dire anche rimuovere l’involucro che copre un oggetto, per cui anche la pelle è saltata, proponendosi come auto referenziale e autocomunicativa”.<br />
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<strong>Ad un certo punto, nell’opera di Gehry lo scollamento tra pelle dell’edificio e sua forma spaziale, celata da lamine, superfici applicate e attorcigliate attorno ad un corpo nascosto ha prodotto quella che è stata definita come l’architettura delle pensilina: cioè, un’aspra critica che evidenziava come in alcuni lavori di Gehry l’immagine esterna fosse dominante rispetto alla ricerca spaziale che veniva messa in secondo piano. Quasi che sotto la ‘pelle di titanio’ potesse trovare posto qualsiasi volume senza che questo cambiasse il valore dell’architettura, ridotta appunto a icona mediale. Cosa pensa di tale lettura interpretativa?</strong><br />
“L’epidermide architettonica, che si articola liberamente nello spazio, è prima di tutto una critica all’uso assoluto e speculativo del parallelepipedo che ha dominato la cultura europea e americana, riducendo tutto ad un progettazione tipo Lego. Inoltre, la sfericità dell’involucro ha spiazzato l’idea di facciata, tanto cara agli incastri urbani, dediti al massimo spazio, per ampliare il respiro dell’edificio, mettendo gli ingressi in posizioni irregolari e non canoniche, quelle viarie. Di fatto, Gehry ha seguito le indicazioni dei grandi architetti – da Le Corbusier ad Alvar Aalto – per far ritornare la città a un contesto più aperto e naturale, dove l’intervento architettonico possa disporre di un suo ‘territorio’ visivo e fisico, non si incastri uno accanto all’altro, come è avvenuto per molti quartieri, dall’Italia alla Cina, anche recenti. Creando una ‘nuvola’ che protegge non significa solo produrre una situazione antimaterica, basata sull’esaltazione del vuoto, ma anche produrre un effetto plastico unico, tanto che l’uso del titanio fa mutare la riflessione della luce e rende l’edificio relativo alle condizioni atmosferiche. Quindi, un dinamismo architettonico che è stato rimosso: le facciate piatte e noiose, anonime e ripetitive di molti architetti che esaltano la ricerca spaziale interna, ma si lasciano standardizzare dal risultato economico”.<br />
<br />
<strong>Quella di Gehry potrebbe essere definita come un’architettura dell’entropia, lei parla in modo suggestivo di “architettura quasi jazzistica, basata su accostamenti sorprendenti”, una sorta di procedimento plurimo e polifonico che si configura come un ‘sistema aperto’. Questo, in chiave teorica, porta alla possibilità di un’architettura ‘non finita’ passibile di accogliere nel tempo quasi in chiave di crescita biologica, nuove porzioni e protesi abitabili. Pensa che questa idea di ‘progetto aperto’ possa essere uno scenario praticabile?</strong><br />
“ È un procedere a incastro e innesto, com’è successo nel corso della storia delle varie stratificazioni, per cui l’assicurazione di una permanenza all’infinito dell’architettura non è più garantita, ma può prevedere cambi e integrazioni. L’architettura è a rischio di mutamento, ed è interessante notare che, mentre Gehry apre l’edificio a una disponibilità e alla rifondazione tramite l’uso di forme a puzzle, un altro architetto, Rem Koolhaas, pensa un’architeturra rotante, come nel Prada Transformer, realizzato a Seoul nel 2009. A ben vedere, entrambi stanno avviandosi a una progettazione che possa essere rielaborata – non solo in teoria, ma in pratica – a seconda delle probabilità di cambiamento che la mondializzazione della produzione e della comunicazione sta attuando: lavorano su un rischio di metamorfosi che è più attuale di una pratica architettonica ultima e terminale. Certamente, questo ‘muoversi’ e questo ‘trasformarsi’ veicolano un’attenzione al ‘fuori’ dell’architettura, quella di abitare uno spazio percepito come un sismografo capace di registrare i mutamenti esterni, di fatto un terminale che non è solamente elettronico ma anche costruttivo, capace di mettere in discussione i suoi punti fissi e le sue certezze, per adattarsi a quanto succede fuori. È forse un’utopia, ma è in tal senso che l’architettura si fa jazz e si pensa come una jam session, dove tutte le componenti dell’arcipelago e del villaggio (di Gehry) interagiscano e fluidificano l’una nell’altra, come a Sentosa”.<br />
<br />
<strong>Uno scenario dove forse lo ‘sconfinamento’ tra diverse discipline, la mescolanza tra le dimensioni espressive diventa ‘regola’ da inventare di volta in volta?</strong><br />
“Il termine ‘sconfinamento’ è datato, perché oggi le pratiche si confondono e non esiste confine da attraversare, ma punti di contatto che portano ad un’osmosi di tutti i linguaggi. Se prima questo procedere era considerato di ‘rottura’, ciò è dovuto al fatto che la nostra informazione si ferma alle avanguardie storiche, che tendevano alla distruzione dei limiti. Ed è forse per tale motivo che molti architetti si sono impegnati per una rivalutazione che non è solamente storico-analitica, tipica degli accademici universitari, ma processuale: come ha iniziato a fare Aldo Rossi per continuare con Hadid che ha riproposto il viaggio architettonico di Malevic, mentre Gehry si è lasciato sedurre dall’espressionismo, da Scharoun a Murnau”.<br />
<strong><br />
Questa sua prima mostra alla Triennale in qualità di responsabile del settore arte e architettura, ci indica un percorso di intreccio disciplinare che porterà avanti? Ci può anticipare le idee che ha in mente?</strong><br />
“Avendo fatto un percorso come storico dell’arte contemporanea e teorico interessato a ogni impollinazione incrociata tra le arti, oggi non rilievo alcuna differenza tra i soggetti da esporre o da trattare scientificamente; la Triennale ha successo proprio come melting pot della creatività, dall’arte al design, dall’architettura alla moda, dalla grafica alla cucina... In questa direzione m’interessano naturalmente i protagonisti di grandi ‘strappi’ linguistici, quelli che segnano la storia internazionale, come Gehry, per cui il mio programma cercherà di seguire questo metodo spiazzante, quanto rassicurante”.]]></description>
		<pubDate>2009-12-16 15:29:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Milano, Arengario, Museo del Novecento</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,827,intItemID,838,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di <strong>Gabriele Basilico</strong> e <strong>Giovanni Chiaramonte</strong>&nbsp;foto di <strong>Gabriele Basilico</strong> e <strong>Giovanni Chiaramonte</strong>&nbsp;Prewiew Opening 10/10/10 ore 10Il nuovo Museo d’Arte Moderna
delle Civiche Raccolte d’Arte
del Comune di Milano sta nascendo
all’interno dello storico Palazzo
dell’Arengario in Piazza Duomo.
Il progetto di trasformazione del
palazzo prevede l’inserimento, nello
spazio verticale della torre alleggerito
delle superfetazioni anni ’50,
di un sistema di risalita verticale
con una rampa a spirale. Una spirale
di ascesa, di immagini e di movimento.]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 11:40:27</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Milano, Levi’s and Virgin Active Buildings</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,827,intItemID,837,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di <strong>Studio Rota &amp; Partners</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;foto di <strong>Studio Rota &amp; Partners</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;All’interno del ‘progetto Maciachini’, che nella parte nord della città ha ridisegnato una vasta area urbana occupata precedentemente dagli stabilimenti della Carlo Erba estesi su una superficie di quasi centomila metri quadrati, si trovano i due edifici di Rota, destinati ad uffici e al fitness, e pensati come parte integrante dello spazio verde di cui fanno parte. L’intera operazione di recupero urbano si basa su una sommatoria di edifici di vari autori che definiscono una sorta di complesso parco polifunzionale scandito dalle architetture che ridisegnano il perimetro dell’area e da una vasta area a verde centrale, sovrastante un parcheggio interrato. Interessante il confronto quasi ‘empirico’ dei diversi approcci compositivi che hanno scongiurato il pericolo di costruire, come è già avvenuto nella città in esempi simili non lontani, nuovi agglomerati monolinguistici, monotoni e sordi, privi di dialogo e confronto. Come osserva lo stesso Rota: “Gli architetti si guardavano, ma non abbiamo mai fatto riunioni insieme. Credo che sia stata una buona idea per salvaguardare la diversità della città. La città che apprezziamo è fatta di tanti edifici che accettano delle regole, e da qui la diversità con alla base un obiettivo comune. Le cose troppo coordinate poi portano troppa uniformità, è divertente avere molteplici visioni e linguaggi in uno stesso luogo, se ne trova il ritmo, la misura, diventano più riconoscibili”. I due edifici che presentiamo in queste pagine si riconducono nel loro montaggio a ‘collage’ al concetto della necessaria diversità urbana, assumendo loro stessi il ruolo manifesto di acceso confronto materico e formale. Si tratta di un lavoro sulla ‘pelle dell’architettura’, in questo caso estesa anche alle coperture in quanto edifici offerti alla vista dei piani alti delle costruzioni dell’intorno, e declinata in un meccanismo di montaggio di figure e volumi compiuti. Ecco allora che, sospeso su uno zoccolo vetrato, un nastro continuo caratterizzato da una texture grafico-decorativa con tonalità sfumata, segnato da una sequenza di oblò ad andamento ritmico, diventa il fronte sulla strada che dialoga con la preesistente ciminiera in mattoni. Mentre il corpo laterale trasforma il concetto di curtain wall, la facciata vetrata dei palazzi per uffici, in eloquente trama astratta, operando una rotazione in diagonale dei montanti di sostegno e sostituendo ai tradizionali rettangoli regolari della partizione modulare la più dinamica figura del rombo, ripetuta con diverse tonalità tra loro armoniche. Al blocco di vetro si aggiunge poi un dinamico incastro di volumi trattati in superficie secondo motivi geometrici e con diversi colori. Il procedimento compositivo del collage caratterizza gli edifici nel loro insieme che rivelano un’attenta e calibrata regia, sia rispetto al fronte urbano, sia alla zona a verde verso cui si affacciano. <br />
(M.V.)]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 11:36:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Dolvi, Temple of Hanuman</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,827,intItemID,836,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di<strong> Italo Rota, Davor Popovic </strong><br />
testo di <strong>Italo Rota</strong>&nbsp;foto di<strong> Italo Rota, Davor Popovic </strong><br />
testo di <strong>Italo Rota</strong>&nbsp;<strong>Nel caso doveste costruire un tempio hindu</strong> <br />
Queste note potrebbero un giorno esservi d’aiuto se vi capitasse quello che mi è accaduto cinque anni fa. Una sera all’aeroporto di Mumbai un signore mi ha consegnato una busta gialla con queste parole: “Se le può interessare la apra quando arriverà a Milano, arrivederci”. Alcuni giorni prima ero passato davanti ad un tempio nella zona portuale di Mumbai, avevo provato più volte ad entrare, ma mi era sempre stato impedito dai Siddha di guardia. Quella volta mi guardarono negli occhi e mi lasciarono passare; lo considerai un segno del destino; una volta arrivato a Milano ho aperto la busta gialla, conteneva un laconico messaggio: “Vuole costruire un tempio?” Per uno come me nato nel centro di Milano era davvero una cosa stravagante e meravigliosa, non certo esotica o avventurosa, ma semplicemente fantastica. Avevo appena terminato di costruire una chiesa a Roma e questo rendeva ancora più intrigante la proposta, anche perché ho sempre pensato che avere molti dei è meglio che averne uno solo, l’importante è trovare il senso delle cose in ogni loro diversa manifestazione. Andai a visitare il territorio sull’estuario del fiume a Dolvi; in mezzo ad un coacervo di industrie metallurgiche trovammo il terreno adatto per fondare il nuovo tempio, un tempio dedicato al dio Hanuman (spirito dall'aspetto di scimmia), anche noto come Anjaneya, una delle figure più importanti del poema epico indiano Ramayana. In India ci sono molti templi in onore di Hanuman perché si crede che la loro presenza liberi l'area circostante dai demoni maligni. Si trovano statuette di Hanuman anche nelle strade poco illuminate, perché si crede che proteggano le persone dagli incidenti. Anche se il nostro tempio si inserisce in un progetto più ampio che comprende la realizzazione di edifici per uffici e spazi verdi al servizio del complesso siderurgico di Mumbai, le operazioni da compiere per la sua fondazione sono state pressoché identiche ad altre situazioni analoghe. Bisogna preparare la terra che riceverà il fuoco sacro che si trasformerà poi nel tempio. La serie di cerimonie è molto lunga e complessa, risponde però ad un pensiero logico e lineare che corrisponde alla rappresentazione dell’universo e delle sue leggi. Tutte le fasi del processo di costruzione di un tempio hindu si svolgono come rito religioso o con sfumature religiose. Per prima cosa il yajamàna (il sacrificante, qui, il finanziatore e costruttore) sceglie lo Sthapaka o Acharya per guidare e supervisionare la costruzione. Acharya, in particolare, deve essere un bramino pio e con una vita senza peccato. Egli deve essere un esperto di arte, architettura e riti. L’ Acharya sceglie lo sthapati, il capo-architetto che è il responsabile dell’edificazione del tempio. Il sutragrahin (geometra), il taksaka (scultore) e il vardhakin (muratore, imbianchino e pittore) lo aiutano nella costruzione. Dopo il giorno di `sankalpa` (consacrazione), il yajamàna e lo Acharya prendono alcuni specifici voti religiosi e dovranno condurre una vita molto rigorosa nel rispetto di tali voti. (Italo Rota)<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 11:33:46</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Dubai, Firenze, Cavalli Club</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,827,intItemID,834,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di <strong>Studio Rota &amp; Partners, Agenzia SGP</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;foto di <strong>Studio Rota &amp; Partners, Agenzia SGP</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;<strong>Le stelle, il sacro e il profano</strong><br />
I Club Cavalli si propongono come spazi che miscelano le funzioni di ristorante, piano bar e night club in una nuova formula di architettura per l’entertainment &amp; night-life, in cui il fattore seduttivo ed emozionale si lega a quello magico-narrativo in una densa sintesi espressiva tridimensionale. A Dubai in un ambiente a due livelli all’interno del Fairmont Hotel, il Cavalli Club si offre come un mondo a sé, che si trasforma dal giorno alla notte diventando una mappa stellare, una via lattea composta da 452.864 cristalli Swarovski che emerge da un soffitto scuro come il cielo notturno del deserto. All’interno di un ambiente apparentemente senza confini fluttuano cascate di riflessi cangianti, stelle artificiali affiancate da tre grandi ‘atolli’ sospesi – il principale rivestito in visone bianco – che accolgono un sushibar, un wine bar e l’esclusiva vip-lounge. Una scatola in cui l’architetto diventa un sapiente alchimista in grado di indirizzare il lusso, portato all’estremo, verso la costruzione di un sogno.<br />
Il Club Cavalli di Firenze, ubicato in una ex Chiesa Anglicana, gioca invece sul rapporto con la storia e il simbolo, con la vicinanza della limitrofa rinascimentale Cappella Brancacci segnata dagli affreschi del Masaccio e Masolino da Panicale, e completata da Filippino Lippi. Così l’ingresso al Club si affianca, in un gioco tra sacro e profano, a quello della Basilica di Santa Maria del Carmine, mentre il nuovo sinuoso e imponente bancone di acciaio – pensato come allestimento ‘provvisorio’ e removibile, nel rispetto della struttura originaria riportata in luce dalle superfetazioni sommatesi nel tempo – si sviluppa ‘alle spalle’ del muro affrescato, in cui si trova, tra le altre, la raffigurazione della Cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva del Masaccio. ‘Attraverso lo specchio’ si scopre, come Alice di Lewis
Carroll, un altro mondo in parallelo, che alla complessità
dello spazio affrescato rinascimentale risponde con
un’installazione aperta al dialogo e al confronto. Attraverso
l’uso di materiali come l’acciaio e il vetro, il cui impiego è
enfatizzato per le proprietà di rifrazione e deformazione
spaziale, si offre un’avvolgente macchina d’interni che si
sovrappone all’architettura che l’accoglie. In uno sforzo di
costruzione di una diversa e mutata percezione dello spazio
originario la soluzione di progetto si spinge verso la
dimensione dell’immaginario più che dell’inganno. (M.V.)]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 11:30:10</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Total wood</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,70,intIssueID,827,intItemID,833,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Katrin Cosseta</strong>&nbsp;di <strong>Katrin Cosseta</strong>&nbsp;Dalla superficie
all’oggetto,
dalla lampada
al mobile.
Materiale senza
tempo ma in costante
evoluzione, il legno
vive una nuova
fase espressiva
con patchwork,
trasparenze,
textures 3D, venature
esasperate, intarsi
di materiali vari.
E in un orizzonte
eco-glamour
il legno di recupero
diventa più prezioso
di essenze esotiche,
la tecnologia
laser convive
con finiture a olio
realizzate a mano
e con dettagli
di alto artigianato.]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 12:27:30</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Il processo è il messaggio</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,827,intItemID,832,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetti di<strong> Alessia Giardino, Elisa Strozyk, Anthony Roussel, Eunsuk Hur, Charlotte Dumoncel D’Argence, Gareth Neal, Ikuko Iwamoto</strong><br />
di<strong> Stefano Caggiano, Maddalena Padovani, Laura Traldi</strong>&nbsp;progetti di<strong> Alessia Giardino, Elisa Strozyk, Anthony Roussel, Eunsuk Hur, Charlotte Dumoncel D’Argence, Gareth Neal, Ikuko Iwamoto</strong><br />
di<strong> Stefano Caggiano, Maddalena Padovani, Laura Traldi</strong>&nbsp;Oggetti in progress, interattivi, intercambiabili. Che contaminano le tecniche costruttive, i significati funzionali, i livelli di percezione e di significato. Sono le proposte di sette giovani designer internazionali, espressione di un nuovo pensiero progettuale focalizzato non tanto sul prodotto finito quanto sul percorso generativo che lo sottende.Nel nostro tempo felicemente eterogeneo l’aura di ‘novità’ basta da sola a giustificare tutto e il contrario di tutto. Al limite, che un oggetto sia progettato bene o male conta meno del fatto che si presenti, a torto o a ragione, come ‘nuovo’. Questo fenomeno, ampiamente criticato da più parti, delinea in realtà un nuovo specifico progettuale, che caratterizza in modo originale l’inizio del XXI secolo. È infatti vero che gli oggetti nascono con la data di scadenza incorporata, ma questo, ancorché votare le umane vanità all’effimero, spinge il progetto a esplorare una nuova ‘densità’ di significato, nella quale è proprio l’oggetto intrappolato in una sola ‘identità’ (condizione di ciò che non cambia e rimane sempre ‘identico’ a se stesso) ad essere percepito come presenza fantasmatica priva di spessore. Più che nel disegno dello spazio, che fissa e congela, la nuova progettualità ‘debole e diffusa’ esplicita quindi la propria fisionomia nell’evoluzione temporale, spostando il ruolo del processo dalla tradizionale posizione di servizio nei confronti del risultato (il ‘prodotto’) a quella di elemento intrinsecamente portatore di significato, che può stare a monte dell’opera, come stratificazione di spessore, o a valle, come percorso di emancipazione dell’oggetto dal controllo preventivo del progetto. In greco ‘opera’ si diceva ergon, da cui il termine energheia, l’‘energia’ umana convogliata per realizzare l’opera. Oggi, nella generale liquefazione dei segni contemporanei, le opere ‘finite’ tendono a perdere terreno nei confronti di una nuova energia creativa che punta a scongelare le forme per liberarne il cuore fluido di senso vivo, e renderlo disponibile per altri processi, altri percorsi generativi. Accanto al design che conosciamo, fatto di opere e di estetica, si afferma così un design fatto di processi e di energia in cui l’oggetto è tanto più ‘denso’ quanto più i suoi stadi d’identità si diversificano e filtrano l’uno in filigrana dell’altro, definendo il prodotto non solo per ciò che è ma anche per ciò che era, o che sarà. (Stefano Caggiano)<br />
<br />
<strong>Alessia Giardino</strong><br />
Attraverso il processo di fotocatalisi (che consiste nell’utilizzo dei raggi UV per ossidare le molecole degli agenti inquinanti e trasformarli in diossido di carbonio e acqua) licheni e coralli cambiano nella forma, dando vita a dei pattern. Affascinata da questo processo, la giovane designer Alessia Giardino ha deciso di trasferirlo su materiali edili da utilizzare in architettura. Usando spray e pitture foto catalitiche ma anche pattern realizzati su fogli di legno tagliati al laser e goffrati su cemento, la designer ha creato delle piastrelle i cui decori cambiano in modo pilotato dall’uomo e dalla natura, sfilandosi e decomponendosi, e lasciando una traccia permanente sulla superficie di fondo. (L.T.)<br />
<br />
<strong>Elisa Strozyk</strong> <br />
Il progetto Wooden Textiles di Elisa Strozyk parte dalla reinvenzione dell’identità di un materiale per approdare a un prodotto di significato e aspetto mutevoli. In una vecchia falegnameria di Londra, la giovane designer berlinese vede gli scarti delle superfici lignee usate per le impiallicciature dei mobili. Decide di usare questa tecnica per ritagliare tanti piccoli elementi geometrici e di ricomporli su un tessuto. Ne risulta una superficie apparente rigida, in grado in realtà di assumere varie configurazioni tridimensionali e di prestarsi a vari utilizzi – tappeto, coperta, finitura per mobili – che sfumano i confini tra arredo e tessuto e la tradizionale identità del materiale legno. (M.P.)<br />
<br />
<strong>Anthony Roussel</strong> <br />
Artista e designer variamente premiato, dopo una formazione nel campo dei gioielli in metallo Anthony Roussel incontra un liutaio, che lo introduce al lavoro-amore per il legno. Da quel momento la sua passione per le coste inglesi e l'architettura moderna trova una forma plastica in intricati gioielli-sculture in legno di betulla caratterizzati da linee ampie e delicate ottenute tramite una stratificazione meticolosa di fogli di legno che, nel gesto tecnico (Roussel non disdegna l'utilizzo dei software di modellazione tridimensionale), eccheggiano la fascinazione per le formazioni fossili e i corpi rocciosi disegnati dal tempo geologico. (S.C.)<br />
<br />
<strong>Eunsuk Hur</strong> <br />
Un sistema di elementi tessili variamente componibili e interscambiabili si trasforma in oggetti di varia natura: dal capo di abbigliamento al complemento d’arredo. È l’idea di Eunsuk Hur, designer di formazione londinese, che in un’ottica di sostenibilità pone come obiettivo dei suoi lavori il coinvolgimento delle persone nel processo del design. Interazione, gioco, multifunzionalità, interscambiabilità sono elementi che, secondo la progettista, portano l’utente a dare maggiore valore al prodotto, inducendone un consumo prolungato nel tempo. Come nel progetto Nomadic Wonderland, ispirato ai processi di crescita degli elementi naturali e realizzato con vari materiali e tecniche di taglio e stampa: divertente nel suo principio realizzativo, scenografico nel suo risultato, esprime il principio di un design ibrido e in evoluzione che amplia le possibilità di utilizzo e di significato dei prodotti. (M.P.)<br />
<br />
<strong>Charlotte Dumoncel D’Argence </strong><br />
È giovanissima ma il suo lavoro comunica la volontà di apprezzare il decadimento fisico come parte fondamentale della vita. Ecco perché gli oggetti che crea Charlotte Dumoncel d’Argence (francese residente in Olanda dove ha recentemente esposto alla Dutch Design Week) nascono già ‘vecchi’. Tazze in ceramica smaltata e poi ulteriormente cotta per ottenere un effetto ‘rugoso’ sulla superficie. Tappeti in strati di feltro all’interno dei quali sono stati inseriti dei minuscoli elementi vetrosi che appaiono, come piccoli gioielli, quando la superficie comincia a sfaldarsi a causa dell’uso. E una lampada appesa ad un filo di rame appositamente sfilacciato. “Con i miei progetti celebro la vita attraverso una meditazione sulla sua fragilità”. (L.T.)<br />
<br />
<strong>Gareth Neal</strong> <br />
Nel suo lavoro preciso e scrupoloso il giovane designer London-based Gareth Neal immette tecniche di lavorazione artigianale all'interno di programmi operativi dall’assetto fortemente innovativo, per generare forme che ingaggiano con lo spettatore una partita percettiva su più livelli. I suoi oggetti esibiscono infatti una sorta di iperidentità per la quale non sono solo ciò che sono, ma, nel momento in cui li si osserva, sono già altro, presenze multiple oscillanti in uno stato di costante vibrazione cognitiva che li rende “spessi” e persistenti all’occhio, che nuovo vi ritorna per individuare l’inafferabile parte mancante. (S.C.)<br />
<br />
<strong>Ikuko Iwamoto</strong> <br />
Le ceramiche di Ikuko Iwamoto, che ha studiato prima in Giappone e poi a Londra, dove oggi vive e lavora, “suggeriscono il quotidiano, l’ordinario, ma sono in realtà extra-ordinarie”. Nati da un’ironica complicità con un materiale antico come l’uomo, e che, come l’uomo, oggi si proietta nel terzo millennio, i lavori di Ikuko materializzano un mondo in cui l’organico fa tutt’uno l’inorganico, generando le forme da un materiale roccioso che cresce come una pianta, dando vita a “squisite tazze e altri oggetti per una bizzarra cerimonia del tè” in cui lo spirito dell’ordine si mescola all’estetica del caos rendendo visibile l’invisibile, e invisibile il visibile. (S.C.)]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 12:25:56</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Milano, Exedra Boscolo Hotel</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,827,intItemID,831,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di <strong>Leo Torri </strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;foto di <strong>Leo Torri </strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;<strong>Equilibrista nell’età dell’iperconsumismo</strong> È il primo progetto di hotellerie di Italo Rota realizzato nel tempo record di un anno. “Gli ho affidato questo lavoro dopo aver visto una sua astronave all’interno di una chiesa. Stupefacente. Mi sono detto: è l’uomo giusto per lasciare un segno d’artista che possa durare nel tempo, considerato che dopo Gio Ponti si è interrotta una lunga e prestigiosa tradizione di modernità e che il percorso verso la Milano dell’Expo 2015 sarà lungo e impegnativo” ha spiegato Angelo Boscolo presidente della catena Boscolo Hotels. Per il suo primo Urban Hotel meneghino a cinque stelle, con l’aspirazione di diventare punto di riferimento per Milano e per il suo territorio, Boscolo ha scelto l’esclusivo palcoscenico di corso Matteotti e un edificio che era stato sede della banca IMI del quale è stata conservata quasi integralmente la facciata e l’architettura originaria dall’andamento curvo, di cui gli spazi interni seguono la conformazione. Questa è la ragione per cui nei nove piani fuori terra e nei due interrati dell’albergo non ci sono ambienti uguali tra loro, se non per generosità di dimensioni. Tutti gli ‘ingredienti’ che compongono l’insieme segnico, dalla forme plastiche e sinuose alle luci, ai materiali e al colore, elevano infatti il luogo a metafora densa di riferimenti figurativi, culturali e storici, capace di far riflettere su un rinnovato tipo di rapporto tra l’uomo e lo spazio. Due grandi ‘acquari’ sulla via pubblica mostrano alle persone che corrono lungo il corso, un mondo fluido, candido e colorato allo stesso tempo. Sono le due vetrine che racchiudono gli spazi della hall e che sottolineano il concept di un’architettura intesa come luogo di identità della città. La prima immersione spettacolare. <br />
Perché la hall è di fatto un polo multifunzionale sviluppato su una tripla altezza, dove, come in un dinamico set cinematografico, un susseguirsi di zone collettive svela micromondi aperti alla città, alla dimensione dell’incontro, della socializzazione e della comunicazione artistica (con mostre ed esposizioni), a una ristorazione disponibile 24 ore e a una Lambruscheria che è preludio di ulteriori viaggi sensoriali. <br />
Nell’ingresso è stato adottato del marmo bianco Carrara posato a macchia aperta estratto da una cava toscana, il pavimento della museum hall è granito nero India, pavimento, pareti e soffitti del ristorante specializzato in piatti a base di pesce sono di marmo mink di provenienza turca. Questi materiali concreti, durevoli e senza tempo, concorrono alla composizione del quadro narrativo e all’effetto di sospensione degli spazi; così come il rosso d’eccellenza adottato per la bussola d’ingresso che è un richiamo esplicito ai velluti delle grandi poltrone anni Sessanta e al sipario del vicino Teatro alla Scala, al rosso di Valentino e della Ferrari, l’ideale contraltare al metropolitano grigio scelto per il banco reception. Il colore reale e simbolico non difetta mai nei progetti di Rota alla stregua della luce che, con una sapiente regia illuminotenica, si declina con scenari mutevoli tra led, elementi ‘a cascata’ e appositamente disegnati. A ribadire l’intento di “emozionare e coinvolgere l’ospite, trasportandolo in una dimensione surreale, seduttiva, penetrante, in grado di trasformare la sua esperienza in attiva memoria”. La seconda immersione spettacolare si affida all’elemento catalizzante della scala, ampia e dall’andamento elicoidale che, avvolta nei nastri metallici di una simil voliera, risulta centrata su una colonna-scultura alta 15 metri rivestita con decori arlecchineschi, triangoli colorati e led, per condurre al piano inferiore dove si trovano altre zone ristorazione e lounge. In una zona di passaggio agli ambienti privati, un’altra poetica ‘voliera’ coperta a lucernario mette in scena, nel suo intreccio random di fili metallici e luci, un’allegorica rappresentazione della fecondazione. E ricorda che gli effetti speciali non sono terminati. Perché se nelle camere dell’hotel (che sono 154 di cui 3 presidential suites), i contenuti spettacolari si stemperano a fronte di esigenze di maggiore rispondenza funzionale, accanto a selezionati prodotti del made in Italy fanno capolino lampade di lycra e letti a baldacchino, appositamente realizzati, che superano la dimensione dell’oggetto di design per abbracciare quella più suggestiva della capsula spaziale. (A.B.)]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 11:26:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Italo Rota, When attitude becomes form</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,104,intIssueID,827,intItemID,830,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[a cura di <strong>Antonella Boisi</strong><br />
con la collaborazione di <strong>F</strong><strong>rancesca Grassi</strong>/<strong>studio Rota</strong><br />
testo introduttivo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;a cura di <strong>Antonella Boisi</strong><br />
con la collaborazione di <strong>F</strong><strong>rancesca Grassi</strong>/<strong>studio Rota</strong><br />
testo introduttivo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Milanese, classe 1953, Italo Rota inizia il suo percorso di outsider dell’architettura negli anni della contestazione studentesca dove ai cortei di piazza preferisce le passeggiate in montagna alla ricerca di minerali.Nei primi anni ´70 è a fianco di Franco Albini da cui coglie un concetto che rimarrà una costante del suo lavoro: garantire l’espressione delle minoranze anche di tipo esclusivo e in qualche modo squisitamente snobistico, nel senso positivo dato al termine; del distinguersi dai più per approccio al tema e qualità creativa dell’insieme. Con Vittorio Gregotti è impegnato nel concorso dell’Università della Calabria (1972- 73), primo progetto di landarchitecture, che segnerà in Rota la consapevolezza della scala ‘territoriale’ dell’architettura. L’impegno con Pierluigi Nicolin nella realizzazone della rivista Lotus International (1976-81) sottolinea come, tra gli strumenti di lavoro dell’architetto, ci sia in chiave protagonista e programmatica la carta stampata, il libro anche dal punto di vista della sua oggettualità; eccezionale sarà la collezione di opere tipografiche della modernità (arte, architettura e grafica) che Italo Rota raccoglierà nel tempo. Dal 1981 si trasferisce a Parigi, dove resterà per un periodo di circa vent’anni, chiamato a sviluppare il progetto vincitore del concorso per l’aménagement intérieur del Musée d’Orsay, vinto insieme a Gae Aulenti e a Piero Castiglioni. Con Aulenti firma la sistemazione degli spazi del Museo Nazionale d’Arte Moderna al Centre Pompidou (1984-86) e il progetto per la Sala dei Re al Museo di Cluny (1985). Il museo come luogo di espressione di una nuova rinnovata cultura, estesa con successo al grande pubblico, rimane un terreno di lavoro fecondo che prosegue nel 1985 con il concorso ad inviti per le nuove sale della Scuola francese alla Cour Carré del Louvre (inaugurate nel 1992) di cui risulta vincitore. Significativa insieme alla stagione del progetto museale e di allestimenti di mostre ed eventi culturali è quella del lavoro nell’ambito del mondo teatrale. Con il regista Patrice Chéreau progetta e realizza la ristrutturazione del Théâtre des Amandiers (1982-83) e un centro di produzione cinematografica con atelier di scenografia a Nanterre (1982- 86) con laboratori itineranti tra Parigi, Berlino, Londra. La passione per il teatro e per la scenografia intesa come ‘architettura della narrazione’ prosegue con il regista Bernard Sobel (1984-88). Le vicende progettuali, gli incarichi professionali, diventano sempre occasioni di sperimentazione sia che si tratti di un interno domestico, di uno spazio museale, di un edificio, sia che ci si trovi a misurarsi con uno spazio urbano, con un progetto a scala territoriale. Si attivano in ogni avventura progettuale dei meccanismi che producono un forte coinvolgimento del fruitore, una sorta di rapporto dichiarato o inconscio, a volte esoterico, giocato su vari livelli. Una ‘seduzione’ scandita da un insieme di figure, materiali e colori come ad esempio nei vari luoghi, club e boutiques, disegnati per l’amico Roberto Cavalli, o per il recente Hotel Boscolo a Milano, o un processo di ‘attivazione’ di nuove consapevolezze collettive nella decennale esperienza di redifinizione degli spazi pubblici a Nantes iniziata con Bruno Fortier nel 1992. È questo un progetto-laboratorio esemplare condotto per lunghe tappe nello sforzo di riavvicinare centro urbano e banlieue assumendo il ‘vuoto’ della città, l’indeterminato spazio pubblico quale terreno di riscatto dell’architettura. Si tratta di un rifiuto dell’architettura in chiave ‘muscolare’; dello ‘spot volumetrico-formale’ che solo in pochi casi riesce ad emergere quale reale landmark, e di assumere lo spazio urbano come un vuoto programmato e programmabile, in cui attivare nuove modalità d’uso della città, nuovi comportamenti e rapporti d’identità. <br />
Ecco allora che un tram trasparente e ultraluminoso, che dalle otto di sera incrementa la frequenza dei suoi viaggi, assume il valore di un oggetto-simbolo che, insieme alle stazioni periferiche anch’esse trasparenti e illuminate, formano una rete di nuove identità e di possibili aggregazioni nel continuo scambio tra centro e periferia, in una città in cui l’automobile era ancora l’unico reale mezzo per gli spostamenti. Il progetto di architettura si lega ad un’azione sociale a vasto raggio che prosegue con la riforma degli edifici pubblici e delle loro facciate, per poi passare al mondo dei giardini affrontati e declinati in ogni loro dimensione ed espressione: dal parco pubblico al piccolo giardino di quartiere, alle aiuole fiorite, agli spazi verdi ‘residuali’ all’intorno degli svincoli e dei tracciati viabilistici, abbracciando le teorie del ‘giardino in movimento’ e del ‘terzo paesaggio’ di Gilles Clément. La stessa intensità e complessità rivolta verso il progetto urbano si esprime a Parigi nella riqualificazione luminosa della Senna (2002-2005), dove il ‘vuoto urbano’ – il fiume – diventa protagonista attraverso l’uso della notte, tramite una studiata sommatoria di episodi selettivi che coinvolgono anzitutto i ponti, le sponde, ma anche monumenti, edifici, prospettive al contorno. Il fiume si trasforma in ‘centro’ distribuito lungo l’intera città, luogo plurale da cui osservare in modo diverso il paesaggo urbano che lo accoglie. Alla fine degli anni ’90, in modo graduale, Rota rientra in Italia quasi per scommessa, con la convinzione che etica ed estetica sono temi strettamente collegati, (la lezione del crollo del socialismo reale è anche la sconfitta di un mondo estetico oltre che politico; la fine del ‘brutto’ coincide con la fine di un sistema politico) e che l’architettura non deve necessariamente ricercare il consenso di tutti, ma garantire espressioni anche di minoranza. Contro l’architettura globalizzata, iconica e autoreferenziale, si pone l’architettura ‘per adulti’, che come afferma lo stesso Rota: “non deve piacere ai bambini”, alla ricerca del consenso e nell’equivoco della perdita dello spessore della complessità. In un processo in cui il progetto di architettura diventa una sorta di montaggio in sequenza, di narrazioni sovrapposte e da scoprire, si innesta un rapporto di complicità con l’interlocutore. Se questo è il committente il progetto si trasforma in una sorta di pratica psicoanalitica tridimensionale che cerca di migliorare la qualità della vita attraverso la configurazione di spazi ad personam, ‘su misura’, ma più mentale che fisica. <br />
Se invece si tratta del fruitore, come negli spazi pubblici, negli alberghi, nei bar e club esclusivi, si tratta di attivare processi di seduzione che caratterizzano l’uso degli interni in chiave di ‘penetrazione’ più che di semplice ‘introduzione’. Come nell’atto sessuale occorre cioè ‘dare’, restituire in pathos a chi ‘arriva’, rendendo sensuale e biunivoco il rapporto tra chi vive gli spazi e l’ambiente che ci accoglie. L’architettura ‘per adulti’ di Italo Rota diventa così un atto a favore della complessità, che non si riduce a dimensioni linguistiche, a uno ‘stile’, a formalismi più o meno convincenti; si tratta del montaggio di sistemi narrativi su più livelli, declinati a diverse scale e tipologie (museo e chiesa, auditorium e mediateca, casinò e grand hotel, tempio e casa, spazio urbano) offerti al fruitore finale che sarà coinvolto, ma libero di interpretare ciò che vede secondo le sue personali sensibilità. Un’architettura di frammenti, che permette al progetto di accogliere nuovi contributi rimanendo un ‘sistema aperto’, anche se formalmente compiuto. Un’architettura dove i rimandi simbolici, il gioco con la storia, la decorazione pensata come messaggio, il contrappunto materico e cromatico, diventano gli strumenti in grado più che di definire un sogno prestabilito, di permettere ad ogni visitatore di ‘costruire’ il proprio attraverso un personale rapporto tra corpo e spazio, tra immaginazione e realtà.<br />
<br />
<strong>When attitude becomes form</strong><br />
L’architettura della narrazione di Italo Rota si fonda su complesse matrici di riferimento che corrispondono a precise linee guida progettuali, come spiega lui stesso. <br />
Per ulteriori approfondimenti sull’autore, si rimanda a Italo Rota, Installation exhibit a cura di Raffaella Poletti, Electa, Milano, 2009<br />
<br />
<strong>1.</strong>“La struttura portante di molte nostre installazioni lavora come le macchie di Rorschach, suscitando in noi nuovi e inaspettati stimoli che ci portano a nuove visioni e/o interpretazioni di cose o associazioni che ci sembravano scontate. Le macchie di Rorschach, inventate nel 1921 da Hermann Rorschach, sono le immagini di un test reattivo per l'indagine della personalità che si compone di 10 tavole. Ogni tavola rappresenta una macchia d'inchiostro simmetrica. Cosa evoca o rappresenta? Al soggetto che si sottopone al test – per anni venduto solamente ai professionisti, psicologi e psichiatri – viene chiesto di esprimere tutto ciò che la macchia portata alla sua attenzione gli suggerisce. Non esistono, ovviamente, risposte giuste o sbagliate così come quando guardiamo un qualunque oggetto proposto in un’installazione esso non evoca impressioni corrette o meno. L’installazione, alla pari del test di Rorschach, è strumento ideale per esplicitare delle risposte soggettive attraverso l'uso di stimoli nuovi e ambigui”.<br />
<br />
<strong>2.</strong>“Nei nostri progetti abbiamo spesso utilizzato la ‘polygraphie du cavalier’: è un mezzo straordinario per creare strutture portanti dall’apparenza labirintica, per dare possibilità al visitatore-artista di creare il suo itinerario, la sua storia. La ‘polygraphie du cavalier’ non è un semplice artificio matematico, ma una struttura complessa nello spazio e nel tempo della nostra mente; molti artisti la hanno utilizzata nel loro lavoro; integrata con altri sistemi di organizzazione, dispiega infiniti universi, garantisce grandi spazi atti a creare situazioni altamente emotive, le uniche oggi in grado di avere un effetto mnemonico sui visitatori delle mostre. George Perec ha utilizzato in tutti suoi libri strumenti di questo tipo in modo particolare nel suo capolavoro ‘La Vie mode d’emploi’. Altri, come Marcel Duchamp, Raymond Queneau, Italo Calvino hanno creato un movimento chiamato Oulipo (OUvroir de LIttérature POtentielle) dove vengono sviluppati questi giochi sapienti. L’uso di questo artificio permette di immaginare percorsi solo apparentemente labirintici dove si può tornare sui propri passi, ripassare più volte sugli stessi luoghi, scoprire le regole dello spazio percorrendolo, creare categorie classificatorie del tutto corrispondenti alle problematiche del nostro tempo, disordine apparente ordine nascosto sembra essere il nostro destino”.<br />
<br />
<strong>Problema del cavaliere</strong><br />
Il “problema” o poligrafia, o algoritmo del cavaliere, è un problema logico-matematico che segue la logica dello spostamento del cavaliere sulla scacchiera, movimento detto a L due caselle in avanti e una di lato. Il cavaliere deve visitare tutte le caselle una sola volta, qualunque sia la casella di partenza. La parola “problema” è messa tra virgolette perché si tratta di un vero e proprio problema nel senso generale del termine. Alla fine del IX secolo il giocatore e teorico del gioco degli scacchi l’arabo al-Adli-ar-Rumi ha trovato la prima soluzione, in India è il poeta Rudrata a citare il problema. Innumerevoli sono le soluzioni, ma solo 122 000 000 sono quelle che terminano nella casella di partenza! (Italo Rota)<br />
<br />
<strong>3.</strong>Seduzione, penetrazione, coinvolgimento: la mente è un oceano esplorabile e l’esperienza sensoriale dello spazio si lega alla percezione del corpo. Liberi di interpretare, secondo personali sensibilità.]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 11:23:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,129,intIssueID,827,intItemID,829,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ<br />
            <br />
            GIOVANI DESIGNER<br />
            </strong>Eco-vita<strong><br />
            <br />
            </strong></p>
            <strong>             </strong>                          <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Alessi, Arazzo, Cesar, De Castelli<br />
            Architettura e trasparenze<br />
            Linee di luce<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA </strong><br />
            Helsinki Design Week<br />
            Istanbul Design Weekend<br />
            MADE expo a Milano<br />
            <br />
            <strong>ANNIVERSARI</strong><br />
            Bonaldo: 70 anni e oltre<br />
            60 anni di bulthaup<br />
            60 anni di Kartell<br />
            <br />
            <strong>COMMEMORAZIONI</strong><br />
            Adelaide Acerbi<br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE</strong><br />
            Bombay Sapphire Competition a Londra<br />
            <strong><br />
            PROJECT</strong><br />
            Pelle tecnologica<br />
            Luce organica<br />
            1000 kg di design<br />
            Windowshopping al Design Supermarket<br />
            <br />
            <strong>CONCORSI</strong><br />
            Costruire Green Life<br />
            MINI Clubman Photo Award<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Antonio Lupi a Chicago, Camper a Tokyo,<br />
            Ligne Roset da Miami a Roma,<br />
            Meridiani ad Anversa, Sicis a Parigi<br />
            <br />
            <strong>INFO &amp; TECH</strong><br />
            <br />
            <strong>CONTRACT &amp; OFFICE</strong><br />
            <br />
            <strong>SOSTENIBILE</strong><strong><br />
            </strong><br />
            <strong>IN LIBRERIA</strong><br />
            <strong><br />
            IN MOSTRA</strong><br />
            <strong><br />
            </strong><strong>CINEMA</strong><br />
            <strong><br />
            TRADUZIONI</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            MONOGRAFIA ITALO ROTA<br />
            </strong>a cura di<strong> Antonella Boisi<br />
            </strong>con la collaborazione di<strong> Francesca Grassi<br />
            </strong><strong><br />
            introduzione: architettura per adulti<br />
            When attitude becomes form<br />
            </strong>foto di <strong>Giovanna Silva, Fabio Fornasari, Giovanni Chiaramonte</strong><strong><br />
            </strong>testi di <strong>Matteo Vercelloni </strong><strong>e</strong><strong> Italo Rota</strong><strong><br />
            <br />
            ornamento e delitto<br />
            Milano, Exedra Boscolo Hotel<br />
            </strong>foto di<strong> Leo Torri -</strong> testo di <strong>Antonella Boisi<br />
            <br />
            Dubai, Firenze, Cavalli Club<br />
            </strong>foto di<strong> Studio Rota &amp; Partners, Agenzia SGP<br />
            </strong>testo di<strong> Matteo Vercelloni<br />
            </strong><br />
            <strong>museo</strong><br />
            <strong>Milano, Triennale Agorà</strong><br />
            foto di&#160;<strong>Giovanni Chiaramonte</strong><br />
            testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>in • out</strong><br />
            <strong>Nantes, S.O.S. City</strong><br />
            foto di <strong>Valery Joncheray, Gérard <br />
            <br />
            Dufresne</strong><br />
            testo di <strong>Matteo Vercelloni<br />
            <br />
            Dolvi, Temple of Hanuman</strong><br />
            foto di <strong>Italo Rota, Davor Popovic</strong> <br />
            testo di <strong>Italo Rota</strong><br />
            <br />
            <strong>Zaragoza, Ciudades de Agua</strong><br />
            foto di <strong>Giovanni Chiaramonte</strong> <br />
            testo di <strong>Antonella Boisi</strong><br />
            <br />
            <strong>Firenze, Cavalli House</strong><br />
            foto di <strong>Italo Rota</strong> <br />
            testo di <strong>Antonella Boisi</strong><br />
            <br />
            <strong>Milano, Levi’s and Virgin Active Buildings</strong><br />
            foto di <strong>Studio Rota &amp; Partners<br />
            </strong>testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />
            <br />
            <strong>cantieri</strong><br />
            <strong>Milano, Arengario, Museo del Novecento</strong><br />
            foto di <strong>Gabriele Basilico</strong> e <strong>Giovanni Chiaramonte</strong><br />
            <br />
            <strong><br />
            </strong>
            <strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong>
            <strong>ATTUALITÀ<br />
            New York High Line</strong><br />
            di <strong>Antonella Galli</strong><br />
            <br />
            <strong>Experimenta Design a Lisbona</strong><br />
            foto di<strong> Guido Papa</strong><br />
            di<strong> Cristina Morozzi<br />
            </strong><br />
            <strong>L’età dei linguaggi</strong><br />
            foto di <strong>Santi Caleca</strong><br />
            testo di <strong>Vanni Pasca</strong><br />
            <br />
            <strong>L’INCONTRO</strong><br />
            <strong>Germano Celant e Frank O. Gehry</strong><br />
            intervista di<strong> Matteo Vercelloni</strong><br />
            <br />
            <strong>IL TEMA CENTRALE</strong> <br />
            <strong>Ceramica a 360°</strong><br />
            di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
            <br />
            <strong>Qui Africa</strong><br />
            di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
            <br />
            <strong>Good news</strong><br />
            di <strong>Maddalena Padovani</strong><br />
            foto di <strong>Carlo Lavatori<br />
            <br />
            PROGETTO DESIGN<br />
            Il processo è il messaggio<br />
            </strong>progetti di<strong> Alessia Giardino,<br />
            Elisa Strozyk, Anthony Roussel, Eunsuk Hur,<br />
            Charlotte Dumoncel D’Argence,<br />
            Gareth Neal, Ikuko Iwamoto<br />
            </strong>di <strong>Stefano Caggiano, Maddalena Padovani, Laura Traldi<br />
            <br />
            REPERTORIO <br />
            Total wood<br />
            </strong>di<strong> Katrin Cosseta<br />
            <br />
            INDIRIZZI <br />
            </strong>di<strong> Adalisa Uboldi<br />
            <br />
            TRADUZIONI <br />
            <br />
            In copertina: <br />
            </strong>un immaginario spazio fluido tappezzato di giornali e riviste<br />
            d’epoca sintetizza l’approccio narrativo al progetto di Italo Rota, al centro<br />
            dell’immagine. Foto ritratto di Pasquale Abbattista; foto di sfondo<br />
            di George Marks, dalla collezione Retrofile RF di Getty Images.<strong><br />
            <br />
            </strong>
        
    
]]></description>
		<pubDate>2009-12-28 15:01:00</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,827,intItemID,828,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;...i progetti che
presentiamo in questo numero hanno in comune
tra loro il racconto di una storia che in alcuni casi
diventa un sogno.Che cosa accomuna le colte visioni architettoniche di Italo Rota con la ricerca del nuovo dei giovani che si affacciano oggi al mondo del design? Apparentemente nulla, in realtà tanto, se si analizza il lavoro di questi personaggi da un punto di vista strettamente narrativo. Sempre più spesso la progettazione, in particolare quella dei prodotti tecnologici e industriali, si avvale delle tecniche della narrazione e dello storytelling per tracciare il suo percorso operativo. Possiamo addirittura affermare che lo stesso progetto viene oggi concepito come uno strumento per costruire una storia, un’esperienza, un percorso evolutivo. In poche parole, qualcosa che non è più un oggetto-prodotto finito secondo precisi parametri estetici e funzionali, ma è un processo in cui l’utente-attore si inserisce con ruolo attivo, arrivando a definire la storia più consona alla propria attitudine e alle proprie esigenze. Si dice che dopo l’era dell’informazione, che ha utilizzato al massimo la parte sinistra e razionale del nostro cervello, sia arrivato il momento di riequilibrare le cose e di fare appello anche alla parte destra, quella che associa, disegna, sogna. Ecco, i progetti che presentiamo in questo numero hanno in comune tra loro il racconto di una storia che in alcuni casi diventa un sogno. A partire da quelli di Italo Rota, unico protagonista delle pagine delle architetture di interni: lui stesso descrive i suoi spazi come montaggi di narrazioni sovrapposte in cui il fruitore viene coinvolto, libero di interpretare ciò che vede secondo le sue personali sensibilità. Per arrivare ai prodotti novità d’arredo, come quelli selezionati attorno al tema dell’Africa, dove la storia a monte del progetto ha un ruolo predominante rispetto al singolo risultato formale. Infine, le proposte di alcuni giovani designer emersi quest’anno a livello internazionale, rappresentati da oggetti in progress, interattivi, intercambiabili. I loro progetti si focalizzano non tanto sul prodotto finito quanto sul percorso generativo che lo sottende e che diventa un sistema aperto in grado di accogliere nuovi contributi. Il designer suggerisce il racconto, l’utilizzatore sceglie il finale che più gli aggrada.<br />
Gilda Bojardi]]></description>
		<pubDate>2009-11-30 11:19:29</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Barvikha Hotel<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,800,intItemID,825,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Antonio Citterio and Partners</strong> <br />
<strong>Antonio Citterio</strong> e <strong>Patricia Viel</strong><br />
foto di <strong>Yuri Palmin</strong>/courtesy <strong>Barvikha Hotel </strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />&nbsp;progetto di <strong>Antonio Citterio and Partners</strong> <br />
<strong>Antonio Citterio</strong> e <strong>Patricia Viel</strong><br />
foto di <strong>Yuri Palmin</strong>/courtesy <strong>Barvikha Hotel </strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />&nbsp;
Nell’esclusivo suburbio di Barvikha, ad est di Mosca, un nuovo resort hotel con SPA che si pone come primo tassello di fondazione del Mercury Luxury Village, un progetto che prevede una nuova zona commerciale, scandita da volumi lignei di sapore contemporaneo, in grado di offrire alle ville distribuite nei boschi di betulle una sorta di ‘strada del lusso’ dei marchi europei. In questo quadro, il nuovo hotel si pone come terminale prospettico, landmark di un quartiere che ancora non c’è.
<br />
Barvikha è un suburbio caratterizzato dalla mancanza di un disegno urbano di riferimento e dalla sommatoria di esclusive ville calate tra gli alberi e caratterizzate da un eclettismo radicale, in cui alla ricca tradizione della dacia di legno si sommano pastiche storicisti tesi verso la creazione di un fragile monumentalismo in stile, declinato secondo i gusti della committenza. All’interno di questo episodio di urbanizzazione in fieri si colloca l’operazione del Mercury Luxury Village che segue la vettorialità di ‘fare città’, di dare un centro ad un quartiere che non ce l’ha, cresciuto per sommatoria di episodi distinti. All’opulenza delle ville e all’elevato target dei loro proprietari l’idea del progetto è da ricercare in un lusso declinato secondo modelli architettonici contemporanei, organizzati nella tipologia del viale, del percorso commerciale di alta gamma, che trova in uno spazio polifunzionale espositivo e nel resort hotel, che presentiamo in queste pagine, gli elementi conclusivi dal punto di vista del disegno urbano. Della tradizione russa dell’architettura di legno l’hotel, come le future costruzioni che formeranno la strada del lusso, riprende il solo materiale chiamato a scandire in modo convincente l’intera immagine dell’edificio, rifiutando apertamente ogni cedimento stilistico e ogni mimetismo nostalgico. Grazie alla disposizione di tavole in parallelo a formare una fitta trama listellare o porzioni completamente cieche, l’hotel si offre come un volume netto e ben riconoscibile, sviluppato su tre livelli più uno interrato intorno ad una corte a giardino. Il volume d’insieme segue la forma rettangolare, che ricorda quella dell’isolato della città europea, con un lato inclinato che rende più articolata la soluzione compositiva. Al carattere monomaterico della ‘pelle architettonica’ ottenuto dall’impiego del legno si affiancano le vetrate verdi del giardino d’inverno che segnano a livello stradale il basamento del fronte, in cui è posizionato l’ingresso. Questo si apre su una prima zona di accoglienza con grandi divani circolari in cui domina un imponente camino geometrico sospeso, rivestito con lastre metalliche, che scende dal soffitto per trovare il suo elemento complementare in un’ampia lastra di ardesia sollevata da terra dove è disposta la legna da ardere. Il forte ed essenziale volume, ripetuto in altra dimensione nella hall adiacente, si offre in controluce rispetto alla vetrata che si affaccia sulla corte-giardino interna, sottolineando così la sua figura e dimensione. Il legno prosegue dalle facciate anche nell’interno, sulle pavimentazioni, specchiandosi a volte nell’impiego a soffitto e per alcuni brani parietali in curva che si affiancano a quelli rivestiti in pietra. L’accogliente e avvolgente atmosfera degli ampi spazi della hall è così contenuta da due episodi di paesaggio: dal verde del cuore en plein air centrale dell’edificio e dall’invenzione dello schermo-giardino d’inverno del fronte ingresso. La vetrata prosegue con minore altezza anche sul fronte laterale, in modo da rendere sospeso il fronte ligneo in leggero aggetto, che acquista maggiore enfasi, per poi raccordarsi a quella della SPA con piscina coperta che accoglie al suo interno vasche quadrangolari idromassaggio pensate come piccole isole architettoniche. La SPA ricavata al piano interrato si affaccia su un muro di pietra controterra, staccato dall’edificio e realizzato grazie ad un taglio verticale dove si raccordano riusciti movimenti del terreno trattato a prato in cui si sviluppa una scala rivestita con lo stesso materiale lapideo. <br />
Le camere – tutte di generosa dimensione (circa 65 mq di media) con zona letto e living, cabina per massaggi e trattamenti – garantiscono la massima privacy anche grazie alla soluzione di facciata con le tavole lignee poste come ritmate lamelle verticali in grado di rettificare in chiave unitaria le rientranze dei fronti e per schermare la vista dall’esterno verso i terrazzi privati, pensati come diretta estensione dello spazio interno.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 18:05:49</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Mamilla Hotel<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,800,intItemID,824,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto architettonico di <strong>Moshe Safdie</strong><br />
progetto d’interni di <strong>Lissoni Associati-Graphx</strong><br />
design team <strong>Piero Lissoni</strong> con <strong>Lorenza Marenco</strong><br />
foto courtesy <strong>Lissoni Associati </strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong><br />
<br />&nbsp;progetto architettonico di <strong>Moshe Safdie</strong><br />
progetto d’interni di <strong>Lissoni Associati-Graphx</strong><br />
design team <strong>Piero Lissoni</strong> con <strong>Lorenza Marenco</strong><br />
foto courtesy <strong>Lissoni Associati </strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong><br />
<br />&nbsp;
A Gerusalemme, nelle vicinanze della porta di Jaffa, il primo cinque stelle lusso dell’Alrov Group nasce sotto i migliori auspici: quelli del dialogo tra genius loci e design internazionale. Perché l’architettura è dell’israeliano Moshe Safdie (già autore dello Yad Vashem Holocaust Museum a Gerusalemme) e l’architettura d’interni è dell’italiano Piero Lissoni, art director per numerosi marchi di riferimento del design, e firma di realizzazioni prestigiose quali l’Hotel Monaco e Grand Canal a Venezia e la recente ristrutturazione del Teatro Nazionale di Milano.
<br />
Un italiano a Gerusalemme, non per turismo religioso, ma per progettare gli interni del Mamilla hotel, primo ‘cinque stelle lusso’ della città: il ‘film’ è impegnativo, anche se l’interprete si chiama Piero Lissoni, un talento nel far convivere luoghi, spazi e atmosfere in modo trasversale, innestando segni moderni in tessuti antichi. Ma, quando l’interlocutore è ‘speciale’ tutto diventa possibile, anche una realizzazione cominciata nell’aprile del 2006 che finirà solanto nel 2010. “Alfred Akirov presidente dell’Alrov group” spiega Lissoni “per il quale avevamo già progettato alcune residenze private, mi ha chiesto di portare una qualità europea all’interno del suo sistema di hotellerie e di pensare un albergo aperto a sguardi condivisibili”. Akirov è uno dei più grandi developer privati di Israele, già proprietario di un albergo ‘più tradizionale’, sponsor della riqualificazione urbana di una zona a ridosso della città vecchia, imprenditore-manager lungimirante (aprirà prossimamente un albergo ad Amsterdam, su progetto sempre di Lissoni e uno a Londra curato invece da David Chipperfield). Nella fattispecie del Mamilla, la collaborazione con lo studio dell’israeliano Moshe Safdie – che firma l’architettura ex novo del building e il riadattamento del manufatto originale vincolato dalle Belle Arti locali, così come della Mamilla street su cui prospetta riconfigurata in chiave contemporanea – ha voluto che Lissoni approfondisse la grammatica di un dialogo che rende merito alla perseveranza. Le sue scelte d’interiors controbilanciano infatti con una nuova partitura compositiva, precisa e rigorosa, l’architettura in pietra di Gerusalemme messa a punto da Safdie che si ‘irradia’ negli interni, creando dei veri e propri paesaggi urbani. “Ho restituito all’interno” spiega Lissoni “il mood sensoriale di una città fatta di muri, senza realizzare dei falsi o cavalcare la mimesi del sorprendente a tutti i costi. Ho selezionato le pietre in quattro cave differenti perché ciascuna ha una propria sfumatura luminosa e colore e le ho ritmate con una serie di nicchie poi punteggiate di pezzi decorativi. Il risultato è interessante, perché valorizza un’architettura che poteva essere così soltanto dentro una città quasi bianca, fatta di pietre chiarissime, accecata da una luce tagliente e unica. Senza dimenticare l’altro fondamentale aspetto: oltre il 50% dell’hotellerie locale è basato sul turismo religioso, soprattutto di religiosi ebrei che tornano nella terra promessa. La mia è stata una ‘religiosità’ di rispetto, perché nel Mamilla coesistono due anime, anche se le difficoltà oggettive di intervento rispetto al nostro schema di pensiero non sono mancate. Ricordo che quando abbiamo disegnato i ristoranti, tutto è passato attraverso il filtro della cucina kosher e la supervisione integralista del gran rabbino, dal coltello che taglia la carne ai piatti che non possono essere usati per determinati cibi, in determinati giorni o settimane... perché non può esserci contaminazione alcuna”. Per fortuna, il grembo della terra accoglie tutti e il Mamilla hotel affonda le sue radici e protende i suoi rami, snocciolando otto piani fuori terra, uno seminterrato e uno interrato, come in una sorta di ‘labirinto’ fluido, dove un’accurata progettazione della luce tecnica-orientata e ambientale diffusa determina la regia scenografica, accentuando caratteri di leggerezza e trasparenza, percorsi privi di fratture visive, cannocchiali verso il paesaggio esterno. <br />
La grande hall d’ingresso, a livello della quota stradale, è stata interamente rivestita in pietra locale con tagli di diversi formati, mentre la parete di facciata propone tre grandi vetrate trasparenti con l’innesto di una pensilina a sbalzo in lamiera nera traforata. Quest’ultima diventa una figura ordinatrice, perché i suoi motivi decorativi, che formano dei ramages sia sulla pavimentazione esterna che sulle vetrate, fino a specchiarsi nei soffitti a doppia altezza dell’area comune suggeriscono dei ‘giochi’ che non sono soltanto affreschi poetici, ma indicano il percorso interno: proporzioni attentamente calibrate, studio certosino del dettaglio, dal giunto alla cerniera, per sottrazione di pesi, e una particolare attenzione all’elemento-luce dello skylight che enfatizza le forti qualità visive e tattili delle superfici e degli arredi, ora mitigate con una palette cromatica omogenea e scura ora accese da punte di verdi, aranci, viola intensi. Un grappolo di isole relax forma le appendici lounge. “Anche in quest’ambito ho cercato di dosare” spiega Lissoni “selezionando il meglio del furniture design italiano, con qualche incursione nei classici svizzeri di Vitra e sforzandomi di essere poco autoreferenziale”. Di fatto, aggiunge Lorenza Marenco, architetto del team Lissoni che ha seguito il progetto in loco “è stato un vero e proprio total design, dalla scelta del bicchiere agli arredi realizzati su disegno o selezionati dai cataloghi di produzione o ancora adattati su richiesta del committente, fino ai corridoi – dove si trovano gli ascensori – tappezzati con vecchie mappe graficizzate della città, tutto declinato in un insieme grandioso ma conviviale”. Sul fondo dello spazio d’ingresso si sviluppa il volume a tripla altezza con soffitto vetrato, da cui si accede a una serie di ristoranti che aprono sulla terrazza panoramica a ridosso della Mamilla street. Lì, l’elemento architettonico di maggior rilievo è rappresentato da una scala in lamiera grezza, piegata come una scultura a forma di gigantesco origami. La scala che riporta in superficie i segni dei punti di saldatura, dei buchi, dei tagli di irrigidimento del materiale, collega i tre livelli reception, dining e mezzanino con i bar, fungendo da elemento di connessione tra edificio nuovo e storico. Ma, il contrasto tra la lamiera nera e la pietra di Gerusalemme interpretata in chiave contemporanea anima gran parte degli ambienti delle aree pubbliche che comprendono la reception caratterizzata da un bancone in metallo, il lobby bar, la dining room dove si trova la sala dedicata al dialogo con “il tavolo dei cavalieri della tavola rotonda” corredato di sedute una diversa dall’altra. Altri ambienti comprendono il Mirror bar con il suo bancone lungo 18 metri in acciaio e alabastro, il Wine bar con la vineria in ottone brunito, il centro conferenze, due ristoranti di cui uno capace di 300 posti e all’occorrenza riconvertibile in sala da ballo o proiezioni, una piscina coperta e interrata, un terrazzo-solarium... e molto altro ancora, anche se la SPA-centro fitness sarà inaugurata soltanto il prossimo aprile. Le 210 tra camere e suites sono dislocate dal piano terreno fino all’ottavo. Di 19 tipologie diverse, con pavimenti in legno e muri intonacati o in pietra, sono connotate da pareti in “vetro priva-lite” che offrono la possibilità di passare dalla trasparenza all’opacità semplicemente premendo un interruttore. Questi prodigi della tecnologia moderna dividono il bagno dalla camera, garantendo massima flessibilità spaziale e continuità visiva programmabile tra le zone bagnate e quelle dedicate al riposo, alla lettura, al lavoro. “In fondo” conclude Lissoni “abbiamo soprattutto cercato di far funzionare al meglio una macchina che rispettasse le esigenze di quella parte della clientela che inizia lo shabbat al crepuscolo il venerdì per finirlo al crepuscolo del giorno dopo. Per loro abbiamo pensato degli ascensori indipendenti, extraterritoriali, che funzioneranno con sistemi elettronici pre-impostati; per loro abbiamo messo a punto una cucina ad hoc attrezzata con ‘forni speciali’ che tengono al caldo il cibo preparato prima”.&#160; Poco male, perché se per molti resta vietato, dopo una certa ora, anche mettere del parmigiano in una semplice pasta col ragù (non si possono mischiare latticini e carne) “quando qualcuno infrange la regola il rabbino è costretto a rompere il piatto e a piegare le forchette”, la brasserie outdoor sul Mamilla rooftop regala spettacolari viste della città vecchia, della porta di Jaffa e della torre di David. Sempre e a tutti.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 18:04:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Missoni Hotel<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,800,intItemID,823,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto architettonico di <strong>Allan Murray Architects</strong><br />
progetto d’interni di <strong>Matteo Thun &amp; Partners</strong><br />
foto di <strong>Paolo Riolzi</strong><br />
testo di <strong>Rosa Tessa</strong><br />
<br />&nbsp;progetto architettonico di <strong>Allan Murray Architects</strong><br />
progetto d’interni di <strong>Matteo Thun &amp; Partners</strong><br />
foto di <strong>Paolo Riolzi</strong><br />
testo di <strong>Rosa Tessa</strong>&nbsp;
Nel cuore di Edinburgo, in Scozia, il primo hotel della catena Radizor progettato negli interni da Rosita Missoni e Matteo Thun. L’ultimo nato tra gli alberghi griffati fashion&amp;design.
<br />
Partorito in Scozia, a Edinburgo, da una coppia di creativi, una stilista e un architetto, il primo Hotel Missoni della catena Radizor non ha un’indole anonima. Tutt’altro. A progettarne gli interni è stato l’architetto Matteo Thun, mentre Rosita Missoni gli ha cucito addosso una serie di abiti – arredamento e interior decoration – ispirati allo stile del suo marchio. Inaugurato qualche mese fa, l’hotel è figlio, anche di una lunga storia. Il palazzo nasce da un edificio dell’Ottocento su cui si è innestato un intervento architettonico di nuova concezione che, progettato da Allan Murray Architects, è stato realizzato negli ultimi due anni. A Matteo Thun piace molto l’edificio: “È stato reinterpretato da un bravissimo architetto” dice “con un’ispirazione a metà tra Mackintosh e Frank Lloyd Wright, ma in chiave molto moderna. È un intervento che fra trent’anni sarà giudicato un messaggio moderno e non nostalgico”. L’hotel si trova nel centro storico di Edinburgo, a pochi passi dal Castello, famoso per il festival shakespeariano, che attira sempre una gran quantità di persone. Thun, nella progettazione degli interni, è partito proprio da questo edificio che, già prima del suo intervento, aveva una forte personalità ed era anche accompagnato da una serie di premesse e vincoli imprescindibili. Primo: si trattava di un business hotel, quindi frequentato in larga misura da persone che viaggiano per motivi di lavoro. Ragion per cui gli interni sono stati pensati per creare una privacy e un’intimità domestiche che riescano a compensare la frustrazione di chi è costretto ad essere spesso fuori casa. Secondo: i limiti posti da una scrupolosa sovrintendenza. Terzo: la regola primaria di un hotel, soprattutto quando appartiene ad una catena, è di dover generare un certo reddito e questo stringe in una morsa tutta la progettazione degli interni. Soprattutto delle zone più importanti sotto il profilo del business che in questo caso sono le 129 camere e le 8 suites, il ristorante, il bar e l’area delle conferenze. Morale, non c’era grande margine di manovra per una interpretazione architettonica ‘liberamente ispirata’. Al contrario il businessplan ha dato a Thun confini molto delimitati entro cui muoversi. Dopodiché all’architetto non è rimasto che dare il massimo da un punto di vista tecnico ed estetico. Lo sforzo principale di Thun, sotto il profilo progettuale è stato quello di ridurre al minimo la complessità dei collegamenti verticali. “Per esempio” spiega “abitualmente la scala per salire al primo piano è un deterrente per mangiare al ristorante. Quindi ho accorciato i percorsi e ridotto al minimo la salita”. Thun si è preso tutte le libertà possibili. Il pavimento, per esempio, per dar l’idea del ‘salotto cittadino’, l’ha fatto in legno, rispetto ad una pavimentazione che normalmente i gestori di hotel preferiscono in materiali meno delicati. “La complessità nel fare alberghi che appartengono a grosse catene, piuttosto che a privati, è proprio nel dialogo” spiega Thun “che è sempre tra investitore e gestore. La terza parte, l’architetto, è raramente vincente se non entra in completa sintonia…si sa le triangolazioni rendono difficile il matrimonio”. Ma la mano di Thun si scorge già dalla hall. <br />
“Il biglietto da visita di ogni hotel, come anche di ogni casa, è l’ingresso. Perciò ho dato molto spazio a quella zona, anche se non produce reddito e ho cercato di essere convincente nel far intuire a chi entra che si tratta di un’area di passaggio che dalla strada porta ad una situazione completamente diversa”. Altrettanto importante la luce che, nelle aree senza finestre, è stata modulata su effetti naturali. Non ultimi i materiali, durevoli, come viene chiesto dagli alberghi, ma in questo caso ancorati ad antiche tradizioni artigianali come il coccio pesto che si usava nei palazzi veneziani nel Cinquecento. Ultimo tocco le stampe e i colori della maison di moda e pezzi di design caratterizzanti a cui ha pensato Rosita Missoni. Una collaborazione che fa affermare con certezza che nel cuore di Edinburgo c’è un hotel con un’anima molto mediterranea.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 18:02:28</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Crowne&#160; Plaza Hotel <br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,800,intItemID,822,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>WOHA Architects&#160;</strong> <br />
foto di <strong>Patrick Bingham-Hall </strong><br />
testo di <strong>Virginio Briatore</strong><br />
<br />&nbsp;progetto di <strong>WOHA Architects&#160;</strong> <br />
foto di <strong>Patrick Bingham-Hall </strong><br />
testo di <strong>Virginio Briatore</strong>&nbsp;
Realizzato negli anonimi paraggi del Changi Airport di Singapore, è una spettacolare oasi di fiori, piante, vento e acqua. È il tentativo di offrire al viaggiatore un tuffo omeopatico nei vapori esotici dell’Asia equatoriale.
<br />
Nel 1994 Wong Mun Summ e Richard Hassell, due giovani architetti trentenni, uno singaporegno di etnia cinese ed uno australiano, decidono di lavorare insieme ed aprono uno studio a Singapore, in Hong Kong Street. Questo incipit con nomi e luoghi fabulosi è l’origine significante di uno studio di progettazione che, sintetizzato nelle iniziali Wo Ha, è diventato in tre lustri uno dei più importanti dell’Asia. Che sia uno studio cosmopolita e pensante lo si capisce bene dalla loro sede che riserva il piano terra ad una galleria espositiva e l’ultimo dei quattro piani ad una grande cucina con terrazza dove le 40 persone che formano il team Woha possono incontrarsi, mangiare, rilassarsi. Il fenomeno più impressionante per noi europei è che nel 1999, a solo 35 anni, già realizzassero torri di trenta piani, una delle quali - Moulmein Rise Residential Tower - avrebbe poi vinto il prestigioso Aga Khan Award for Architecture, grazie al geniale sistema di infissi, ripreso dalla tradizione e noto come ‘monsoon cool’’ che permette l’entrata dell’aria ma non della pioggia. Fra le opere recenti dello studio spiccano a Singapore una nuova stazione del metrò, il teatro Genexis e la pluripremiata torre residenziale Newton, mentre sta per essere ultimata a Bangkok una torre traforata di 50 piani che integra un hotel e prevede piscine, giardini e spazi comuni ogni 10 piani. Il biglietto da visita del momento è però dato dal Crown Plaza Hotel e dalle sue pareti scolpite di fiori che balzano subito agli occhi di tutti coloro che sbarcano al Changi Airport. Realizzato in soli 18 mesi, vicino al Terminal 3, il nuovo hotel è costato 38 milioni di euro e ha una superficie lorda a pavimento di 31.300 mq. Il problema, come ci ha raccontato Richard Hassell, è&#160; stato quello di pensare un habitat piacevole in un luogo desolante: “Come costruire un luogo di pace e riposo in uno spazio dimenticato fra parcheggi, autostrade, treni, rampe e strutture di tipo industriale? La nostra soluzione è stata quella di posare una gabbia di fiori che filtra e protegge dal circondario, ricreando al suo interno un ambiente tropicale. Le stanze dei viaggiatori sembrano così fluttuare su un tappeto verde, con palme, acqua, ombra e luce. L’involucro dell’hotel, modulare ed organico, leggero e complesso, comunica l’idea di uno snodo sensuale nel grande traffico planetario e al suo interno l’ospite, dal suo giardino privato, scruta il mondo attraverso una rete di orchidee astratte”. L’architettura degli interni si ispira ai materiali e ai tessuti del Sud Est asiatico. La facciata in filigrana è un batik tradizionale trasferito in tre dimensioni che opera anche come brise-soleil. I corridoi sono ventilati e illuminati naturalmente e scanditi da fasce di colore orizzontali che dialogano con i pannelli tinti di alluminio posti in verticale. <br />
Gli spazi comuni sono avvolti da essenze di legno, ceramiche thailandesi, batik indonesiani, maglie metalliche cinesi. Fuori un mondo anonimo di capannoni e asfalto; dentro un soffio della raffinata cultura asiatica, che ai privilegiati della sosta concede stanze da bagno lussureggianti di frangipane in fiore.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 18:00:46</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Birds<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,800,intItemID,821,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Olivia Cremascoli</strong><br />&nbsp;di <strong>Olivia Cremascoli</strong>&nbsp;Nell’antichità, mezzi di comunicazione tra i più sicuri (i celebri piccioni viaggiatori) o melodiosi trastulli delle cortigiane durante le ore di solitudine (i sublimi usignoli canterini), gli uccelli, creature bellissime dal destino sovente crudele e cruento, nell’era della virtualità elettronica sono improvvisamente assurti a icona internazionale del design.<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 17:57:32</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,800,intItemID,820,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Interni 596 </strong>- Novembre 2009<br />&nbsp;<strong>Interni 596</strong> - Novembre 2009<br />&nbsp;<strong>NOVITÀ</strong><br />
<br />
<strong>IN PRODUZIONE </strong><br />
GeD, Blowing by the wind, <br />
<br />
Il trionfo del fuoco, <br />
<br />
L’età della pietra<br />
<br />
<strong>IN FIERA </strong><br />
Ambiente Italia a Roma<br />
<br />
Living&amp;Design a Osaka<br />
<br />
Eire a Milano<br />
<br />
<strong>ANNIVERSARI </strong><br />
60 anni di Caimi Brevetti<br />
<br />
50 anni di Febal<br />
<br />
<strong>COMMEMORAZIONI</strong> <br />
Guido Canella<br />
<br />
<strong>PROJECT</strong><br />
Architetture per la luce<br />
<br />
<strong>ACQUISIZIONI </strong><br />
Sambonet e Rosenthal: strategie di sviluppo<br />
<br />
<strong>SHOWROOM</strong><br />
Arclinea a Barcellona<br />
<br />
Artemide a Zurigo <br />
<br />
Emu a Trapani<br />
<br />
Kvadrat a Copenhagen<br />
<br />
Seves a Saragozza<br />
<br />
<strong>IN MOSTRA</strong><br />
<br />
<strong>IN LIBRERIA </strong><br />
<strong><br />
INFO &amp; TECH <br />
<br />
CONTRACT &amp; OFFICE<br />
<br />
PROGETTO CITTÀ <br />
<br />
SOSTENIBILE<br />
<br />
FASHION FILE <br />
<br />
CINEMA<br />
<br />
TRADUZIONI<br />
<br />
</strong><strong>EDITORIALE</strong><br />
<br />
<strong>ARCHITETTURE </strong><br />
<strong>Boutique hotel a cura di Antonella Boisi </strong><br />
<br />
<strong>Moskow, Barvikha hotel</strong><br />
progetto di Antonio Citterio and Partners <br />
Antonio Citterio e Patricia Viel<br />
foto di Yuri Palmin - testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />
<strong>Jerusalem, Mamilla hotel</strong><br />
progetto architettonico di Moshe Safdie<br />
progetto d’interni di Lissoni Associati - Graphx <br />
foto courtesy di Lissoni Associati - testo di Antonella Boisi<br />
<br />
<strong>Edinburgh, Missoni hotel</strong><br />
progetto architettonico di Allan Murray Architects<br />
progetto d’interni di Matteo Thun &amp; Partners <br />
foto di Paolo Riolzi - testo di Rosa Tessa<br />
<br />
<strong>Singapore, Crowne Plaza hotel</strong><br />
progetto di WOHA Architects <br />
foto di Patrick Bingham Hall - testo di Virginio Briatore<br />
<br />
<strong>Athens, The Breeder gallery</strong><br />
progetto di Aris Zambikos/GR 405 - Architects <br />
project architect Poulcheria Tzova<br />
foto di Cathy Cunliffe - testo di Lilia Melissa<br />
<br />
<strong>Japan Architecture, Il tramonto del Sol Levante</strong><br />
foto e introduzione di Sergio Pirrone<br />
<br />
<strong>Karuizawa, Nagano, Stage House</strong><br />
progetto di Makoto Takei + Chie Nabeshima/TNA <br />
foto e testo di Sergio Pirrone <br />
<strong><br />
Ibaraki Prefecture, Skew House</strong><br />
progetto di Tomomasa Ueda/OCTOBER<br />
foto e testo di Sergio Pirrone <br />
<br />
<strong>Rosario, Argentina, View House</strong><br />
progetto di Johnston MarkLee/Diego Arraigada Arquitecto&#160; <br />
foto e testo di Sergio Pirrone<br />
<br />
<strong>ATTUALITÀ </strong><br />
<strong>Birds </strong><br />
di Olivia Cremascoli <br />
<br />
<br />
<strong>L’OPINIONE </strong><br />
<strong>Per chi suona la campana?</strong><br />
testo di Andrea Branzi<br />
<br />
<strong>IL TEMA CENTRALE </strong><br />
<strong>Divani rifugio </strong><br />
di Nadia Lionello<br />
foto di Efrem Raimondi<br />
<br />
<strong>Design &amp; Toys </strong><br />
di Antonella Boisi e Nadia Lionello <br />
foto di Simone Barberis<br />
<br />
<strong>PORTRAIT </strong><br />
Ross Lovegrove <br />
di Cristina Morozzi<br />
<br />
<strong>PROGETTO DESIGN </strong><br />
<strong>Il sistema, atto terzo</strong><br />
progetto di Antonio Citterio<br />
di Maddalena Padovani<br />
<br />
<strong>Mi si è ristretto l’armadio</strong><br />
progetto di Judith Seng<br />
di Odoardo Fioravanti<br />
<br />
<strong>Il filo colorato del progetto</strong><br />
progetti di Nicoletta Morozzi<br />
di Carla Dosio<br />
foto di Giacomo Giannini<br />
<br />
<strong>ARTE </strong><br />
<strong>Senza illusioni: Mona Hatoum</strong> <br />
di Germano Celant <br />
<br />
<strong>OSSERVATORIO <br />
Oggetti atomici</strong><br />
di Stefano Caggiano<br />
<br />
<strong>REPERTORIO<br />
Intrecci &amp; tricot</strong><br />
di Katrin Cosseta <br />
<br />
<strong>INDIRIZZI </strong><br />
di Adalisa Uboldi<br />
<br />
<strong>TRADUZIONI</strong><br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 17:36:30</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,800,intItemID,819,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong><br />&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;Sotto il segno di un’adrenalica carica di energia creativa: così è nato il nostro numero novembrino che snocciola in apertura una rassegna dei più recenti hotel di design realizzati nel mondo. Siamo di casa a Mosca con Antonio Citterio, a Gerusalemme con Piero Lissoni, a Edimburgo con Matteo Thun, a Singapore con WOHA e la qualità del progetto italiano all’interno del sistema di hotellerie internazionale la dice lunga sul suo stato di salute. Ma le sorprese positive continuano, guardando cosa fanno i giovani creativi in Giappone o meglio come lavorano gli architetti emergenti nipponici che dialogano con paesaggi e con contesti talvolta complessi e non sempre ospitali, in modo dinamico e propositivo. La testimonianza che se la ‘grande architettura’ nel Paese del Sol Levante è in declino (pare che con le nuove regole edilizie sia diventato molto problematico sperimentare, oltre l’architettura promozionale dei grandi marchi d’alta moda) ci sono altri percorsi per abitare la casa e la città del Duemila con contenuti e valore. Perché il glossario della ricerca progettuale più innovativa si declina con tre parole-chiave: libertà, flessibilità, giocosità. A 360°. Così il design può essere anche esplosivo, come suggerisce il nostro osservatorio sugli ‘Oggetti atomici’: “non più forme definite ma libere aggregazioni di particelle che sembrano pronte a cambiare aspetto in ogni momento”. È indice di libertà. Così l’intreccio di un tessuto, ma anche di altri materiali (vetro, plastica o metallo) può indicare un nuovo trend di forte manualità. È indice di flessibilità. E se dal filo colorato degli scoubidou ‘germogliano’ oggetti che sono pensieri e poesie nel lavoro di Nicoletta Morozzi, anche gli uccelli e i loro virtuosismi assurgono a icona internazionale del design. Sono indizi di giocosità. C’è poi Ozzy, un orsetto di peluche curioso che ci ha accompagnato alla scoperta dei divani più nuovi e confortevoli. E ci sono piccoli toys che sono stati scelti come punteggiatura fotografica per ‘rinfrescare’ l’immagine di prodotti in serie limitata e non. Forse guardare per un attimo le cose con gli occhi incantati dei bambini aiuta. Quantomeno a recuperare una dose di buon umore, necessario di questi tempi. &#160;&#160;&#160; &#160;&#160;&#160; &#160;&#160;&#160; <br />
Gilda Bojardi<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 17:58:49</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>NUOVE APERTURE&#160; • Shopping glamour<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,82,intIssueID,801,intItemID,818,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
A Milano, Parigi, Tokyo, New York, non c’è crisi che tenga: è tutto un pullulare di novità: il concept store dove rilassarsi e coccolarsi, lo spazio-galleria glitterato o high tech, la boutique-giardino. Diversi gli ingredienti ma la ricetta per il successo non cambia: regalare spazi da sogno.
Ambienti sempre diversi, progettati ad hoc per far risaltare le tipologie di prodotto che ospitano. È quasi un inno al servizio di personalizzazione dei capi Made to Order il nuovo negozio di <strong>Prada</strong> in Corso Venezia a Milano: un mix sempre cangiante di legno, marmo e acciaio microforato. Dulcis <br />
in fundo;è la presenza di un grande cubo di vetro, come un giardino d’inverno nel cuore della città.<br />
<br />
Non è solo una riapertura, quella della boutique&#160; <strong>D&amp;G</strong> in Corso Venezia a Milano, ma la premiére di un nuovo design concept, progettato dai due stilisti con BAM Design, che fungerà da matrice per gli store del marchio di tutto il mondo. Il contrasto tra superfici opache e lucide, un’illuminazione che esalta le collezioni e la presenza di maxi-schermi crea una serie di spazi diversi tra loro ma accomunati da un unico imprinting di lusso.<br />
<br />
Ha un volto completamente nuovo la boutique di <strong>Hermès</strong> in via Sant’Andrea a Milano, rinnovata dallo studio Rena Dumas Architecture Intérieure, responsabile dei negozi della Maison. Malgrado la distribuzione su due livelli, lo spazio rimane leggibile e fluido grazie alla presenza di una scala diritta con ringhiera in vetro,&#160; che ben coniuga il doppio spirito del marchio, a cavallo tra innovazione e tradizione. <br />
<br />
Il&#160; nuovo spazio di <strong>Kenzo</strong>, un’oasi dal sapore giapponese nella milanesissima via Manzoni. Nelle candide stanze decorate da peonie in gesso si respira un sapore di casa grazie all’accostamento tra le collezioni fashion e pezzi Art Nouveau, stampe giapponesi e oggetti bric-à-brac raccolti in mercatini, quasi come ricordi di viaggio. Progetto di Antonio Marras.<br />
<br />
Per il suo negozio più ampio e innovativo, <strong>Geox</strong> ha scelto New York. Si trova nel cuore di Manhattan, vicino all’Empire State Building, il nuovo flagship del marchio della scarpa che respira: due piani in cui troneggia una grande futuristica sfera e dove i protagonisti indiscussi sono il colore e la collezione. <br />
<br />
Il primo concept store<strong> Trussardi 1911</strong>, a Milano in Piazza della Scala è uno spazio all’insegna del verde: non solo perché tutti i materiali utilizzati sono riciclabili ed eco-compatibili ma anche per la presenza di una rara collezione di orchidee distribuite in esclusiva dal marchio del levriero e di un déhors di Carlo Ratti con un’installazione verde verticale di Patrick Blanc.<br />
<br />
E’ <strong>Roberto Cavalli</strong> stesso a firmare la sua prima boutique a Tokyo, uno spazio dominato da materiali intensamente tattili: pareti stuccate color testa di moro arricchite con getti di polvere oro e tende in cristalli Swarovski. <br />
<br />
Le calzature da collezione di <strong>Ferragamo’s Creations</strong> sono le protagoniste del nuovo spazio del marchio fiorentino aperto a Parigi in rue du Mont Thabor in partnership con il concept store Maria Luisa. <br />
<br />
La nuova boutique di <strong>Marni</strong> a New York, progettata dallo studio di architettura londinese Sybarite come una galleria d’arte, in cui i capi ondeggiano nello spazio sospesi a grandi alberi in acciaio stilizzati. La nuova installazione Nature Factory di Makoto Tanijiri alla Diesel Denim Gallery di Tokyo: <br />
una foresta di tubature che diventa il palcoscenico per il denim (fino al 31.01.10).<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:58:22</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>MOTO&#160;URBANO • Sport Streetwear<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,801,intItemID,817,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Tersilla Giacobone<br />&nbsp;di Tersilla Giacobone<br />&nbsp;
Le attività più o meno sportive consentite in luoghi urbani con un abbigliamento che interpreta e anticipa le tendenze moda. È uno stile di vita che coinvolge anche i più gettonati mezzi di trasporto individuali: moto e bicicletta.
<strong>Parkbound</strong><br />
Saltare gli ostacoli urbani è il nuovo sport, praticato soprattutto dai ragazzi. Perfetta, la tuta di Jeremy Scott per Adidas Originals (pantaloni unisex, stampa che richiama l'atmosfera africana); consone le scarpe JS Wing, riedizione con le ali dello storico modello Adidas Attitude e JS Tongue (sopra) con le linguette che ricordano le tre foglie del logo Adidas Originals. Ideale per la città è anche la bicicletta Compact 800 di Carnielli: occupa il minimo spazio ed è di facile trasporto grazie al ripiegamento del telaio in alluminio, del manubrio e dei pedali.<br />
<br />
<strong>Motocycling</strong><br />
Abbigliamento e protezione sono ancora prevalentemente da maschio. Mood dinamico per il bomber blu trapuntato proposto da Ellesse in esclusiva da Cisalfa Sport: tessuto tecnico, multi tasche e multi zip. Oppure più informale come la giacca Holness Leather di Napapijri, in pelle imbottita, con cappuccio, tasche interne. Future Bikers Oriented: la caratteristica dei caschi IDI, predisposti per l'uso del nuovo dispositivo IDI Phone (brevetto Newmax), un sistema autonomo che lascia la calotta libera da cavi e connettori, consente l’uso del proprio cellulare o di altri dispositivi bluetooth durante la guida. Una grintosa cover in policarbonato colorato in pasta&#160; (13 i colori) protegge la foratura dagli agenti esterni.<br />
<br />
<strong>Swimming</strong><br />
Progettate per essere belle sopra e sotto, non a caso le scarpe firmate da Yves Behar per Birkenstock si chiamano Footprints (cioè tracce). Sono realizzate completamente in plastica, in vari colori, e sono anche riciclabili. Si ispirano alla tecnologia dei LED, l’ultima svolta nel mondo dell’illuminazione, i nuovi costumi donna della collezione Pool Competition di Arena, e, in particolare, il Midhly&#160; le cui grafiche appaiono come fasci di luce in movimento nei colori fluorescenti verde e rosa brillante. Studiato per garantire la massima libertà di movimento, è realizzato nel tessuto Arena Aquaracer.<br />
<br />
<strong>Running</strong><br />
Per correre, meglio se in un parco o in uno spazio verde all’aperto: scarpe Nike Air Maxim che rielaborano le prestazioni e il design dell’originale icona Nike, avvalendosi delle innovazioni sportive più recenti. Come alternativa “più alternativa” i nuovi modelli di FiveFinger Vibram che consentono di correre come a piedi nudi: Bikila, al centro, in poliuretano, Performa e Jane in pelle più adatti per indoor. L’abbigliamento da running è contemplato anche nella collezione Adidas by Stella McCartney autunno/inverno 09, caratterizzata da materiali eco-compatibili, tessuti lucidi, elementi grafici e l’attenzione per i dettagli che contraddistingue da sempre il lavoro di Stella.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:44:31</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>I&#160;SUPERTECNO • Caccia al ladro<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,801,intItemID,816,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Patrizia Catalano<br />
foto di Henry Thoreau<br />
<br />&nbsp;di Patrizia Catalano<br />
foto di Henry Thoreau<br />
<br />&nbsp;Un hotel in laguna ospita un’immaginaria spy story che vede come protagoniste le giacche trapuntate di questa stagione. Sempre più leggere e innovative. Massima protezione, anche contro chi copia.<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:45:31</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>PROFUMI E ARREDI • Yes, we&#160; pack<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,801,intItemID,815,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Alma Mari<br />&nbsp;di Alma Mari<br />&nbsp;I flaconi di essenze e gli oggetti per la casa sembrano trarre ispirazione reciproca. <br />
In fatto di materiali, di colori, di forme. Sempre più preziosi o rigorosamente classici, oppure lineari.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:43:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>TESSUTI&#160;SOFT • Cashmere &amp; CO.<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,801,intItemID,814,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Alma Mari<br />&nbsp;di Alma Mari<br />&nbsp;Cuscini, plaid, coperte e rivestimenti. Le home collection vestono la casa seguendo le tendenze della moda, con una predilezione per il tricot e l’intramontabile cashmere. Oggi anche nella versione da esterni.<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 14:49:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Oggetti Atomici</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,83,intIssueID,800,intItemID,813,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Stefano Caggiano</strong>&nbsp;di <strong>Stefano Caggiano</strong>&nbsp;Non più forme definite ma libere aggregazioni di particelle che sembrano pronte a cambiare aspetto in ogni momento. Sono i prodotti del ‘design liquido’ contemporaneo, espressione di una nuova sensibilità che ha fatto dell’instabilità un vero e proprio riferimento progettuale.Ci sono due modi per generare forme: per definizione dall’esterno, e per emanazione dall’interno. Il primo è il modo del segno che congela e circoscrive il pulsare difforme della materia. Il secondo è il modo di forze pre-estetiche che non puntano a contenere la contingenza ma a manifestarne le intime contraddizioni. E nella nostra epoca liquida, priva di un segno stilistico fermo e riconoscibile, sembra essere proprio quest’ultimo l’approccio più prolifico per la ricerca di punta nel design. Non stupisce quindi trovare su questa linea un designer di provata genialità come Richard Hutten, il quale, nei recenti lavori The Air Spheres Bench – una panca ‘molecolare’ rivestita in gommapiuma progettata per la galleria Plusdesign di Milano – e Cloud Chair – una seduta in alluminio pressofuso nichelato realizzata per la galleria Ormond di Ginevra – scova proprio nella “vaghezza di natura frutto” (Leopardi) un inedito luogo di incontro tra poesia e progetto. Ma Hutten non è il solo. Sono diversi i progetti che stanno nascendo in questa direzione, e che – si pensi per esempio a BB Chair di Asif Khan – possono a buon diritto essere definiti ‘oggetti atomici’, in quanto non si presentano come ‘forme’ ma come liberi aggregati di atomi o – come nel caso di Bric Chair di Pepe Heykoop per Dutch Individuals – di ‘quanti’ estetici che scompongono l’oggetto in blocchi di figure e colori. L’atomo è composto da un nucleo circondato da elettroni che girano a velocità prossime a quella della luce, e, come tutte le particelle quantomeccaniche, mostrano un comportamento sia ondulatorio che corpuscolare. Si pensi alle pale di un ventilatore, che quando ruotano sembrano essere in più punti nello stesso momento; ecco, l’elettrone che gira attorno al nucleo è realmente in più punti nello stesso momento. Tanto che se si ingrandisse un atomo fino a portarlo alle dimensioni di un campo da calcio il nucleo sarebbe grande come una moneta da un centesimo posta al centro, con il resto dello spazio vuoto, attraversato solo dalle orbite degli elettroni. Ciò significa che la ‘solidità’ della materia, quella proprietà indefinibile grazie alla quale tocchiamo la realtà e non sprofondiamo nel pavimento quando siamo al secondo piano di un edificio, non è altro che una somma di tantissimi ‘vuoti’. Ciò è ben rappresentato dall’estetica sfuggente di un progetto come Sliced Lamp dello Studio Mango, una lampada che intreccia la propria presenza alla propria assenza assumendo la medesima consistenza dei quanti luce che promana. Anche i volumi girevoli di Grove- Revolving Trees dello Studio Raw- Edges si sintonizzano su una sensibilità analoga. <br />
Si tratta di piccoli ‘alberi domestici’ in carta Fabriano e compensato la cui densità lanuginosa è simile a quella che avrebbero gli atomi se li potessimo vedere. Ma gli atomi non li possiamo vedere, come non possiamo vedere nessuna particella quanto-meccanica. Possiamo però vederne gli effetti nella vita quotidiana, tra cui la fusione in atto tra web e mondo reale, resa ‘sensibilmente’ decodificabile da oggetti come Chairpixels di Vittorio Venezia (prototipo realizzato da Meritalia), una seduta reale, non virtuale, che si scompone nei suoi atomi-pixel costitutivi, spigolosi all’occhio e morbidi al tatto. Partita simile a quella in gioco in Pixelated Chair, dello Studio Makkink &amp; Bey, in cui la stessa scomposizione ‘elettronica’ viene applicata a un materiale antipode come il legno. Di grande eleganza concettuale è il progetto Soundplotter di Johannes Tsopanides e Johanna Spath, dove la danza delle particelle quantistiche viene associata alle onde acustiche grazie a una macchina per il rapid prototyping che traduce il suono di uno strumento o di una voce in autentici oggetti tridimensionali. Sono davvero tante le cose che si possono immaginare con questa nuova materia. Si possono addirittura predisporre esperimenti ‘fisico-chimici’ sul progetto, come quello approntato da Matteo Manenti con la seduta Insomnia per il collettivo Dorothy Gray, in cui la gerarchia di aristotelica memoria tra forma e materia viene deliberatamente invertita per rovesciare come un guanto la struttura logica dell’oggetto: “In pratica – dice Manenti – è come se il cuscino che stava sulla sedia fosse esploso, si fosse inglobato in una mutazione. Oppure semplicemente non ho tosato la mia sedia e lei è diventata così”. Questo riferimento all’escrescenza biologica non è casuale. In greco il termine che indicava “forma”, morphé, voleva dire anche “cadavere”, perché solo nel rigor mortis la forma è immutabile. La materia, invece, è ribelle e vitale, e più che i ‘segni’, cioè i fenotipi del progetto, in tutte queste esperienze devono essere visti in azione i genotipi del progetto, le pulsioni emotivo-concettuali che dal fondo della congiuntura antropologica premono per il manifestarsi di quelli che per comodità continuiamo a chiamare ‘oggetti’, ma che in realtà sono temporanee aggregazioni di postforme allo stato fluido “sempre pronte, e inclini, a cambiare forma” (Bauman). Dovevano essere fenomeni come questi, o come l’avverarsi di un fiore, che aveva in mente Nietzsche quando suggeriva che possiamo sì concepire la natura come un’entità retta da leggi, ma, allo stesso titolo – cioè sulla base degli stessi dati osservativi – possiamo ugualmente pensare che il corso della natura è necessario e calcolabile “non perché in esso dominano le leggi, ma perché le leggi vi mancano assolutamente, e ogni potenza in ogni momento giunge alla sua estrema conseguenza”. La forma emanata dalla materia sarebbe il fronte d’onda di un’energia amorfa che sostanzia la nebulosa fisicità delle cose. E che chiama il progetto a liberare il magma caldo di possibilità intrappolato sotto la crosta ghiacciata della solidità. Non per giungere a un fine, ma per allontanarsi sempre di più dalla fine in cui cadono le cose che non sanno sognare.]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:29:43</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>STORIE&#160;PREZIOSE • Creatori di stile<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,801,intItemID,812,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Cristina Morozzi<br />&nbsp;di Cristina Morozzi<br />&nbsp;
Bulgari, Cartier, Chantecler, Pomellato:&#160; una coerenza di progetto capace di rendere contemporanea la tradizione dell’alta gioielleria.
<strong>Bulgari e il colore</strong><br />
Come si conquista l’aura del mito? Sono sufficienti la tradizione e l’eccellenza esecutiva, oppure si tratta di una alchimia più complessa nella quale un posto di riguardo è occupato dall’invenzione e dal disegno? Bulgari, Cartier, Chantecler e Pomellato sono nomi importanti della gioielleria. Ciascuno con le sue creazioni racconta una storia che il tempo non appanna. Ciascuno possiede un riconoscibile DNA coltivato con passione. Sono laboratori&#160; di creatività “preziosa” che hanno allevato al loro interno designer e artigiani capaci di coniugare tradizione e innovazione. <br />
Il 22 maggio con la mostra Bulgari tra eternità e storia 1882-2009 (Roma, 22 maggio-13 settembre 2009), il marchio creato da Sotirio Bulgari ha festeggiato 125 anni di storia: un percorso prezioso all’insegna della fantasia, tempestato di creazioni ispirate ad elementi naturali, sapientemente geometrizzati, basate su coraggiose combinazioni di pietre in colori accesi e contrastanti. La rassegna romana, destinata a girare il mondo, ricostruisce una storia esemplare per rigoglio di composizioni e per coraggio figurativo. La libertà espressiva e l’azzardo compositivo, tipici della bigiotteria, fanno il loro ingresso nell’alta gioielleria. “Bulgari – scrive nell’introduzione del catalogo della mostra Alvar Gonzales-Palacios – ha creato gioielli straordinari accostando pietre rare a materiali insoliti e non costosi, come la seta e il cuoio, portando nella gioielleria certi precetti di Chanel. Ma s’intenda bene, Bulgari non ha mai fatto gioielli falsi, piuttosto ha trattato cose preziose con disinvoltura”.<br />
<br />
<strong>Cartier e il figurativismo</strong><br />
L’atto di nascita della Maison Cartier fondata da Louis François Cartier è il 1847. Nel 1874 ne assume la direzione il figlio&#160; Louis François Alfred, istruito nel mestiere dal padre. Con la terza generazione&#160; Cartier s’impone come il più prestigioso gioielliere del mondo. Louis si circonda di disegnatori di talento e dei migliori artigiani, riuscendo a imporre uno stile inimitabile. La Maison si fregia anche di brevetti d’invenzione, come la montatura invisibile. <br />
Dagli anni Quaranta è marcata, per impulso della direttrice creativa Jeanne Toussaint, l’ispirazione alla flora e alla fauna. Nel corso del tempo Cartier ha dato vita ad un bestiario prezioso, creando monili a forte figurazione, come il bracciale Panthère. Nella collezione storica, ricostruita da Dominique Perrin, presidente della Cartier, a partire dagli anni 80 con acquisizioni nel mondo intero, c’è anche una spilla di smeraldi a forma di coccodrillo con occhi di rubino appartenuta a Maria Felix. Alla Maison raccontano che l’attrice si sia presentata nell’atelier parigino con un coccodrillo neonato come modello per una spilla assolutamente realistica. Nel 1991 Perrin inaugura a Parigi l’Istituto superiore di marketing del lusso, confermando l’impegno nella promozione di una filosofia del lusso basata sul valore del progetto. Grazie all’impulso del vicepresidente Franco Cologni vengono organizzate grandi mostre storiche in tour nei più prestigiosi musei del mondo, tra cui il Metropolitan di New York e il British di Londra. A Milano, a Palazzo Reale, la mostra è allestita da Ettore Sottsass che, da designer, esaltò con magica efficacia la componente figurativa delle creazioni Cartier.<br />
<br />
<strong>Chantecler e i simboli</strong><br />
Il simbolo della filosofia Chantecler, la gioielleria della famiglia Aprea, fondata a Capri nel 1947, è la campanella porte – bonheur. Narra l’antica leggenda caprese di San Michele di un giovane pastorello che aveva smarrito la sua unica pecorella. Disperato, la cerca ovunque. Improvvisamente sente un suono e in un alone di luce gli appare il santo che gli dona una campanella avvolta in un quadrifoglio, il cui tintinnio fa avverare ogni desiderio. Il pastorello la fa suonare e immediatamente ritrova la sua pecorella. Ispirandosi a questa antica leggenda Chantecler fece realizzare dal Mastro Tessitori, uno dei più grandi bronzisti dell’epoca, la prima campana della fortuna. Ma il colpo di genio fu di trasformare le campanelle in preziosi gioielli tempestati di gemme di mille colori: un simbolo di buona fortuna che lega indissolubilmente il marchio a Capri e al suo fascino mediterraneo. Costanza Aprea, che si occupa di marketing strategico, sa incantare, descrivendo con dovizia di dettagli le collezioni. Carezza con gli occhi le Campanelle, che sciorina in tutta la varietà, da quelle semplici in argento a quelle animalier, ispirate al mondo della natura marina, a quelle optical, e racconta qual è il segreto del successo di famiglia. “Rimanere fedeli ai valori del marchio – dichiara – considerare la pietra non per il suo valore, ma come parte di una composizione. Non conta la quantità d’oro, ma la manifattura e l’estetica del pezzo, che va oltre il valore della pietra. Il vero investimento, oggi come un tempo, è lo stile e la creatività. Anche i ciondoli più economici rappresentano un mondo: l’atmosfera di Capri, il suo fascino e la sua tradizione. Se fai un oggetto bello, troverai sempre chi lo acquista. Il cuore di fronte alle bellezza prende il sopravvento sulla testa.” La campanella è il filo conduttore, ma altri sono i simboli: il cornetto scaramantico che si veste di pietre preziose. Poi il galletto realistico con lunga coda di smalto e cresta di brillanti, o stilizzato sino a diventare una sorta di ideogramma. Nel 1986 nasce il ciondolo logo del marchio che rappresenta la piazzetta di Capri. La fantasia non conosce limiti. Variegato è il mondo di Chantecler: marinelle, farfalle, uccelli piumati e poi meduse opaline, stelle marine luccicanti di brillanti.<br />
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<strong>Pomellato e le pietre</strong><br />
Il carattere di Pomellato, azienda orafa fondata da Pino Rabolini, promotore del “prêt à porter” nel mondo del gioiello, deriva da una sapiente alchimia tra tradizione orafa, spirito innovativo e stile chiaramente identificabile. Pomellato ha introdotto una gran varietà di pietre, lasciate libere di risplendere nelle loro delicate cromie, senza la gabbia di pesanti montature. Alla fine degli anni Novanta Rabolini ha passato il timone dell’azienda a Francesco Minoli (ora sostituito da Andrea Morante, ndr) che ha accentuato il carattere del marchio, dando vita a collezioni più numerose e importanti. Al richiamo della firma del designer, Pomellato antepone la progettualità aziendale. Lo stile non dipende dal colpo di genio di un outsider, ma dal lavoro e dalla dedizione di un équipe di creativi allevati all’interno dell’azienda che, quotidianamente, assorbono, quasi attraverso i pori della pelle, il DNA del marchio. Non è per caso che su 280 dipendenti la metà siano esperti artigiani. Nel 1995 nasce Dodo, una famiglia di animaletti “parlanti” ciascuno portatore di un messaggio affettivo che nel 2001 diventa marchio autonomo con una propria rete commerciale. Quasi a fare da contrappunto, nel 2007, fa il suo esordio la linea Pom Pom, pezzi unici di alta gioielleria destinati ad esaltare ulteriormente il “savoir faire” di Pomellato. Ogni anello è creato attorno ad una pietra unica e irripetibile mediante una lavorazione complessa capace di esaltarne la particolarità. Pur nella complessità della composizione, ogni pezzo della linea Pom Pom riesce a regalare una magica idea di leggerezza, quasi la pietra sbocci come un fiore dal suo pistillo. L’azienda porta il suo preciso messaggio attraverso 47 negozi monomarca Pomellato e Dodo nel mondo, offrendo ai consumatori la possibilità di spaziare dal piccolo gioiello affettivo (Dodo), ideale per un pubblico giovane, alle creazioni esclusive di alta gioielleria.<br />
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		<pubDate>2009-10-28 11:47:49</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>TANDEM CREATIVI • Prestati alla moda<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,801,intItemID,811,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Laura Traldi<br />&nbsp;di Laura Traldi<br />&nbsp;
Capi versatili, linee che assecondano il movimento del corpo, materiali innovativi, attenzione alla sostenibilità. Il vero valore&#160; del connubio tra design e maison si chiama innovazione.
<strong>Philippe Starck X Ballantyne: cashmere intelligente</strong><br />
Difficile pensare che un marchio si rivolga al designer più famoso del mondo solo per amore del suo modo di progettare. “Starck non è solo un designer, è un marchio che significa innovazione e offre a Ballantyne la possibilità di posizionarsi&#160; presso un pubblico diverso da quello che tradizionalmente attrae”, ammette Giuseppe Rossi, AD di Ballantyne. Ma non è solo per questo che il brand del cashmere si è rivolto a Monsieur Design. “Il contributo tecnico e progettuale di Starck sulle confezioni ha superato le nostre aspettative”. È suo infatti il concetto di “cashmere intelligente”, da mescolarsi a tessuti tecnici e seta. Come pure l’idea di realizzare maniche più lunghe nella parte del dorso della mano e più corte nel palmo (per evitare che allungandolo, il braccio rimanga parzialmente scoperto), di creare colletti versatili a due posizioni e di utilizzare termosaldature invece delle tradizionali cuciture, per dare una linea più fluida al capo. “Volevamo innovazione, non solo una firma”, dice Rossi. L’hanno avuta.<br />
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<strong>F.lli Campana X Lacoste: design salva-logo</strong><br />
Una specie da proteggere, quella degli alligatori. E non solo quelli veri. Con un coup-de-théâtre tutto giocato sui rimandi, i fratelli Campana, da sempre paladini del genius loci brasiliano e del progetto socialmente sostenibile, hanno realizzato per Lacoste una serie di polo che hanno come protagonista proprio lui, l’alligatore. Un modo diverso, squisitamente fashion, per ribadire che il logo, come gli animali in via di estinzione, è un bene prezioso da proteggere, fonte di ricchezza per tutti, dal produttore al consumatore. E che, allo stesso modo, anche il know-how artigianale non deve disperdersi malgrado l’industrializzazione. Per questo le polo sono state realizzate a mano in edizione limitata di 125 pezzi nella versione maschile e altrettanti in quella femminile dalla popolazione locale di Coopa-Roca, un borgo dedicato allo sviluppo sostenibile nel pressi di Rio de Janeiro.<br />
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<strong>Marc Newson X G-Star Raw: luxury sportswear</strong><br />
Shubhankar Ray, Global Brand Director di G-Star Raw, non ha dubbi. Per innovare è meglio “non prestare grande attenzione alle tendenze del fashion ma puntare sulle partnership creative”. Come quella con Marc Newson, che si rinnova dal 2003. “Marc ci aiuta a costruire architettonicamente i capi e a ripensare l’uso dei materiali”, dice Ray. Un approccio di ricerca che spesso si traduce non solo in una nuova linea di capi ma anche una nuova tipologia di prodotto. Come quella del luxury sportswear, proposta lo scorso settembre a Milano, in cui materiali di alta gamma come la pelle Shearling, la lana Merino e la seta si sposano con quelli tecnici come il GORE-TEX®, in un design pulitissimo ottenuto grazie alla minimizzazione nel numero delle cuciture e delle tasche nascoste.<br />
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<strong>Giuseppe Chigiotti X Lardini: un architetto in fabbrica</strong><br />
“Per prima cosa mi è stato chiesto di ideare lo stand alla ultima edizione di Pitti Uomo e dopo avere visto, e constatato, che la moda può avvalersi della cultura del progetto in una strategia non solo di comunicazione ma anche di prodotto si è aperto un dialogo”. Da architetto, infatti, ha concepito lo spazio espositivo quale occasione per fare vedere come si realizza nella fabbrica Lardini un capo di abbigliamento e comunicare il vanto del marchio marchigiano, che si basa sul valore della tradizione sartoriale per trarre energia, competenza e innovazione proiettata nel futuro. Una carrellata di frame su particolari di lavorazioni, in cui sono ancora le mani a disegnare, tagliare, dare forma al bello, scorrevano infatti sulla parete dello stand, invece del solito backstage fotografico, mentre gli abiti apparivano, come in fabbrica, semplicemente appesi a un nastro trasporatore. Ora, l’architetto sta lavorando con Uberto Cantarelli, l’uomo prodotto Lardini, come referente culturale per la selezione di temi iconografici da cui trarre ispirazione per i tessuti, i pellami, le finiture delle prossime collezioni. Si parte: “Parole, segni, immagini” è il primo tema di ricerca.<br />
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<strong>Gabriele Pezzini X Hermès: non solo moda</strong><br />
Ha coordinato lo sviluppo di un elicottero, di una macchina di lusso e di uno yacht. E, sì, progetta anche accessori fashion come la Hector, un’intelligente borsa doppia ispirata al cofano della famosa Bugatti Veyron fbg par Hermès. C’è di tutto e di più nel portfolio creativo di Gabriele Pezzini, dal 2008 Design Director di Hermès. “Il design fa parte integrante dell’identità di Hermès”, dice Pierre-Alexis Dumas, direttore artistico della Maison e deus ex machina delle operazioni di innovazione progettuale slegate dalla realtà della moda e coordinate da Pezzini. “Io e Gabriele condividiamo la stessa visione”, spiega “basata su un approccio analitico e privo di compromessi”.<br />
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<strong>Ron Arad X Notify: la borsa ideale</strong><br />
“C’e` voluto un pò di tempo per capire che borsa Maurice Ohayon (creative director di Notify) voleva che si realizzasse per Notify Jeans (brand francese di denim d’alta gamma). Per il mio studio è indispensabile lavorare su progetti che siano una vera novità, anche se si opera nell’industria della moda. Abbiamo, così, provato a reinventare la borsa scartando (con l’aiuto di Maurice) diverse idee che da principio ci sembravano ottime”. Finché un giorno, come dice Ron Arad nel corso del suo racconto, lo chiama Linda Evangelista per dirgli “se potessi indossare la tua poltrona Big Easy, come una borsa, lo farei”. E cinque minuti dopo la telefonata è emerso il disegno della bag così com’è ora: due gusci circolari uniti da una cinghia diagonale. Per l’ideazione dell’oggetto, Maurice Ohayon non ha imposto alcun vincolo produttivo o temporale, ma la massima libertà a un dialogo che ha definito "una partita di ping-pong creativa". Unica, modulabile, pratica e unisex, la borsa è stata presentata, lo scorso anno, sotto forma di scultura di metallo lucidato, al Centre Pompidou di Parigi dove era allestita la prima monografica sul lavoro di Arad. La collaborazione tra il designer inglese e il creativo francese non è terminata. Le due menti hanno unito le forze per concepire lo showroom Notify a Milano, in un vecchio atelier industriale con, al centro, una struttura alta 15 metri in maglia d’acciaio lucidato. I lavori sono già iniziati.<br />
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<strong>Zaha Hadid X Melissa e Lacoste: progettate sul corpo</strong><br />
Per chi, come lei, progetta architetture avveniristiche, disegnare un paio di scarpe potrebbe essere poco più di un divertissement. Eppure, per Zaha Hadid, avventurarsi nel mondo delle calzature è “una sfida entusiasmante a livello sia progettuale che tecnico”. Pensate per essere comode come solo un’appendice costruita intorno al corpo può essere, le sue scarpe sono infatti complesse nella progettazione e nella realizzazione. Basti pensare alle linee scultoree delle calzature in plastica riciclabile realizzate ad iniezione senza cuciture o chiusure per Melissa. O alle sue ultime nate per Lacoste, per le quali la Hadid ha “progettato dei reticoli fluido-dinamici che, avvolti intorno al piede, si espandono e contraggono, adattandovisi completamente”.<br />
&#160;Il risultato? “Un paesaggio fluido, una struttura di onde e raggi che si unisce al corpo senza soluzione di continuità”.<br />
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<strong>Yves Behar X Pact: intimamente green</strong><br />
Qualche anno fa ha firmato, per l’organizzazione no-profit One Laptop per Child, il portatile a manovella. Per questo, la scelta di Yves Behar come partner per un progetto di moda sostenibile è parsa quasi obbligata a Jeff Danby, CEO e fondatore del nuovo marchio americano dell’intimo PACT. “Per essere sostenibile, un prodotto deve essere pensato a 360 gradi: dalla manifattura al packaging alla distribuzione. Seguendo i dettami dell’industrial design quindi, più che della moda”. Per PACT, Behar ha pensato ad un processo in cui il cotone viene coltivato, lavorato e confezionato nello stesso luogo, ad un packaging leggerissimo di tessuto riciclato e ad una strategia di marketing mirata ad un pubblico socialmente orientato: ad ogni pattern di intimo corrisponde infatti un’organizzazione no-profit cui sarà devoluto il 10% dei guadagni.<br />
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		<pubDate>2009-10-28 11:47:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Judith Seng. Mi si è ristretto l’armadio</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,800,intItemID,810,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Odoardo Fioravanti</strong>&nbsp;di <strong>Odoardo Fioravanti</strong>&nbsp;Hide &amp; Show sono due guardaroba che nascondono in parte gli abiti contenuti, la cui immagine colorata e mutevole diventa un elemento integrante di interior design.Siamo tutti un po’ designer, spesso
inconsapevolmente. Siamo designer perché innanzitutto
abbiamo la capacità di trasformare le cose che ci circondano,
magari per caso. A tutti sarà capitato di sperimentare il
rimpicciolimento di un capo d’abbigliamento per via di un
lavaggio sbagliato. È una situazione che ci rende partecipi di
un processo tipico del design: il cambio di proporzioni.
Se potessi immaginare una storia per i prototipi Hide &
Show di Judith Seng, sarebbe proprio questa. Allo scopo di
dare una nuova forma ai guardaroba, la designer tedesca
sembra quasi averne centrifugati un paio, facendoli infeltrire e
accorciare. Una volta ‘asciutte’, le pareti e le ante non arrivano
più a chiudere e nascondere il contenuto, non sono più
abbastanza lunghe da coprirlo interamente.
Normalmente gli abiti vengono riposti negli armadi. La
loro ‘bellezza’, quella per cui li abbiamo selezionati con cura
all’atto dell’acquisto, finisce così confinata in nome
dell’ordine e della disciplina minimalista delle case:
nascondere a tutti i costi le tracce della vita. La designer mette
in dubbio tutto questo con due progetti che cancellano la timidezza dei nostri capi nascosti dietro le quinte,
trasformandoli in protagonisti sul palcoscenico. In uno dei
due contenitori proposti la forma del parallelepipedo si
accorcia fino a diventare una sorta di palafitta: da questa
sbucano le code degli abiti, in un’esplosione tessile
spumeggiante. Nel secondo armadio, le ante si dischiudono,
lasciando intravedere il pattern naturale degli abiti contenuti:
la tradizionale finitura decorativa e cromatica del mobile è
sostituita da un affaccio su questa specie di ‘bellezza interiore’.
Gli abiti e i contenitori formano un sistema, in cui gli
uni danno ragione di essere agli altri. Un po’ come fa una
libreria, che non si preoccupa di proteggere i libri dalla
polvere, ma preferisce mostrarceli e ricordarci di loro, delle
loro qualità anzitutto coloristiche e morfologiche, se non
esperienziali e culturali. Nel momento storico in cui i
progetti di design sembrano dover essere sempre
accompagnati da un racconto verbale e da una didascalia
che spieghi quello che non si vede, viene voglia di progetti
chiari e autoevidenti, come questi. E la Bellezza resta il
messaggio più rivoluzionario.]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:09:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Antonio Citterio. <br />
Il sistema, atto terzo</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,800,intItemID,809,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;Una riflessione sull’evoluzione e il significato attuale del wall system, la tipologia di prodotto che ha portato il mobile al suo livello massimo di industrializzazione. E che con Flat.C di B&amp;B Italia diventa un nuovo concetto, architettonico e strutturale.Diciamo la verità. In un periodo di crisi, in cui la parola cambiamento è d’obbligo in qualsiasi settore creativo e produttivo, parlare di ‘sistema parete’ – un concetto che appartiene alla modernità del design – è alquanto difficile. Lo è anche per Antonio Citterio, che di sistemi parete se ne intende parecchio, essendo il progettista di un noto best seller come il Metropolis di Tisettanta, presentato nel 1984. Ma proprio perché la casa sta cambiando, l’industria sta cambiando, l’intera società sta cambiando, vale la pena riflettere su cosa è rimasto dell’idea razionalista di un ‘magazzino di elementi’ in grado di realizzare ogni tipo di conformazione dell’ambiente abitativo. Di fatto, del carattere strettamente architettonico del sistema, che alla fine degli anni ’60 concretizzava il sogno della casa a spazio libero e introduceva il principio democratico e ludico dell’infinita scomponibilità, ben poco è rimasto nelle attuali e innumerevoli declinazioni di questo prodotto. La sua forte industrializzazione ha fatto sì che oggi venga concepito come un sistema costruttivo in grado di dare vita a soluzioni morfologiche molto diverse tra loro, a volte talmente definite da diventare autonomi elementi d’arredo, veri e propri mobili spesso penalizzati da un’immagine molto pesante. “La vera ragione per cui il sistema parete rappresenta ancora un tema progettuale di forte attualità”, dichiara Antonio Citterio, “è legata alla sua natura di prodotto industriale, ovvero a una logica di grandi numeri che è la sola a dare oggi un senso al progetto e alla realizzazione di un nuovo prodotto. Oggi non ci possono essere vie di mezzo: o si sceglie la strada dell’artigianato, oppure quella dell’industria, che però deve sviluppare prodotti con reali vantaggi in termini di costo o di prestazioni”. Per quanto riguarda i wall system, ciò significa realizzare un prodotto che da una parte aggiunga nuove funzionalità rispondenti ai mutati modelli abitativi, dall’altra riesca a distinguersi esteticamente rispetto alle infinite e omologate proposte del mercato. Sono proprio questi i presupposti di Flat.C, il sistema parete presentato l’anno passato da B&amp;B Italia – e quest’anno aggiornato con nuove soluzioni homeoffice – che rappresenta appunto un nuovo capitolo della lunga ricerca progettuale di Antonio Citterio su questa tipologia di prodotto. È la prima volta, invece, che l’azienda di Novedrate si cimenta su questo tema. Ma la soluzione messa a punto dopo più di tre anni di lavoro definisce qualcosa di diverso da quello che già esisteva. “Gli oggetti che popolano lo spazio domestico contemporaneo”, spiega l’architettodesigner che collabora ormai da trent’anni con B&amp;B Italia, “vanno nella direzione di un continuo, rapido e inarrestabile processo di miniaturizzazione. Penso sia quindi importante adeguare anche le componenti dell’abitare ai nuovi standard dimensionali e stabilire così nuove proporzioni tra spazio e arredo. Flat.C è piatto, come piatti sono gli schermi che popolano il nostro immaginario estetico legato alle nuove modalità di consumare video e immagini”. L’idea è quella di una griglia modulare molto contenuta, in grado tuttavia di accogliere contenitori di profondità standard e di consentire un numero pressoché infinito di configurazioni, le cui proporzioni sono però regolate dalla griglia stessa. L’estrema leggerezza degli elementi del sistema, che nel suo insieme vede emergere il senso dell’orizzontalità, è ottenuta grazie alla scelta innovativa di abbandonare la tecnologia dei pannelli in truciolare e di utilizzare invece trafile in alluminio, ben più sottili. In questo modo, la struttura tende a scomparire visivamente nell’ambiente, per mettere invece in risalto i libri esposti e i moduli contenitori che si ‘impaginano’ graficamente con i ripiani. La pulizia formale è assicurata anche da punto di vista tecnologico, grazie a un sistema di schienali e canaline ispezionabili che risolve il problema del passaggio antiestetico dei cavi. “Per quanto vissuta in modo sempre più trasversale, mobile flessibile”, conclude Citterio, “la casa rimane di fatto uno spazio che immagazzina e contiene cose. Per questo il sistema parete mantiene il suo significato funzionale. È il prodotto più evoluto dell’industria del mobile: è il frutto di un complesso processo, ma è anche un servizio sviluppato ad hoc sulla base delle esigenze di ciascuno. In questo senso, è un sofisticato lavoro artigianale realizzato però dall’industria”.]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 17:38:01</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ross Lovegrove</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,84,intIssueID,800,intItemID,808,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;È un visionario del nostro tempo, un designer evolutivo capace di umanizzare le forze astratte della tecnologia. I suoi prodotti riflettono i valori che pone nella nostra civiltà e celebrano il potenziale scientifico emergente dell’epoca attuale.Da giornalista è impegnativo raccontare Ross Lovegrove, data la diffidenza che nutre nei confronti dei media. C’è un tale coinvolgimento vitale nel suo lavoro che risulta arduo dare conto del processo generativo dei suoi prodotti, dell’appassionata e costante ricerca evolutiva che accompagna il suo metodo progettuale (il 50 per cento del lavoro del suo studio londinese è ricerca). Per parlare di lui bisognerebbe usare solo il futuro: ogni suo progetto riguarda lo sviluppo e la possibilità di fornire migliori condizioni umane: dalle antenne eoliche e fotovoltaiche, ai rifugi alpini, come il recente Alpine Capsule, presentato nel dicembre 2008 in alta Val Badia, simile ad una lucente goccia di pioggia, alimentato ad energia eolica e solare; ai veicoli solari, bolle trasparenti dotate di un sistema idraulico di elevazione che consente alle auto parcheggiate di diventare luce urbana; alle lampade solari (la sua Solar Bud per Luceplan in vendita dal 1998 è una delle prime); sino alla valigia in fibra di carbonio realizzata da Globe Trotter (2008)che pesa solo 1300 grammi. Le sue forme definibili, sbrigativamente, organiche, che rubano alla natura l’ardita morfologia, sono il risultato di complesse elaborazioni digitali. “Il mio studio”, dichiara, “è al 100 per cento digitale. Io penso sempre in modo tridimensionale”. Difficile trovare immagini e parole appropriate per documentare la genesi di un percorso progettuale visionario, teso verso obiettivi non negoziabili. Ross usa tutto il suo indiscutibile carisma, la sua capacità affabulatoria per convincere i clienti a fare qualcosa d’incredibile. “Bisogna sempre essere qualcosa di più di un designer”, sostiene, “un politico, uno scrittore, un antropologo, un filosofo, uno scienziato... È necessaria una convergenza d’interessi. Conviene stabilire contatti, rendersi disponibili, trovare la chimica”. A vederlo lavorare con gli studenti, a sentirlo spiegare i suoi progetti, ci si rende conto di come dispensi ‘enzimi’ con generosità, senza curarsi del tempo che scorre, disponibile alle domande, prodigo di risposte. Se pone nei suoi progetti anche solo una minima parte della dedizione che riserva agli allievi, non c’è da stupirsi delle sue richieste esose ai clienti, non solo in termini economici, ma anche di libertà espressiva e di coinvolgimento nel processo generativo, dalla produzione sino alla comunicazione. “Devo fare l’art director di tutto”, prosegue. “Per il mio book ho scelto e pagato il fotografo, ho scritto i testi... L’oggetto che hai creato non può essere abbandonato nelle mani di una agenzia di pubblicità che non ne capisce la filosofia, che lo fotografa in modo sbagliato. È un po’ come dare via il proprio figlio”. <br />
I designer dovrebbero essere coinvolti in tutti gli aspetti della vita del prodotto e avere una visione globale dell’azienda con cui collaborano. Ecco spiegata la sua diffidenza nei confronti della stampa, la reticenza a fornire immagini, che può parere arroganza, mentre invece è timore di essere frainteso: il prodotto finito, soprattutto nelle foto di repertorio, difficilmente riesce a narrare la complessità del processo. Le forme fluide, le strutture leggere, che paiono sbocciare con naturalezza, sono il risultato di un lungo lavoro di tutto il suo studio, paragonabile quasi a un atelier artistico, che costa tempo e, dunque, denaro. “Su ogni mio prodotto”, dice, “operano 15 persone per una media di cinque anni. Come è possibile che una pagina di rivista che ne pubblica vari assieme possa dar conto di questo impegno?”. Da questa difficoltà a essere rappresentati dalle aziende commerciali deriva la progressiva trasformazione del designer in un marchio; la tentazione dell’oggetto unico, o in serie limitata, da vendere in galleria. Trovare le aziende con le quali dialogare e stabilire la ‘chimica’ è un lavoro impegnativo, che non dà tregua, nemmeno a Natale: tutto l’anno in viaggio, da una latitudine all’altra, spesso in Italia, il Paese dove si fanno le cose. “Bisogna”, dice, “volare, parlare, scrivere, mantenere i rapporti d’affari, gestire i soldi, disegnare e stare in fabbrica. Bisogna, come i gatti, avere nove vite”. Ross intende mantenere alta la posta. Non vuole ridursi a fare progetti superficiali per committenti con i quali “non c’è chimica”. Si è costruito una reputazione e vuole mantenerla. È esigente, perché si dedica con passione; perché è leale ed evita di fare progetti per aziende concorrenti. Per alcune imprese, come la turca Vitra produttrice di sanitari, è anche ambasciatore del marchio. “Sono il designer, quindi non dico ‘palle’ e so parlare dell’azienda con molta convinzione”. Quando presenta il suo lavoro propone una schermata che funziona da sommario con varie immagini: dei suoi lavori, della natura (una conchiglia, una farfalla), ma non solo. C’è anche la foto di un Samurai. L’armatura del Samurai in seta e bambù è una corazza impermeabile alle frecce: rappresenta una metafora efficace dei concetti di leggerezza e resistenza. Ma segnala anche l’importanza dei valori storici. “Non c’è forma di conoscenza”, sostiene Ross, “che non derivi dal passato”. Ma poi confessa di lavorare d’istinto. Ci tiene a produrre belle forme: vorrebbe riuscire a dare la bellezza del sole alle sue lampade ad energia solare. Vuole creare un’estetica alternativa, leggera, biologica e tecnologica, connessa con la natura. Ma, soprattutto, con i suoi progetti vuole educare, producendo qualità migliori e insegnando il linguaggio di sopravvivenza che s’impara dalla natura. Ha urgenza di comunicare; di spiegare che si potrebbe viaggiare in treno, godendosi il paesaggio, e mostra un’immagine avveniristica di un treno con vagoni allestiti come la hall di un hotel; che si potrebbero utilizzare nei centri urbani delle auto elettriche trasparenti a forma di bolla; che si potrebbe vivere a 2000 metri protetti e coccolati come dentro un guscio, senza consumare energia elettrica (Alpine Capsule, Moritz Craffonara); che si potrebbero illuminare le città con lampade solari a forma di albero (Solar lamp, Artemide 2008). A sentirlo raccontare queste visioni agli studenti della Scuola Politecnica di design di Milano, dove ha tenuto un workshop sull’illuminazione urbana a energia solare (settembre 2009), con un’enfasi da missionario nonostante sia appena sbarcato da Mumbai – dove è andato a fare una conferenza e a incontrare un gruppo di imprenditori locali – si capisce che nove vite ce le ha davvero. Ci si augura continui a impegnarle per tenere alto il valore etico dei suoi progetti.]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:57:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>I PROTAGONISTI&#160;• Voglio una casa&#160; tutta griffata<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,801,intItemID,807,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Rosa Tessa<br />&nbsp;di Rosa Tessa<br />&nbsp;
Asia, Medio Oriente, Nord Africa. Nelle prossime mecche del turismo internazionale nascono immensi resort, pronti ad ospitare il più bel made in Italy della moda e del design. Ma anche le capitali occidentali, New York in testa, arredano interi grattacieli con le home collection degli stilisti.
Più dei vestiti, gli stilisti oggi vendono ‘stili di vita’ e la casa è uno dei luoghi preferiti per declinare e confezionare la loro visione estetica. Se i prodotti tessili, le ceramiche e l’oggettistica sono in vendita già da alcuni decenni, nei negozi delle griffe, l’ultima frontiera, è rappresentata dai mobili. Le case griffate registrano entusiastici consensi soprattutto tra i consumatori dei mercati emergenti e dei Paesi approdati da qualche anno allo shopping del lusso. D’altronde i marchi della moda sono molto conosciuti a livello internazionale, sicuramente più di quelli del design. La gente conosce bene, da anni Armani, Fendi, Versace, ed è più raro che conosca i brand dell’arredo. Gli stilisti quindi hanno dalla loro la riconoscibilità del nome, ragion per cui le home collection si stanno rivelando un vero business e promettono di diventarlo molto di più non appena ripartirà l’economia e insieme a lei il mercato immobiliare. In Marocco, Tunisia e Algeria ci sono progetti di residence faraonici; stanno per essere costruiti complessi turistici che hanno dimensioni simili a quelle di vere e proprie città e hanno al loro interno migliaia di soluzioni abitative: ville, appartamenti e alberghi che ambiscono ad avere interior completamente griffati. Anche in Medio Oriente i mobili disegnati dagli stilisti italiani e realizzati dalle aziende tricolore sono molto richiesti. Intanto, nonostante la situazione sia ancora critica sotto il profilo economico, le opportunità internazionali non mancano. Fendi sta lavorando per un complesso alberghiero di sei chilometri e mezzo per tre a Marrakech che sarà ultimato per la fine del 2010. Nei prossimi dieci anni ci saranno 7 hotel di lusso e 3 resort che porteranno il nome di Armani: il primo aprirà entro fine anno a Dubai. Versace ha in progetto più di dieci hotel nel mondo: il terzo che dovrebbe esordire l’anno prossimo a Dubai ed entro il 2011 arrederà un certo numero di appartamenti prestigiosi all’interno della Clock Tower, storico grattacielo di New York. Missoni ha da poco inaugurato il suo primo hotel a Edinburgo e sta già lavorando sui progetti dei prossimi resort in Kuwait e a Cape Town. Numerose le new entry, le griffe che hanno appena esordito&#160; con una prima collezione di mobili; Etro la presenterà in primavera; Kenzo ha messo a punto una casa total look; Paciotti ha lanciato dei pezzi ‘icona’ e Diesel ha creato items che somigliano molto ai suoi vestiti. In buona compagnia di Byblos con tirature limitate di mobili sperimentali a cavallo tra arte, moda e design e di Agatha Ruiz de la Prada, che con la sua colorata follia dà uno scossone al mondo dell’interior più istituzionalizzato. Ultima tendenza è il giardino griffato, quello che in gergo gli addetti ai lavori chiamano outdoor,&#160; i mobili per gli esterni. Un settore in grande sviluppo, visto che i clienti più importanti dei prossimi anni saranno proprio i resort&#160; turistici dotati di grandi spazi aperti. Insomma gli stilisti non lasciano alcun territorio scoperto. E possono permetterselo perché sono accompagnati da partner produttivi, tra le industrie d’eccellenza made in Italy, che sanno far bene questo mestiere. <br />
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<strong>By ARMANI<br />
Progetti coerenti</strong><br />
“Adulta, consapevole, strutturata: vedo così la collezione Armani/Casa a pochi mesi dal suo decimo anniversario, l’anno prossimo”. Racconta il grande stilista imprenditore. “È completa e copre tutti i settori, dal mobile all’illuminazione, dal tessile all’oggettistica, fino all’ambiente bagno e cucina. Non ho mai voluto una home collection da ‘stilista’, non è mai stato un vezzo o un capriccio come se ne vedono tanti in giro. Ma mi è sempre piaciuto dare una valida alternativa a chi desidera arredare con gusto e praticità la propria casa. Stiamo creando, per esempio, partnership con aziende qualificate, come Dada per le cucine e Rubelli per i tessuti, per dare maggiori possibilità di scelta ai clienti, senza rinunciare a una coerenza di progetto e alla qualità del prodotto. La mia collezione casa somiglia molto alla mia abitazione, rappresenta il mio ideale spazio abitativo”. Prosegue Giorgio Armani: “L’interior design studio ci sta dando molte soddisfazioni anche nello sviluppo di progetti residenziali seguiti da property developer. Nei prossimi 10 anni ci saranno almeno 7 Armani Hotel e 3 resort di lusso. Entro l’anno apriamo il primo Armani Hotel a Dubai.&#160; Non vedo l’ora di vedere concretizzato il primo importante passo di un progetto che ho a cuore tutti i giorni, da 5 anni”.<br />
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<strong>By BYBLOS<br />
Galeotto fu l’albergo</strong><br />
La liaison creativa tra Alessandro Mendini, uomo del design italiano, e il marchio di moda Byblos è iniziata quando l’architetto ha ideato gli interni dell’Art Hotel a Verona. A distanza di qualche anno è nata anche una collezione di mobili progettata da dall’architetto per Byblos. “Tutto è successo tre anni fa — spiega Mendini — quando realizzai l’hotel di Byblos. La produzione della linea di mobili è figlia dell’esperienza interessante fatta in quell’occasione”. Aggiunge: “Per capire di cosa si tratta c’è bisogno di un antefatto: la mia Poltrona di Proust del ’78 mi ha continuamente portato a interessarmi ai falsi mobili, alla qualificazione del kitsch, a lavorare sull’antico, sovrapponendogli il nuovo. L’albergo di Verona è stata una grande occasione perché mi ha permesso di esercitare questa mia attitudine in un grande spazio, visto che dovevo arredare e progettare 60 camere, una diversa dall’altra. Particolare non trascurabile dell’hotel è l’incredibile collezione di arte contemporanea: le pareti del grande salone le ha fatte Vanessa Beecroft, i grandi specchi&#160; Anish Kapoor”. Da questi elementi, insieme al contributo moda di Manuel Facchini, stilista del marchio di famiglia,&#160; è nata la collezione di mobili a tiratura limitata, e con un carattere di sperimentalità”. <br />
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<strong>By DIESEL<br />
A Rosso piace rock</strong><br />
Ha un anno e mezzo la casa di Renzo Rosso, a capo di Diesel. È giovane e ha un nome ambizioso: ‘Successfull living from Diesel’. Nata con la collezione tessile realizzata con Zucchi, quest’anno ha aggiunto lampade create in collaborazione con Foscarini e mobili con Moroso. “La casa di Diesel, come la mia, è in continua evoluzione. Mi diverte molto cambiare ‘vestito’ a un mobile o a un ambiente proprio come faccio con il mio guardaroba” racconta Rosso con addosso un denim nero slim fit, t-shirt, e giacca nera. Fonte di ispirazione primaria è il viaggio: Tokyo, Londra e New York. “Proporremo una collezione nuova ogni anno, una vera novità nel mondo del design. Cambiare vestito a una lampada o, meglio, offrire un arredamento che puoi cambiare come un vestito significa proporre rivestimenti diversi nei materiali e nei colori — dal denim alle stampe — da scegliere a seconda dell’umore o degli ospiti in arrivo!”. L’impronta è quella di Rosso, appassionato di tutto ciò che è ‘vintage’ — denim in primis. “Amo mixare pezzi raccolti dai mercatini di tutto il mondo ad altri più classici; anche la nostra collezione casa attinge dal mondo vintage interpretandolo con lo spirito rock di Diesel”.<br />
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<strong>By ETRO<br />
Tessuto, colori, materiali</strong><br />
La fama di Etro è legata soprattutto ai vestiti, ma in realtà il marchio ha segnato i suoi inizi come produttore di tessuti d’arredamento, per poi passare alla moda, e successivamente ritornare&#160; alle collezioni per la casa. La vera novità della maison sarà presentata al prossimo salone milanese del Mobile, nella primavera del 2010. Dopo una lunga ricerca Etro ha trovato un partner giusto per realizzare la sua ‘casa’, il cui nome è ancora riservato, e che produrrà divani, letti, tavoli e sedie, insomma l’hardware della home collection. Anche i mobili rifletteranno lo stile della home collection di Etro che nel tessile è partita vent’anni fa, con simbolo del paesly vittoriano. Con gli anni è ringiovanita&#160; nei colori e nei dettagli. Il tessile fino ad oggi ha giocato la parte del leone, seguito da ceramiche porcellane e oggettistica. Direttore creativo è Jacopo Etro che disegna anche borse e accessori nella divisione fashion della maison: “Più che altro mi sento un designer del tessuto, del colore e dei materiali— confessa—. Quello che mi diverte è riuscire ad applicare il senso del colore, dei codici del nostro mondo su oggetti che non sono i nostri. Andare in una vecchia vetreria di Murano per spiegare un nostro disegno e farlo interpretare da realtà produttive che non sono quelle tipiche della moda è per me un gran divertimento”.<br />
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<strong>By FENDI<br />
Home collection, gran turismo</strong><br />
Il futuro delle collezioni firmate dagli stilisti? Arredare i resort di quelle che saranno le mete del turismo dei prossimi anni: Marocco e Tunisia in testa, seguite dall’Algeria, mentre la Libia è ancora agli inizi. Il Nord Africa guadagnerà in popolarità e affluenza a scapito della Costa del Sol, della Costa Azzurra e della Grecia. Ne è certo Alberto Vignatelli, a capo di Club House Italia, azienda che produce mobili per alcune delle più prestigiose griffe internazionali tra cui Fendi. L’imprenditore italiano è convinto che il futuro dei mobili firmati è nelle forniture internazionali a residence e&#160; hotel di lusso, quello che in gergo tecnico si chiama contract. Vignatelli sostiene che l’arredamento da esterni&#160; avrà un grande sviluppo. Almeno, per Fendi sarà cosi. Club House Italia, che da vent’anni produce e distribuisce i mobili della griffe — un lifestyle completo dal cuscino agli arredi— ha da poco brandizzato tutto il giardino: mobili tessuti, accessori che arrederanno alberghi e complessi di ville residenziali saranno completamente firmati dalla maison. Tra i più prestigiosi progetti di Fendi, entro la fine del 2010 e l’inizio del 2011, è prevista un’importante fornitura a Marrakesch, un complesso alberghiero di sei chilometri e mezzo per tre, un’altra a Tangeri, una nuova Porto Cervo che nascerà di fronte a Gibilterra con un complesso di almeno 1500 edifici. <br />
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<strong>By KENZO<br />
Giardini firmati</strong><br />
Kenzo vanta un lungo rapporto con le collezioni per la casa, soprattutto nel tessile. Più giovane invece il suo legame con l’arredo. Sono due anni che la maison francese fa produrre e distribuire la sua home collection da Club House Italia. James Greenfield, alla guida del marchio e appassionato di interior, negli ultimi tempi ha spinto l’acceleratore del marchio sull’interior e l’anno prossimo si presenterà al salone milanese del mobile con una novità: l’arredamento da esterni, ispirato al mondo della natura, una costante negli stilemi della moda di Kenzo. Una home collection, quella del marchio francese, destinata a diventare più completa e ricca nello stile, con contributi sempre più importanti da parte dell’art director del marchio, Antonio Marras. Dopo aver messo in collezione un suo sgabello, primo intervento del direttore creativo della maison francese, Club House Italia sta anche recuperando ‘l’Isola che non c’è’, la collezione che lo stilista aveva progettato per il G8 che si sarebbe dovuto svolgere la scorsa estate in Sardegna e che sarà presentata la prossima primavera a Milano. <br />
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<strong>By MISSONI<br />
Ospitalità offresi</strong><br />
Da qualche mese Missoni non vende più solo maglioni, vestiti, tessuti, arredo per la casa, ma anche ‘ospitalità’. Per provare come ci si sente nel primo albergo firmato dalla maison italiana di moda bisogna fare un po’ di chilometri e arrivare sino a Edinburgh, dove nel cuore della città da qualche mese ha aperto i battenti il primo Hotel Missoni nel più puro stile del marchio, dai colori mediterranei, con la struttura interna progettata da Matteo Thun. L’hotellerie più che un traguardo è una nuova partenza per la divisione casa del marchio che, dopo questo primo esperimento ha già in pancia una serie di ulteriori progetti. Prossima tappa è infatti il Kuwait, dove è previsto un albergo a fine anno. Si tratta di una struttura importante con 250 camere, dove Missoni progetterà tutto l’arredamento e l’interior decoration, ma sarà soprattutto l’outdoor ad avere una grande visibilità. L’anno prossimo, in primavera, dovrebbe aprire il terzo Hotel Missoni a Cape Town. “L’idea è di arrivare in tempo per i mondiali e ospitare la squadra azzurra” preannuncia Alberto Jelmini, amministratore delegato di TJ Vestor che produce la linea casa di Missoni, e fratello di Rosita Missoni, direttore creativo della Home collection.<br />
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By PACIOTTi<br />
Il letto porta i tacchi alti</strong><br />
Dalla scarpa al mobile, il passaggio è stato immediato senza passaggi intermedi. Cesare Paciotti, noto per il suo marchio di calzature, sull’idea delle scarpe aggressive, veri feticci per un numeroso club di estimatori, ha fatto nascere una collezione di oggetti e arredi. Come le calzature, così i letti, le poltrone, i complementi d’arredo intendono essere un segno di forte personalizzazione nella casa in cui trovano dimora. Paciotti non ambisce a una casa total look. Al contrario, vuole una serie di pezzi cult: un bancone bar, una poltroncina, un letto, una prima collezione di oggetti per la tavola e il tessile, progettate dallo studio Mamo. Il nero, colore simbolo del marchio, campeggia sovrano. “Tutto gira intorno a un’idea di abitazione con ispirazioni déco, degli accenni neo gotici, con linee pulite” spiega Paciotti. Mobili ‘icona’ che finiranno nelle case private ma soprattutto negli spazi dell’hospitality e dell’entertainment: beach resort, bar, locali. Per l’anno prossimo sono in cantiere una serie di progetti per aprire, insieme ad alcuni partner, bar, privè e locali legate al tempo libero, al relax e al divertimento. Insomma, mobili che amano glamour e tacchi alti. <br />
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<strong>By AGATHA RUIZ DE LA PRADA<br />
In relazione con l’ambiente</strong><br />
I Colori e la divertente leggerezza di Agatha Ruiz de la Prada sono su migliaia di oggetti. Manca solo una ‘zuppa’ col suo nome, ma lei assicura che la farà presto. Ecco come si racconta la stilista che in Spagna è quasi un simbolo nazionale: “Se mi fossi laureata in architettura, avrei rappresentato la nona generazione di una famiglia di architetti, ma non ero una brava studentessa. Quando ero piccola, mio padre creava mobili. Casa nostra era la più bella di Madrid. Si trovava sotto lo studio di architettura di mio padre che sembrava un piccolo museo, con una bellissima collezione d’arte contemporanea. Era lì che passavo tutto il mio tempo e da lì è nata la mia ossessione per gli oggetti. Ho milioni di prodotti. Anche la casa è una mia fissazione. Ne possiedo diverse che arredo nei modi più impensabili. Non esiste ancora un albergo col mio nome, ma voglio farlo. Sarà diverso dagli altri, colorato e anche economico. Fra i miei progetti più importanti c’è Internet. Credo che oggi un progetto sia interessante nella misura in cui ha un rapporto con la rete. E poi, tutte le sfide che mi coinvolgono di più hanno una relazione con l’ambiente. Apparteniamo a una generazione che ha il dovere di cominciare a cambiare il mondo. Domandarsi come la moda e il design possano contribuire a realizzare questo obiettivo è una sfida interessante”.<br />
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<strong>By VERSACE<br />
Arredi come icone </strong><br />
Meno bianco e nero, più colore e stampe per la casa della maison di moda. L’intervento stilistico di Donatella Versace nella Home collection del marchio è diventato più importante in quest’ultimo anno e anche le contaminazioni tra interior e moda sono più decisi. I valori stilistici del marchio si leggono in modo più netto nell’arredo con l’introduzione di stampe e stilemi della griffe. Racconta la stilista: “Ho ereditato la passione per la casa e gli arredi da mio fratello Gianni. La creatività non può essere limitata solo alla moda, ma esiste una liaison fra mondi diversi: ecco perché molte idee che uso nel design vengono direttamente dal fashion e viceversa. Ad esempio, nell’ ultima collezione, ho inserito un pezzo unico, un piccolo sofà rivestito con le stampe di Julie Verhooven: la stessa artista che ho scelto per la creazione di alcuni abiti della prossima primavera-estate”. La home collection somiglia un po’ alla casa milanese della stilista: “Riflette la mia passione per l’arte moderna e gli arredi classici. Ci sono quadri di differenti periodi, moderni e rinascimentali, così come statue greche e romane. Gli arredi sono icone ‘stile Versace’, mescolati ad alcuni pezzi delle ultime collezione Home. Divani rivestiti in pelle, che si alternano a divanetti più barocchi, stampati. Sedie in nappa colorata e specchi con cornici in rilievo bianche. È un mix di gusto eclettico, che riflette la mia personalità”.<br />
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<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:46:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Design &amp; Toys</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,800,intItemID,806,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di <strong>Simone Barberis</strong><br />
a cura di <strong>Antonella Boisi </strong>e <strong>Nadia Lionello</strong>&nbsp;foto di <strong>Simone Barberis</strong><br />
a cura di <strong>Antonella Boisi </strong>e <strong>Nadia Lionello</strong>&nbsp;Non sono ‘giocattoli mancati’ realizzati per soddisfare l’ego del designer o dell’imprenditore; bensì pezzi in serie limitata e veri e propri prodotti con contenuti di progetto innovativi, frutto di ricerca formale, materica e tecnologica che, con la punteggiatura fotografica di un piccolo toy, acquistano un’immagine poetica e ironica. Perché i toys sono tracce di un quotidiano fatto di momenti ludici, carichi di freschezza e di energia creativa, valore aggiunto a qualsiasi cosa vengano accostati.]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:48:08</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>COVER&#160;STORY • Ralph Lauren American dreams</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,801,intItemID,805,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Rosa Tessa<br />&nbsp;di Rosa Tessa<br />&nbsp;
Ex ragazzo del Bronx,&#160; è a capo di un impero del lusso che fattura 5 miliardi di euro l’anno. Abbigliamento + accessori + collezioni per la casa. Vuole ancora di più? Sì, centuplicare i sogni.
“Home is where the heart is”, là dove c’è il cuore è la mia casa. È la prima battuta con cui Ralph Lauren apre l’intervista nella quale racconta la sua passione per le abitazioni da favola che possiede in Jamaica, Colorado, Bedford, Montauk e New York, e quelle altrettanto lussuose che confeziona per i clienti di tutto il mondo. L’ex ragazzo del Bronx, figlio di ebrei russi immigrati negli States, uomo dalla piccola statura, ma dalle grandi aspirazioni, ha sempre puntato dritto all’anima delle persone. E ha colpito talmente nel segno da essere diventato uno dei nomi più importanti del lusso internazionale. Ha un patrimonio personale che si aggira attorno al miliardo di dollari, ne fattura 5 l’anno e il suo impero è valutato 900 milioni di dollari. Ralph Lauren crea interni dal lifestyle inconfondibile. Pur restando nel solco della più genuina tradizione americana, hanno la spettacolarità di un kolossal a stelle e strisce — grandi visioni, curate nei minimi dettagli — e catturano le emozioni più private. Facile averne una testimonianza diretta. Basta mettere piede in uno dei negozi Ralph Lauren in giro per il mondo, e rimanerci almeno una mezz’oretta. È un tempo sufficiente per entrare nella parte e sentirsi attore del ‘film’ girato dallo stilista-imprenditore che il 14 ottobre ha compiuto settant’anni. Varcata la soglia, già si respira aria d’America, soprattutto quando si arriva nello spazio dedicato alla casa del marchio. Lì si aprono le porte sull’american dream, sul sogno americano che nella collezione casa di Ralph Lauren fa convivere diversi aspetti: la cultura wasp del New England, le atmosfere della West Coast, il glamour di Hollywood e la tradizione country del cowboy. Tutti radicati nel suo cuore che rifugge la moda a favore del lifestyle, quel modo particolare di raccontare uno stile di vita che ha inventato e usato lui, prima di ogni altro stilista. <br />
Qual è la sua idea di casa? <br />
“Credo che si possa ritenere una casa come propria se lì si ha il cuore. Tra le pareti domestiche la gente vuole il massimo della qualità, del benessere e desidera uno stile che rifletta i gusti della propria famiglia. Il motivo per cui tanti anni fa decisi di creare una home collection fu proprio perché sentivo di aver qualcosa da dire a riguardo, un mio punto di vista da esprimere, una visione a cui dare corpo. E sapevo anche di voler fare una dichiarazione completa su questo fronte, così come avevo fatto nella moda”.<br />
Nei suoi negozi si trova tutto per vestirsi e per arredare la casa.&#160; È molto diverso progettare interni lussuosi piuttosto che disegnare vestiti? <br />
“Rispondo con un esempio. Personalmente faccio lo styling del letto così come se dovessi vestire una donna, a strati: la sottoveste è come fosse una balza, la gonna rappresenta la coperta e il mix di motivi e tessuti esprime uno stile individuale che dura in eterno e non ha niente a che fare con la moda che, al contrario, e per definizione, cambia spesso”.<br />
Nessun altro stilista ha una collezione casa, così importante sotto il profilo del business e ricca di dettagli, come la sua. Quali sono le caratteristiche che la distinguono dagli altri marchi? <br />
“Ho una visione molto chiara di quale debba essere il risultato finale del mio lavoro, in base al quale disegno vestiti, pavimenti, decori e tutto il resto. Quando progetto gli interni <br />
di una casa, non penso solo alle lenzuola e alle coperte per il letto, ma alla stanza in cui quel letto sarà ospitato, al tipo di famiglia a cui è destinato e in che località si trova l’abitazione. Disegno qualsiasi cosa possa essere utile tra le pareti domestiche: biancheria da letto, asciugamani, tappeti, carte da parati, soprammobili, lampade, mobili e persino le vernici per le pareti”. <br />
Quindi l’abbigliamento e l’arredo sono due facce di uno stesso lifestyle?<br />
“Mi ricordo di quando, diversi anni fa, realizzai una collezione d’abbigliamento da donna in tartan e portai lo stesso tema anche negli interni, dagli asciugamani alla cassettiera. L’uomo e la donna a cui mi rivolgo non vogliono solo un look completo nei loro armadi, ma un total look anche nella casa. Tutto parte da un’ispirazione iniziale. Può essere un film, una persona che cammina per strada, qualcuno che indossa un cappotto lungo o una delle mie automobili. La condivido con il team interno ed esploriamo insieme il modo per creare qualcosa di nuovo e spesso funzionale. La nostra sedia in fibra di carbonio, per esempio, è stata ispirata ad un’auto McLaren. Per realizzarla sono stati necessari 54 strati di fibra di carbonio, un sistema che si trova soltanto nei jet e nelle macchine da corsa. È stato un progetto eccezionale di tecnologia e design”<br />
Si sente anche un po’ interior decorator, designer, architetto?<br />
“Prima di tutto mi sento un ‘consumatore’ e mi immedesimo, perciò, in chi compra i miei prodotti. Ho sempre avuto una visione complessiva molto chiara di quello che voglio realizzare: abiti e oggetti di qualità che non esistono sul mercato e un mondo intero che gira intorno a loro. Bisogna perseverare nelle proprie convinzioni e assumerne i rischi”<br />
C’è qualche periodo storico, movimento artistico o di design che le piace particolarmente e da cui è influenzato? <br />
“Sono sempre stato affascinato da uno stile ‘senza tempo’, eterno. È una qualità che cerco nei prodotti, nella modernità e che trovo, per esempio, in un film di Fred Astaire degli anni ’30. Mi lascio costantemente ispirare dai miei viaggi, dalla gente e dagli eroi che ammiro. Non creo nessuna delle mie collezioni da un tessuto specifico o da un dettaglio, ma da un sogno. Io disegno le cose che amo, sia che si tratti di un’accogliente capanna nelle Adirondacks o di un affascinante superattico in città. Mi considero un creatore di sogni, più che uno stilista di abiti e case”.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:50:50</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Divani rifugio</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,800,intItemID,803,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di <strong>Efrem Raimondi</strong><br />
a cura di <strong>Nadia Lionello</strong>&nbsp;foto di <strong>Efrem Raimondi</strong><br />
a cura di <strong>Nadia Lionello</strong>&nbsp;Ozzy, un orsetto
di peluche
curioso,
è il protagonista
che ci ha guidati
a scoprire,
tra le nuove
proposte,
l’oggetto divano.
Un orsetto
dall’aspetto
disarmante,
ideale metafora
per raccontare
i continui
mutamenti
dell’arredo
più confortevole
di casa.]]></description>
		<pubDate>2009-10-28 11:34:04</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Sommario<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,106,intIssueID,790,intItemID,799,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[INTERNI OnBoard n° 4<br />&nbsp;INTERNI OnBoard n° 4&nbsp;NOVITÀ<br />
<br />
DESIGN<br />
L’onda lunga del surf<br />
A tutto tondo<br />
<br />
IN PRODUZIONE<br />
Variazioni in nero<br />
Outdoor vista mare<br />
Lanterne magiche<br />
<br />
COMUNICAZIONE<br />
Cocktail mediterraneo<br />
Atmosfere raw<br />
Made in Italy da crociera<br />
<br />
INFO &amp; TECH<br />
Partner d’altura<br />
<br />
SOSTENIBILE<br />
Slow tour<br />
<br />
CINEMA<br />
L’epica della tartaruga<br />
<br />
FASHION FILE<br />
Per lupi di mare<br />
Materiali inediti<br />
<br />
SHIPYARDS<br />
Uno spettacolo da guinness<br />
<br />
PROJECTS<br />
Saune galleggianti<br />
La prima volta sull’acqua<br />
La Floating City di Anthony Lau<br />
Tutta da vivere<br />
<br />
IN FIERA<br />
Festival International de la Plaisance, Abitare il Tempo<br />
<br />
IN LIBRERIA<br />
<br />
TRADUZIONI<br />
<br />
EDITORIALE<br />
<br />
ARCHITETTURE PER IL MARE<br />
<br />
Pieds dans l’eau<br />
progetti di Odile Decq<br />
testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />
Arçores, la riqualificazione del porto<br />
progetto di Manuel Salgado, Marino Frei, Tomás Salgado<br />
foto di FG + SG<br />
testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />
Sul lago d’Iseo, la sede del Gruppo Sarnico<br />
progetto di Marco Vigo<br />
foto di Alberto Ferrero<br />
testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />
Flying Dagger<br />
progetto di Andre Bacigalupo/Ivana Porfiri<br />
foto di Giovanni Malgarini<br />
testo di Decio Carugati<br />
<br />
Chrisco<br />
progetto di Luca Brenta &amp; C. Yacht Design/Wetzels Brown Partners<br />
foto di Nicolas Claris<br />
testo di Michelangelo Giombini<br />
<br />
Canados 86<br />
progetto di Canados/Salvagni Architetti<br />
testo di Simona Spriano<br />
<br />
Mathisse<br />
progetto di Massimo Verme/Joel Bretecher/A-Lab<br />
testo di Marianna Aprile<br />
<br />
Aria<br />
progetto di Mauro Corvisieri/Mauro Mortola<br />
testo di Marianna Aprile<br />
<br />
L’INCONTRO<br />
Carlotta de Bevilacqua<br />
intervista di Gilda Bojardi<br />
foto di Federico Villa<br />
<br />
ATTUALITÀ<br />
Tra barche e case, leggendo le piante<br />
di Silvia Piardi<br />
<br />
IL TEMA CENTRALE<br />
C’è chi scende, c’è chi sale<br />
di Simona Spriano<br />
<br />
PROGETTO DESIGN<br />
La clinica dei motoscafi<br />
di Decio Carugati <br />
<br />
Falcon 7X<br />
progetto di Norman Foster<br />
testo di Antonella Boisi<br />
<br />
Instant classics<br />
di Michelangelo Giombini<br />
<br />
SCUOLE<br />
Come e dove si insegna a progettare le barche<br />
testo di Rosa Tessa<br />
<br />
INDIRIZZI<br />
di Adalisa Uboldi<br />
<br />
TRADUZIONI<br />
<br />
In copertina: il mare si riflette sulla murata del Chrisco, lo sloop di 30 metri costruito dai cantieri CNB di Bordeaux su progetto navale di Luca Brenta &amp; C. Yacht Design e progetto degli interni di Wetzels Brown Partners. Segno distintivo di questo innovativo yacht a vela è la tuga sfaccettata realizzata con 75 pannelli di vetro nero, la cui trasparenza permette un inedito dialogo tra lo spazio interno della barca e l’ambiente esterno.<br />
Foto di Nicolas Claris<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-19 15:06:43</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>C’è chi scende c’è chi sale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,77,intIssueID,790,intItemID,798,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Simona Spriano<br />&nbsp;di Simona Spriano<br />&nbsp;
Da quando l’interior design è salito a bordo, le scale hanno assunto un ruolo centrale nel progetto nautico, influenzando linee e layout degli yacht, fino a diventare veri e propri pezzi di design. Complici la tecnologia dei materiali che permette strutture aeree e l’illuminazione che ne esalta la presenza scenografica.
<br />
Da sempre nascoste dietro a paratie, non visibili dall’ingresso, usate per lo più per motivi di servizio e ovviamente per transitare da un ponte all’altro, oggi le scale di bordo sono sempre più spesso pezzi di design, luoghi da vivere e non solo più di passaggio. Per il cruising catch Nirvana del cantiere Vitters, ad esempio, la scala che collega salone e fly è l’elemento che riassume il concept del progetto. Sostenuta da due pannelli di vetro, ha gli scalini più bassi che si integrano nel mobile sottostante come se fossero ripiani. Un pezzo davvero raffinato, quasi invisibile. Molto vetro, e quindi ancora una volta una sensazione di leggerezza, è stato previsto anche da Giugiaro per la scalinata doppia all’ingresso del Tankoa S65 di cui ha curato gli interni. “L’articolazione degli spazi su una barca è molto difficile e le scale hanno sempre subito il contraccolpo d’essere in punti di risulta o comunque configurate in maniera condizionata”, spiega l’architetto Ivana Porfiri che ha realizzato anche gli interni del Codecasa Flying Dagger. “Dal momento in cui l’interior design d’origine residenziale è salito a bordo con un linguaggio progettuale, una scelta di materiali e di regole compositive più proprie dell’architettura che non della decorazione, questo ha portato nuovi segni e nuove soluzioni. Nella mia esperienza di progettazione a bordo la scala è fondamentale perché l’elemento di circolazione non può essere di risulta. Diventa una componente della progettazione che va oltre alla funzionalità e che deve restituire anche una qualità dei passaggi verso il dove si va e dal dove si viene. Le barche hanno un collegamento verticale esterno e interno importante. Nel Codecasa Flying Dagger non ho potuto usare la scala centrale; per ragioni di layout l’ho messa laterale. Questo slittamento è diventato completo con il risultato che il corpo-scala risulta essere totalmente a murata; in corrispondenza di questo spazio sono state realizzate delle aperture nello scafo che garantiscono un’illuminazione diffusa, molto naturale. Nonostante la sua collocazione laterale, di fatto, la scala appare molto aperta”. Così facendo, nel punto di arrivo l’architetto ha ottenuto l’ariosità del doppio piano e quindi una sensazione di spazio che normalmente a bordo non c’è per ovvie ragioni di limiti d’altezza degli ambienti. “La scala è un foro e quindi una possibilità di incrementare l’altezza” continua. L’architetto Porfiri evidenzia poi come a bordo il rapporto pedata/alzata non venga mai rispettato per ragioni di spazio e come i materiali debbano tenere conto che sulle barche si cammina scalzi ed essere quindi caldi e adatti all’uso. <br />
A sovvertire invece l’abitudine d’avere la scala esterna tra fly e pozzetto e quella interna tra main e lower deck, ha pensato l’architetto Carlo Paladini curatore insieme all’architetto Galeazzi dell’Akhir 135 dei Cantieri di Pisa. “L’idea di averle riunite e portate fuori isolandole è davvero molto originale”, commenta quest’ultimo. “La scala è il percorso verticale per eccellenza e questa è una scala di tendenza. Nel sovrapporsi un po’ noioso dei ponti è l’elemento che li movimenta e li raccorda, permettendo talvolta di creare un’illuminazione dall’alto come sull’Akhir 153 ora in costruzione”. Lo stesso effetto di raccordo è stato realizzato da Ken Freivokh a bordo del Maltese Falcon di Perini Navi, dove un’ampia scala a chiocciola si snoda dal fly alle cabine, soluzione che lo stesso cantiere non ha previsto a bordo di Selene dove l’interna e l’esterna sono separate. <br />
Sempre in esterno sono comparse scale che, dal sun deck, si srotolano fino alla spiaggietta, la più famosa delle quali è sicuramente la doppia laterale dell’ISA 480 Alexandar V. Interrotta ad ogni ponte per ragioni pratiche, ma soprattutto di sicurezza, ha il potere di incorniciare l’intera poppa per tutta l’altezza. Scenica anche la scalinata di poppa dell’Ocean Emerald di Norman Foster realizzato dai cantieri navali Rodriguez che però, sempre interrotta ad ogni ponte, è a tutta larghezza. “La scala esterna segue le linee curve della sovrastruttura, massimizzando lo spazio disponibile delle terrazze ed enfatizzando le forme curve dello yacht”, spiega Lord Foster. A bordo dello stesso, sempre in esterno, spiazza invece la discesa di prua utile per l’accesso alla zona di servizio. Al posto delle due classiche scalette laterali, anche a bordo del Fashion 116’ è stata realizzata una scala a tutta larghezza che conferisce una sensazione di ampiezza e apertura più usuale sugli scali a vela. Scale da esibire, quindi, occasioni d’illuminazione, d’ariosità, di accentuazione delle linee e di sperimentazione di materiali. Scale mai più nascoste, questa è la tendenza.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-16 16:55:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Tra barche e case leggendo le piante<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,75,intIssueID,790,intItemID,797,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Silvia Piardi<br />&nbsp;di Silvia Piardi<br />&nbsp;
Lo studio dei piani generali delle imbarcazioni mette in evidenza le analogie tra le architetture su terra e quelle su mare, sempre più simili a grandi ville galleggianti.
La lettura delle piante e delle sezioni di una architettura rivela una grande quantità di informazioni, che riguardano non solo gli aspetti compositivi e tecnici, ma soprattutto le relazioni tra le persone, il loro modo di abitare e di stare in un luogo. La pianta di una villa – la tipologia più libera da condizionamenti normativi ed economici – racconta della cultura del progettista e di quella del committente, delle loro relazioni, fino a descrivere gli stili di vita che vi hanno luogo. <br />
La ricerca compositiva che si è evoluta dalla villa romana fino ai tipi contemporanei, gode di grandissima libertà, in quanto definisce i propri margini in relazione alla poetica del progettista, che integra nei suoi principi architettonici e usa come materia di studio il contesto naturale, la conformazione dell’intorno, l’orografia, il panorama, nonché tecniche e materiali. La tentazione di paragonare gli yacht contemporanei, sempre più grandi, alle architetture di terra è difficile da evitare per diversi motivi: è indubbio che queste imbarcazioni, se da un lato tendono ad assomigliare alle navi, dall’altro presentano affinità forti con l’architettura, e in particolare con la tipologia della villa, come è indubbio che siano sempre più stabili, e che i progettisti, in grande misura, abbiano una formazione accademica nel campo dell’architettura. Forte quindi la tentazione di usare strumenti derivati da questa disciplina. Ernest Neufert, nel 1936, per la sua Enciclopedia pratica per progettare e costruire, aveva sintetizzato in una tavola, intitolata “Articolazione della casa. Distribuzione degli ambienti nella casa, da quella di un sol vano al castello” le tipologie degli spazi abitativi in relazione alle attività che vi si svolgono, descrivendo la gamma che va dal monolocale, in cui ogni attività si svolge nello stesso spazio, alle stanze e pertinenze del castello, che ospita dalla scuderia alle dispense, alla toeletta della signora. La logica tassonomica di Neufert interpreta un certo spirito dell’epoca, fa opera di riduzione della complessità per mettere in relazione topologica attività e spazi. Con la dovuta cautela, e un po’ di ironia, quindi, possiamo usare la Tavola per leggere i piani generali di uno yacht e possiamo rilevare una crescente specializzazione degli spazi e una complessa articolazione delle funzioni, dalla zona fitness alla scuderia, che ospita non cavalli di razza (almeno finora) ma mezzi di trasporto, dalla moto d’acqua all’elicottero. All’estremo opposto la barca a vela di ridotte dimensioni concentra nello stesso abitacolo tutte le funzioni abitative, nonché quelle relative alla navigazione. Se poi si tratta di barca da competizione, lo spazio abitativo diventa abitacolo, e nella sua conformazione, nell’essere disegnato su misura, nella riduzione delle dimensioni, sempre più si fa abito. Nel confrontare barche e case non bisogna dimenticare che l’architettura di mare ha vincoli severi, margini disegnati a priori, caratteristiche tecniche e strutturali in buona misura date, la simmetria della carena opzione obbligata: la posizione degli impianti, la distribuzione dei pesi, la forma dello scafo individuano vincoli stretti e tra loro interdipendenti. Il contesto esterno è mutevole, non esiste orografia a cui ispirarsi, né criteri legati all’orientamento, tanto meno la vista, sempre diversa. Negli yacht l’apparato propulsivo, a vela o a motore, presuppone volumi notevoli, specialmente se calcolati in percentuale sul volume totale disponibile. Motorizzazione, serbatoi, impianti definiscono le caratteristiche di oggetti abitabili dotati di autonomia e liberi dal radicamento a un luogo specifico. Dalla lettura dei piani generali si leggono comunque alcune analogie, abbastanza ovvie se si considera che yacht e case sono contenitori di vita: la villa, come lo yacht, presenta tre specie di spazi: quello pubblico, legato alla convivialità e alla rappresentazione di sé, quello privato, e quello di servizio, che definisce spazi e impianti a supporto delle altre attività. All’interno del nucleo abitativo si riconoscono poi tre ambiti spaziali principali, del padrone (o della padrona) di casa, degli ospiti, del personale di servizio. Uno studio attento sulla distribuzione, sui percorsi, sulla loro possibile interferenza, sulla prossemica, è presupposto di una progettazione corretta, tanto più se si pensa che gli spazi sono comunque limitati. A partire dai vincoli si assiste alla ricerca progettuale, con attenzione specifica agli aspetti sensoriali. I volumi ridotti e i celini bassi richiedono sensibilità nell’uso dei dispositivi visivi per ‘allargare’ e alleggerire gli spazi interni; la vicinanza visiva e corporea richiede l’uso di materiali tattili, piacevoli al tocco e all’olfatto e curati nel dettaglio, la miniaturizzazione della tecnologia diventa indispensabile, come la ricerca sui dispositivi per l’illuminazione. Il progetto di barche cerca il suo spazio all’interno di un guscio molto strutturato, che solo negli ultimi anni sembra aprirsi per permettere più ampi spazi di autonomia; quello di case trova i suoi riferimenti all’interno di un sistema di regole compositive, culturali e normative sempre strettamente legato al contesto esterno. Se gli yacht evolvono verso una maggiore autonomia energetica, e gli edifici si modificano nella direzione auspicata da Jeremy Rifkin, come organismi in grado di produrre energia, invece che consumarla, forse case e barche tenderanno sempre più ad assomigliarsi, capsule in movimento libere dai vincoli di tubi e cavi, che non si vedono, ma che legano l’architettura di terra alla terra.<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-16 16:54:11</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Carlotta de Bevilacqua<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,80,intIssueID,790,intItemID,796,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[intervista di Gilda Bojardi<br />
foto di Federico Villa<br />
<br />&nbsp;intervista di Gilda Bojardi<br />
foto di Federico Villa<br />
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Inseparabili compagni di mare, viaggiano sempre in coppia: Carlotta de Bevilacqua sulla barca a motore olandese e suo marito Ernesto Gismondi sulla vela. Donna d’impresa, d’architettura e di mare, la titolare dello storico marchio Danese racconta la sua vita a bordo di Smooth Operators, la navetta nata nel 1961 nei cantieri Feadship de Vries.
È quasi storica la passione di Carlotta de Bevilacqua per la barca. Fino a qualche anno fa si consumava solo su Edimetra, la barca di suo marito Ernesto Gismondi. Ma da qualche tempo, cercando una spazialità meno instabile, l’imprenditrice-architetto ha scoperto il mondo della navetta, popolata da famiglia, molti amici e cani. Ne ha scelta una olandese che ha ristrutturato e arredato senza stravolgerne l’aspetto originario. <br />
Cosa rappresenta per lei la barca: una casa galleggiante o un mezzo per vivere e affrontare il mare, magari anche con il piacere della velocità? <br />
“La barca è innanzitutto l’esperienza del viaggio, è spesso una casa, a volta una sorta di convento. Si è veramente nel silenzio più assoluto o si è insieme a cari amici per fare chiacchierate intelligenti. Per un altro verso è l’emozione della scoperta e del contatto diretto con il ritmo della natura. Anche Ernesto, appassionato velista, ha scoperto questa dimensione inaspettatamente, pur essendo sempre affezionatissimo alla sua Edimetra (anagramma di Artemide, l’azienda d’illuminazione di famiglia)”. <br />
Si tratta di due mondi che seppur molto distanti, nel rispetto delle reciproche differenze, possono comunque convivere tranquillamente. <br />
“Certo, sia la vela che la navetta riportano a un’esperienza ‘slow’ con il mare. La vela è l’esperienza più straordinaria che si possa avere, da questo punto di vista, ma a volte è condizionata da problemi di prossemica dovuti alla dimensione degli spazi e alle condizioni di navigazione. La navetta è estremamente più generosa e confortevole sia nei suoi interni che negli esterni e consente maggiore libertà nel gestire il proprio tempo. E poi...”<br />
E poi?<br />
“È bello avere dei luoghi privilegiati per incontrarsi, scambiare emozioni e conoscenza. La barca per me è uno di questi. È un luogo di accoglienza e comunicazione”. <br />
Ci parli della sua barca.<br />
“È nata in Olanda nel 1961, in uno dei cantieri più importanti del Paese, il Feadship de Vries. È una signora di una certa età ed ha avuto una vita molto movimentata. Pensi che ha cambiato 12 armatori e nomi, l’ultimo è Smooth Operators che è stato dato Luciano Benetton. Ora vorrei si chiamasse Eutopia, il buon luogo, ma con molta fatica: i permessi sono complicatissimi”.<br />
Come è fatta? Lei l’ha molto cambiata?<br />
“Non ho voluto modificare troppo il suo aspetto ‘olandese’ essendo un progetto nautico ancora attuale e di grande qualità. Credo che se è nata in quel modo è giusto che mantenga la sua identità originaria, senza stravolgerla”. <br />
Si è occupata in prima persona dell’arredo e della ristrutturazione? È stata la sua unica esperienza da architetto di un’imbarcazione? <br />
“In realtà in questo caso non ho fatto l’architetto, perché in campo nautico c’è bisogno di competenze specifiche che non ho. Mettiamola così: mi sono limitata a rendere confortevoli le barche di famiglia, rispettando la loro struttura, ma portando al loro interno contaminazioni di altri mondi”. <br />
Qual è lo stile? <br />
“Come dice Le Corbusier “gli stili sono una menzogna” e io non amo parlare di stile. L’idea è stata quella di far vivere insieme oggetti che, molto diversi tra loro, sono appartenuti e appartengono però in qualche modo alla nostra storia. Sulla navetta c’è spazio per tutto: alcune lampade che ho disegnato per Artemide e Danese, una tela di Boetti, fotografie di Luigi Ghiri e Peter Beard, le stampe di Mimmo Paladino, la Putrella e gli argenti di Enzo Mari, un mobile di famiglia degli anni Cinquanta che mia sorella ha dipinto con colori arlecchino, tutto l’occorrente per isolarsi, come una ricca biblioteca e cineteca accompagnate però da tutte le ultime tecnologie per comunicare. Non ne faccio una malattia se il vecchio letto della barca, la boiserie o la cornicetta non corrispondono al mio gusto. Chi se ne importa. Non sono ossessionata dallo stile, ma dalla qualità dell’esperienza che si vive nella barca e dal fatto che sia stata ideata da grandi ingegneri, persone che progettavano con l’obiettivo primario di affrontare il mare con la massima sicurezza e per le quali lo stile non era predominante”. <br />
Insomma, più che lo stile per lei è importante progettare la qualità dell’esperienza che si fa in mare…<br />
“È straordinario andare in barca perché si vede tutto da un altro punto di vista rispetto a quando si è a terra. Si ha una maggiore consapevolezza del silenzio, dell’ascolto, dell’ombra, del buio. Si riscoprono sensazioni sopite e situazioni di cui abitualmente non abbiamo consapevolezza. La vita dentro una barca è completamente diversa da quella a terra perché si è più stretti, più vicini e quindi bisogna esercitare più tolleranza, essere più autonomi e tutti sono coinvolti nel viaggio. Per questi e altri motivi trovo che sia sempre un’esperienza straordinaria andare in mare. Ciò premesso, devo anche ammettere che, col tempo, la scelta di affiancare all’esperienza più avventurosa della vela quella più confortevole di una barca dislocante è perfetta”.<br />
Quante persone ospita Smooth Operators? <br />
“Ci sono cinque cabine in grado di ospitare dieci persone.”<br />
Architetto, designer, imprenditrice e docente. Il suo impegno nel campo del progetto contemporaneo è su più fronti; quali di questi ruoli privilegia nella vita e a bordo?&#160; <br />
“Direi che il progetto, dove è molto importante la prospettiva, rimane centrale nel mio lavoro come viaggiando per mare. Non si può navigare senza una meta. Il viaggio è sempre la metafora di un progetto verso il futuro o verso un’utopia. Credo che oggi ci sia ancora bisogno di riportare al centro della professione la cultura del progetto e questo vale per gli architetti e per i designer”.<br />
Ma se lei fosse costretta a scegliere solo una delle tante professioni che esercita, cosa farebbe?<br />
“Farei l’architetto, per me è proprio una vocazione, una passione. A quel punto insegnerei facendo l’architetto, disegnerei facendo l’architetto, scriverei facendo l’architetto.” <br />
L’avete ristrutturata Smooth Operators?<br />
“È stata in cantiere per ristrutturazioni costruttive e meccaniche senza che questo abbia modificato il suo progetto esterno. Nei suoi 35 metri mantiene un grande senso di unità ed è quindi molto sobria”.<br />
All’interno dell’arredo tradizionale della sua barca emergono alcuni pezzi di design della sua azienda Danese e lampade di Artemide. Secondo quale criterio li ha scelti? <br />
“La collezione Danese è estremamente trasversale, si inserisce perfettamente anche in barca a partire dai tavoli e dalle sedie di Paolo Rizzatto, ai tavolini mobili multiuso Smith di Jonathan Olivares, alle librerie Livorno di Marco Ferreri o alle lampade reggilibro Leti di Matteo Ragni, fino ai bellissimi bicchieri di Achille Castiglioni. Non manca però la luce di Artemide, così capace di creare degli scenari emozionali e nello stesso tempo di rispondere funzionalmente alle necessità con le classicissime Tolomeo, Tizio e Castore, ma anche con i progetti di nuovissima generazione come Yang e Altrove”. <br />
Il design contemporaneo oggi trova spazio all’interno degli yacht che sino a poco tempo fa, invece, avevano un’immagine molto tradizionale, fatta di ottoni e boiserie in legno. Le barche sono diventate delle case galleggianti. Che ne pensa del fenomeno?<br />
“Mi sembra più che positivo che si porti la cultura del progetto di design all’interno della nautica. Sono ormai fuori luogo quelle barche che sembrano la replica galleggiante della villa dei primi del Novecento. Però non trovo interessante il design inteso solo come gesto estetico contemporaneo e la celebrazione del designer. La nautica deve essere un terreno di sperimentazione per nuove idee progettuali. Mi piacciono molto, per esempio, i progetti sulla vela che puntano alle risorse rinnovabili”. <br />
Insomma, non bisogna ricadere nell’idea dello stile fine a se stesso...<br />
“I progetti dovrebbero essere il pretesto per attivare riflessioni su temi centrali della nostra esistenza: le risorse energetiche, l’ambiente e uno spazio umano e vitale che insegni alle nuove generazioni come vivere il mare, educandoli a una cultura, a un’estetica e a una vita che facciano ritorno a quelli che sono i valori più importanti. Nelle barche – non bisogna dimenticarlo – ci sono anche i nostri figli e abbiamo il dovere di insegnare loro un’esperienza positiva. Quando vedo enormi yacht con dei bambini che viaggiano chiusi dietro i finestrini e dieci, dodici marinai che una volta arrivati li mettono sulle moto d’acqua rimango sbalordita... non mi piace che un bimbo di cinque anni pensi che il mondo del mare sia quasi un film fatto da alta velocità e da motori che lo portano in giro in questo modo. Se imparasse ad ascoltare il vento, a immergersi nella dimensione del mare e scoprire un’altra parte dell’universo...”<br />
È anche una questione di educazione…<br />
“Sì, ma anche di come si interpreta la vita a bordo. Gli spazi possono essere progettati in modo da sperimentare uno stile di vita piuttosto che un altro, e questo influisce sulla visione e l’educazione di ognuno di noi. Smooth Operators è affollata di libri e riviste e quando mia figlia arriva con le amiche, vedo che per lo meno li prendono in mano, li guardano e poi vanno a tuffarsi in mare”. <br />
Sia la nautica che il design sono considerati due comparti d’eccellenza del made in italy. Come stanno reagendo alla crisi secondo lei?<br />
“La crisi c’è e purtroppo è ancora apertissima. I rimedi? Limitare i costi inutili, ma, assolutamente, non frenare gli investimenti sulla ricerca e sull’innovazione. Il mondo ha cambiato registro. A questo punto credo che vada tutto ripensato, compresi il design e la nautica”.<br />
Come andrebbero riprogettate le barche?<br />
“In modo da limitare il loro impatto ambientale e ridurre i costi energetici di gestione attraverso l’utilizzo di risorse rinnovabili e l’attenzione alle emissioni. Oggi avere un’idea nuova, cioè fare innovazione, paga più di qualsiasi cosa. Questo vale sia per il design che per la nautica. All’ultimo Salone del mobile, invece, non ho visto niente di particolarmente nuovo, mentre mi aspettavo che per combattere la crisi gli imprenditori tirassero fuori nuove visioni per il futuro”. <br />
Anche la nautica sta scoprendo tutta la tematica del sostenibile.<br />
“Infatti. Ma è un discorso da affrontare più seriamente di come viene fatto adesso. Non è un problema che si risolve semplicemente con un’etichetta, bisogna lavorarci sopra per elaborare nuove risposte ed educare il mondo ai nuovi temi. Citando William Mc Donough e Michael Braungart, lavorando sulle tre ‘E’: economy, equity ed ecology. Il mitico design italiano era proprio così, riusciva a produrre ricchezza con una serie di valori etici e di progetto che si traducevano anche in soluzioni innovative alla portata di tutti. I famosi anni ‘60-’70 della plastica di Artemide e di Kartell hanno prodotto oggetti di grande qualità dai prezzi accessibili che hanno cambiato il panorama domestico in tutti i sensi, hanno fatto ricerca e scoperto nuovi materiali. Insomma, bisogna avere delle idee e delle imprese intelligenti e coraggiose per disegnare il nostro futuro”.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-16 16:52:32</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Chrisco<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,790,intItemID,795,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Luca Brenta &amp; C. Yacht Design/<br />
Wetzels Brown Partners<br />
foto di Nicolas Claris<br />
testo di Michelangelo Giombini<br />&nbsp;progetto di Luca Brenta &amp; C. Yacht Design/<br />
Wetzels Brown Partners<br />
foto di Nicolas Claris<br />
testo di Michelangelo Giombini<br />&nbsp;
Le linee eleganti e decise del nuovo CNB Chrisco fanno di questo cento piedi un nuovo modello di riferimento per la progettazione di moderni superyacht a vela. <br />
Nella complessa geometria della tuga si incontrano il progetto navale di Luca Brenta &amp; C. e quello degli interni affidato a Wetzels Brown Partners.
Il Chrisco è un possente sloop di 30 metri che il cantiere CNB di Bordeaux ha varato lo scorso maggio dopo oltre due anni di intenso lavoro. Le sue linee fluide e taglienti sono state disegnate da Luca Brenta &amp; C. Yacht Design a cui è stato affidato il progetto degli esterni: si chiudono attorno al volume della tuga, realizzata con 75 pannelli planari di vetro nero accostati per formare una superficie sfaccettata e continua. Incastonato come una pietra preziosa, sulla coperta in teak del veliero, il volume geometrico della deckhouse sembra scomparire al di sotto del rivestimento del ponte per effetto del raffinato dettaglio che risolve l’intersezione tra tuga e coperta. Una soluzione progettuale che viene riproposta nelle zone d’incontro delle superfici tra loro non planari, come lungo la sommità affilata delle murate o in corrispondenza dello specchio di poppa che chiude di scatto il disegno dello scafo. La carena ultraleggera realizzata in fibra di carbonio, balsa e vinylester è alla base di una potente architettura velica, progettata per rispondere alle aspettative dell’armatore che desiderava un veliero moderno e veloce ma senza compromessi in termini di comfort di bordo. La completa trasparenza della tuga ha favorito l’interazione tra il progetto navale e quello degli interni affidato a Wetzels Brown Partners, studio internazionale con base in Olanda specializzato nella progettazione di ville, yacht (interni Wallypower 70, styling Wallypower 64) e jet privati. La pulizia del ponte, privo di ingombri, è mantenuta sottocoperta, a partire dal salone con vista panoramica a 360 gradi verso l’esterno: le tinte chiare dell’arredo e dei volumi della compartimentazione risaltano sul pavimento scuro e le paratie in carbonio, che enfatizzano le linee dello scafo anche all’interno. Tutti gli arredi sono stati disegnati da Wetzels Brown Partners e realizzati in materiali leggeri per rispondere alle esigenze di dimensionamento e di bloccaggio in posizione. Il layout distributivo è simmetrico, con una pianta sostanzialmente libera che conferisce al volume interno prospettive lunghe e una sensazione di spazio e ariosità amplificata da superfici riflettenti e lucide. Un sofisticato sistema a led interviene sull’atmosfera generale, alternando un’illuminazione fredda che imita la luce naturale a quella calda e più adatta alla sera. Ognuna delle tre cabine pensata per un uso flessibile e può essere convertita da lounge privata a cabina doppia trasformando il grande divano in letto. La zona a prua dell’albero è stata riservata all’armatore: alla coppia di letti matrimoniali seguono il bagno con ampia cabina armadio e la spa privata dotata di cromoterapia.]]></description>
		<pubDate>2009-10-16 16:49:06</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Flying Dagger<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,790,intItemID,794,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Andre Bacigalupo/Ivana Porfiri <br />
foto di Giovanni Malgarini<br />
testo di Decio G. R. Carugati<br />&nbsp;progetto di Andre Bacigalupo/Ivana Porfiri <br />
foto di Giovanni Malgarini<br />
testo di Decio G. R. Carugati<br />&nbsp;
Portano la firma di Ivana Porfiri gli interni del nuovo Codecasa 41s, un mega open dalle linee filanti e sportive disegnate da Andre Bacigalupo. <br />
Arredati al minimo, gli spazi assumono una grande ricchezza percettiva grazie a originali scelte materiche.<br />
&#160;
Flying Dagger, anno 2009, dei Cantieri Navali Codecasa, nasce open di 41 metri di gamma S, come la gemella Family Day del 2007. Le linee esterne, ben proporzionate, morbide e filanti, di entrambe le unità sono di Andre Bacigalupo, ma l’esemplare in questione è one-off a tutti gli effetti nella inedita configurazione degli interni. Spiega Ivana Porfiri, autrice del progetto: “Lo scafo del 41 S è ampio e alto, quindi a baglio molto largo, la sovrastruttura stretta e bassa. E questi sono dati non modificabili, caratteristiche peculiari delle barche Codecasa di gamma S, plananti, sportive, di elevate prestazioni motorie. Ho scelto di disporre la scala lateralmente con l’intenzione di sfruttare il più possibile l’effetto vuoto creato dal vano di collegamento tra il primo ponte e il sottostante, di aumentare l’altezza in un punto baricentrico. La scala discende nell’atrio e il corridoio di distribuzione indica a poppavia la suite armatoriale, la vip a pruavia, centrali le due cabine ospiti. Ho fatto in modo che le porte di tutte le cabine non si aprano di fronte ai letti. Le geometrie mi hanno consentito l’allineamento laterale, più discreto. La suite armatoriale è dotata di due bagni gemelli che si estendono a filo delle opposte murate, accentuando visivamente l’ampiezza del baglio. I guardaroba sono ricavati l’uno nel sottoscala, l’altro a fronte murata, liberando di fatto l’ambiente da ulteriori ingombri. La cabina vip, decisamente anomala, sfrutta la ‘dimensione traverso nave’ con il risultato di una maggiore suggestione e accoglienza, la sensazione di uno spazio migliore a disposizione. A prua la zona equipaggio, dotata di quattro cabine, disimpegno, lavanderia e mensa, è collegata con un mezzanino superiore, sito sotto la plancia, dove ha sede la cucina principale, accessibile anche all’armatore e ai suoi ospiti. Risalendo al primo ponte, le aperture di servizio che comunicano con i passavanti permettono all’equipaggio di raggiungere la timoneria dall’esterno, scendere in cucina e ancor più sotto negli alloggi riservati. L’area poppiera, molto generosa, comprende il grande prendisole e il tavolo per pranzare all’esterno. Retrostante, posizionata lateralmente, una scala circolare risale al flying bridge. Quindi l’ingresso centrale. Le zone living e pranzo trovano luogo all’interno senza soluzione di continuità. Ho scelto di realizzare le pareti bianche, di un bianco assolutamente murario. Un imbonaggio, costituito da un telaio di alluminio, distanzia le pareti dallo scafo che risalgono le murate con un angolo di 7 gradi e mezzo. E questo genera già il primo segno distintivo, quello del fuori squadra, forse in contraddizione, in una sorta di bisogno di tensione con le linee della barca, così avviate, arrotondate, morbide. Gli oblò, che all’esterno appaiono ritagliati nelle fiancate, corrispondono invece all’interno a finestre strombate, a davanzale inclinato, come quelle dei castelli, che accrescono l’afflusso della luce negli ambienti interessati. L’effetto è sorprendente, dall’alba al tramonto, l’intera barca non necessita di luce artificiale. La forma prismatica, il poligono sono caratteri distintivi di questo mio progetto. La scelta del colore per me non è mai pretesto concettuale: il bianco è infatti textura, peso, temperatura di superficie. Da qui la decisione di pavimentare l’intera barca, escluse le parti esterne pontate in teak, con assi di abete dai grandi nodi, di 18, 16, 8, 4 cm accostate a caso, spazzolate profondamente e verniciate con vernice bianca di considerevole spessore. La porzione centrale del salone e la scala presentano una ulteriore textura, una cannettatura dove figurano incastonati prismi ricoperti di vetro calpestabile. Particolari le tende, di maglia metallica bianca nella suite armatoriale, platino nelle cabine vip e ospiti. Più pesanti delle comuni in stoffa, abbondanti nell’altezza, cadono a pavimento producendo scanalature simili a quelle delle vesti nelle statue greche, con un effetto di indubbia plasticità. La madreperla e il mosaico madreperlaceo costituiscono texture nei bagni. In ogni parte della barca spicca il bianco dei differenti materiali che, diversamente sensibili alla luce, descrivono l’impianto scenico di base. Gli arredi inseriti negli spazi – una poltroncina, un tappeto, una lampada, un divano – sono presenze cromatiche, apportano solo connotazioni individuali, mai influenzano o modificano l’assetto generale. Interessante la parete di fondo del salone, realizzata in foglia di palladio libera, omaggio a Yves Klein che applicava in quello stesso modo la foglia d’oro. Il tavolo da pranzo è una consolle di fronte alla parete. Scomposti gli spazi, introdotti gli spigoli, i fuori squadra, tutta la barca si comporta come un prisma ottico. La luce quindi si diffrange, si fraziona in varie direzioni con effetti del tutto inattesi, assolutamente emozionali, che interessano le superfici bianche delle pareti e dei pavimenti. I colori delle ante dell’armadiatura pensile della cucina, realizzate in un materiale composito risultante dal riciclo di copertine di cellulari sfilacciate e impastate, sono affascinanti, ma ancor più quando mutano, di giorno e di notte, per effetto della diffrazione della luce naturale o artificiale…”. Come l’abito su misura, cucito ad uso del committente, in questo caso l’armatore, Flying Dagger è, nella firma del suo sarto, barca unica, irripetibile.]]></description>
		<pubDate>2009-10-16 16:47:08</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Pieds dans l’eau<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,790,intItemID,793,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetti di Odile Decq e Benoit Cornette <br />
testo di Matteo Vercelloni&nbsp;progetti di Odile Decq e Benoit Cornette <br />
testo di Matteo Vercelloni&nbsp;
Un percorso progettuale radicale e di difficile catalogazione, specchio della complessità contemporanea, in cui convergono i sogni della lezione Archigram, lo strutturalismo High-Tech, ma anche i sapori della musica rock. Un dinamico processo compositivo che enfatizza le relazioni con la città e il territorio attraverso spazi fluidi e dinamici, in grado di costruire rimandi e relazioni tra ambiente interno e paesaggio urbano. È questa in sintesi la ricerca condotta da Odile Decq - insieme a Benoit Cornette sino al 1998 - che affronta anche il tema del rapporto acqua/architettura, dalla scala dell’imbarcazione a quella delle grandi infrastrutture portuali.
<br />
Classe 1955, Leone d’Oro alla Biennale di Architettura di Venezia del 1966, architetto outsider, a fianco di Paul Virilio nella pratica dell’insegnamento, Odile Decq si colloca nel panorama architettonico contemporaneo in modo costruttivamente contraddittorio. Propone un’architettura tranciante e sensuale che vuole interrogare il futuro e provocare il quotidiano: “Lo spazio non ha un unico centro, le prospettive sono tangenziali e quindi sempre diverse. Lavoro sulla sezione architettonica perché rivela il non-visibile e la rendo tridimensionale per creare Territori Sensuali”. Al centro di ogni progetto si pone, anche in termini concettuali, il tema dello spazio rapportato non solo alle sue articolazioni funzionali e compositive, ma anche alle sue espressioni di tipo relazionale. In tale accezione il dinamismo, il movimento delle parti e poi la sintesi di ogni progetto, si spingono verso soluzioni di tipo sperimentale, lontane da verità precostituite e da normative poetiche della forma architettonica. È proprio nel dinamismo dell’oggetto costruito e quindi nella sua variabilità che l’opera di Odile Decq e del prematuramente scomparso Benoit Cornette, trova l’elemento base dell’organizzazione delle parti, l’essenza dell’architettura. Si tratta di un procedere ‘obliquo’, aperto all’ascolto e all’ibridazione di altre discipline - l’arte e il cinema anzitutto - e di esplorare territori di ‘margine’, di lavorare su ‘frammenti urbani’ di varia scala, parte del disegno della città complessiva. In questo percorso multilineare, specchio della complessità del mondo contemporaneo, Odile Decq si è trovata in alcune occasioni ad approfondire la relazione tra acqua e architettura, dove il tema di progetto è sempre risolto in chiave relazionale con il territorio e la città, con spazi interni o aree reinventate in chiave collettiva che cercano in modo dinamico un nuovo legame con l’intorno evitando l’autorappresentazione iconica dell’opera in sé, per radicarsi in modo costruttivo con l’ambiente.<br />
Sia nel caso di una riqualificazione portuale (il porto industriale di Genevilliers in Francia, 1994); di un ponte urbano pensato come nuovo territorio flottante e fondativo (il concorso per il ‘Terzo ponte’ a Rotterdam, 1998-200); di un’esclusiva barca a vela (l’Esense per Wally, 2003-2006); di un grande terminal passeggeri (la nuova struttura per il porto di Tangeri, 2007); o di nuove architetture urbane galleggianti (il VNF Headquarters a Parigi del 2008 e il ristorante Archipel nei Docks Quai Rambaud a Lione, 2007), tutti i progetti flottanti o a pieds dans l’eau di Odile Decq si caratterizzano per l’idea di ‘riconquista dell’acqua’, così come si enunciava nel programma di lavoro per il progetto di ridisegno del porto di Genevilliers alle porte di Parigi. Qui quella che nel tempo si era trasformata in un’area industriale banalizzata è stata riportata al disegno originario, con il sistema del porto fluviale e delle darsene che entrano nella città, ‘attivate’ da nuove zone verdi e da attività di uso pubblico affiancate a quelle industriali esistenti. L’idea è quella di assumere il porto come una zona di interfaccia tra città e acqua e di lavorare su questa zona eccentrica in chiave di contributo alla generale riqualificazione urbana e al riuso della città, delle sue aree e dei suoi manufatti. Un atteggiamento ripetuto in chiave più radicale nel progetto vincitore del concorso per il ‘Terzo ponte’ di Rotterdam dove si intendeva “pensare a nuove relazioni tra la città e il fiume, riorientando la città verso il fiume”. Una nuova isola, segnata da cinque torri per uffici, come una nave di pietra da cui si ergono cinque alberi maestri, funge da punto di appoggio al pilone principale del ponte e diventa elemento in grado di attivare un processo di riqualificazione esteso alle sponde del fiume e alla città nel suo complesso. Una land-architecture che amplifica i limiti dei confini urbani verso est; si tratta di un atteggiamento progettuale che spinge il paesaggio a modificarsi e a trasformarsi in un ponte multifunzionale piuttosto che limitarsi al sovrapporre ‘semplicemente’ un’infrastruttura architettonica alle trame territoriali esistenti. Uno sforzo teso a radicare il progetto al paesaggio che si ripete per il Terminal passeggeri del porto di Tangeri, oggetto di concorso vincitore, dove la soluzione plastica della costruzione tende ad unire il mare alla montagna in un’architettura-percorso, sinuosa ed accogliente che, come una grande conchiglia, si estende dalla banchine verso l’interno, abbracciando la ferrovia e integrandosi alla viabilità esistente con la creazione di nuove zone di sosta e di trasbordo. Più recenti, due progetti pensati per due città francesi, Lione e Parigi, prospettano l’idea di estendere il costruito sull’acqua in modo innovativo e in bilico tra architettura e mondo navale, percorrendo quella pratica di ibridazione interdisciplinare che sta alla base del percorso di ricerca dell’architetto bretone. Il ristorante Archipel si colloca ai piedi di un edifico per uffici e si configura come una sorta di scoglio architettonico appoggiato al bordo del canale. Composto da una serie di bolle traslucide segnate da un reticolo strutturale che ricorda le alghe essiccate sugli arenili, Archipel è pensato ‘a sistema’ con una serie di imbarcazioni appositamente disegnate (individuale, taxi e bus) assunte come isole mobili, propaggini architettoniche a motore dell’edificio di cui sono parte integrante e la cui sommatoria forma l’unità completa. “Un edificio capace di espandersi, di moltiplicarsi e di disperdersi”. Alle chiatte che navigano sulla Senna si riconduce invece l’Headquarters parigino per la società Voies Navigables de France. Qui un nastro di riferimento fluido e continuo disegna quella che è stata definita dalla stessa progettista una “Asintropia Spaziale” e cioè “una dilatazione spaziale che forma una repulsione e una contrazione allo stesso tempo”, <br />
per comporre una dinamica sommatoria di due volumi divisibili rivestiti con vetri specchianti e trasparenti, collegati tra loro come due imbarcazioni accostate, e connesse al Quai des Invalides con due lunghe passerelle sospese.<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-16 16:44:18</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Editoriale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,59,intIssueID,790,intItemID,792,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Gilda Bojardi&nbsp;<br />&nbsp;“La barca è una barca e non è una casa”. Così Ivana Porfiri, autrice degli interni del nuovo Codecasa presentato in questo numero, aveva riassunto la sua posizione progettuale in una densa intervista rilasciata a Interni on Board (n.1, marzo 2008). Sembrerebbe un’affermazione banale, ma non le è affatto, specie nel momento di grande trasformazione che lo yacht design sta vivendo. Sempre più spesso i protagonisti del progetto sulla terra ferma vengono presi a prestito dalla nautica per dare una nuova identità, estetica e funzionale, agli interior delle barche. La concezione abitativa stessa delle imbarcazioni sta registrando una rivoluzionaria evoluzione. Si tratta di un fenomeno sicuramente positivo, perché libera un importante settore produttivo – in cui l’Italia vanta un’indiscussa leadership – da un linguaggio e da una visione troppo tecnicistici, specializzati e ormai obsoleti. Che però rischia di cadere nell’errore opposto: quello di fare del design contemporaneo uno ‘stile’ da applicare pedissequamente alla stregua di quelli praticati in passato. Le suggestioni e gli stimoli che la vita a bordo offre ad architetti e designer vanno oltre l’esercizio formale. È innanzitutto la dimensione di totale libertà che il mare offre, la possibilità di instaurare una relazione simbiotica con l’acqua e il cielo, l’impegno di dover dare un senso e un riferimento a un’architettura che per sua natura è mobile e decontestualizzata. Introducendo, per esempio, nuovi materiali in grado di moltiplicare i riflessi e le sensazioni regalati dall’intorno, come avviene nel Flying Dagger di Ivana Porfiri. Oppure sfruttando le tecnologie più evolute per liberare lo spazio della barca e renderlo più vivibile, come avviene sul Mathisse progettato da A-Lab. Questa la sfida che l’oggetto barca offre ai progettisti contemporanei. Tra questi, Carlotta de Bevilacqua, la protagonista de ‘L’incontro’ di questo numero, che a proposito della sua navetta olandese afferma: “Più che lo stile, per me è più importante progettare la qualità dell’esperienza che si fa in mare. Che è completamente diversa da quella che si fa a terra e ci deve insegnare a osservare il buio, ad ascoltare il vento e il silenzio, a riscoprire situazioni di cui abitualmente non abbiamo consapevolezza...”.<br />
<strong>Gilda Bojardi</strong><br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-10-16 16:23:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>La ceramica e la forza delle acquisizioni</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,784,intItemID,789,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Antonella Galli&nbsp;di Antonella Galli&nbsp;Quattro domande dirette ai manager che guidano i sei maggiori gruppi italiani. Un giro d’orizzonte per capire come affrontano le sfide di mercato, prodotti, innovazione, risorse umane. I pensieri e le strategie dei migliori al mondo. E che vogliono rimanere tali.<strong>In un rapporto allo scenario economico attuale, quali le soluzioni adottate, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare, a breve e medio periodo?<br />
Stefano Bolognesi</strong>, presidente Cooperativa Ceramica d’Imola. <br />
La crisi ci coglie al termine di un forte percorso di investimenti (140 milioni di euro), iniziato nel 2006 e terminato nel 2008, tesi a qualificare ed implementare l’apparato industriale. Abbiamo sviluppato nuove linee, nuove soluzioni tecnologiche ed estetiche, credendo per primi alle tecnologie digitali per la decorazione delle superfici ceramiche. Stiamo affrontando il momento di contrazione dei consumi lo con un contratto di solidarietà che permette al patrimonio umano di restare “attaccato” all’azienda: alla ripresa (che ci auguriamo per il secondo semestre del 2010) tutti gli impianti e le persone saranno pronti a ripartire, con la consapevolezza che i livelli del mercato non saranno più gli stessi, ma che avremo un modello organizzativo più snello e aperto alle nuove sfide.<br />
<br />
<strong>Claudio Lucchese</strong>, presidente Florim. <br />
Questa contingenza economica ci ha portato a contenere gli sprechi e a riconsiderare il valore del lavoro. La diminuzione della produzione è un fatto che ritengo irreversibile non solo nel contingente, ma anche nel futuro. Il distretto ceramico sta oggi producendo al 70% della propria capacità e sta facendo di conseguenza ampio ricorso agli ammortizzatori sociali. Ritengo che in una situazione di questo tipo gli investimenti vadano orientati verso innovazione ed efficienza: in quest’ottica abbiamo immesso sul mercato il nuovo prodotto Slim/4. Si tratta di una piastrella di spessore 4 mm, formato 60x60, 60x120 e 20x120 cm, che grazie allo spessore ridotto e al peso leggero può essere applicata su pavimenti e rivestimenti esistenti, facilitando le operazioni di ristrutturazione e riducendo i costi dei trasporti. <br />
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<strong>Mauro Manfredini</strong>, direttore commerciale Casalgrande Padana. <br />
Il calo della domanda non è imputabile a una crisi del settore o del prodotto, ma alla crisi finanziaria. Prima o poi si dovrà ripartire, ma il ridimensionamento della produzione perdurerà. Casalgrande Padana opera sui cinque continenti e il 70% della produzione va all’estero. Questo ha consentito di attutire l’impatto negativo, limitando la riduzione del prodotto a non più del 10%. La nostra strategia è di presidiare i mercati dell’Europa: non temiamo la concorrenza dei Paesi emergenti perché, oltre al prodotto, siamo in grado di offrire innovazione e servizio just in time. L’altro obiettivo è di continuare a presidiare il mercato medio-alto, in cui sono maggiormente apprezzate le innovazioni. Questa dell’innovazione è una peculiarità del distretto di Sassuolo. Dalle ceramiche solo per il bagno o la cucina degli anni Sessanta, si è passati a un prodotto evoluto che non è più solo piastrella, ma anche lastra (quasi un mq di superficie), impiegata all’interno e all’esterno, in tutti i settori dell’habitat. Esistono addirittura piastrelle che si autopuliscono e si autoproteggono dai germi. <br />
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<strong>Filippo Marazzi</strong>, presidente Gruppo Marazzi. <br />
Continuare a migliorare l’offerta e investire nelle nuove tecnologie crediamo sia la strada migliore per prepararci a cogliere le opportunità che si presenteranno quando ci sarà la ripresa. Oltre la metà degli investimenti è destinata all’Italia, dove nascono le tecnologie migliori e si mettono a punto i prodotti più innovativi. Soho di Marazzi, realizzato con tecnologia esclusiva, ha già vinto due premi internazionali ed è stato selezionato per la XXII edizione del Premio Compasso d’Oro ADI. Questi riconoscimenti ci confermano che è importante investire nella ricerca. <br />
<br />
<strong>Emilio Mussini</strong>, presidente Panariagroup. <br />
L’innovazione tecnologica, la ricerca per migliorare le performance dei materiali, unitamente al contenimento dei costi, al rispetto per l’ambiente e per la persona nella sua integrità, caratterizzano da sempre la mission del gruppo. Di fronte al difficile momento economico attuale, siamo fiduciosi di riportare il gruppo ai tassi di crescita che lo hanno caratterizzato fino al 2007. Disponiamo di impianti produttivi con le tecnologie più avanzate, unite ad un know-how unico. Crediamo di avere una formidabile squadra di manager e collaboratori, unita ad un livello altamente professionale delle maestranze. La revisione dei processi produttivi e delle procedure organizzative porterà risparmi che ci consentiranno di investire nella comunicazione e nella distribuzione. <br />
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<strong>Graziano Verdi</strong>, presidente Graniti Fiandre e AD gruppo Iris.<br />
&#160;Attendiamo un ridimensionamento drastico nell’industria ceramica, sia in Italia che altrove. Ci sono stime che prevedono un calo del 20%. Tutto il distretto sassolese sta vivendo una fase molto pesante, in cui è coinvolto il gruppo Iris, che però sta registrando, negli ultimi mesi, segnali di crescita sia di fatturato che di portafoglio ordini. Penso che il futuro stia nell'innovazione di prodotto e di processo, e nell’ottimizzare il servizio e la capacità di rispondere velocemente al mercato. <br />
<strong><br />
Qual'è il percorso e la strategia delle acquisizioni?<br />
</strong><strong>Stefano Bolognesi</strong>. <br />
Nel 2009 sono trascorsi 135 anni dal 1874, anno della fondazione. Cooperativa Ceramica d’Imola ancora oggi produce solo ed esclusivamente in Italia, crede nel valore aggiunto del made in Italy e in quello del territorio. Negli anni Novanta avviene l’acquisizione della Ceramica LaFaenza e della Ceramica Leonardo 1502. Le strategie sono protese alla centralizzazione della governance nella casa madre e hanno come obiettivo il mantenimento dei marchi pur diversificandone la loro mission. <br />
<br />
<strong>Claudio Lucchese</strong>. <br />
Floor Gres, l’azienda capostipite di Florim, è stata fondata nel 1961 da mio padre Giovanni Lucchese, specializzandosi inizialmente nella produzione del clinker trafilato e orientandosi poi verso il gres porcellanato tecnico, per l’architettura progettuale. La politica delle acquisizioni inizia nel 1990 con l’acquisto del marchio Cerim. Questa strategia è continuata con la creazione della ragione sociale Florim Ceramiche Spa, sotto cui si sono raccolte, oltre a Floor Gres e Cerim, Rex nel 1994 e Casa dolce casa/Casamood nel 2005. Nel 2000, con base produttiva in Tennessee, si è inoltre costituita Florim USA, destinata al mercato nordamericano. <br />
<br />
<strong>Mauro Manfredini</strong>. <br />
Quando un’azienda ha raggiunto una certa dimensione, pensa alle acquisizioni. Soprattutto quando il mercato non è più in crescita. Casalgrande Padana ha acquisito la Nuova Riwal per la complementarietà del prodotto e la possibilità di creare sinergie, e per acquisire ulteriori quote di mercato. La Nuova Riwal raggruppa due marchi: la Alfalux e la Saime San Prospero. La pluralità dei marchi consente di avere prodotti di diverse caratteristiche e vari canali di distribuzione.<br />
<br />
<strong>Filippo Marazzi</strong>. <br />
Le strategie di acquisizione del Gruppo si inseriscono all’interno della più ampia strategia di sviluppo che ha caratterizzato la storia di Marazzi e che ha significato la leadership tecnologica e di prodotto. Il Gruppo ha iniziato a partire dagli anni ’80 con una strategia di internazionalizzazione produttiva, aprendo direttamente siti di produzione negli Stati Uniti e in Spagna e proseguendo poi lo sviluppo anche attraverso acquisizioni in quegli stessi e in altri Paesi. Italia compresa, dove sono avvenute due acquisizioni molto importanti: Ceramiche Ragno (nel 1989), secondo player del settore ceramico, e Hatria, con cui il Gruppo è entrato nel settore delle ceramiche sanitarie. <br />
<br />
<strong>Emilio Mussini</strong>. <br />
Il gruppo è composto da Panaria, Cotto d’Este, Lea, Fiordo. Ma non solo. La diffusione del consumo di ceramica nel mondo ha portato alla crescita dei competitors locali nei vari Paesi di esportazione del made in Italy. Per difendere e incrementare la penetrazione su quei mercati occorre impostare una presenza con investimenti produttivi e logistici, al fine di rimanere competitivi sul fronte dei costi. Panaria Group ha così consolidato la presenza sul mercato nordamericano attraverso l’acquisizione di Florida Tile e sul mercato iberico attraverso l’acquisizione di Margres e Love Tiles. <br />
<br />
<strong>Graziano Verdi</strong>. <br />
Graniti Fiandre e il Gruppo Iris sono due aziende con strategie molto differenziate. Graniti Fiandre è quotata in borsa ed io ne sono il Presidente, mentre il Gruppo Iris, di cui sono AD, raggruppa i prestigiosi marchi Iris Ceramica, FMG Fabbrica Marmi e Graniti, Eiffelgres ed Ariostea.<br />
<strong><br />
La composizione del paniere e i target di riferimento.</strong><br />
<strong>Stefano Bolognesi</strong>. <br />
Le nostre gamme di prodotto spaziano su tutte le tecnologie e le possibilità di utilizzo delle piastrelle ceramiche, dalle bicotture da rivestimento alle pavimentazioni in monocottura e porcellanati smaltati, fino alle tecnologie di porcellanati a tutto impasto per ogni esigenza, dal residenziale alle grandi superfici commerciali ed industriali. <br />
<br />
<strong>Claudio Lucchese</strong>. <br />
Floor Gres ha conservato la sua vocazione per le soluzioni integrate e l’architettura, mentre Rex propone collezioni contemporanee e prodotti di ispirazione naturale rivolti a un mercato di alta gamma. L’obiettivo di Cerim è quello di realizzare un prodotto moderno rivolto alle giovani coppie, economico, ricco di colore e design. Casa dolce casa e Casamood, di altissima gamma, sono basate su colori naturali e rispondono alle richieste di acquirenti sofisticati e consapevoli. <br />
<br />
<strong>Mauro Manfredini</strong>. <br />
Casalgrande Padana è leadership nel segmento dei pavimenti a destinazione commerciale e pubblica, ma la produzione si può definire di impiego universale. La Riwal, con i suoi due marchi, si rivolge principalmente all’edilizia residenziale e privata. <br />
<br />
<strong>Filippo Marazzi</strong>. <br />
Marazzi, Ragno e Marazzi Tecnica, i tre brand con un respiro più internazionale, rispondono appieno alle esigenze del mercato: Marazzi offre una gamma unica di scelte per qualità e ampiezza, Marazzi Tecnica raccoglie le proposte ad alto contenuto tecnico, rivolgendosi ai progettisti e al mondo del contract, mentre Ragno presenta prodotti con una vocazione interior e casa. I marchi locali rispondono alle esigenze e ai gusti dei singoli mercati. Infine, Hatria produce sanitari caratterizzati da un alto contenuto di design. <br />
<br />
<strong>Emilio Mussini</strong>. <br />
Il target di riferimento lo possiamo identificare in coloro che amano vivere e circondarsi di cose belle. Per soddisfare in pieno il professionista che progetta gli ambienti ed il cliente che li abiterà occorre essere impeccabili nelle prestazioni tecniche e nella qualità dei materiali e dei servizi. <br />
<br />
<strong>Graziano Verdi</strong>. <br />
Le aziende del gruppo soddisfano tutti i target di riferimento a partire da Iris Ceramica che presenta connotati di leadership nell’ambito dei rivestimenti e dei pavimenti smaltati. A questo si aggiungono le sinergie con tutto il gruppo a partire da GranitiFiandre, Fabbrica Marmi Graniti, Ariostea e Eiffelgres, con prodotti alternativi a materiali di cava e nell’ambito del design più innovativo.<br />
<br />
<strong>Le linee aziendali nella gestione del gruppo.</strong><br />
<strong>Stefano Bolognesi.</strong> <br />
Il prodotto italiano è l’unico in grado di sostenere il commercio internazionale grazie al posizionamento di gamma medio alta, soprattutto in virtù di quel mix di gusto, moda e innovazione che caratterizza il nostro fare industria. Competitività oggi significa gruppo, sinergie, risorse comuni, efficienza a 360° con un occhio attento al patrimonio, alle risorse umane che devono continuare ad incrementare la loro professionalità. <br />
<br />
<strong>Claudio Lucchese</strong>. <br />
Tutti i marchi sono oggi “made in Florim”: garantiamo la qualità di tutti i prodotti realizzati nei stabilimenti, mentre ogni marchio segue il proprio cammino di marketing e distribuzione. Per come è costituito il paniere, i prodotti sonopoco sovrapponibili e coprono tutte le aree del mercato. Non sono però escluse sinergie tra marchi. Anche per questo non c’è ora la volontà di acquisire altre aziende: ci si applica piuttosto per far conoscere i brand esistenti. <br />
<br />
<strong>Mauro Manfredini</strong>. <br />
I sei stabilimenti Casalgrande Padana producono per tutto il gruppo con la possibilità di ottimizzare gli impianti e differenziare i prodotti a seconda delle caratteristiche. I prodotti proseguono il loro cammino con percorsi autonomi di marketing e distribuzione. <br />
<br />
<strong>Filippo Marazzi</strong>. <br />
Brand come Marazzi, Marazzi Tecnica e Ragno sono brand globali, con una identità di marca che ha radici nella loro storia e linee guida che sono gestite a livello centrale, anche se con alcune differenze su alcuni Paesi. I marchi prettamente locali, in Francia come negli Stati Uniti, sono invece coordinati dalle singole business units sul territorio. <br />
<br />
<strong>Emilio Mussini</strong>. <br />
L’approccio al mercato attraverso differenti brands ci ha consentito di coprire interamente il segmento alto e del lusso e di costruire intorno a ciascuno una brand recognition fondata sulla coerenza stilistica. Per citare i marchi principali, possiamo dire in sintesi che Panaria si caratterizza per la tradizione, Lea per il design contemporaneo e Cotto d’Este per il lusso esclusivo. <br />
<br />
<strong>Graziano Verdi</strong>. <br />
Il gruppo Iris e GranitiFiandre affrontano il mercato con vari marchi attraverso partnership precise, proponendo materiali diversi. L’obiettivo è che ogni azienda occupi una specifica posizione, partendo dai prodotti e dai formati.]]></description>
		<pubDate>2009-10-07 15:07:11</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Progetti in bianco e nero</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,102,intIssueID,784,intItemID,788,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Alma Mari&nbsp;di Alma Mari&nbsp;Monolitici o leggeri, scultorei o minimalisti: i nuovi sanitari esaltano le caratteristiche dei materiali che li compongono.]]></description>
		<pubDate>2009-10-07 15:02:48</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Relais in vigna</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,784,intItemID,786,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Anita Greco&nbsp;di Anita Greco&nbsp;La nuova tendenza? Trascorrere i fine settimana nei più prestigiosi hotel di charme del belpaese che hanno un atout in più: food and wine. Degustare un Chianti doc, sedersi al “tavolo del cuoco” nella cucina del ristorante, provare il brivido di un bagno al succo d’uva. Nel borgo La San Felice, vicino a Siena, tutto questo a ottobre sarà, anche, motivo di un convegno.<strong>1</strong>. Il borgo La San Felice, a venti chilometri da Siena, comprende due realtà: l’Hotel, che fa parte della prestigiosa catena <strong>Relaix</strong> e <strong>Chateaux</strong>, coccola i suoi ospiti tra prelibatezze gourmet, trentotto camere perfettamente arredate secondo i criteri del Chianti shire, piscina, lounge e spa. E la cantina, dove si seleziona il meglio degli oltre 200 ettari coltivati a vigneto per realizzare vini toscani di grande qualità. La scommessa di Alessandro Marchionne, direttore del complesso, è di creare sempre più contatti tra due attività che fino a qualche anno fa si muovevano in autonomia. “I turisti che abbiamo, per l’80% stranieri, sono affascinati dalle ricchezze artistiche della Toscana. Ma soprattutto, sono degli estimatori del buon cibo italiano. La degustazione del vino interessa la maggior parte dei nostri clienti e va potenziata”. Convinto che la liason ospitalità e turismo enogastronomico sia una formula vincente, in ottobre organizzerà un convegno sul tema, invitando altre ‘eccellenze italiane’ dell’hotellerie a raccontare, a stampa e operatori, la loro esperienza.<br />
<br />
<strong>2</strong>. A fianco della chaise longue di <strong>Unopiù</strong>, piatto rettangolare loopD, tazze 3Some e bottiglia Carafei di Pandora design. Oltre alla piscina La San Felice offre una spa dove è possibile fare il bagno nel vino e usufruire di una serie di trattamenti in cui si utilizzano creme e oli a base di vino. Le terapie a base di vino sono utili perché agiscono come energizzanti e tonificanti. Particolarmente adatto a chi ha problemi di circolazione.<br />
<br />
<strong>3</strong>. Le stanze, ampie e confortevoli, sono arredate secondo il gusto della tradizione italiana. Sono inoltre provviste di ogni comfort tecnologico tra cui un sistema wi-fi per l’utilizzo di Internet. Nellla suite qui fotografata, una delle tre della tenuta, appoggiato sul letto rivestito da un copriletto trapuntato a motivo Toile-de-jouy, un prezioso portatile Flybook® rivestito in madreperla Superlativa™.<br />
<br />
<strong>4</strong>.Particolarmente ben studiate le stanze da bagno dove domina uno stile Old style. A pavimento e parete, piastrelle di maiolica <strong>De Maio</strong>, in tinta unita azzurro pervinca. Sanitari in ceramica bianca di ispirazione inizio Novecento <strong>Devon &amp; Devon</strong>, Calorifero in metallo cromato di Runtal. Sul lavandino alcuni prodotti della linea Relax di <strong>VIA.gg.IO</strong>: olio secco per massaggio, nella versione in busta argentata monodose e in flacone.<br />
<br />
<strong>5</strong>. Fiore all’occhiello del Borgo La San Felice, la nuova e spaziosa cucina industriale (produzione <strong>Molteni Cucine</strong>), dove opera un team di chef capitanato da Antonio Fallini e da Luca Ludovici. Nella foto, in primo piano, la “tavola dello chef” un tavolo per due persone dove si può consumare un menu degustazione annaffiato dai migliori vini della tenuta, tra cui il Pugnitello, recuperato da un vitigno autoctono della zona. Il tutto nell’insolita ed eccitante atmosfera di una cucina al lavoro. (Foto H. Thoreau).]]></description>
		<pubDate>2009-10-07 15:01:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Flower stylist</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,784,intItemID,785,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Patrizia Catalano<br />
foto di Henry Thoreau&nbsp;di Patrizia Catalano<br />
foto di Henry Thoreau&nbsp;Tra Milano e Parigi, alla ricerca del bouquet più innovativo. Dai papaveri ultima generazione agli ikebana su spugne di carbone. Il mondo sta cambiando anche per i fiori.Si fa in fretta a parlare di fiori. Ci si immagina la commessa carina che avvolge un mazzo di rose rosse dietro il bancone di vecchi negozi, tra pacchi di carta velina, nastri colorati e mazzi d’erba verde che sbucano ovunque. Oggi non è più così. Il mestiere è cambiato, e sofisticati maitre dallo stile ben calibrato ci accolgono in piacevoli boutique che assomigliano più all’atelier di uno stilista che alla vecchia bottega del fioraio cui eravamo abituati. Ogni flower stylist coltiva, oltre ai suoi fiori, uno stile e un’impostazione unico, inimitabile, per storia, cultura e tradizione. Così La Chaume, l’atelier più antico e famoso di Parigi, sposa un linguaggio dèco, amato dai grandi maestri della moda francese. A governarlo c’è la signora Calligari, di origine italiana, con le sue due nipoti Juliette e Caroline. I fiori, francesi o al massimo italiani, sono in formato big-size, preferibilmente in colori inediti. Per questo si va da La Chaume, per un mazzo di peonie cinesi cariche di petali di colore fucsia accompagnato da scurissime foglie d’alloro. Sempre a Parigi, ma nel più bohemien quartiere di Saint Germain, ha aperto la sua bottega Pascal Mutel, sposando uno stile Natural Brit. Pascal ha infatti iniziato lavorando con i fiori semplici come ranuncoli e genziane, seguendo la più rigorosa delle tradizioni anglosassoni, quella che si ispira alla naturalezza del giardino selvatico di Edward Bach. Ora Pascal azzarda anche l’uso di piante esotiche e sensuali come la heliconia o la musa coccinea dalle foglie robuste e dai petali a tinte forti, che importa dal Camerum o dalla Costa d’Avorio. A Milano invece da molti anni Paolo Lattuada (con Leonardo Gussoni) ha adottato le forme del Japan e del Minimal. Il suo spazio in via Molino delle Armi è frequentato dalla Milano più glamour. I mini floreal bouquet fatti di rose e bacche di mirtillo o lampone, chiusi a mo’ di sushi da una foglia verde, hanno fatto il giro del mondo. “Siamo stati in Giappone dove abbiamo scoperto i benefici del carbone vegetale.” Carbone di rovere, come supporto per gli anturium midori e snowy, o per le steel grass, le foglie appuntite che ricordano lame d’acciaio. Bagnato alla base è perfetto per le loro composizioni astratte. Sempre a Milano, lo stile nordico puro e severo, perfino un po’ punitivo di Giulio Giannoni, italiano di nascita ma calvinista di formazione. Prima di fondare Numero 9, la bottega milanese di via Pastrengo, al quartiere Isola, Giulio ha trascorso molti anni in Danimarca a Sant Nicolas alla corte di Daniel Ost uno dei guru della tradizione nordica. “Amo creare delle composizioni piuttosto scarne, due, massimo tre tipologie di fiori insieme”. Come l’elleboro, un delizioso fiore di montagna che Giulio unisce ai fiori della cultura romantica europea: i lillà, i narcisi, i giacinti coisia. Il mazzo di fiori ideale? “Quello che ha struttura, senza sembrare un trofeo. Per questo mi aiuto mettendo nel bouquet anche dei rami di ciliegio bianco o di magnolia giapponese stellata: i rami giovani si piegano facilmente e i fiori, che di solito preferisco a stelo lungo, si infilano tra i rami creando piacevoli composizioni”. E per finire, nel cuore del centro storico milanese, c’è Gardenia, dall'anima ironica e neo-barocca. In Antonella Ambrosini e sua figlia Fara, architetto paesaggista, c’è tutto l’orgoglio della tradizione virtuosa del belpaese, un gusto barocco reinterpretato, dominato dal colore e dal gioco della composizione. Morbidezza e rigore: all’interno i fiori più nobili, rose soprattutto, di cui Antonella conosce tutte le varianti “centinaia, tutte meravigliose”, un po’ di fragranza sui bordi, “perfetti il gelsomino o la lavanda selvatica.]]></description>
		<pubDate>2009-10-07 15:02:02</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Bianco perfetto</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,761,intItemID,783,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Nadia Lionello<br />
foto ed elaborazione immagini di Simone Barberis&nbsp;di Nadia Lionello<br />
foto ed elaborazione immagini di Simone Barberis&nbsp;Colore acromatico, luminoso e versatile, dalle tonalità quasi assenti, favorisce le forme semplici, rivelandone l’essenza del progetto.]]></description>
		<pubDate>2009-10-01 11:35:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Blu</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,761,intItemID,782,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Nadia Lionello <br />
foto ed elaborazione immagini di Simone Barberis&nbsp;di Nadia Lionello <br />
foto ed elaborazione immagini di Simone Barberis&nbsp;Uno dei tre colori primari, considerato come il colore classico che dà serenità e invita alla calma, oggi, proposto in nuove nuance, interpreta le nuove forme del design, con un fascino del tutto inaspettato.]]></description>
		<pubDate>2009-10-01 10:46:27</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Slim design</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,781,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;Dalle lastre ceramiche, che la tecnologia esprime in spessori minimi, a rubinetti sottili come lame, a lavabi che sembrano annullare la dimensione della profondità. Progetti ‘a spessore ridotto’ ma ad alto tasso di design, con un’estetica slim per una nuova e più che sostenibile leggerezza del creare.<br />
<strong>1</strong>. Di <strong>Laminam</strong>, lastra ceramica che raggiunge le dimensioni di 100x300 cm, per uno spessore di soli 3 mm. Disponibile in un’ampia gamma di colori e finiture. <br />
<br />
<strong>2</strong>. Tetris, di Davide Vercelli per <strong>Ritmonio</strong>, miscelatore lavabo con getto a lama, finiture cromo e cromo verniciato. <br />
<br />
<strong>3</strong>. Grandangolo G 150 di Nilo Gioacchini per <strong>Hatria</strong>, lavabo di appena 7 cm di spessore. <br />
<br />
<strong>4</strong>. Dolce, di Birgit Lohmann/ Designboom per <strong>Fantini</strong>, miscelatore monocomando a parete, finitura cromo. <br />
<br />
<strong>5.</strong> Supernova, di Sieger Design per <strong>Dornbracht</strong>, linea di rubinetteria nelle finiture lucide specchianti cromato, platinato e champagne.<br />
<br />
<strong>6</strong>. Stontech Slim4 di <strong>Floorgres</strong>, gres porcellanato nello spessore tradizionale di 11 mm e in quello minimo di 4 mm. Le lastre sono ottenute per pressatura, nei formati 60x60 cm e 60x120 cm e sono disponibili in 9 colori. <br />
<br />
<strong>7</strong>. Aessential di <strong>Ceramiche Caesar</strong>, gres fine porcellanato in 4,8 mm di spessore, nei formati 60x60, 60x120, 30x120, 90x90 cm, in 6 colori. <br />
<br />
<strong>8</strong>. Dalla Switch Collection di Edoardo Gherardi per <strong>Ceadesign</strong>, miscelatore a parete dotato di Pipe Water Fitting (PWF), sistema di raccordo del rubinetto all'impianto idraulico ad innesto rapido. <br />
<br />
<strong>9</strong>. Wave, di Meneghello Paolelli Associati per <strong>Art Ceram</strong>, sistema lavabo in Korakril completo di contenitore e specchio, profondità 5 cm. <br />
<br />
<strong>10</strong>. Slim di <strong>TDA</strong>, piatto doccia proposto in 7 misure.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 18:28:34</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Grafismi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,780,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;La linea e il cerchio. La regola geometrica come decoro. Contrasti optical. Rigore, ma anche ironia di matrice pop. 1 2<br />
<strong>1</strong>. Di <strong>Vismaravetro</strong>, sistema di pareti per vasche con anta in cristallo temperato di sicurezza 8 mm, decoro ottenuto per applicazione serigrafica di speciali smalti vetrificabili. <br />
<br />
<strong>2</strong>. Radiatore d’arredo Hole di <strong>Ridea</strong> disponibile in due varianti di misure e diverse finiture. <br />
<br />
<strong>3</strong>. Vision Rilievi di <strong>Ceramiche Lord</strong>, rivestimento in bicottura smaltata 28x56 cm. <br />
<br />
<strong>4</strong>. Lavabo in tecnoglass Milos con pensile verticale coordinato, di Bruna Rapisarda per <strong>Regia</strong>, con decoro sabbiato. <br />
<br />
<strong>5</strong>. Mimo di <strong>Laufen</strong>, mobile lavabo con decoro ‘a catena’ disponibile anche in bianco e rosa, da una collezione completa, comprensiva di lavabi in varie dimensioni, vasca, sanitari e rubinetteria.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 18:07:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Bagno al quadrato</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,779,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;Linee nette e decise, spigoli vivi, superfici sfaccettate, volumi di rigore architettonico. Oltre il bagno organico e il naturalismo delle forme.<br />
<strong>1</strong>. Shui, lavabo freestanding di Paolo D’Arrigo per <strong>Ceramica Cielo</strong>, realizzato in un unico stampo di ceramica. <br />
<br />
<strong>2</strong>. Toscano, di Luca Ceri per <strong>Zazzeri</strong>, miscelatore lavabo con corpo a sezione rettangolare. <br />
<br />
<strong>3</strong>. Dr. Jekyll di Ib <strong>Rubinetterie</strong>, miscelatore lavabo a sezione quadrata. <br />
<br />
<strong>4</strong>. Lulù, di Luca Colombo per <strong>Colombo Design</strong>, collezione di accessori composta da 22 elementi con struttura in ottone cromato. <br />
<br />
<strong>5</strong>. Vasca da bagno in Corian® della serie Splash di <strong>Arlexitalia</strong> con piletta con scarico a pressione. <br />
<br />
<strong>6</strong>. Accessori della serie Freeze di Meneghello Paolelli Associati per <strong>Bertocci</strong>.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 17:56:12</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Color Mix</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,778,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;Per chi considera il colore un elemento progettuale da cui non è possibile prescindere nell’arredamento di una casa, numerose aziende dell’arredo bagno mettono a disposizione una serie di prodotti connotati da tinte ora tenui e rilassanti, ora vivaci e squillanti. Piastrelle, mosaici, lavabi e radiatori attraverso cui definire una sorprendente quanto inedita tavolozza cromatica.<strong>1</strong>. Di <strong>Pecchioli</strong>, lastre da rivestimento 10x80 e 20x80 cm in cotto artistico del Mugello. <strong><br />
<br />
2</strong>. Bali, radiatore di Mariano Moroni per <strong>Cordivari Design</strong> in acciaio al carbonio verniciato in oltre 100 colori. <strong><br />
<br />
3</strong>. Oreste ed Emma, coppia di radiatori in acciaio di Andrea Crosetta per <strong>Antrax</strong>. <strong><br />
<br />
4</strong>. Dalla collezione Vetrina di <strong>Mosaico+</strong>, mosaico in vetro 10x10 mm Mix Cobalto, in finitura lucida o opaca o composta. <br />
<br />
<strong>5</strong>. Kerapoxy Design di <strong>Mapei</strong>, malta epossidica decorativa in 8 colori, ideale per mosaico vetroso. <strong><br />
<br />
6</strong>. I Maestri del Colore di <strong>Ceramica Catalano</strong>, lavabi (diametro 35 e 45 cm) disponibili in 8 colori. <br />
<br />
<strong>7</strong>. Last Dance di <strong>Ceramica Viva</strong> rivestimento in pasta bianca degradé 31,5x94,9 cm.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 17:43:41</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Total White</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,777,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;Da sempre il colore più tradizionale per sanitari di ogni forma e dimensione, il bianco può essere declinato in una gamma sorprendente di sfumature. Nuances che si diversificano anche in maniera impercettibile, in grado di ammantare di un’aura di luminosa purezza il più intimo tra gli ambienti della casa.<strong>1</strong>. Fluide Maxi shower di Simone Micheli per St Rubinetterie, soffione doccia freestanding verniciato bianco. <strong><br />
<br />
2</strong>. Dalla collezione Faraway di Ludovica+Roberto Palomba per Zucchetti, monocomando vasca/doccia free standing con accessorio porta essenza, in finitura bianca. <strong><br />
<br />
3</strong>. Collezione E-Line di Terri Pecora per Simas, composta da lavabo da 90 e 65 cm, sospeso e da appoggio o su colonna (65 cm) e sanitari sospesi o a terra. <strong><br />
<br />
4</strong>. Piatto doccia in ceramica Flat di Galassia (110x75 cm). <br />
<br />
<strong>5</strong>. Moai, lavabo da appoggio in ceramica, di Massimiliano Braconi per Scarabeo Ceramiche.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 12:52:05</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ritorno alla terra</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,776,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;Venature grafiche della pietra e profondità cromatiche della terra: la materia stessa diventa soggetto decorativo. L’eccellenza tecnologica raggiunta dall’industria ceramica riesce a ricomporre nel gres porcellanato la perfetta sintesi tra naturale e artificiale. E anche i lavabi riscoprono la bellezza della pietra o il calore antico della terracotta.<strong>1</strong>. Dalla collezione in gres porcellanato Alpi di <strong>Ceramiche Keope</strong>, disponibile in 4 colori e 3 formati, fascia 15x30 cm.<br />
<br />
<strong>2</strong>. Lavabi Talamo, di Domenico De Palo per <strong>Antonio Lupi</strong> in pietra Apricena. La collezione comprende anche una vasca da bagno. <br />
<br />
<strong>3</strong>. City Red di <strong>Ragno</strong>, gres porcellanato a impasto colorato, per pavimento e rivestimento, indoor e outdoor, nei formati 30x30 e 60x60 cm e in 6 colori. <br />
<br />
<strong>4</strong>. Nu Travertine Controfalda Silver di<strong> Ceramica Fioranese</strong>, gres porcellanato a effetto marmo, in 8 formati, 3 colori e 3 finiture. <br />
<br />
<strong>5</strong>. Collezione Pierres di <strong>Rex</strong>, porcellanato tecnico nelle varianti Santarems, Bourgogne e Vallonie, in 4 formati e 3 finiture. <br />
<br />
<strong>6</strong>. Lavabo Nuvola in terracotta con speciale trattamento indrorepellente di Angeletti Ruzza Design per <strong>Azzurra</strong>. Disponibile anche in ceramica in 9 colori.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 12:32:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Tutti in vasca</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,775,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;Vasche come sculture a centrostanza, compatti ma sofisticati volumi multifunzione o scenografici specchi d’acqua a filo pavimento. Tra senso di intimità che ancora ricerca suggestioni d’antan o voglia di stupire e condividere un rito collettivo di benessere, in una minispa domestica.<strong>1</strong>. Vasca in acrilico (160x70, 170x70, 170x75 o 180x80 cm) con cromoterapia dal Sistema Bagno Wilmotte, di Jean Michel Wilmotte per <strong>Teuco</strong>. Disponibile in 4 misure, dalla versione basic alla variante Hydrosonic, con idromassaggio silenzioso e azione di ultrasuoni.<br />
<br />
<strong>2</strong>. Dalla Faraway Kos Collection, di Ludovica+Roberto Palomba per <strong>Kos</strong>, minipiscina a sfioro in vetroresina (455,8 x 260,6/223,6 x h 100 x p70 cm). Accessoriata con blower system che genera un’increspatura dell’acqua, luce bianca e 2 sedute in Corian®.<br />
<strong><br />
3</strong>. Dalla collezione SPA di <strong>Titanbagno</strong>, minipiscina a sfioro Swim Design, con 5 postazioni a idromassaggio personalizzato. Completa di cromoterapia. <br />
<br />
<strong>4</strong>. Vasca Pop dalla collezione Graffiti di <strong>Glass Idromassaggio</strong>. Proposta in 7 misure, dispone di whirlpool, whirlpool e airpool, getti dorsali, laterali e plantari.<br />
<br />
<strong>5</strong>. Di Patricia Urquiola per <strong>Axor</strong>, vasca da bagno (181x79,5x870/690 cm) di spirito rétro con asola portasciugamani e miscelatore a pavimento. Collezione Axor Urquiola. <br />
<br />
<strong>6</strong>. Vasca da bagno (185x90x52 cm) a centro stanza in Mill-Tech dalla collezione Kubik di Lino Codato per <strong>Milldue</strong>.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 12:18:49</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Il Rosso &amp; il Nero</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,774,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;Il bagno assoluto. I due colori più forti della gamma cromatica, associati a linee decise, individuano un ambiente di tendenza, dove tutto comunica energia e personalità. Dai rivestimenti ai sanitari, dalle vasche ai componenti di termoarredo.<strong>1</strong>. Joe black di Tagina Ceramiche d’Arte, bicottura in pasta bianca con finitura ‘blur’ ottenuta tramite terzo fuoco nei formati 5x88 e 44x88 cm.<br />
<br />
<strong>2</strong>. Square, radiatore d’arredo a piastra di alluminio disegnato da Ludovica+Roberto Palomba per Tubes. Disponibile in formato quadrato o rettangolare, con scaldasalviette elettrico, per attacco orizzontale o verticale, in numerose varianti di misura e colore. <strong><br />
<br />
3</strong>. Uno di Artelinea, lavabo in cristallo termoformato a parete o centrostanza, con mobile in nobilitato rivestito in cristallo smaltato.<br />
<br />
<strong>4</strong>. Lumière tondo di Bossini, soffione doccia con rivestimento in materiale plastico semitrasparente, dotato di illuminazione interna a bassa tensione. <strong><br />
<br />
5</strong>. Dalla collezione Infinità di Fap Ceramiche Greca nero/rosso, rivestimento in pasta bianca 30,5x56 cm. <br />
<br />
<strong>6</strong>. Dalla collezione Loft di Casalgrande Padana, gres porcellanato a effetto cemento, in 6 colori, nei formati 30x30 e 60x60 cm. <br />
<br />
<strong>7</strong>. Miss, lavabo centrostanza di Meneghello Paolelli Associati per Hidra, in Icetek verniciato nero. <br />
<br />
<strong>8</strong>. Leggera, di Gilda Borgnini per Ceramica Flaminia, vasca da bagno in pietraluce nella nuova finitura nera.<strong><br />
<br />
9</strong>. Dettaglio del rivestimento in pasta bianca 25x56 cm, decoro capitonné, dalla collezione Bianco Nero di Impronta Ceramiche. <strong><br />
<br />
10</strong>. Cut, calorifero radiante in acciaio di Alessandro Canepa per Caleido by Co.ge.fin disponibile in versione orizzontale oppure verticale. <br />
<br />
<strong>11</strong>. Lavabo da appoggio in vetro Rosso Veneziano di Box Art. <br />
<br />
<strong>12</strong>. Lavabo da appoggio Cover di Maya Design per Ceramica Althea, in porcellana sanitaria disponibile in 7 colori.<br />
<strong><br />
13</strong>. Dettaglio della piastrella Carmen di Ceramica Bardelli, bicottura 20x20 cm con decoro in serigrafia oro su fondo colorato. Design Marcel Wanders. <strong><br />
<br />
14</strong>. Sanitari sospesi dalla linea Made di Fabrizio Batoni per Nic design, in variante nera oppure bianca. <strong><br />
<br />
15</strong>. Vasca da bagno della collezione Vov di Oriano Favaretto per Mastella Design, in K plan (miscela di resina e minerali derivati dall’alluminio). <strong><br />
<br />
16</strong>. Ellipso Duo Ovale di Phoenix Design per Kaldewei, vasca da bagno in acciaio smaltato nero.<br />
<strong><br />
17</strong>. Rivestimento composto da ciottoli immersi in resina, dalla collezione Black Heart di Riverstone. <strong><br />
<br />
18</strong>. Scoop, lavabo freestanding con finitura esterna rossa soft touch, di Michael Schmidt per Falper. <strong><br />
<br />
19</strong>. Lavabo a bacinella in vetro di Ponsi Rubinetterie Toscane. <strong><br />
<br />
20</strong>. Spider Tre S, vasca idromassaggio di Fabrizio Batoni per Gruppo Treesse, anche con cromoterapia e ingresso audio iPod/cd. <strong><br />
<br />
21</strong>. Lavabo Kalla, di Marc Sadler per Karol, con bacinella in materiale termoplastico.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 11:40:56</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Green Beauty</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,773,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Clara Mantica&nbsp;Clara Mantica&nbsp;Primo al mondo, il comparto delle piastrelle
ceramiche italiano si è dato obiettivi
di sviluppo sostenibile: a partire dai processi
di gestione, fino alla qualità dei prodotti.
Un percorso che, dopo l’acquisizione
delle principali certificazioni europee,
vede le aziende confrontarsi
con le certificazioni internazionali.Il comparto della ceramica italiana è un modello virtuoso del made in Italy per almeno tre ragioni importanti. La prima: circa il 9% della produzione mondiale di piastrelle e il 40% di quella dell’Unione Europea nasce in Italia. Secondo punto: sicurezza e qualità dell’ambiente sono da anni il principale interesse dell’industria ceramica italiana, prima nel mondo ad aver affrontato la questione ambientale. L’impegno delle aziende a rispettare l’equilibrio ecologico rientra, in termini finanziari, all’interno della quota di investimento annua pari ad una percentuale compresa fra il 4.5 e il 7% del fatturato. Terza ragione: innovazione e design sono in continua evoluzione e il tema della bellezza viene declinato sempre diversamente dando luogo a quel connubio fra naturale e artificiale da cui deriva l’headline della campagna d’immagine delle piastrelle made in Italy: A natural beauty. Questo era anche il titolo della mostra promossa da Confindustria Ceramica (Triennale di Milano 22-27 aprile 2009) che ha posto l’accento sul design quale elemento in grado di stimolare la creatività dei progettisti, la sensibilità per l’ambiente e la sostenibilità. “Coniugare senso estetico e qualità dei prodotti — dice Alfonso Panzani, presidente uscente di Confindustria Ceramica — “è un obiettivo da sempre alla base dell’attività dei produttori italiani di piastrelle”. Obiettivo confermato da Green Street, mostra evento sul rapporto virtuoso fra piastrelle ceramiche e verde, inaugurata in occasione di ExpoGreen a Bologna (11-13 settembre) e che si concluderà con il Cersaie. Spiega Franco Manfredini, neopresidente di Confindustria Ceramica: “È una mostra particolarmente ampia e significativa, che copre oltre 4mila mq in un’area esterna ai padiglioni della Fiera. Concetto cardine è che la ceramica utilizza materie prime naturali e si caratterizza per il limitato impatto ambientale, ma il significato è anche andare oltre il semplice prodotto, facendone vedere un’applicazione correlata al verde e all’outdoor”. “Molte aziende hanno ottenuto la certificazione di prodotto e di processo a testimonianza dell’elevata qualità della produzione made in Italy anche dal punto di vista etico e sociale” afferma Panzani. Continua idealmente Manfredini: “Oggi siamo arrivati ad avere dei riconoscimenti a livello internazionale per i provvedimenti presi da molte aziende, che sono riuscite a riciclare il 100% dei rifiuti di produzione (acqua compresa) nel processo di lavorazione. Anche le emissioni sono ridotte a livelli ben al di sotto dei parametri internazionali più severi”. Nell’ultimo decennio, in particolare, l’industria si è avvicinata a progetti di sviluppo sostenibile da perseguire attraverso normative e regolamentazioni di sistema, come ISO 14001 ed Emas, che tengono conto delle cause e degli strumenti per prevenire (o ridurre al minimo) l’impatto ambientale. Le singole imprese hanno volontariamente aderito a progetti di certificazione e qualificazione segnando un cambiamento profondo nella gestione aziendale. Dagli anni Ottanta il comparto si è impegnato progressivamente nella riduzione dei consumi energetici (gas metano) e dell’utilizzo dell’acqua; nell’eliminazione degli scarti e/o del riutilizzo degli stessi come materie prime secondarie. In seguito l’impegno ambientale si è dispiegato lungo tutto il ciclo di vita: dalla scelta di materie prime non tossiche e a basso impatto ambientale, alla salubrità dei posti di lavoro alla responsabilità sociale di impresa. Inoltre, attraverso Ecolabel, sono stati valorizzati i requisiti del prodotto ceramico: dalla durevolezza, alle qualità ignifughe, alla facilità di pulizia, alla resistenza agli agenti atmosferici e alle escursioni termiche. Oggi molte aziende hanno ottenuto la certificazione Ecolabel — grazie alla LCA, analisi ambientale condotta lungo tutto il ciclo di vita della piastrella — e stanno affrontando un’altra sfida: l’adeguamento ai parametri indicati dalla certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), uno dei sistemi di certificazione degli edifici, di origine nordamericana, sempre più considerato e applicato nei capitolati internazionali. La certificazione valuta e attesta la sostenibilità ambientale, sociale ed economica degli edifici — dalla fase di progettazione fino alla gestione quotidiana — avvalendosi di un sistema flessibile che prevede formulazioni differenziate per le diverse tipologie di edifici; la conformità delle piastrelle ceramiche ai criteri stabiliti contribuisce alla certificazione dell’edificio. Le linee guida LEED sono scaricabili da www. italiatiles.com.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 10:39:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Architettura &amp;Ceramica</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,122,intIssueID,761,intItemID,772,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[A.B.&nbsp;A.B.&nbsp;“La ceramica viene dalla Madre Terra; ho voluto ricordare, con questa immagine, che evoca uno spazio come un utero materno avvolto in modo plastico dalla ceramica da dove veniamo… ma anche dove andiamo: il futuro è già qui”. Così Mario Botta, uno dei maestri contemporanei dell’architettura, spiega il suo manifesto per la 27° edizione di Cersaie Salone Internazionale della Ceramica per l’Architettura e l’Arredobagno, a Bologna, dal 29 settembre al 3 ottobre 2009, con 176mila mq di area espositiva, oltre 900 espositori provenienti da 30 Paesi, 707 aziende italiane. Quest’anno la manifestazione vanta una ouverture di assoluto prestigio: la Lectio Magistralis Fare Architettura di Renzo Piano (1° ottobre, Palazzo dei Congressi, ore 11.00). Continua dunque il percorso di Cersaie nell’ambito della grande architettura, come conferma Franco Manfredini, presidente di Confindustria Ceramica: “Il fatto di avere ospite quest’anno Renzo Piano e, in passato, architetti quali Botta, Mayne, Decq o Fuksas, va nella direzione di creare e rafforzare il legame con il progetto ‘alto’ che non è solo un aspetto comunicazionale ma anche di sostanza. Oggi i nostri prodotti trovano largo impiego anche e soprattutto nell’edilizia non residenziale”. La rassegna quest’anno per la prima volta coinvolge architetti e interior designer in uno spazio ad hoc a loro dedicato: la Galleria dell’Architettura. L’area (500 mq al primo piano del Centro Servizi) accoglie convegni e seminari sul tema Costruire Abitare Pensare, titolo preso in prestito dal filosofo Martin Heidegger, un invito a riflettere su modalità applicative-espressive, tendenze, riqualificazione, habitat e prospettive del materiale ceramico in ambito architettonico. Il programma (consultabile sul sito www.cersaie.it alla sezione Eventi). prevede un calendario ricco di appuntamenti, una serie di eventi a cui prendono parte oltre 50 relatori di alto profilo, da Stefano Boeri a Giuliano Gresleri, da Michael P. Johnson a Fulvio Irace, da Franco La Cecla a Marco Mulazzani, tra gli altri. Ceramica, protagonista dell’habitat, nuovi trend nella progettazione, è la prima conferenza di architettura. Segue Retrofit: riqualificazione energetica degli edifici esistenti. La sostenibilità per le piastrelle di ceramica è materia della conferenza Abitare il Verde e dell’incontro S-tiles: comunicare la sostenibilità. Abitare il deserto presenta progetti di architettura minimale nel landscape americano realizzati con piastrelle di ceramica italiane. Abitare l’emergenza affronta l’argomento dell’abitare in situazione di provvisorietà. L’uomo e la città analizza la tematica della dimensione multietnica. Abitare il futuro riflette su bisogni e sfide per le prossime generazioni. Comprendere il moderno. La tutela dell’architettura moderna come premessa al progetto contemporaneo e Abitare la Rete concludono il ciclo degli incontri come ulteriori momenti di approfondimento legati alle declinazioni del materiale ceramico in architettura.]]></description>
		<pubDate>2009-09-30 10:38:05</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Urban Film Fest</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,121,intIssueID,761,intItemID,771,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Andrea Pirruccio&nbsp;di Andrea Pirruccio&nbsp;“Il Festival Internazionale del Film di
Roma si distingue dalle altre manifestazioni
dedicate al cinema per diversi motivi:
intanto perché è un festival non elitario,
aperto al grande pubblico, tanto che anche
gli spettatori in sala possono assegnare un
premio, il Marc’Aurelio, alla loro pellicola
preferita. E poi perché presenta una serie di
eventi strettamente connessi alla geografia
del luogo: spettacoli che generano
risonanze in grado di coinvolgere le altre
strutture culturali della città, dai piccoli
cineforum a prestigiosi musei come il
Macro. Negli anni il Festival ha mantenuto
questa specificità di grande festa urbana,
colta e popolare a un tempo, forte di
un’offerta artistica assai sfaccettata anche
se il cinema, naturalmente, resta il nucleo di
tutto”. A parlare è Francesca Via, architetto,
oggi direttore generale del Festival
Internazionale del Film di Roma — che
quest’anno avrà luogo dal 15 al 23 ottobre — con un curriculum che vede il suo nome
legarsi a filo doppio (e a diverso titolo, da
responsabile operativo a direttore tecnico) a
uno dei cuori pulsanti della manifestazione:
l’Auditorium Parco della Musica progettato
da Renzo Piano. Il Festival, che avrà in Piera
Detassis il proprio direttore artistico, è diviso
in quattro sezioni: la Selezione Ufficiale (con
12 film in concorso e sei fuori); L’Altro
Cinema - Extra (proiezioni di film
sperimentali e incontri aperti al pubblico con
alcuni grandi nomi del mondo del cinema, a
cura di Mario Sesti); Alice nella Città (opere
dedicate al cinema ‘per’ e ‘dei’ ragazzi, a
cura di Gianluca Giannelli); infine il Focus, la
sezione più magmatica e multiculturale del
Festival, curata da Gaia Morrione, che così
descrive la ‘sua creatura’: “Il Focus nasce
da un’idea di trasversalità sulle arti. Dopo
anni dedicati a scandagliare i vari aspetti di
un Paese (per esempio, raccontando l’India
attraverso l’arte che essa esprime, o il Brasile a partire dalla sua matrice musicale),
per questa edizione abbiamo invece voluto
affrontare un tema specifico, quello dei
cambiamenti climatici. Per offire una visione
più ampia possibile sull’argomento,
abbiamo compiuto un vero e proprio lavoro
sartoriale, coinvolgendo celebrità che si
confronteranno col pubblico raccontando il
loro impegno personale nei confronti
dell’ambiente”. Una sezione magmatica, si
diceva, tanto da rendere impossibile
elencare tutti gli eventi previsti. Citarne
alcuni, tuttavia, servirà a rendere l’idea della
generosa ricchezza del suo
programma. Dal 16 al 22
ottobre l’Auditorium Arte, il prestigioso spazio espositivo
dell’Auditorium Parco della Musica, si
trasformerà in un Café Scientifique: un
ritrovo Artistico-Scientifico in cui scienziati e
artisti testimonieranno le proprie esperienze
su tematiche ambientali attraversando
differenti ambiti creativi. Il programma si
articolerà dunque in cinque incontri tematici
su: Cinema, Arte, Musica, Educazione e
Architettura, e sarà a cura di Cape Farewell,
la Fondazione internazionale creata nel
2001 da David Buckland e che
recluta artisti, scienziati,
comunicatori e opinion former
per sviluppare una fusione
tra arte e ricerca scientifica. A questo programma si
aggiungeranno altre iniziative curate da
Legambiente, WWF e Greenpeace, mentre
il medesimo spazio ospiterà, per tutta la
durata del Festival, la mostra Art and
Climate Change, ancora a cura della Cape
Farewell Foundation e presentata per la
prima volta in Italia in collaborazione con il
British Council: tutte le opere esposte
(quadri, sculture, fotografie e installazioni
alimentate a energia solare), sono il risultato
di un’esperienza reale fatta da un gruppo di
artisti internazionali che ha vissuto per
alcuni mesi in Groenalandia, accanto a
scienziati e ricercatori impegnati a
conoscere gli effetti dei cambiamenti
climatici nella regione artica. Il 16 ottobre, in
occasione della Giornata Mondiale
dell’Alimentazione, è invece previsto un
evento speciale durante il quale lo stilista
francese Pierre Cardin e l’atleta americano Carl Lewis (nuovi ambasciatori FAO),
racconteranno del loro impegno sociale,
mentre altri importanti testimonial FAO (tra
cui la cantante Noa), parteciperanno con
una performance musicale. Tra i numerosi
appuntamenti che il Focus dedicherà ai
cambiamenti climatici, da citare anche
un’edizione speciale de La notte dei
Pubblivori, la maratona di spot selezionati
da tutto il mondo che, da oltre 10 anni,
riempie teatri e sale cinematografiche di
tutto il mondo: per l’occasione, dalle 24 del
17 ottobre sarà presentata in anteprima al
Festival una selezione speciale della
manifestazione dal titolo Eco-Logic, 20 anni
di spot per il sociale e l’ambiente: 100 spot
prodotti negli ultimi 20 anni e legati a temi
quali la salvaguardia dell’ambiente, ormai
entrati a pieno titolo anche nel mondo della
comunicazione commerciale più
tradizionale.]]></description>
		<pubDate>2009-09-29 18:12:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Matteo Thun</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,84,intIssueID,761,intItemID,769,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Cristina Morozzi&nbsp;di Cristina Morozzi&nbsp;Da appassionato di volo, conosce la velocità e il senso del limite. Forse per questo ha scelto la lentezza e ha compreso, prima di tanti altri, la necessità di mutare le logiche, i linguaggi e i ritmi della creatività.Èuna persona lieve e rispettosa, qualità rare, dato il diffondersi di un’attitudine a soverchiare, sia verbalmente, sia formalmente. Impegnato concretamente nella sostenibilità, porge le sue convinzioni con gentile fermezza, senza atteggiarsi a tribuno. Pacato, pare abbia raggiunto l’equilibrio tra l’essere e il fare. Possiede la serenità di chi ha compreso in anticipo, prima che fosse indispensabile, la necessità di mutare logiche, linguaggi e ritmi della creatività. Si definisce “architetto punto e basta! I grandi designer sono architetti”, esclama. “Lo era Ettore Sottsass. I primi progetti di design li ha fatti per arredare le case di Adriano Olivetti. Il Vico (Magistretti, ndr) definiva sempre le sue sedie delle piccole architetture. Gli oggetti nascono perché gli interni ne hanno bisogno. Basta pensare alla lezione di Gio Ponti”. Ha studiato architettura a Firenze. Si è laureato con una tesi sul volo, la sua passione e il suo tirocinio di vita: ha ricostruito un’ala di Leonardo da Vinci, simulato un volo da Monte Morello con colonna sonora dei Pink Floyd (Dark side of the moon) “e per fortuna”, aggiunge, “in commissione c’era Klaus Koenig che aveva studiato le leggi dell’aeronautica con Enrico Forlanini, altrimenti mi avrebbero cacciato”. “I grandi designer italiani”, prosegue, “hanno tutti ragionato da architetti. Lo sapeva molto bene Ernesto Nathan Rogers quando coniò, negli anni ‘50, lo slogan ‘dal cucchiaio alla città’ che in quattro parole riassume il legame indissolubile tra architettura e design”. Architetto di sensazioni, più che di forme, sostiene che il vero lusso sia la riduzione formale, non tanto per fare del minimalismo (anch’esso un formalismo), quanto per concentrarsi sulla funzione, sulla piacevolezza, su qualità legate al silenzio, al benessere, ai gesti misurati. Considera pornografici quelli violenti, quelli che per esempio generano i grattacieli. Il primo caldo estivo lo induce a parlare della sua casa di Capri, un ex rudere a picco sul mare, arroccato su un costone di roccia dolomitica, quella delle sue origini (è nato a Bolzano). Non è un paradosso: Capri, prima della deriva dei continenti, apparteneva alla terra ferma, era un promontorio di Punta Campanella. Ha ristrutturato il rudere utilizzando la terra pozzolana, la cenere del Vesuvio (il cemento dei Romani), che ha trovato scavando in loco. Lì ha l’orto, le galline, lì osserva le piante che nascono e crescono. Lì diventa un po’ contadino, oggi il massimo dei lussi. Il restauro del ritiro caprese funziona da parametro della sua metodologia costruttiva. Gli interventi devono essere sempre discreti, nel rispetto dello spirito del luogo. In tempo di globalizzazione, di merci che viaggiano incessantemente da una parte all’altra del pianeta con gran dispendio di energia, crede sia necessario tornare a lavorare con le risorse locali, applicando la legge del cosiddetto km 0. Vitruvio nel primo capitolo del suo De Architettura sostiene che il materiale ideale da costruzione è quello trasportabile sul cantiere da un carro di buoi. Nel 2004 ha vinto il Wallpaper design award per il Vigilius Mountain Resort (Lana, Merano, 2003), dove ha utilizzato il legno di larice che cresce nella zona ed eretto pareti in terra compressa recuperata dagli scavi delle fondazioni per facilitare la trasmissione del calore. Anche l’amore per i materiali l’ha appreso studiando architettura. Ha imparato che non vanno traditi: il legno non va trattato con la chimica, non va piallato. Lasciato invecchiare naturalmente si pietrifica, come insegnano i Walser, e può durare anche centinaia di anni. Le sensazioni si trasmettono a pelle, passano attraverso i pori aperti. Per questo le materie vanno lasciate respirare, senza vernici, senza finiture che ne cancellino le imperfezioni pertinenti alla loro natura, ovvero, alla loro bellezza. “Del bello si deve parlare e si deve perseguire”, sostiene. “È una esigenza fisiologica che stimola i rapporti affettivi, anche con gli oggetti. Non si vive solo di funzione, ma anche di estetica”. <br />
Questa bellezza gentile e rispettosa cui aspira appare lontana da quella esplosiva di Memphis, da quelle deflagrazioni di forme e colori che mutarono il corso del design. Nel 1981 ne è stato uno dei fondatori. Naturale chiedergli cosa sia rimasto di quell’esperienza e della collaborazione presso lo studio di Ettore Sottsass, cessata nel 1994. “L’abitudine di inseguire sempre il limite”, risponde, “come nel volo”. Il volo l’ha abbandonato dopo dieci anni nella nazionale di volo libero con una ultima planata dallo Stromboli, perché Ettore gli disse: “o si lavora o si vola”. “Memphis e il volo, in fondo, sono simili. Memphis mi ha anche insegnato”, prosegue, “che per progredire in un lavoro creativo bisogna lavorare di notte. Gli spazi di libertà e di ricerca si trovano solo di notte. Nel gruppo i momenti di verifica avvenivano sempre da mezzanotte alle 3 di mattina con litigi violenti. Erano quei litigi notturni, carichi di adrenalina, momenti di confronto e d’indagine al confine: sulla fattibilità, sui materiali, sui progetti...”. Il volo chiede esattezza e calcolo. Per volare bisogna essere un po’ ingegneri. Anche per conoscere i materiali, per indagarne la natura originaria, bisogna essere un po’ ingegneri. La semplificazione semantica, dettata dalla volontà di rispettare le materie, oggi, in tempo di recessione, è imposta anche dall’esigenza di abbattere i costi. La riduzione della complessità non significa impoverimento, ma piuttosto invenzione di una nuova poetica legata a qualità diverse dall’apparire, dallo sfarzo, dallo scintillio. Qualità connesse al silenzio e alla lentezza. Nel 2002 ha iniziato a progettare la catena di ristoranti slow food Vapiano. Oggi ce ne sono già 30 in Germania. Ci si siede attorno a piante di basilico, rosmarino, salvia e, invece del panino mordi e fuggi, si può mangiare a 10 euro un buon piatto di pasta al dente. “È stata una sfida”, dichiara, “dimostrare che si può fare lo spaghetto al dente anche ad Amburgo. Vinta anche grazie ad un apparecchio per la cottura messo a punto da Electrolux”. Tanti i progetti di architettura e di design. E numerosi i premi vinti, come quello per l’uso dell’acciaio combinato al legno nella sede Hugo Boss (2007), o come l’ultimo, Premio Ischia di Architettura alla Carriera, assegnatogli lo scorso luglio dall’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Napoli e provincia per la “qualità architettonica espressa sino ad oggi dal suo studio di progettazione nel campo delle architetture del turismo”. Ma il progetto preferito è sempre il prossimo: la ‘Scatola’, un modulo in legno, caricabile su un camion, che può essere, o una camera di albergo, o quella di una casa dello studente, o la stanza di un malato ospedalizzato, o un alloggio di emergenza in situazioni di calamità naturale. Questa è la bellezza gentile, rispettosa e semplice che serve per vivere meglio e più naturalmente, necessaria all’esistere e di cui bisogna parlare.]]></description>
		<pubDate>2009-09-29 17:29:45</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Cent’anni di Burle Marx, tra foresta e giardino</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,761,intItemID,768,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di Andrés Otero<br />
testo di Matteo Vercelloni&nbsp;foto di Andrés Otero<br />
testo di Matteo Vercelloni&nbsp;Il centenario della nascita di Burle Marx (1909-1994), uno dei paesaggisti di riferimento del Novecento e del Movimento Moderno, permette di riflettere sull’attualità di un metodo e di un approccio al disegno del paesaggio che ancora indica, nell’intreccio tra sapienza botanica e sensibilità artistica, nella sinergia tra spessore figurativo e governata composizione dell’insieme, un fecondo percorso progettuale aperto alla sperimentazione e a soluzioni rivolte alla comprensione dei diversi luoghi.Insieme a Luis Barragán (1902- 1988) e a Isamu Noguchi (1904-1988), Burle Marx definisce un ricchissimo insieme di giardini, parchi, sistemazioni urbane, scevri da pregiudizi ideologici e in grado di accogliere la contaminazione di colori, figure e materiali, di miscelare discipline e metodologie, cui va il merito di avere aperto la strada della ricerca e dei linguaggi oggi presenti sulla composita scena del paesaggismo internazionale. Non solo per questo ritornare ad osservare l’opera del maestro brasiliano appare di grande interesse; una testimonianza che sembra non perdere negli anni il suo carattere di attualità, di percorso metodologico declinabile di luogo in luogo, ricco di stimoli multidisciplinari sempre più necessari per operare nel presente. Anche per questo a Burle Marx è stato dedicato un convegno internazionale lo scorso maggio presso l’Università IUAV di Venezia dal titolo Un progetto per il paesaggio che ne ha riletto l’opera in chiave più programmatico-propositiva che celebrativa. Quello che presentiamo in queste pagine, tra la sterminata produzione di Burle Marx (più di 2500 progetti), è il Sitio (podere) di Santo Antonio da Bica, a quaranta chilometri da Rio de Janeiro, che nel 1949 Burle Marx insieme al fratello Sigfrid acquista e sceglie come suo laboratorio-residenza e vivaio, e che oggi appare come un museo vivente della flora brasiliana oltre che ‘autoritratto paesaggistico’ dello stesso ideatore. Qui Burle Marx costruisce la sua casa rimontando i resti di un edificio urbano inutilizzato, cui affianca una vasca d’acqua composta ancora da frammenti dei vecchi palazzi costruiti dai portoghesi nei secoli passati che si trasformano in elementi da costruzione per un collage froebeliano strabiliante e calato in una personale foresta artificiale. Si trovano nel Sitio due dei caratteri dominanti dell’opera di Burle Marx: il montaggio compositivo e l’idea della foresta. Un’idea che non è tanto quella di un luogo che esprime un rapporto romantico con la natura; la selva è piuttosto assunta nella sua esuberanza botanica e cromatica come ‘materiale artistico’ cui attingere per riportare la foresta, attraverso la pratica progettuale, alla scala del giardino e del parco urbano. Una scoperta quella dello splendore plastico della selva brasiliana che Burle Marx matura non nel suo Paese in cui la foresta-jungla era sinonimo di paura, rifugio di indios selvaggi e di bestie feroci, e dove i giardini pubblici e privati erano scanditi paradossalmente da motivi figurativi, piante e fiori provenienti dall’Europa. <br />
È proprio in Europa, a Berlino in Germania (Paese natio della madre), dove a diciotto anni si reca per curarsi una malattia agli occhi, che il giovane Burle Marx ‘scopre’ il valore estetico della foresta davanti ad una serra di piante tropicali brasiliane nel Giardino Botanico della città. Ma questo incontro rivelatore che segnerà per sempre il suo percorso di ricerca, che si arricchirà anche di valori etici e di orgoglio nazionale (“difendere, con tutti i mezzi a mia disposizione la nostra flora” diventerà un imperativo presente in tutti i suoi progetti), è affiancato dall’influenza della novità rivoluzionaria delle avanguardie artistiche dell’Europa della seconda metà degli anni ’20. Non solo l’esuberanza futurista, la scomposizione cubista, le espressioni della pittura astratta, ma anche i colori di Van Gogh, la geometrizzazione della natura di Cèzanne, sino allo studio dell’opera di Picasso, Mirò, Klee, la passione per i motivi ad onda di Matisse che si ritroveranno nel disegno della pavimentazione del lungomare di Rio, l’astrattismo di Kandinskij e, in modo più incisivo, le forme morbide dell’opera di Hans Arp, concorrono a definire l’approccio estetico e formale, cromatico e compositivo alla natura della foresta brasiliana da parte di quello che ne sarà il suo maggiore valorizzatore. Così la foresta, quasi con un atteggiamento dadaista, in un nuovo esplosivo rapporto tra arte, natura e progetto, è affiancata all’architettura moderna (ville e palazzi pubblici) ed è portata in modo surreale nel contesto urbano; nel giardino privato e nel parco pubblico attraverso un procedimento di montaggio che è stato giustamente definito come “l’unica opera completa che il Movimento Moderno ha prodotto con il verde” (Manolo De Giorgi, Giardini del Moderno, Domus n°705, 1989). Un procedimento compositivo scandito da una vegetazione assunta come tessuto di connessione orizzontale su cui si inserisce il secondo livello di alberature ed elementi verticali, per poi concludersi con una vegetazione pensata quale decorazione tettonica. Una serialità di tipo architettonico aperta a variazioni continue e a dosare diverse percentuali tra le tre componenti che tuttavia appaiono sempre presenti, quali elementi compositivi di base per la garanzia della costruzione del giardino. La foresta come artificio è poi tradotta in sintesi programmatica nel disegno multimaterico dell’insieme dove accanto alla sensibilità artistica (“io dipingo i miei giardini” affermava Burle Marx) è sempre presente la profonda conoscenza della natura, che unisce all’esaltazione delle qualità plastiche e pittoriche, olfattive e cromatiche, di piante e fiori, la consapevolezza strutturale delle esigenze ambientali di ogni elemento vegetale impiegato, rapportato al luogo, nell’ascolto dell’ambiente in cui ci si trova ad operare.]]></description>
		<pubDate>2009-10-02 14:30:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Singapore, Klapsons hotel</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,761,intItemID,767,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>William Sawaya</strong><br />
sviluppo progetto <strong>Studio Architettura </strong>e<strong> Design Sawaya &amp; Moroni</strong><br />
local architect <strong>RSP</strong><br />
foto di <strong>Santi Caleca</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />&nbsp;sviluppo progetto <strong>Studio Architettura </strong>e<strong> Design Sawaya &amp; Moroni</strong><br />
local architect <strong>RSP</strong><br />
foto di <strong>Santi Caleca</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;A Singapore, nel centralissimo business district, il flagship Hotel della catena Klapsons. Un ‘boutique hotel’ sviluppato per ora in un edificio su quattro livelli, destinato a innalzarsi sino a definirsi come una piccola torre urbana, che propone negli interni un’idea di lusso contemporaneo pensato anche come luogo d’incontro, con una spettacolare hall offerta anche all’uso del grattacielo prospiciente.Nell’effervescente paesaggio urbano di Singapore, isola città-stato dove i grattacieli si rincorrono per conquistare il primato di migliore landmark del momento, ma dove anche una ricca vegetazione fa da tessuto connettivo miscelato all’architettura di ogni scala, questo nuovo edificio disegnato da William Sawaya (per ora sviluppato solo su quattro piani, ma destinato a crescere in altezza) è stato pensato anzitutto per offrire uno spazio interno rivolto alla città, in grado di proporsi come luogo di richiamo e d’incontro. Lontano dall’immagine del ‘lusso globalizzato’, ripetuto in ogni città d’oriente o occidente secondo linguaggi più o meno understatment, oscillanti tra memorie minimaliste e soluzioni rassicuranti, quella del Klapsons è all’opposto volutamente proiettata verso una studiata e dinamica idea di unicità. Un preciso percorso architettonico, perseguito soprattutto negli interni, che si lega alla definizione della nuova identità del Gruppo Klapsons di cui l’hotel di Singapore appare come riuscito flagship.L’Hotel si trova nel Business District, di fronte ad un grattacielo per uffici cui si unisce in modo diretto, disegnando un nuovo spazio connettivo; la hall dell’albergo diventa una sorta di luogo polivalente che, oltre a fungere da ingresso per gli ospiti, si collega a quello della torre uffici definendosi come piccola piazza coperta. Un ‘interno urbano’ connesso al porticato pubblico del nuovo edificio e allo stesso tempo protetto dalla scena cittadina in un colorato e calibrato comfort definito dalla sommatoria di elementi compiuti e distinti, chiamati a costruire un nuovo e pulsante paesaggio d’interni. È la hall quindi a svolgere il compito di offrire nell’immediato, nella sua soluzione architettonica, la filosofia e il carattere del Klapsons; lo spazio sottolinea nella sua doppia altezza il richiamo alla piazza coperta, qui definita da un seducente disegno del soffitto scandito da una trama di layers di gesso sovrapposti, perforati secondo forme ameboidi, nel cui interno un sistema di led a variazione cromatica permette di colorarne lo sfondo, secondo le diverse occasioni e le ore della giornata. Sulla pavimentazione di rosso quarzite, in posizione centrale tra due pilastri rivestiti di acciaio trasformati in possenti colonne cilindriche, si eleva una lucente sfera cromata che funge da capsula-reception la cui perfezione geometrica e ruolo indipendente all’interno della scena complessiva sono sottolineati dal raggio in quarzite bianca della pavimentazione del percorso di avvicinamento, estesa anche all’esterno, con finitura bocciardata, ad incidere quella del portico di lavagna nera. Intorno al nucleo specchiante della reception si sviluppano altri episodi architettonici pensati come ‘personaggi architettonici’ di riferimento: la scala elicoidale contenuta in un portale di legno macassar per raggiungere il music bar del primo livello e più in là il volume degli ascensori rivestito con reti di acciaio. Alle sue spalle, affacciato con una lunga vetrata verso il porticato, è ubicato il ristorante che alterna ai tradizionali tavoli con sedie una suggestiva serie di posti fissi in linea, definiti da un ‘arredo architettonico’ di divanetti imbottiti con schienale alto a fungere da quinta separatrice. A unire tra loro i diversi episodi, quasi un collante compositivo puntiforme, giunge l’arredo; pezzi di design dal forte carattere che alternano forme, materiali e colori, per definire lo spazio di accoglienza e di sosta. Una volta superata l’avvolgente scena dell’ingresso, la stessa cura progettuale è riservata alle stanze distribuite lungo corridoi ombrosi ed ovattati da cui emergono i profili di luce chiamati a disegnare il contorno delle porte di accesso alle camere. Qui l’idea del lusso si rapporta allo sfruttamento ottimale dello spazio. Al fine di ottenere il maggior numero di camere possibili, la limitata larghezza tipo delle stanze ha portato a sviluppare gli ambienti in profondità, scegliendo di portare parte del bagno nella camera e chiudendo in un blocco separato il solo wc con lavandino. Le docce si trasformano così in figure protagoniste della camera, diventando dei cilindri di cristallo, delle forme elicoidali dello stesso materiale, dei box laccati rossi acceso, riservati nelle intenzioni dei proprietari al team della Ferrari in occasione del Gran Premio di Formula 1 che dal 2008 si svolge, come a Montecarlo, all’interno del circuito cittadino. Le vasche da bagno in alcune stanze sono esibite nei piccoli soggiorni, mentre in molti casi si cerca il rapporto con il verde, accostando alle camere delle terrazze-giardino con vasche idromassaggio esterne, pedane di legno e lettini per il relax. Arredi su disegno e pareti imbottite rivestite di cuoio, si alternano a divanetti di velluto capitonnè, a lampade colorate affiancate da luci celate tra gole in gesso e movimenti dei soffitti, in un controllato percorso compositivo dove visibilità e apparizione, luce e morbidezza, si offrono come categorie di un progetto teso verso la definizione di un comfort appagante e contemporaneo che non disdegna una sapiente teatralità narrativa.]]></description>
		<pubDate>2009-10-02 14:27:21</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Praga, tea-house con incanto boemo</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,761,intItemID,766,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>David Mastálka/ A1ARCHITECTSECTS</strong><br />
foto di<strong> Ester Havlova</strong><br />
testo di <strong>Alessandro Rocca</strong>&nbsp;progetto di <strong>David Mastálka/ A1ARCHITECTSECTS</strong><br />
foto di<strong> Ester Havlova</strong><br />
testo di <strong>Alessandro Rocca</strong>&nbsp;Nei dintorni di Praga, immersa tra meli e ciliegi di un piccolo giardino selvatico, una stanza segreta per il tè e per la meditazione mixa il riferimento alla tradizione giapponese del chashitsu a una fusione perfetta con l’ambiente naturale.Lo studio praghese A1Architects, fondato nel 2004 da David Mastálka, Jakub Filip Novák a Lenka Kremenová, è il tipo di associazione tra creativi che oggi si sta diffondendo sempre più, in Europa e negli Stati Uniti, e che si applica a tutti i rami e le occasioni di progettualità, incrociando esperienze e professionalità diverse con la massima disinvoltura. I confini professionali e geografici si cancellano, cresce l’integrazione tra architettura e comunicazione, tra grafica e web, in una serie di sconfinamenti e interferenze sistematiche che permettono di navigare nel mare di un X-design (industrial, architectural, landscape, web, food, body, ecc.) sempre più pervasivo e interconnesso. L’ultima produzione architettonica di A1Architects nasce dalla collaborazione tra David Mastálka e lo scultore slovacco Vojtech Bilisic che hanno dedicato 35 giorni a costruire, con le proprie mani, un piccola casa da tè immersa tra i meli e i ciliegi di un piccolo giardino abbastanza selvatico, nei dintorni di Praga. La casa da tè non è un’esclusiva dell’estremo oriente, ma è indubbio che in questo caso è esplicito ed evidente il riferimento alla tradizione giapponese del chashitsu, il padiglione in cui si svolge la cerimonia del tè. Senza dimenticare che la tea house giapponese è anche un piccolo tempio dell’amore, il luogo riservato e perfetto, nella sua nuda essenzialità, in cui la cerimonia del tè si accompagna all’intrattenimento erotico della geisha. Non sappiamo se David abbia considerato anche questa eventualità, in ogni caso il suo piccolo padiglione è un’invenzione superba che mescola con grande abilità elementi di una cultura lontana e diversa a una fusione perfetta con l’ambiente di quel piccolo giardino boemo. David racconta di aver immaginato “un piccolo mondo segreto in cui il tempo segua il proprio ritmo naturale: un ambiente che dia senso e misura al vuoto, che descriva un’idea di spazio”. Seguendo queste suggestioni, David costruisce una costruzione circolare sormontata da una cupola semitrasparente, di carta, su cui si proietta la luce del cielo con i riflessi delle nuvole in movimento. Le pareti riprendono letteralmente la tradizione giapponese dei pannelli in carta di riso, leggerissimi e scorrevoli, che permettono l’affaccio e la contemplazione del giardino da un punto di vista leggermente sopraelevato. L’ altro lato della sala, che è un cerchio perfetto con l’addizione del minuscolo vano di ingresso, è formato da una parete in argilla trattata a stucco con un effetto materico, molto lieve ed elegante, che disegna una superficie leggermente incisa, una texture che è quasi un paesaggio astratto. Le stuoie dei tatami e il fornello in acciaio brunito che occupa il centro della stanza, completano la magia di un luogo dedicato a un’unica funzione minimale e soprattutto al tempo che passa, alla meditazione, alla comunione con i ritmi, i suoni, gli odori e i colori della natura, qui rappresentata dal piccolo giardino selvatico. La struttura, in legno di quercia, appoggia su una base di pietre raccolte sulle rive del vicino stagno, mentre il rivestimento è in legno di larice scurito a fuoco, un trattamento che porta sull’esterno del padiglione colori e tonalità molto simili a quelle degli alberi che lo circondano aumentando il contrasto, e l’effetto di sorpresa, con la luminosità calda, morbida e chiara dell’interno.]]></description>
		<pubDate>2009-10-02 14:26:34</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Mumbai, cocoon indiano</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,761,intItemID,765,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>KNS Architects Pvt. Ltd &amp; Sonali Shah</strong><br />
design team <strong>Kanhai Gandhi</strong>,<strong> Neemesh Shah, Shresht Kashyap e Sonali Shah</strong><br />
foto di <strong>Alan Abrahim</strong> &amp; Rahul Pawar<br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong><br />&nbsp;progetto di <strong>KNS Architects Pvt. Ltd &amp; Sonali Shah</strong><br />
design team <strong>Kanhai Gandhi</strong>,<strong> Neemesh Shah, Shresht Kashyap e Sonali Shah</strong><br />
foto di <strong>Alan Abrahim</strong> &amp; Rahul Pawar<br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;Un appartamento di design internazionale a Mumbai, un esempio di architettura organica che si ispira idealmente ai riferimentiprecetti del vastu, l’antica scienza indiana di organizzare spazi e arredi in modo ‘terapeutico’ per vivere in armonia con la natura e incrementare l’energia vitale.Siamo di casa a Juhu, nella Mumbai elegante e mondana, quella dei sobborghi più tranquilli, vicino al mare, dove talenti indiani coesistono con star internazionali e le abitazioni spesso arredate all’insegna del design si presentano come architetture dall’identità forte soprattutto negli effetti di spettacolarizzazione. Ci dicono che Mumbai sia il luogo più democratico dell’India, dove non conta di che casta sei, perché l’ovest resta la direzione del possibile e il dinamismo investe in cultura, arte, design, moda. Mumbai viene rappresentata come la metropoli-locomotiva dell’India, che si propone di accrescere il ruolo di polo principale dell’economia e di raggiungere i livelli delle capitali internazionali, grazie al suo porto, alle industrie tessili e a Bollywood, l’industria cinematografica; ma è anche una megalopoli, con oltre diciotto milioni di abitanti, segnata da profondi contrasti, tra grattacieli splendenti e palazzi fatiscenti, lusso e povertà, boutique di grandi marchi internazionali e lavandari che sbattono i panni in piccole vasche di acqua e sapone per poi appenderli a lunghe cordicelle colorate... Alla fine, dunque, nonostante l’attualità di film come The Millionarie o di romanzi quali Gente di Mumbai di Munmun Ghosh, l’India resta per noi un continente lontano e complicato da esplorare. Però, questa abitazione ha due peculiarità che la rendono interessante ai nostri occhi. La prima: propone un lifestyle internazionale appoggiato su basi locali che valorizzano e sottolineano le matrici della cultura indiana, superando il limite dell’omologazione dato dal miraggio di una visione globalizzata. La seconda: disegna un quadro ottimista per le aziende italiane del design che si stanno posizionando strategicamente sul mercato indiano del lusso. D’altronde resta pur sempre l’abitazione di una coppia di architetti indiani, Neemesh e Sonali Shah, che condividono anche l’attività professionale nello studio KNS Architects insieme ai soci Kanhai Gandhi e Shresht Kashyap, firmando progetti residenziali di punta con riconoscimenti del IIID (Institute of Indian Interior Designers) quali l’Award for Residential Spaces Category 2009. “Per la casa privata dei nostri sogni” spiegano “desideravamo un cocoon (guscio) accogliente e protettivo, depurato dalle sovrastimolazioni sensoriali del mondo esterno, fatto di ambienti dalle linee dinamiche, tanto curve e sinuose quanto lineari ed essenziali, in grado di scardinare e riconfigurare in modo organico-futurista le maglie di una planimetria regolare di forma rettangolare; un guscio rassicurante anche nei colori che declinano una palette di bianchi e di gialli accesi da punte di arancio”. Nell’ottica di creare una comunicazione fluida tra gli ambienti sono state privilegiate aperture flessibili – assolute negli spazi conviviali e d’intrattenimento, parziali e contratte nelle zone dedicate alla concentrazione, allo studio e alla meditazione – che non disturbassero l’omogeneità e la trasparenza dell’insieme ricomposto in tre aree spaziali contigue: quella centrale con ingresso, pranzocucina, living direttamente comunicante con la terrazza; e sui lati opposti, le zone notte padronale e ospiti articolate come palcoscenici cangianti, animati da superfici tagliate al laser in materiali che privilegiano pelle, Corian e alluminio e con una luce cromaticamente variabile, regista di mood abitativi mutevoli, secondo indicazioni suggerite dalla cromoterapia. Arredi di noti marchi italiani del design completano la scena che, però, alla lettura con uno sguardo diverso, restituisce una storia tutta indiana, profondamente indiana; il plus più interessante e autentico del suo connubio con il design internazionale. Alla base di ogni scelta compositiva, spiegano infatti i progettisti-committenti “c’è un concetto di architettura integrale, secondo il quale la casa è concepita come un ‘ambiente terapeutico’, una sorta di Mandala, costruita e organizzata disponendo spazi e arredi il più possibile in armonia con le leggi universali della natura e con il proprio corpo, che protegge come un grande grembo”. <br />
In altre parole ci sono ideali riferimenti all’antica scienza del vastu, che fornisce le regole per la realizzazione di una casa in cui utilizzare al meglio le risorse umane al fine della realizzazione spirituale. Il principio portante dell’antica filosofia indiana dell’abitare, che risale a circa 5000 anni fa, è la perfetta interazione tra le energie espresse dai cinque elementi fondamentali (aria, acqua, terra, fuoco ed etere). Secondo i suoi precetti, la terra è attraversata da linee di energia che si muovono lungo le direttrici nord-sud ed est-ovest. Orientare lungo queste linee gli spazi abitativi ha un’influenza diretta sul benessere di chi li abita. Si tratta di ‘segreti del mestiere’ che pare conoscessero bene anche maestri dell’architettura come Andrea Palladio o il romano Vitruvio. Perché “un’abitazione costruita senza considerare le influenze della natura” si legge nelle scritture vediche “è causa di fallimenti, viaggi difficili e frustrazioni. Ma, un’abitazione strutturata secondo le leggi del vastu attrae la felicità, la ricchezza, la salute e la serenità”. Di fatto, anche nel nostro moderno appartamento, spazi e arredi si distribuiscono in modo tale da consentire un corretto flusso dell’energia, partendo dal centro della stanza inteso come ‘cuore sacro’ da cui si diffonde l’energia stessa sotto forma di onde elettromagnetiche e forze gravitazionali che sono lasciate fluire il più possibile liberamente. Nella fattispecie, ad est, il punto cardinale favorevole, perché legato al sorgere del sole, che concentra le energie positive, favorisce la concentrazione e le attività intellettuali, sono stati collocati l’ingresso e la stanza per praticare la meditazione. Lungo il lato sud-est, più problematico, perché relazionato al sole allo zenit, al fuoco, sono stati sistemati la cucina e la sala da pranzo. Sul lato nord, che facilita la conoscenza, si trova invece lo studio, e a sud-ovest la principale stanza da letto che presenta l’inconsueta soluzione del letto a sbalzo e di un armadio freestanding dai profili stondati che si apre e si chiude come un antico baule da viaggio. Tutto il resto, infine, è frutto della sensibilità di interior designer di Sonali Shah che ha curato ogni scelta arredativa.]]></description>
		<pubDate>2009-10-02 14:28:49</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Hiroshima, Otake house</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,761,intItemID,764,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Suppose Design Office/Makoto Tanijiri</strong><br />
foto e testo di<strong> Sergio Pirrone</strong>&nbsp;progetto di <strong>Suppose Design Office/Makoto Tanijiri</strong><br />
foto e testo di<strong> Sergio Pirrone</strong>&nbsp;Dal piccolo cimitero, dal basso, il profilo dell’architettura non si fa interpretareDa Hiroshima la strada ondulata sale, supera il ponte, s’inclina sulle pendici alberate, abbraccia il promontorio roccioso e plana su Otake. Poche case appoggiate sul trampolino di terra rossa sorridono al verde Parco Kamei e ai resti del suo castello. Qui la vita è una sentinella tra nord e sud, tra la vista mozzafiato del mare Seto (Seto Inland Sea), l’isola di Miyajima e la chioma della montagna che scende verso levante, fino alla città industriale. Dal fronte stradale, House in Otake si presenta come un cubo quasi compiuto, lucidato a nero, sopra una pianta che è un bianco quadrato pressoché perfetto. Il bianco ed il nero hanno lineamenti fermi e nitidi, arretrano, riquadrano e riflettono i colori della natura che nasce, muta, muore e rinasce. Tanta speranza e quanta vita osservata dall’alto, seduti sul divano nero del soggiorno al secondo livello. Così tanta che ci si sorprenderà quando al di là, oltre il parapetto esterno, lo sguardo abbasserà la sua prospettiva orizzontale verso la morte. Gli steli verticali di marmo grigio sono poggiati sopra lapidi di cemento altrettanto grigio e ricoprono l’intera parete scoscesa ai piedi di abitazioni custodi. Da questo piccolo cimitero, dal basso, il profilo dell’architettura non si fa interpretare, tra lo sguardo d’un padre attento e i lineamenti duri di un cecchino. Il Giappone non ha paura dei propri defunti, che spesso circondano le case, costellano le città come pallide isole marmoree di preghiere silenziose, per chi ha affrontato una vita sempre troppo breve e per chi affronterà l’assenza di una persona amata. Makoto Tanijiri ha solo 35 anni e non è certamente arrivato a metà del suo cammino, ma in meno di dieci anni ha raccolto numeri impressionanti. Una sessantina di architetture, maggiormente residenziali, realizzate col suo Suppose Design Office di base a Hiroshima. Come se in fondo non esistesse il solco tra il bianco ed il nero, tra l’inizio e la fine, questo architetto così giovane disegna uno spazio privato per una coppia e i suoi tre figli, senza sottrazioni, né addizioni. Salta il concetto d’interno e d’esterno, i confini esalano sopra la vernice lucida usualmente utilizzata per costruzioni navali come il vapore dell’asfalto in un giorno assolato. I piani orizzontali della zona giorno galleggiano d’arredi neri, puri e solitari mentre il binario bianco scivola di cornici altrettanto nere e di vetro color natura. Il taglio panoramico fuga libero verso valle e ha le spalle protette da una struttura intelaiata che sopporta tutti i carichi, compreso il solaio a sbalzo di 6 metri su cui poggia il soggiorno. Lo scheletro ha il profilo di una tenaglia, il suo perno settentrionale racchiude le camere da letto a piano terra, la cucina e la zona pranzo nel secondo livello. Da qui una feritoia spia il golfo, mentre qualche metro più giù il bagno aderisce alla terra come una bolla d’aria, bianca e disinibita. Ancora più in basso, da chi riposa neanche un sospiro, mentre su, sulla terrazza aperta, soffia vento di frontiera.]]></description>
		<pubDate>2009-10-02 14:29:34</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,761,intItemID,763,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Sommario&nbsp;Sommario&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ<br />
            <br />
            GIOVANI DESIGNER<br />
            </strong>Tirolo spaziale <strong><br />
            </strong><strong><br />
            IN PRODUZIONE</strong><br />
            Alu, Astec, De Castelli, Dorelan, Antonio Frattini, Opinion Ciatti,<br />
            Philips Lighting, Roca, VitrA<br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE </strong><br />
            Love design<br />
            <br />
            <strong>PREMI</strong><br />
            Mini Design Award 2009<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA</strong><br />
            ICFF New York<br />
            Designers Days Paris<br />
            Sidim Montréal<br />
            Marmomacc a Verona<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Kerakoll Design Gallery a Milano<br />
            Stone Italiana a Milano<br />
            <br />
            <strong>INFO &amp; TECH</strong><br />
            Colori condizionati<br />
            Un sogno trasparente<br />
            L’asilo domotico<br />
            <strong><br />
            TECHNOLOGY</strong><br />
            Comfort monumentale<br />
            <br />
            <strong>PAESAGGIO</strong><br />
            <strong><br />
            IN MOSTRA</strong><br />
            <strong><br />
            SOSTENIBILE</strong><br />
            <br />
            <strong>PROGETTO CITTÀ</strong><br />
            <br />
            <strong>FASHION FILE</strong><br />
            <br />
            <strong>FESTIVAL</strong><br />
            Festival internazionale del film di Roma<br />
            <br />
            <strong>TENDENZE CERSAIE</strong><br />
            Architettura&amp;Ceramica<br />
            Green Beauty<br />
            Il Rosso e il Nero<br />
            Tutti in vasca<br />
            Ritorno alla terra, Total white, Color Mix, Bagno al quadrato,<br />
            Grafismi, Slim design<strong><br />
            </strong><strong><br />
            TRADUZIONI</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong></p>
            
            
            <strong>EDITORIALE<br />
            <br />
            </strong><strong>ARCHITETTURE</strong><strong><br />
            Nel mondo, modi abitativi a confronto</strong><br />
            a cura di <strong>Antonella Boisi<br />
            </strong>di<strong> Francesco Morace<br />
            </strong><strong><br />
            Singapore, Klapsons hotel<br />
            </strong>progetto di <strong>William Sawaya</strong><br />
            con<strong> Studio Architettura </strong>e<strong> <br />
            Design Sawaya &amp; Moroni</strong><br />
            foto di <strong>Santi Caleca</strong><br />
            testo di <strong>Matteo Vercelloni<br />
            <br />
            </strong><strong>Praga, tea-house con incanto boemo<br />
            </strong>progetto di <strong>David Mastálka/A1ARCHITECTSECTS</strong><br />
            foto di <strong>Ester Havlova</strong><br />
            testo di <strong>Alessandro Rocca</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>Seoul, South Korea, Island house<br />
            </strong>progetto di <strong>Kim Hyo Man/Iroje KHM Architects</strong><br />
            foto di <strong>Alan Abrahim &amp; Rahul Pawar</strong><br />
            testo di Antonella Boisi<strong><br />
            <br />
            </strong><strong>Mumbai, cocoon indiano<br />
            </strong>progetto di <strong>KNS Architects &amp; Sonali Shah</strong><br />
            foto di <strong>Alan Abrahim &amp; Rahul Pawar</strong><br />
            testo di Antonella Boisi<strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>Hiroshima, Otake house<br />
            </strong>progetto di <strong>Suppose Design Office/Makoto Tanijiri</strong><br />
            foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>Wilton, Connecticut, poolhouse d’autore<br />
            </strong>progetto di <strong>Hariri &amp; Hariri - Architecture</strong><br />
            foto di <strong>Paul Warchol</strong><strong><br />
            </strong>testo di Alessandro Rocca<strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>L'INCONTRO</strong><strong><br />
            </strong><strong>Amartya Sen, la priorità della ragione<br />
            </strong>di Virginio Briatore<strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong>
            <strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong>
            <strong>ATTUALITA'<br />
            </strong><strong>Cent’anni di Burle Marx, tra foresta e giardino<br />
            </strong>foto di Andrés Otero<br />
            testo di Matteo Vercelloni<strong><br />
            <br />
            </strong><strong>L’OPINIONE<br />
            </strong><strong>L’innovazione nella società globalizzata</strong><br />
            testo di Andrea Branzi<strong><br />
            <br />
            </strong><strong>IL TEMA CENTRALE<br />
            </strong><strong>Blu</strong><br />
            di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
            foto ed elaborazione immagini di <strong>Simone Barberis<br />
            <br />
            </strong><strong>Bianco perfetto</strong><br />
            di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
            foto ed elaborazione immagini di <strong>Simone Barberis</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>PORTRAIT<br />
            </strong><strong>Matteo Thun</strong><br />
            di <strong>Cristina Morozzi</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>PROGETTO DESIGN<br />
            </strong><strong>Il design prima dell’archetipo</strong><br />
            progetti di Massimo Iosa Ghini,<br />
            Brodie Neill, Luca Nichetto<br />
            di <strong>Stefano Caggiano</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>SistemA</strong><br />
            progetti di<strong> Studio Dal Lago Associati</strong><br />
            di <strong>Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>ARTE<br />
            </strong><strong>53ª Biennale arti visive, Venezia</strong><br />
            di Germano Celant<strong><br />
            <br />
            </strong><strong>OSSERVATORIO<br />
            </strong><strong>It’s just an illusion</strong><br />
            di Laura Traldi<strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>REPERTORIO<br />
            </strong><strong>Mobili trasformisti</strong><br />
            di Katrin Cosseta<strong><br />
            <br />
            </strong><strong>INDIRIZZI</strong><br />
            di Adalisa Uboldi<strong><br />
            <br />
            </strong><strong>TRADUZIONI</strong><strong><br />
            </strong><br />
            
        
    
]]></description>
		<pubDate>2009-09-29 14:56:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,761,intItemID,762,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;La nostra considerazione è che oggi il vero lusso, dal cucchiaio alla città, stia nella riduzione formale e nel talento di designer capaci di esprimersi con un uso intelligente della materia e delle risorse.In questo numero: a Singapore, un hotel di design internazionale, ma lontano dall’immagine del lusso globalizzato; a Wilton, una poolhouse sull’acqua; a Seoul, una casa sul fiume che abbraccia una natura complessa; a Hiroshima, una villa totalmente aperta sul paesaggio circostante, anche al dialogo con la ‘città dei morti’ visibile dalle finestre del living; a Mumbai, un appartamento simbolo del dinamismo della metropoli-locomotiva dell’India, ma anche di precetti abitativi antichi discendenti dalla scienza del vastu; nei dintorni di Praga, una tea-house tra gli alberi di un giardino selvatico che si offre alla meditazione e a una fusione perfetta con l’ambiente naturale. Cosa hanno in comune queste variegate realizzazioni? Sono tutti spazi che, a diverse latitudini e nel rispetto di precise specificità, si propongono come luogo d’incontro, di comprensione di differenti genius-loci e di riflessione sulla forma. Perché molte forme dell’architettura vengono da lontano, così come gli oggetti, inevitabili e necessari, che la popolano. La nostra considerazione è che oggi il vero lusso, dal cucchiaio alla città, stia nella riduzione formale e nel talento di designer capaci di esprimersi con un uso intelligente della materia e delle risorse. Convinto lo è anche Amartya Sen, indiano, premio Nobel per l’economia, quando nell’intervista a lui dedicata, afferma: “Ricchi o poveri viviamo tutti su questa terra e quindi impegnarsi a favore della sostenibilità ambientale è nell’interesse non solo dei Paesi ricchi ma anche di quelli in via di sviluppo”. È un modo per sottolineare come, tra i difficili compiti del progettista attuale, resti la necessità di un impegno concreto in grado di garantire prestazioni e requisiti di ecosostenibilità. Sono parametri di riferimento chiaramente rintracciabili nel percorso di Matteo Thun, protagonista del profilo di copertina del numero. Lo diventano per affinità elettiva, quando guardiamo i nuovi mobili trasformisti, capaci di cambiare forma e funzione, pur mantenendo l’essenza della loro identità; oppure quando osserviamo le innovative nuances cromatiche provenienti da un tuffo nel total blu/total white in grado di valorizzare il disegno delle forme e la loro essenzialità.]]></description>
		<pubDate>2009-09-29 12:25:24</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,639,intItemID,759,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Sommario&nbsp;Sommario&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ<br />
            <br />
            GIOVANI DESIGNER<br />
            </strong></p>
            <strong>             </strong>                          <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Barausse, Clei, Chelini, De Majo, Frag, Knoll, Koziol,<br />
            La Murrina, Movi, Slamp, Slide, Strato, Tabu<br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE </strong><br />
            L’arte dell’aperitivo<br />
            Immagine e progetto<br />
            Fiabe contemporanee<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA</strong><br />
            Abitare il Tempo a Verona<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Silvera a Parigi<br />
            Molteni&amp;C - Dada a Londra<br />
            <br />
            <strong>ANNIVERSARI</strong><br />
            50 anni di Ipe Cavalli<br />
            Le generazioni dei Gervasoni<br />
            <strong><br />
            PREMI</strong><br />
            Premio internazionale Carlo Scarpa per il giardino<br />
            Medaglia d’oro all’architettura italiana 2009<br />
            <br />
            <strong>TECHNOLOGY</strong><br />
            Un sussurro nella notte<br />
            Superfici versatili<br />
            Il nuovo design della tecnologia<br />
            <br />
            <strong>PROJECT</strong><br />
            Variazioni in Alcantara<br />
            La storia continua<br />
            Storie di vetro<br />
            Plastica senza segreti<br />
            Un progetto di luce<br />
            Green thinking<br />
            <br />
            <strong>ECOLOGY<br />
            </strong>Divulgare l’ecologia<br />
            <br />
            <strong>IN MOTION</strong><br />
            <br />
            <strong>IN MOSTRA</strong><strong><br />
            </strong><br />
            <strong>PAESAGGIO</strong><br />
            <strong><br />
            PROGETTO CITTA'</strong><br />
            <strong><br />
            </strong><strong>IN LIBRERIA<br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>SOSTENIBILE</strong><br />
            <strong><br />
            TRADUZIONI</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            Design Thinking e Neo-Pragmatismo<br />
            </strong>di<strong> Francesco Morace<br />
            </strong><strong><br />
            La voce dei padroni<br />
            </strong>di <strong>Cristina Morozz</strong><strong>i<br />
            <br />
            </strong>Le interviste agli imprenditori<br />
            Nerio Alessandri; Alberto Alessi; Giulio Cappellini; Francesco Casoli;<br />
            Gabriele Centazzo; Piero Gandini; Roberto Gavazzi; Ernesto Gismondi;<br />
            Andrea Margaritelli; Paolo Moroni; Patrizia Moroso<strong><br />
            </strong><strong><br />
            Poveri ma belli<br />
            </strong>di Nadia Lionello<strong><br />
            </strong>foto di <strong>Paolo Veclani<br />
            <br />
            </strong><strong>Il made in Italy: ieri, oggi, domani<br />
            </strong>di Rosa Tessa<strong><br />
            </strong><br />
            Generazioni di industriali a confronto<br />
            Silvio e Federico Fortuna; Giorgio e Massimiliano Busnelli;<br />
            Luigi e Paolo Bestetti; Sabrina e Alberto Bonaldo; Elisa Astori;<br />
            Matteo Galimberti; Rosario, Manuela e Massimiliano Messina;<br />
            Enzo e Francesco Fontanot; Luigi ed Eleonore Cavalli;<br />
            Claudio e Lorenza Luti; Carola Bestetti e Renata Pozzoli;<br />
            Riccardo e Alessandro Sarfatti; Andrea Lupi; Eugenio e Alberto Perazza;<br />
            Massimo Grassi; Vanna e Francesca Meroni;<br />
            Roberto, Alessio e Alessandro Minotti; Carlo e Giulia Molteni;<br />
            Ruben, Chiara e Marco Palazzetti; Nino e Laura Anzani;<br />
            Francesco e Davide Malberti; Paolo e/and Lorenzo Targetti<strong><br />
            <br />
            </strong><strong>Nuovo classico<br />
            </strong>di Nadia Lionello<strong><br />
            </strong>foto di <strong>Walter Gumiero</strong><strong><br />
            </strong>
            <strong>             <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong>
            <strong>Dal calabrone al ragno<br />
            </strong>di Antonella Galli<strong><br />
            </strong>introduzione di <strong>Aldo Bonomi</strong><br />
            <br />
            Le strategie di acquisizione<br />
            Adolfo Urso; Giovanni Anzani; Elis Doimo; Adolfo Guzzini;<br />
            Carlo Molteni; Matteo Cordero di Montezemolo; Giampaolo Ristis;<br />
            Valter Scavolini; Edi Snaidero; Massimo Stella<strong><br />
            </strong><br />
            <strong>             </strong><strong>Tavoli come sculture<br />
            </strong>di Katrin Cosseta<strong><br />
            </strong>foto e elaborazione immagini di <strong>Enrico Suà Ummarino</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Cogito ergo design<br />
            </strong>             di <strong>Antonella Boisi</strong> e<strong> Maddalena Padovani</strong><strong><br />
            </strong><br />
            Il pensiero dei progettisti dalla A alla Z<br />
            Marco Acerbis; BarberOsgerby; Mario Bellini; Philippe Bestenheider;<br />
            Riccardo Blumer; Ronan &amp; Erwan Bouroullec; Andrea Branzi;<br />
            Clino Trini Castelli; Aldo Cibic; Antonio Citterio; Claesson Koivisto Rune;<br />
            Carlo Colombo; Alberto Colonello; Lorenzo Damiani;<br />
            Michele De Lucchi; Rodolfo Dordoni; Odoardo Fioravanti;<br />
            Jacopo Foggini; Jozeph Forakis; Doriana e Massimiliano Fuksas;<br />
            Stefano Giovannoni; Diego Grandi; Gordon Guillaumier;<br />
            Giulio Iacchetti; Massimo Iosa Ghini; Alfredo Haeberli; Toshiyuki Kita;<br />
            Ferruccio Laviani; Lievore Altherr Molina; Piero Lissoni;<br />
            Ross Lovegrove; Ilaria Marelli; Enzo Mari; Stefano Marzano;<br />
            Jean-Marie Massaud; Alberto Meda; Alessandro Mendini;<br />
            Simone Micheli; Miriam Mirri; Massimo Morozzi; Jasper Morrison;<br />
            Mario Nanni; Paola Navone; Luca Nichetto; Fabio Novembre;<br />
            Matteo Nunziati; Roberto Palomba e Ludovica Serafini;<br />
            Gabriele Pezzini; Christophe Pillet; Marco Piva;<br />
            Matteo Ragni; Karim Rashid; Paolo Rizzatto; Marc Sadler;<br />
            Denis Santachiara; William Sawaya; Matteo Thun; Paolo Ulian;<br />
            Joe Velluto; Marcel Wanders<strong><br />
            <br />
            Per filo e per segno<br />
            </strong>di <strong>Katrin Cosseta</strong><strong><br />
            </strong>foto e elaborazione immagini di<strong> Enrico Suà Ummarino</strong><strong><br />
            <br />
            Led technology<br />
            </strong>di<strong> Andrea Pirruccio</strong><strong><br />
            </strong>foto di<strong> Maurizio Marcato</strong><strong><br />
            <br />
            Retailing<br />
            </strong>di<strong> Rosa Tessa</strong><strong><br />
            </strong><br />
            Problemi e soluzioni per la distribuzione<br />
            Federico Marchetti; Rosario Messina; Renato Preti; Vittorio Radice; Gianni Salvioni; Massimiliano Troja; Alberto Vignatelli<strong><br />
            </strong><strong><br />
            TRADUZIONI </strong><strong><br />
            </strong><br />
            <strong>INDIRIZZI <br />
            </strong>di<strong> Adalisa Uboldi<br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>In copertina:</strong> DESIGNthinking<br />
            Il design come attitudine progettuale<br />
            300 protagonisti del design system. Le strategie: innovazioni<br />
            e sfide per il futuro. Il made in Italy ieri oggi domani. Progetti d’impresa:<br />
            le politiche d’acquisizione. Le testimonianze dei progettisti e degli imprenditori.<br />
            <br />
            
        
    
]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 16:34:44</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>1000 pensieri, 100 progetti, 100 prodotti</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,639,intItemID,758,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;Perché lo abbiamo intitolato “Design Thinking”? <br />
Perché ci piace credere al design come attitudine progettuale diffusa, come metodo e forma mentis di una società sempre più complessa in cui i ruoli e i titoli perdono progressivamente importanza a favore della partecipazione e della condivisione del progetto del domani.Questo lo ‘slogan’ che abbiamo scelto per il numero di settembre 2009, un numero tutto speciale – che ambisce a rimanere nelle librerie dei nostri lettori – che si prefigge di mettere in luce i progetti, le strategie e le innovazioni che i protagonisti del design system italiano stanno ponendo in essere per affrontare la grande sfida del cambiamento attuale. Perché lo abbiamo intitolato “Design Thinking”? Perché ci piace credere al design come attitudine progettuale diffusa, come metodo e forma mentis di una società sempre più complessa in cui i ruoli e i titoli perdono progressivamente importanza a favore della partecipazione e della condivisione del progetto del domani. In questa prospettiva, non più tarata sulle esigenze dell’oggi bensì su una visione del futuro a medio e lungo termine, ci è sembrato interessante fermarci per un istante ed esimerci per una volta dalla consueta rassegna di prodotti-novità dell’appuntamento di settembre. Abbiamo pensato invece a un numero di riflessione che potesse raccogliere i pensieri di tutti i rappresentanti della famiglia allargata del design – progettisti, imprenditori, distributori – per l’occasione invitati a esprimersi sulle grandi tematiche della contemporaneità.<br />
Varie le categorie degli industriali interpellati: quelli conosciuti a livello internazionale come opinion leader e trend setter del mercato dei consumi; quelli giunti alla seconda o addirittura alla terza generazione di dinastie famigliari a cui sono legate grandi storie aziendali; quelli che hanno scelto la politica dell’acquisizione per espandere i loro marchi e il prestigio del made in Italy nel mondo. Stessa cosa per i progettisti, variamente selezionati per Paese d’origine, caratteristiche anagrafiche, specificità professionali e scuole di pensiero. Non presumiamo certo di avere documentato ed esaurito tutte le opinioni degli operatori del mondo del design italiano. Abbiamo sicuramente tralasciato il contributo di tanti altri protagonisti a cui vanno anticipatamente le nostre scuse più sincere. Speriamo però – e un po’ ci crediamo – di avere gettato un piccolo seme da cui possano nascere nuovi confronti, nuove riflessioni e idee a cui dare voce tanto in un prossimo numero speciale, quanto nella ‘quotidianità’ del progetto raccontata ogni mese da Interni.<br />
Gilda Bojardi]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 16:38:12</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Marcel Wanders</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,756,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Marcel Wanders&nbsp;Marcel Wanders&nbsp;“Il futuro è oggi: stiamo vivendo un momento storico fantastico, che rende concrete possibilità di scoperte e opportunità reali di contributo da parte nostra. Ci sono gli strumenti per cambiare le cose, così come c’è la capacità dei designer di influenzare il processo di innovazione e trasformazione di un’azienda.Le parole d’ordine imprescindibili devono però essere ben chiare: capacità di visione strategica, analitica e pragmatica, dialogo, rispetto e responsabilità. Il miglior modo di fare progetto, da sempre. E soprattutto in Italia dove la cultura del design ha segnato le basi della nostra storia”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:29:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Joe Velluto</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,755,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Joe Velluto&nbsp;Joe Velluto&nbsp;“Secondo me, quanto viene richiesto al designer oggi è quanto veniva richiesto (o veniva naturale) al designer negli anni Settanta: semplicità, efficacia delle idee, facile realizzazione e bassi costi produttivi. Forse questo è il momento ufficiale per realizzare dei grandi progetti e per passare da eterni giovani designer a progettisti maturi. Il designer sta diventando una sorta di consulente/artigiano. Un consulente che può creare innovazione attraverso la propria esperienza progettuale/manuale. L’opportunità che può cogliere in questo momento è di fermarsi a riflettere”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:28:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Paolo Ulian</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,754,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Paolo Ulian&nbsp;Paolo Ulian&nbsp;“Mi immagino il designer come una sorta di psicanalista che non cura i suoi pazienti con medicinali dai mille effetti collaterali, ma solo con gli strumenti del pensiero che il nostro cervello ci fornisce con grande generosità. Spero in una direzione in cui le sue priorità non siano più solo quelle dettate dal mercato, ma quelle di ascoltare con rispetto e attenzione i bisogni naturali dell’uomo e dell’ambiente in cui vive per poi fornirgli le soluzioni ottimali. Questo periodo di immobilismo generale ha innescato sicuramente un maggiore interesse intorno alla figura del progettista e al suo potenziale comunicativo. E questo per il designer si traduce senza dubbio in una maggiore possibilità di essere ascoltato e seguito anche in percorsi progettuali più coraggiosi e radicali. Progettare rappresenta sempre una volontà di cambiamento, è il tentativo di incidere sulla realtà delle cose e anche sui pensieri della gente. È sempre stato così, ma oggi questa esigenza la sentiamo con più forza, perché forse, finalmente, abbiamo capito che ci interessa più la qualità che la quantità, perché vivere in una società così intrisa di apparenza e superficialità ci ha fatto riprendere coscienza su ciò di cui abbiamo veramente bisogno e cioè molta più verità e molte meno cose”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:27:58</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Matteo Thun</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,753,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Matteo Thun&nbsp;Matteo Thun&nbsp;“Come allievo di Ettore Sottsass mi ritengo fortunato per le lezioni ricevute: fare le cose semplici, lavorare per sottrazione, sostenere una costante ricerca linguistica e culturale relazionata al mondo dell’arte. E trovo che il 2009 per noi architetti progettisti restituisca una chance fantastica, unica. Sembrano davvero finiti i periodi degli ismi (minimalismo, decostruttivismo, postmodernismo). Siamo concentrati sul dialogo con il pianeta terra e sulle cose davvero necessarie. Possiamo offrire soluzioni chiavi in mano, con un ottimo rapporto in termini di costi e tempi realizzativi, attraverso la prefabbricazione. E possiamo condividere un gioco di squadra con i partners industriali; le nuove regole si sono fatte più precise negli ultimi sei mesi: da loro ci aspettiamo rapidità e costi trasparenti, volontà di ridurre le componenti e di raggiungere traguardi di eccellenza attraverso la certificazione, uno strumento inprescindibile per una presenza sul mercato globale. Puntare infatti soltanto sulla nicchia del mercato nazionale resta assolutamente insufficiente per sopravvivere”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:27:28</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>William Sawaya</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,752,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[William Sawaya&nbsp;William Sawaya&nbsp;“Il momento attuale sta condizionando non soltanto il design, ma tanti altri campi, atteggiamenti, azioni e reazioni a catena in varie situazioni della vita quotidiana. Questo non è dovuto soltanto alla crisi economica mondiale ma anche al soffocamento del mercato dovuto all'eccesso di produzione, alla sleale concorrenza che proviene da mercati e paesi di recente industralizzazione, dove il copyright non esiste o è ignorato disinvoltamente, al degrado ambientale, alla presa di coscienza della tassativa urgenza di trovare fonti alternative di energia pulita e rinnovabile, all'accelerazione della comunicazione dovuta alle invenzioni incessanti di nuove forme di tecnologie ed alla applicazione delle stesse nel mondo digitale, vale a dire nel mondo di tutti noi. La parola d'ordine è ‘proibito invecchiare’. Io vorrei ben sapere come può un designer non apparire antiquato agli occhi di un imprenditore se non prende in considerazione tutti questi fattori? <br />
Cosa può importare al mondo di un nuovo prodotto se lo stesso non è sostenibile e se non è prodotto tramite un ciclo che garantisca un minimo risparmio di energia, di materiale, di tempo e di costi e nel rispetto dell'ambiente? A questo punto nasce una domanda logica: chi deve scovare le nuove applicazioni? L’ imprenditore oppure il designer? Chi deve fare ricerca e sostenerne i costi? A chi tocca la sperimentazione? Forse una banca-dati dei Paesi industrializzati potrebbe creare un fondo comune da mettere a disposizione delle teste pensanti e dei ricercatori? Soltanto un vero concetto sostenibile può e deve avere la meglio. Ma, soltanto i designer che possiedono una vera cultura del progetto hanno oggi la libertà e gli strumenti per cambiare le cose. Il pensiero non si deve limitare alla superficie delle cose. Purtroppo il rendering facile e le presentazioni ad effettaccio stanno in realtà penalizzando i progetti e conducono direttamente all'omologazione delle idee. Il concetto cede il passo all'effetto e la visione alla visibilità a tutti i costi”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:23:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Denis Santachiara</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,751,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Denis Santachiara&nbsp;Denis Santachiara&nbsp;“Nel rapporto tra progettisti e industria, avverto da una parte la richiesta di uno spostamento di focus dalla realizzazione del pezzo singolo alla considerazione di un progetto più ampio,quasi l’esigenza di una direzione artistica,e dall'altra la richiesta di una più forte connotazione dei prodotti non solo nella forma ma anche nel concept stesso.Il ruolo del designer sta evolvendo, in tutte le direzioni e in nessuna. La quantità di proposte disponibile è talmente alta che ne annulla l’originalità e crea l'effetto bazar. Bravissimi in questo nuovo genere sono i brand della moda che con le loro ‘collezioni casa’ contribuiscono ad appiattire la domanda e l'evoluzione stessa del design. Le opportunità che un designer può cogliere in questo momento sono quelle di svincolarsi dal comparto dell’arredo per esplorare nuovi settori e ritornare poi al mobile con nuove e diverse consapevolezze”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:26:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Marc Sadler</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,750,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Marc Sadler&nbsp;Marc Sadler&nbsp;“Un tempo la tendenza predominante degli imprenditori era quella di affidare ai designer lo sviluppo dei progetti senza troppe riserve, vuoi per la più pronunciata propensione al rischio di allora, vuoi forse anche per la mancanza di strumenti culturali di riferimento. Oggi le cose sono davvero cambiate, il ruolo del progettista è stato stravolto e sacrificato entro confini più stretti che non raramente si riducono per così dire a pura espressione di facciata. È vero,molti sono i fattori che hanno provocato questo nuovo scenario: il mercato saturo, la crisi che porta a bloccare gli investimenti, il marketing che si erge a dettare leggi su ‘cosa bisogna fare’, l’imprenditore ‘designer mancato’ che sa tutto ma non osa; e proprio per questo è altresì vero che il designer è chiamato a reinventare il proprio ruolo, a trovare nuova forza e rimettere in discussione la propria Marc Sadler professione che ora più che mai sta attraversando un momento buio. Fortunatamente in tutta questa confusione intravvedo un nuovo atteggiamento del consumatore, credo davvero che il pubblico stia maturando una nuova coscienza critica,con tendenza a premiare sempre di più i prodotti di contenuto rispetto al design “auto celebrativo”, "è bello perché è di quel designer" oppure "è bello perché è di quell'azienda". In tutto questo il mio punto di vista non è cambiato: l'importante è riuscire a fare dei bei prodotti dal contenuto tecnico o estetico riconoscibile nel tempo. Non è tanto importante lavorare con aziende più o meno blasonate, quello che mi interessa è il confronto con imprenditori pronti a mettersi in discussione e con autentica voglia di fare.È il buon design che fa le aziende e non viceversa, e il buon design è sempre il risultato di un tandem di interventi fra designer e impresa. Mi sembra che il panorama italiano sia ancora ricco di risorse, nonostante tutto”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:22:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Paolo Rizzatto</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,749,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Paolo Rizzatto&nbsp;Paolo Rizzatto&nbsp;“Il disegno di un oggetto è soprattutto un fatto compositivo:con-porre ossia mettere insieme le sue diverse parti, fattori che nel loro insieme, sono il materiale del progetto. Così come la maggiore coscienza della finitezza delle risorse del nostro pianeta, anche la particolare situazione economicofinanziaria di questo momento non è altro che uno dei fattori del processo progettuale con cui ha sempre dovuto fare i conti il designer e che, lungi dall’ essere considerato un imprevisto ostacolo,diventa stimolante motivo di studio. Dal punto di vista etimologico pro-gettare significa proprio questo: ‘gettare’‘oltre’ al di là dell’ostacolo. Negli ultimi anni, molte facoltà di Architettura hanno creato dei dipartimenti di Design e sono nate numerose scuole di Design con corsi articolati,tesi ad approfondire svariati indirizzi.Tutto ciò ha favorito il fenomeno della specializzazione e ha modificato sostanzialmente quella figura di progettista architetto che con la sua formazione umanisticoscientifica alle varie scale aveva una naturale predisposizione ad una visione globale ed interdisciplinare della realtà. Ma,anche se il punto di vista si è talmente avvicinato all’oggetto della sua attenzione che si corre il rischio di perdere la visione dell’insieme, penso che sia connaturato con la natura stessa del progettista, il fatto di cogliere proprio nelle variazioni dei contesti delle realtà in cui si opera la ragione ed il senso per ogni nuova proposta. Penso, quindi, che oggi ci sia un particolare bisogno di questa predisposizione”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:21:58</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Karim Rashid</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,748,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Karim Rashid&nbsp;Karim Rashid&nbsp;“Il design è un atto di collaborazione e non soltanto un’espressione personale. I committenti non sono ‘mecenati’ e noi non siamo ‘artisti’. È fondamentale che io comprenda appieno un marchio: la sua cultura, storia, mercato, metodi di produzione, materiali privilegiati, sensibilità e potenzialità - poi si può procedere al sodalizio delle nostre ‘culture aziendali’, che devono lavorare in sinergia. Anche i brand più noti vanno ispirati e motivati affinché seguano nuove direzioni ed entrino in nuovi mercati. Se il marchio è sconosciuto o recente, la visione del designer entra maggiormente in gioco. Quello che ho osservato nel corso degli anni nei rapporti con le aziende italiane è il bisogno e il desiderio di sviluppare innovazione. I tempi stanno cambiando e una forte direzione e visione concettuale possono influenzare le aziende in profondità, creando prodotti che hanno successo, pur essendo originali e belli. Il designer è una professione nella quale si può essere molto manipolati. Io voglio restare libero. Ho una forte responsabilità. Credo che ogni nuovo oggetto dovrebbe sostituirne tre esistenti, ma lo può fare soltanto se è frutto dell’impiego di nuove tecnologie, di nuovi materiali e, ovviamente, di un design migliore. Oggetti migliori modificano il mercato. Io agisco come un ‘editor’ del design o un ‘editor’ culturale del nostro mondo fisico".]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:21:24</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Matteo Ragni</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,747,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Matteo Ragni&nbsp;Matteo Ragni&nbsp;“L’industria è in ginocchio, non è una novità, ma ‘grazie’ a questa batosta stiamo ritornando a guardarci negli occhi, a discutere in maniera più umana e a cercare insieme una soluzione a questo periodo di grandi cambiamenti. Disegnare un buon prodotto è solo una parte dell’attività di un designer. Ci sono molti aspetti che entrano in gioco: competenze di comunicazione visiva, di marketing, conoscenze tecniche e una buona dose di coraggio nell’immaginare scenari per il futuro. Quali sono le opportunità che un designer può cogliere in questo momento? Mi viene in mente una frase di Einstein che potrebbe rispondere a questa domanda: “La vita è come andare in bicicletta:per stare in piedi bisogna pedalare”. E così il designer non deve mai smettere di pensare che, con un suo progetto,può migliorare il mondo. Dal mio punto di vista stiamo vivendo un periodo di enorme impegno etico che ci porta a ragionare con grande lucidità e pragmatismo. È finita l’era del prodotto facile che fa cassetto o da copertina; ora aziende e designer devono puntare su progetti più onesti per bisogni veri”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:20:53</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Marco Piva</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,746,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Marco Piva&nbsp;Marco Piva&nbsp;“Le industrie stanno
attraversando un periodo di
grande difficoltà nei
confronti di un mercato che ha
rallentato
la domanda
ed é
divenuto
altamente
selettivo.
Le aziende
che hanno
saputo,
almeno per
ora,
limitare i
danni sono
accorpabili
in due
gruppi. Il primo è in attesa
di verificare l'evoluzione del
mercato, senza esporsi
economicamente e
strategicamente
ad episodi
‘rischiosi’ di
innovazione,
mentre l'altro,
quello che a
mio parere
raggruppa le
migliori, è
invece
impegnato nella
ricerca, nell'innovazione
formale e tecnologica, per
affrontare le sfide future in
modo più agguerrito. In questo
contesto i designer sono
chiamati a partecipare alla
formulazione non solo di nuovi
prodotti, ma anche a
interpretare le
future forme e
modalità del consumo
di prodotti e
servizi.
Conseguentemente
ritengo che il ruolo
del designer, almeno
per quanto mi
riguarda, debba
estendersi in due direzioni,
opposte ma sinergiche:
indagare sui materiali e sulle
tecnologie, con particolare
attenzione agli aspetti di
ecosostenibilità e di
economicità delle produzioni e
dall'altra, affrontare il tema
dell'interpretazione dei nuovi
bisogni e delle nuove attese
dei mercati, che, se
intercettate correttamente,
potranno condurre a nuove e
più equilibrate forme di
produzione e consumo. Mi sento
impegnato a proporre temi di
lavoro e non solo progetti”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:20:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Christophe Pillet</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,745,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Christophe Pillet&nbsp;Christophe Pillet&nbsp;“Ieri bastava disegnare prodotti ben fatti, prestanti in termini funzionali, emozionanti e correlati alla storia di un’azienda. Oggi la richiesta è più strutturata: risulta necessario condividere in modo strategico la storia del marchio, contribuire all’individuazione di soluzioni più precisate nel target sviluppabili a medio-lungo termine, studiare tipologie di prodotto in grado di interpretare in anticipo i desideri comuni, con costi ragionevoli. Si tratta anche di riconsiderare i propri goal, in una prospettiva più matura,meno legata agli aspetti comunicativi e d’immagine, quanto piuttosto all’idea di essere parte attiva di un processo, che va dalla formulazione di un concept al prodotto finito. In Italia questa coscienza è più forte che altrove: le aziende italiane scrivono storie quando le altre invece vendono ancora singoli pezzi. La cultura del design italiano rispecchia le declinazioni della problematicità attuale in modo globale. Invece, in altri Paesi dove lavoro, i fattori in primo piano sono differenti. In Svezia risultano fondamentali gli aspetti ambientali, in America la modernità del design, in Giappone l’economia. Certo è un momento critico, ma anche di grande opportunità, di ridistribuzione dell’ intelligenza, di possibilità per le piccole-medie imprese e di aspettative nuove. Se ieri inventare era un desiderio, oggi la creatività è necessaria”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:19:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Gabriele Pezzini</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,744,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Gabriele Pezzini&nbsp;Gabriele Pezzini&nbsp;“Un corso di sopravvivenza ci potrà salvare? È come nascondersi sotto il tavolo. L’utopia non ha molto futuro, però l’essere radicali crea una certa coscienza. È una questione di etica: fare meno e fare meglio. Capire. Approfondire. Abbinare progetto e ricerca alle realizzazioni. Personalmente cerco di non scendere più a compromessi, non ho più tempo da perdere. Io parlo chiaro con le aziende: se ci troviamo su un punto e una visione comune andiamo avanti, altrimenti saluti. La differenza è che all’estero non ci sono aziende e i designer investono nella cultura del progetto. In Italia, invece, ci sono le aziende, ci sono i maestri, ma mancano risorse per una ricerca proiettata in avanti. Restiamo troppo legati al passato e alle posizioni acquisite. Bisogna osare di più, lavorare in team e anche pubblicare soltanto i progetti che davvero meritano”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:19:07</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ludovica+Roberto Palomba</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,743,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Ludovica+Roberto Palomba&nbsp;Ludovica+Roberto Palomba&nbsp;“Essere oggi un
art director
significa avere
ben chiaro cosa
sono strategia,
visione, potere.
Il rapporto è una
vera e propria
partnership al
50% con le
aziende: si
lavora insieme
per un progetto
comune e per migliorare il
mondo. Parafrasando Platone
diciamo che il designer è un
“demiurgo”. È intelligenza che
progetta il mondo, avendo le
idee a modello e la materia
come
strumento.
Deve
rovesciare
le regole
per trovare
nuovi
equilibri,
instabili. Vorremmo che il
rapporto con le aziende
continuasse così com’è ora,
anche se crediamo che il
periodo attuale si possa
superare con atti di “coraggio
creativo”. L’abbiamo già fatto
in passato e ci siamo
riusciti, ci piacerebbe
continuare a farlo”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:18:28</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Matteo Nunziati</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,742,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Matteo Nunziati&nbsp;Matteo Nunziati&nbsp;“Il prodotto non nasce solamente da sogni o da strane fantasie, ma dal rapporto che instaura con la costruzione di uno spazio. La cura e lo studio dei materiali utilizzati, dell'istallazione, delle dimensioni, dei costi sono aspetti assolutamente fondamentali. Purtroppo, anche nel design spesso si sono visti progetti impossibili realizzati più per soddisfare l'ego del designer e del proprietario dell'azienda piuttosto che per proporre qualcosa di autenticamente poetico, innovativo e concreto. Il momento attuale, così incerto e complesso, esige invece un cambiamento anche da parte nostra. Diventi in un certo senso partner dell'industria, condividendone soddisfazioni, ma anche responsabilità. Noi consideriamo la presentazione di un prodotto come l'inizio di un percorso che affrontiamo assieme. Le nostre opportunità per crescere assieme alle industrie si estendono, come progettisti e fornitori, ai futuri progetti immobiliari che a loro volta saranno anch'essi realistici, per proporre al pubblico una qualità tangibile e solida. La Casa, come già avviene da anni in molte parti del mondo, verrà proposta completamente o parzialmente arredata, l'acquirente certamente potrà intervenire personalizzandola, ma la scelta sarà limitata ad alcune varianti che il progettista studierà in collaborazione con le industrie ed il costruttore... Il concetto di arredamento si sta inevitabilmente avvicinando all'allestimento interno di un’automobile”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:17:25</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Fabio Novembre</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,741,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Fabio Novembre&nbsp;Fabio Novembre&nbsp;“Io credo non sia mai esistito un codice di comportamento definito nei rapporti tra designers e industria, anche perché il fattore umano è una variabile sostanziale. Le affinità,il rispetto,la simpatia reciproca, credo siano ancora fattori determinanti nella costruzione di un rapporto. E quando questa alchimia si perfeziona, i risultati possono essere di grande soddisfazione per entrambi. Si pensi ai casi: Urquiola/Moroso, Giovannoni/Alessi, Morozzi/Edra, Citterio/B&amp;B Italia, Lissoni/Boffi, Starck/Kartell. Io sono cresciuto con la convinzione che nel rapporto dialettico tra progettista e industria si ottengono i risultati migliori. Fermo restando che il ruolo del progettista deve essere quello di coscienza critica e non di ufficio stile piegato alle logiche interne della fabbrica. Oggi il ruolo del designer si sta spogliando di qualsiasi velleità oracolare, facendosi racconto di un vissuto individuale. Ci sono però molti modi di essere abitanti del Pianeta Terra nell’A.D. 2009. A me piace pensare che chi si occupa di design sia in modi diversi: ecocosciente, sensibile, compassionevole, tollerante, aperto, e che dal progetto di semplici utensili nasca un’idea di vita più adatta al nostro malandato Pianeta e ai meno fortunati che lo abitano”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:15:34</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Luca Nichetto</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,739,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Luca Nichetto&nbsp;Luca Nichetto&nbsp;“Come un buon direttore d’orchestra, un buon art director deve conoscere alla perfezione cosa ha a sua disposizione. Un errore da evitare è tentare di far fare ad un’azienda qualcosa che va oltre le sue reali capacità. O concepirla come una propria creazione o emanazione. Un’azienda è fatta di molte componenti e ognuna ha vita propria. Bisogna cercare di indirizzarle al raggiungimento di un obiettivo comune. Fondamentale è costruire un rapporto di fiducia e di dialogo. Il design è motore di innovazione quando con il prodotto stimola la ricerca: nuovi materiali, nuovi processi di produzione, nuovo know how, che diventa poi spendibile anche in altri contesti. Il design è innovativo quando permette alle aziende non solo di vendere qualcosa, ma di acquisire capacità inedite”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:16:49</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Paola Navone</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,738,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Paola Navone&nbsp;Paola Navone&nbsp;“Ciò che io cerco di creare con le aziende con cui lavoro è un incontro speciale. Io porto all’azienda: il mio mondo immaginifico frutto di viaggi, di suggestioni, di vissuto quotidiano. Poi c’è l’azienda e il suo modo di essere, le sue capacità e i suoi sistemi produttivi. Mi piace capire fino in fondo le possibilità sinergiche tra il mio modo di leggere il mondo e le qualità specifiche della produzione, per impostare in chiave di progetto il mio pensiero creativo. Ogni oggetto da me pensato nasce da un attento lavoro di analisi del savoir fair dell’azienda, su cui approfondire e plasmare le mie istanze creative, i contenuti semantici degli oggetti che vorrei vedere realizzati. Ogni progetto è un incontro. Ogni volta, lavorando con aziende diverse, io do tanto di mio, del mio pensiero, e importo altrettanto. Ogni volta dal rapporto con il mondo produttivo arricchisco il mio universo, sollecito i miei sensi, la mia curiosità, stimolo in qualche modo il mio istinto al nuovo.E già penso al progetto che verrà”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:14:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Mario Nanni</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,737,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Mario Nanni&nbsp;Mario Nanni&nbsp;‘Ciò che è stato costruito senza passione, verrà vissuto senza piacere’. Ho lasciato questa mia firma alla parete di luce che ho realizzato da poco per la nuova sede della Fondazione Biennale di Venezia a Cà Giustinian. Ritengo che questo pensiero sia la vera strada da perseguire per superare quello che ormai tutti definiscono ‘un difficile momento storico’. È la voglia di sporcarsi le mani lavorando che fa la differenza. Il mondo del design e soprattutto il ruolo del designer sta cambiando perché una volta c’era più conoscenza della materia, dell’artigianalità; oggi troppo spesso ci si concentra sulla tecnologia avanzata, esasperandola, riducendola ad un esercizio di stile, spesso senza usarla per una vera necessità. Il designer deve tornare a progettare le cose per risolvere dei problemi: quelli di carattere pratico, creando oggetti capaci di agevolare azioni, pensieri e sensazioni. La ricerca, la sperimentazione e l’innovazione devono portare a uno sviluppo cosciente dei progetti, a un’evoluzione di pensiero, a un percorso sempre più distante dalla perdita di identità a cui molte aziende vanno incontro. Copiare non è progettare; affidarsi ai nomi conosciuti del design non è necessariamente la strada migliore per imporsi sul mercato. Bisogna avere la forza e il coraggio di affrontare temi nuovi, non basta studiare in grandi scuole, ma bisogna anche osservare il mondo che ci circonda per lasciare le tracce dei nostri pensieri.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:14:00</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Jasper Morrison</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,736,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Jasper Morrison&nbsp;Jasper Morrison&nbsp;Penso che sia sbagliato parlare di design solo in termini di innovazione e cambiamento. In base alla mia esperienza, si dà troppo risalto alle cose che sembrano nuove o diverse e non si attribuisce abbastanza attenzione al miglioramento. Non sto dicendo che le cose non dovrebbero sembrare nuove, ma che dovrebbero innanzi tutto guadagnarsi il diritto di essere prodotte dimostrando di essere migliori in quello che fanno rispetto ai modelli precedenti. E quale maggiore stimolo al cambiamento se non fare cose che funzionano? Secondo me il solo interesse del design è arrivare a un risultato che funzioni a lungo termine, nel quotidiano. Già questo è tanto. Oltretutto, penso che ci sia una specie di automatismo del cambiamento nei progetti seri. Gli oggetti cambiano aspetto nel momento in cui vengono disegnati nel presente in previsione del futuro. In questo senso non è necessario che vengano concepiti in un’ottica di cambiamento. Naturalmente, se un industriale mi propone una nuova tecnologia, sono ben lieto di utilizzarla. Sono convinto, tuttavia, che abbia perfettamente senso lavorare anche con quelle già esistenti. Il mio principale interesse è instaurare collaborazioni con produttori che condividano la mia visione del progetto e questo interesse comune lo riscontro in molte aziende italiane.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:13:19</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Massimo Morozzi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,735,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Massimo Morozzi&nbsp;Massimo Morozzi&nbsp;“Art Director è un termine orribile che appartiene al linguaggio delle Agenzie Pubblicitarie e a me proprio non piace. In un’azienda che si caratterizza fortemente attraverso il design, preferisco pensarlo come un creativo che costruisce la collezione stimolando e collaborando con altri creativi, tecnici, fornitori. In costante simbiosi con la proprietà e le sue strategie. È un lavoro più simile a quello di uno stilista di moda. Significa immaginare uno scenario per la collezione, individuare le energie utili a realizzarlo, scegliere coerentemente i materiali, le finiture, i colori, i dettagli, e portare il tutto al defilè del Salone. Sottsass una volta aveva definito questa figura come quella di un Capo Giardiniere. Questo è un ruolo nel quale mi piacerebbe essere riconosciuto. In rapporto alla particolarità e alle difficoltà del momento attuale penso che ci siano fondamentalmente due tipi di risposte. La prima consiste nel lasciarsi cullare dalle atmosfere della crisi, diventare austeri e morigerati dopo gli eccessi del passato. La seconda risposta, se se ne ha la convinzione profonda, è quella di continuare a fare quello che si è sempre fatto. È evidente che propendo per la seconda ipotesi. Non sono i designers che possono da soli cambiare le cose. <br />
Ci sono le imprese che devono usare la crisi per strutturarsi meglio sul piano internazionale, valorizzando al massimo le opportunità che la nostra cultura, storia, territorio offrono. Il mix di high-tech e hand-made che caratterizza la tradizione italiana offre una opportunità straordinaria di uscita dalla crisi. C’è poi il pubblico e la evoluzione dei suoi stili di vita, dei suoi desideri. Non credo agli scenari regressivi, dando per scontato il fatto che i mutamenti vanno sempre attentamente considerati. La domanda di qualità è comunque destinata a crescere, come quella della creatività e della sua diffusione, del benessere psico-fisico in rapporto alle cose, o quella della felicità in rapporto al loro uso o alla loro semplice presenza intorno a noi”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:12:38</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Alessandro Mendini</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,734,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Alessandro Mendini&nbsp;Alessandro Mendini&nbsp;Crisi o non crisi, l'attitudine del design dovrebbe essere quella del cambiamento, ovvero di migliorare la vita delle persone. Questo, da parte dei progettisti è un impegno sia personale che collettivo. Oggi sono particolarmente in voga certe parole: innovazione, risparmio energetico, eccellenza, riciclaggio, eccetera. Spesso queste parole si traducono in retorica, demagogia e speculazione. Ma il tema di fondo del design è stabile e antico: fare vivere bene l'umanità. E i progettisti fanno parte, con le loro parziali responsabilità, di un grande intreccio complicato, violento e difficile. Il ruolo del design si è progressivamente esteso verso nuove specializzazioni anche nel mondo del virtuale. La catena dei prodotti, dalla loro concezione fino al loro consumo, è oggi più simile ad una fitta rete, ai cui infiniti nodi sono collocati nuovi ruoli per il design. Le opportunità sono appunto quelle di cogliere questi nuovi ruoli, di elaborare questo sistema complesso. E non va dimenticato che il vero soggetto e fine di qualsiasi casella nella quale opera un designer è quello del ‘fare forme’. Migliorare la vita delle persone perfezionando le forme dello scenario della vita.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:11:53</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Miriam Mirri</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,733,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Miriam Mirri&nbsp;Miriam Mirri&nbsp;“Il senso è quello di sempre: disegnare il presente e le sue necessità con idee e belle cose. È già un buon risultato. Certo, da un lato il mercato globale è in discussione, dall’altro si stanno affermando nuove realtà imprenditoriali anche piccole, ma più semplici e dirette. Spesso ci spingiamo oltre al disegno dell’oggetto in sé, fino ai prototipi studiati nel dettaglio e a volte collaboriamo alla comunicazione del progetto. Le possibilità per il designer negli ultimi anni non sono state altissime in termini di innovazione. Il contributo che oggi possiamo dare in più è quello di tracciare nuove direzioni. Ma, invertire sistemi consolidati è davvero complesso. Si potrebbe proporre una maggiore attenzione sulle conseguenze della produzione, cercando un'alternativa. Le opportunità sono ovunque possa esserci progetto; potrebbero essere al di fuori dei canali tradizionali, nelle distribuzioni molto grandi oppure in quelle nuove piccolissime ma che possono arrivare dappertutto; ovviamente nelle aziende che continuano a investire su nuovi modi di fare oggetti. Si sente il desiderio di ripensare a come fare le cose. La migliore opportunità è cogliere i limiti dell'esistente per ridisegnare l'ambiente, possibilmente con un pensiero diverso e nuovo. Ai designer può succedere di saltare un turno per una volta e di prepararsi meditando sul cosa fare, mettendo in atto delle semplici trasformazioni necessarie come fossero nuove possibilità di espressione”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 10:11:12</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Simone Micheli</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,732,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Simone Micheli&nbsp;Simone Micheli&nbsp;“La figura dell’art director è cambiata notevolmente negli ultimi lustri. Oggi significa assunzione di maggiori responsabilità. Significa essere portatori di equilibrio ed etici operatori. Il rapporto che ho con le aziende con cui collaboro è osmotico, di esteso dialogo. Analisi tecnologiche e produttive si miscelano senza soluzione di continuità a contenuti strategici ed operativi. Riflessioni connesse a processi realizzativi si fondono a dettati teorici. Vorrei che la fluidità del rapporto non perdesse smalto, vorrei che continuasse ad essere ossigenata da grandi entusiasmi e dalla reale coscienza della nostra cangiante bolla temporale. Il nostro momento non è poi così lontano da altri già vissuti. Il design favorisce istante dopo istante il superamento delle barriere e del reale conosciuto. I progettisti, con diverse parametricità rispetto ai designer di ieri, continuano più o meno inconsciamente a cambiare le cose. Noi viviamo nella e per la trasformazione. Il ruolo del design nel processo di innovazione e di trasformazione di un’azienda ? Sostanziale! Nodale! Imprescindibile! È e sarà un ruolo attivo capace di generare propositive dimensioni d’azione imprenditoriale, capace di trasformarsi in un vero e proprio garante per il nuovo fare”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 09:50:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Alberto Meda</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,731,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Alberto Meda&nbsp;Alberto Meda&nbsp;“Il momento è critico, le
risorse sono limitate,
l’industria deve fare scelte
più ponderate, più selettive.
A volte sono scelte
‘dolorose’… che il
progettista deve condividere
e accettare perché oggi ha
maggiori responsabilità, dato
che è diventato, all’interno
delle aziende, un elemento
strategico nella catena delle
decisioni. Il ruolo del
designer è cambiato, oggi
viene, fin dall’inizio,
coinvolto nelle
scelte per
identificare
opportunità sia
di prodotto che
di servizio. La
sua competenza,
cioè la capacità
di mettere in
forma un’idea,
di visualizzarla
e prototiparla,
è vista come un
valore
strategico dalla società e
dall’impresa,cosi come la
capacità di lavorare in
ambiti interdisciplinari;
perché progettare significa
essere parte di un sistema
che ricerca sui temi della
costruzione, delle risorse,
della sostenibilità, delle
modalità di distribuzione,
dei bisogni dell’utente e del
modo per tenere in vita le
cose. Il designer oggi deve rendersi interprete del
contesto in cui opera e
orientare le scelte
industriali affinché si
producano sviluppi “non
dannosi”. Deve esercitare un
pensiero critico, opporsi ai
prodotti inutili, privi di
senso, che fanno solo
spazzatura, proporre prodotti
sostenibili con soluzioni
etiche ed estetiche, deve fare cose che durano nel
tempo e design dei servizi
che siano in sintonia con i
bisogni dell’esperienza
umana.Tutto questo non è
facile, è indispensabile
trovare partners industriali
con i quali si è in sintonia.
Le aziende più illuminate, in
momenti di crisi, anche se
tendono a privilegiare le
relazioni già consolidate per
evitare sorprese, non
dovrebbero rinunciare alle
opportunità di innovazione
legate a nuove visioni di
giovani emergenti da cui può
nascere una economia
rigenerativa”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 09:49:53</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Jean-Marie Massaud</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,730,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Jean-Marie Massaud&nbsp;Jean-Marie Massaud&nbsp;“Più che sulla crisi finanziaria, sociale o ambientale, l’attualità dimostra che ci stiamo profondamente interrogando sui nostri valori fondamentali. Per quasi un secolo la pubblicità ha fatto a tutti il lavaggio del cervello, inculcandoci l’idea che possedere potesse essere una garanzia di felicità. Oggi, saremo in grado di uscire da questo stato di ipnosi generalizzato? Di liberarci da tendenze e mode che manipolano impulsi e frustrazioni? Le attuali difficoltà ci rendono consapevoli dei cambiamenti individuali e collettivi che diventano necessari. Da questo punto di vista, l’innovazione sarà solo umana e quindi modificherà culture e comportamenti. L’obiettivo sarà quello di modificare l’economia di mercato veicolandola dalla crescita quantitativa a quella qualitativa. Dall’avere all’essere, come sempre in fin dei conti. Il designer ha un grande ruolo da svolgere. Non è tanto una questione di mezzi (le tecnologie danno solo le potenzialità, non l’obiettivo!) quanto il cercare di andare oltre i concetti di status, aspetto o possesso. La domanda fondamentale da porsi è: quale progetto di vita?”]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 09:49:12</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Stefano Marzano</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,729,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Stefano Marzano&nbsp;Stefano Marzano&nbsp;Tutti oggi scoprono la necessità della revisione di un sistema che ha dimostrato di essersi esaurito. I segnali di un cambiamento ci sono, sono deboli ma allo stesso tempo forti per chi li vuole leggere. Il primo di questi è l’apertura di Obama all’Iran: una decisione da statista globale che riflette una logica di governo globale in cui il mondo è concepito come il territorio di tutti e le risorse sono gestite con un management decisamente innovativo e intelligente. I passi da compiere sono probabilmente ancora molto lunghi e difficili, ma i segnali di un cambiamento importante ci sono, paragonabili a quelli che hanno segnato i passaggi della civiltà umana dalle tribù ai villaggi, ai comuni, alla città, per arrivare all’Europa. C’è un altro segnale che mi conforta: la crisi ha ridato valore alla polis. Soltanto un anno e mezzo fa la fiducia dei cittadini nel governo era nulla. In molti Paesi d’Europa il governo adesso viene vissuto e percepito come il trust, l’ente che interviene come supporto e aiuto ai cittadini che devono affrontare mille difficoltà: pagare l’ipoteca, trovare un nuovo posto di lavoro, credere nel futuro. Non dappertutto, ma in diversi Paesi, si assiste dunque a un fenomeno di riscoperta della fiducia in chi rappresenta la responsabilità sociale. <br />
Queste nuove condizioni aprono a mio avviso vedute alternative anche all’interno delle aziende che sino a questo momento avevano vissuto trimestre per trimestre, concentrate con ansia sul risultato immediato senza dare valore a investimenti capaci di creare delle qualità strutturali sul medio e lungo termine. Questo cambiamento di attitudine non potrà che agevolare il percorso di ricerca, facendo sì che l’investimento a lungo termine assuma anche un concreto valore finanziario. In termini di design questo significa allargare i fronti e ragionare in termini sistemici su ciò che è veramente importante per il mondo, pensando a quella che potrebbe essere nel 2050 la salute pubblica, il trasporto, l’educazione, andando al di fuori dei confini nazionali e pensando veramente alla globalizzazione nel senso del progetto del mondo. Questo è il momento di andare oltre i limiti che avevano limitato le nostre visioni e che esistevano perché erano posti dal sistema. Nel momento in cui io posso pensare, come architetto e come stratega, a un progetto che abbia come limiti quelli del mondo, ecco che incomincio a pensare alle grandi opportunità per tutti: come utilizzare, per esempio, il deserto africano per sfruttare al massimo l’energia solare e ridistribuirla in altre parti della terra. In questo senso la globalizzazione diventa una grandissima opportunità e la stessa crisi un passaggio obbligato per fare un salto di qualità nel percorso della civilizzazione. In fondo, i problemi dell’evoluzione umana sono sempre gli stessi; quella che cambia è la scala alla quale si presentano.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 09:48:27</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Enzo Mari</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,728,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Enzo Mari&nbsp;Enzo Mari&nbsp;“Non esiste più il design, quello di cui c’è una vaga memoria storica. Oggi si fa tutto di tutto, all’unico scopo che le cose sembrano diverse da quelle precedenti, che sembrino graziose e alla moda, senza tuttavia preoccuparsi della essenzialità della forma. Non si tiene più conto, cioè, che l’oggetto abbia in sé l’idea dello standard, concepito, come intendeva il design nel suo spirito originario, per gettare le regole di una società diversa. Il design è rappresentato oggi da una produzione di tipo elitario che può essere paragonata alla moda: un tavolo arreda una casa, una giacca arreda una persona. Ogni sei mesi bisogna riproporre immagini diverse; ma è impossibile che le forme vengano reinventate ogni volta. In fondo, una sedia dovrebbe avere come primario obiettivo quello di essere comoda e solida, non occorre che sia bellissima. Se penso alle nuove sedie che si sono viste quest’anno, solo il 3 per cento risultano essere comode. Questa è la situazione in cui ci troviamo. In Europa ci sono 3-4 milioni di designer, molti dei quali non riescono a lavorare; il progetto praticamente non è pagato; solo il 2-3 per cento dei modelli che vediamo al Salone ogni anno ha poi un effettivo riscontro commerciale. Io non sono un utopista ingenuo; lavoro da 50 anni e conosco le leggi ferree del mercato; capisco che non possano esistere imprenditori totalmente utopisti e che siano necessari dei compromessi. Ma quelli che si fanno oggi non sono dei compromessi, sono dei gratta e vinci. <br />
Un compromesso implica che si conosca una linea, che esista l’obiettivo finale di una produzione, di un’azienda e di un catalogo. Tutti i cataloghi sono invece uguali. Le aziende che hanno più arroganza, che pretendono di avere maggiore immagine, fanno lavorare le solite 20-30 stars e starlettes conosciute a livello internazionale, con il risultato che ogni catalogo risulta uguale all’altro. Da questo punto di vista risulta disperante la situazione dei progettisti, la loro tacita accettazione nel caso capiscano la loro condizione, oppure la loro totale ignoranza. C’è qualche giovane che, nei limiti del possibile, lotta e tenta una strada diversa, ma, mi vergogno a dirlo, non vedo alcun imprenditore che cerca di fare altrettanto. Il design muore anche perché manca una committenza colta. Il pubblico adesso è quello che segue in tv il Grande Fratello, che vota in un certo modo; è un pubblico totalmente demente e ignorante che non ha più ideologie se non quella della mafia: libertà totale. La libertà invece va letta in senso collettivo e mai individuale. Il progetto possibile è, in questo momento, non fare design, trovare il modo di decondizionare la gente dall’idea di vita comoda e di lusso. Tutti gli altri progetti possibili, compreso quello dell’ecologia, sono condivisibili ma difficilmente realizzabili sino a quando sarà il mercato a dettare le regole nel processo produttivo”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 09:47:08</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ilaria Marelli</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,727,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Ilaria Marelli&nbsp;Ilaria Marelli&nbsp;“Trovo che ci sia più disponibilità all’ascolto da parte dell’industria. La ricerca di nuove strade e nuove soluzioni fa si che sia un momento positivo per rimettere in discussione delle strategie consolidate ma non più così vincenti. E quindi sono convinta che i designer, come portatori di capacità di visione e dinamicità, in questo momento possano trovare un maggior riscontro a proposte di qualità. Ricordo ad esempio qualche anno fa le parole ‘investire sulla sostenibilità’ mi facevano sembrare un’aliena, mentre oggi trovano interesse e voglia di saperne di più, e in maniera meno superficiale. Io mi penso come un’enzima nei confronti delle aziende; non ho certo la soluzione a tutti i problemi, ma porto stimoli, idee, direzioni di progetto, che, se metabolizzate e fatte proprie dall’azienda, riescono a produrre dei reali cambiamenti. La carta della designer-star o quella dell’alternativo emergente viene spesso giocata dalle imprese a solo fine comunicativo, e spesso non si traduce in progetti ‘reali’ che vengono prodotti e messi in vendita. Oggi quello che le industrie cercano sono prodotti che ‘funzionino’, (la sedia che faccia la sedia - non solo la scultura), con un’anima - in grado di suscitare emozione. E con una personalità che rispecchi i valori del marchio. Le aziende mi sembrano finalmente interessate a trovare i prodotti ‘giusti’, indipendentemente da chi sia il designer (famoso o sconosciuto)...e ciò non può che portare a una positiva scrematura verso una maggiore qualità di progetto”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 09:46:23</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ross Lovegrove</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,726,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Ross Lovegrove&nbsp;Ross Lovegrove&nbsp;“In questo momento, non è facile conservare livello di qualità, identità e investimento nelle idee, soprattutto quando ci rapportiamo ad aziende di dimensioni piccole e non stiamo parlando di edizioni limitate che restano oasi privilegiate di espressione. Il focus dell’energia del design è ancora in Paesi come l’Italia, il Giappone e un po’ la Gran Bretagna. I giovani designer sono una bella risorsa e vanno incoraggiati; ma ora più che mai c’è bisogno di equilibrio nelle dinamiche aziendali, di gente che sappia come si fanno le cose e tenga conto del loro costo. È necessario saper gestire i parametri economici e investire con grande cautela, fortemente convinti di contribuire alla realizzazione di un prodotto interessante, fatto bene, che rappresenti un nuovo modo di pensare e di vivere”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 09:45:41</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Piero Lissoni</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,725,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Piero Lissoni&nbsp;Piero Lissoni&nbsp;“Gli art director sono come i piloti di auto da corsa: devono sapere guidare delle macchine che, pur usando le stesse tecnologie e facendo le cose che fanno tutte le altre, sono diverse tra loro perché hanno caratteristiche, regole, culture e saperi interni del tutto specifici. L’art director, come un pilota, deve sapere frenare e accelerare al momento opportuno. Deve anche sapere dire no. Deve mettere a punto un passo preciso che permetta di correre sulla lunga distanza, ma deve anche sapere accelerare negli ultimi chilometri. Il cambio di passo è vitale: gli ultimi metri richiedono sempre delle falcate mostruose. Per fare questo ci vuole molta tecnica, che vuol dire studiare e avere una costanza estrema. Gli art director bravi studiano, si ispirano e definiscono una ritualità che diventa poi il linguaggio del progetto. Questa ritualità comprende tutto: dalla scelta e messa a punto dei prodotti alle modalità con cui i prodotti vengono comunicati. Senza prodotti, però, non ci può essere immagine. Puoi bluffare una volta, ma la seconda ti sgamano. Negli ultimi tempi i media hanno dato risalto a prodotti ‘sovrastrutturali’, molto scenografici e sicuramente efficaci per le copertine delle riviste, che privati però della loro ‘lacca’ risultano privi di contenuti. Per me ogni nuovo prodotto è frutto di un lungo lavoro con l’azienda: per realizzare una sedia con Kartell, per esempio, impiego anche due anni di prove, messe a punto, affinamenti per arrivare a un risultato di qualità. Poi succede che, una volta definito il nuovo modello, venga subito clonato da chi semplicemente si accontenta di riprodurne le caratteristiche formali a prescindere dai contenuti di ricerca e innovazione. Trovo inutili se non fastidiose le letture critiche e le teorizzazioni sul design proposte da taluni personaggi sulle riviste di settore. Quello del designer è un mestiere, al pari di tanti altri, e vorrei che questa cosa risultasse nuovamente evidente”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 09:44:32</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Lievore Altherr Molina</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,724,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Lievore Altherr Molina&nbsp;Lievore Altherr Molina&nbsp;“Oggi il design non si occupa solamente della funzionalità e dell’estetica degli oggetti. La tecnologia, l’organizzazione della produzione, la perfetta conoscenza dei mercati ai quali ci si rivolge, le modalità di comunicazione e distribuzione, tra gli altri fattori, fanno sì che il design sia un sistema di discipline che interagiscono tra di loro. È possibile che sia una sola persona a farsi carico di tutto questo? Il designer è solo uno strumento in più utilizzato dalle aziende per portare avanti il proprio progetto aziendale. Dopo dieci anni di vanità e progetti personali banali gonfiati dai media, sarebbe auspicabile una cura di umiltà e la creazione di gruppi interdisciplinari. Le forme acquistano senso solo quando si parte da una visione totalizzante”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:32:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ferruccio Laviani</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,723,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Ferruccio Laviani&nbsp;Ferruccio Laviani&nbsp;“Più che il rapporto tra progettista ed industria, questo momento sta cambiando in generale il modo di pensare. Tutto sommato lo trovo positivo. Il designer si sta indirizzando verso un ruolo più concreto, serio, professionale, senza tutti i ‘birignao’ degli ultimi anni. La sua opportunità, in questo momento, è quella di dimostrare agli altri e alle aziende di essere capace di fare progetti veri ed utili, e non di vendere aria fritta. Più che nel design, i cambiamenti, sopratutto in Italia, andrebbero fatti in molte altre cose. Spero solo che il nostro lavoro serva a trasmettere un po’ di educazione, libertà, cultura e civiltà... Raggiungere anche in parte questo risultato sarebbe meraviglioso. Gli stumenti poi li possediamo tutti; basta saperli usare in modo corretto”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:31:27</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Toshiyuki Kita</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,721,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Toshiyuki Kita&nbsp;Toshiyuki Kita&nbsp;“In questo periodo di grande trasformazione il compito dei designer è quello di dare nuove e possibili soluzioni sia ai problemi della vita quotidiana che a quello dell’ambiente. In questo contesto, è fondamentale che il designer sviluppi la sua visione come utilizzatore e al tempo stesso come imprenditore. Vale a dire che solo tenendo conto di entrambi i punti di vista si può trovare un equilibrio tra le due parti. Credo che sarà proprio questo equilibrio a determinare in futuro il processo di innovazione”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:30:46</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Massimo Iosa Ghini</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,719,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Massimo Iosa Ghini&nbsp;Massimo Iosa Ghini&nbsp;“La piccola industria soffre della crisi, soffre delle produzioni asiatiche, si trasforma sempre di più in un editore dove l’innovazione, la creatività e anche l’intuizione sono i pilastri per i nuovi prodotti. Il problema è che la struttura di queste aziende non consente di impostare veri investimenti in ricerca e quindi si demanda sempre di più a strutture esterne o a singoli creativi. La quantità della proposta per ora garantisce un’alta probabilità di colpire nel segno. Ci sono molte riconfigurazioni in atto, le nuove entità hanno bisogno di rappresentarsi attraverso gli spazi fisici, le sedi, gli headquarters, le catene di spazi commerciali: qui vedo un lavoro intenso da fare. Poi c’è il tema green anche eccessivamente condiviso, è un tema trasversale che entrerà su tutti i prodotti e i progetti. Molta resa poca spesa! In termini di risorse e risparmio ambientale. Dobbiamo essere capaci di dare un’estetica alla sostenibilità per renderla veramente fruibile dall’uomo, altrimenti il sostenibile sarà un mero dato tecnico e numerico. Chi progetta è dentro un sistema difficile da muovere, quindi ha poca libertà. Abbiamo spazio per fare proposte, diritto di innesco direi, e io intendo usarlo”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:30:06</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Giulio Iacchetti</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,718,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Giulio Iacchetti&nbsp;Giulio Iacchetti&nbsp;“È emblematico che la parola ‘crisi’, che negli ultimi mesi tanto ha imperversato, venga lentamente soppiantata dalla parola ‘cambiamento’. Credo sia un buon segnale. La crisi si subisce passivamente, ma la volontà di cambiare ci vede in posizione attiva, il fine non è più sopravvivere a un momento difficile, ma strutturare progetti per migliorare la qualità del nostro vivere”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 12:28:53</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Alfredo Häberli</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,717,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Alfredo Häberli&nbsp;Alfredo Häberli&nbsp;“Agli italiani basta innamorarsi di un’idea per far partire un progetto. Molto spesso si tratta di un approccio emotivo. Nei Paesi scandinavi, dove esiste una cultura del design analoga, l’idea viene prima di tutto esaminata nella sua interezza, dall’inizio alla fine, per poi tornare magari al punto di partenza. Sempre tenendo a mente il risultato finale. Il motivo per cui le aziende italiane continuano a essere così interessanti per i designer è che ve ne sono moltissime di livello elevato, e offrono centinaia di possibilità. In altri Paesi europei o in America quelle di qualità sono poche. Il design è un settore economico che merita una giusta considerazione: è composto da produttori, riviste, fiere, fotografi, giornalisti, stilisti, designer, eccetera, e il sistema di gran lunga più evoluto si trova in Italia. In quale modo i designer possono influenzare il processo di innovazione e trasformazione di un’azienda? Dando più del massimo. Rispettando l’esistente e convincendo ad affrontare l’ignoto. Assumendo il rischio insieme all’azienda. Ma la cosa più importante è farlo con il cuore e in modo onesto, per la ricchezza dell’umanità. E non solo per motivi finanziari”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 12:36:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Gordon Guillaumier</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,716,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Gordon Guillaumier&nbsp;Gordon Guillaumier&nbsp;“Una cosa per me è certa: i cambiamenti saranno più veloci rispetto a prima, ma in questo non vedo nulla di male. Il male può nascere solo se viene concesso poco tempo per riflettere e ci si sente obbligati ad agire in fretta. Sono comunque un’ottimista, perché penso che l’industria diventerà sempre più sensibile all’innovazione e alla ricerca culturale, di conseguenza diventerà sempre più importante la collaborazione con i designer. Sarebbe il momento giusto per la nascita di un nuovo rapporto simbiotico fra imprenditori e designer, dove confronto e fiducia reciproca possano alimentare il contributo sia dell’uno che dell’altro. Oggi tanti designers hanno voglia di mettersi in discussione. Ciò significa guardarsi intorno e cercare di capire le tendenze emergenti, ovvero i cambiamenti culturali, finanziari, economici, etici e soprattutto ecologici. Queste riflessioni fanno sì che il designer diventi più responsabilizzato, anche se indirettamente, su problematiche di carattere più universale e che il suo ruolo diventi più maturo, in quanto focalizzato su aspetti che vanno al di là dell’estetica o di una semplice soluzione tecnica”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:27:24</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Diego Grandi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,715,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Diego Grandi&nbsp;Diego Grandi&nbsp;“Strano fascino che mi
affascina.
I mutamenti seguono
il mio ritmo”
(Changes, David Bowie)
“Non pretendo che il verso,
tratto dal noto brano di David
Bowie, riesca a restituire una
formula alla situazione ben
più complessa del momento che
stiamo attraversando. In
quelle tre righe, tuttavia, è
contenuto un atteggiamento e
una reazione positivi agli
eventi. Il mutamento è
progetto e
precarietà e
instabilità
diventano i
suoi
strumenti
per definire
e disegnare
nuovi
territori.
Il design
per sua
natura è
sempre stato
cangiante,
per definizione e
interpretazione.
Oggi abbiamo a disposizione
una paletta strumenti
inimmaginabile e complessa al
tempo stesso, tanto quanto le
informazioni che ci giungono
da ogni direzione. Sta a noi
darne una interpretazione
anche alla luce dei cambiamenti in
atto e della
molteplicità di
input culturali,
visivi, sonori,
di comunicazione
dei quali siamo
destinatari.
Penso ci sia la
possibilità di
individuare
percorsi
paralleli e
alternativi in
cui possano
inserirsi nuove
idee, nuovi
modelli e nuovi
progetti.
L’abilità del designer sta nel
cogliere la pluralità di
stimoli, svilupparli e poi
riassumerli in un oggetto, un
prodotto, un messaggio,
cercando di focalizzare un
percorso organico che abbia la
capacità e la forza di
inserirsi nella
contemporaneità; un dialogo
duraturo capace di prescindere
da distrazioni contingenti”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:25:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Stefano Giovannoni</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,714,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Stefano Giovannoni&nbsp;Stefano Giovannoni&nbsp;“La domanda di design è
cambiata radicalmente. Fino a
pochi anni fa i nostri
committenti erano
prevalentemente le aziende
design-oriented.
In passato il design non era
mai realmente entrato in
contatto con la grande
distribuzione; in questi
ultimi anni, invece, da un
lato le grandi aziende
multinazionali legate
all'elettronica di consumo,
dall'altro le aziende mass
market che operano nel
settore alimentare, hanno
visto nel design un elemento
strategico determinante.
Prodotto e oggetto
industriale a tiratura
limitata appartengono a
logiche progettuali
completamente diverse, ma
vengono veicolati in uno
stesso contesto e generano
molto spesso oggetti ibridi
che non appartengono né alla
categoria del prodotto,
né a quella dell’oggetto
artistico (ma fanno molto
parlare di sé).
Alcune aziende arrivano alla
logica perversa di investire
su prodotti-immagine, dato
che la tecnologia permette di
creare oggetti dall’immagine innovativa anche se
fallimentari a livello di
mercato, considerandolo un
sacrificio dovuto
all’immagine di un brand che
capitalizza poi attraverso
operazioni e commesse
contract dove l’azienda si
propone in veste di artigiano
del lusso.
Spero che in futuro il ruolo
del designer sia legato ad
una visione strategica
complessiva del proprio
lavoro, che privilegi gli
aspetti professionali e
manageriali e che le aziende
del design sappiano trovare
nella propria specificità
idee creative per navigare in
questi momenti difficili”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:26:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Doriana e Massimiliano Fuksas</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,713,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Doriana e Massimiliano Fuksas&nbsp;Doriana e Massimiliano Fuksas&nbsp;“L’industria non è più quella di Adriano Olivetti. Ha perso il piacere del rischio e dell’innovazione. Ha una visione del futuro che non va oltre le 24 ore. Il designer sta diventando una figura legata agli eventi, alle grandi manifestazioni, alle grandi mostre... Più che altro crea delle installazioni. La questione “investire sulla notorietà e l’esperienza dei designer già consolidati oppure giocare la carta del nuovo” è una chiacchiera che si fa da cento anni. Sembra la storia “chi è nato prima: l’uovo o la gallina?”. Per me, giovani o vecchi purché bravissimi. Giovani che dovrebbero rischiare più dei vecchi e che in alcuni casi rischiano meno, e vecchi che dovrebbero rischiare più dei giovani e non essere conservatori”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:24:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Jozeph Forakis</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,712,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Jozeph Forakis&nbsp;Jozeph Forakis&nbsp;“Il caos che il mondo si trova ad affrontare certifica la fine dell’ ‘Era del progresso’. Il ‘progresso’ è morto... Il grande ritorno è quello della ‘evoluzione’! Il progresso in quanto modello comportamentale antropologico è lineare, separato da quanto lo circonda, egoista, e totalmente insostenibile: sebbene il progresso ci abbia consentito di fare dei veri e propri miracoli, ci ha anche sottoposto una nuova serie di problemi che risulteranno insormontabili se proseguiamo lungo lo stesso percorso. L’evoluzione è ciclica, equilibrata, aperta e olistica, come gli ecosistemi della natura: è ora che accettiamo il fatto di far parte del più grande ecosistema del nostro pianeta. Anche perché la lunga storia della natura dimostra cosa accade alle specie che non si adattano! Risulta ormai ovvio che la ‘terra’ sia un ecosistema naturale; perché allora troviamo difficile accettare che il nostro ‘mondo’ si evolva come un ecosistema di idee? Essendo una questione di sopravvivenza, l’evoluzione deve diventare il nostro nuovo dna comportamentale e creativo: dobbiamo riprogrammare le nostre modalità di concettualizzazione e innovazione per pensare in termini di connessione e iterazione collegando prosa e poesia sulla scala degli oggetti alla scala dei sistemi; contemporaneamente dobbiamo ristrutturare i nostri sistemi d’azienda affinché si comportino esattamente come ecosistemi equilibrati sincronizzati tra di loro. Questa è la posizione unica del design: proprio all’intersezione tra la nostra modalità di creazione e il comportamento individuale, culturale e commerciale. <br />
Il design è il sangue che scorre nelle vene della nostra società globale! Per lungo tempo i designer hanno vantato la capacità di applicare strategicamente il ‘pensiero progettuale’ a un livello più elevato per servire le aziende in un modo più olistico prima di tutto nella ricerca di maggiori risultati commerciali e senza alcuna considerazione delle conseguenze a livello superiore. È ora che i designer abbandonino le loro miopi ossessioni relative alla firma personale, che le aziende assumano seriamente il ruolo e la responsabilità che condividono in quanto elementi del nostro ecosistema planetario, e che tutti noi riuniamo le forze per rispondere a una chiamata superiore”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:23:56</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Jacopo Foggini</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,711,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Jacopo Foggini&nbsp;Jacopo Foggini&nbsp;“Il delicato periodo che stiamo attraversando porterà inevitabili cambiamenti. Il nostro metro di valutazione rimane il Salone del mobile. A mio parere, quello di riferimento sarà nel 2010, anche perché quello passato è stato un Salone atipico, ancora colmo di eventi che hanno portato la maggior parte delle aziende a cercare di far quadrare i propri bilanci, riproponendo una gran quantità di progetti magari solo rispolverati o con un nuova mano di vernice. Il Salone del 2010 sarà invece quello delle idee, dell’entusiasmo, finalmente! In vista del futuro rinnovamento alle porte, le aziende e i designers avranno l’occasione di realizzare progetti probabilmente con meno mezzi ma sicuramente con più ‘pancia’. Io personalmente sono molto ottimista e sono sicuro che il cambiamento che il mondo sta attraversando porterà ad una ‘selezione naturale necessaria’, vista l’enorme quantità di oggetti/progetti inutili e poco interessanti che siamo stati abituati a vedere. Speriamo che le nostre grandi aziende italiane, che fanno scuola nel mondo, sappiano cogliere questa opportunità e con onestà dimostrino il coraggio che nel tempo le ha rese tali e che le ha fatte per troppo tempo ‘vivere di rendita’”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:22:05</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Odoardo Fioravanti</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,710,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Odoardo Fioravanti&nbsp;Odoardo Fioravanti&nbsp;“Da una posizione di osservazione particolare e, certo, disincantata posso guardare e raccontare con stupore la ricchezza creativa di chi si esprime riguardo la Crisi cercando di spiegarne i motivi, la fisionomia, gli effetti. È un cimento che pare aperto a tutti, tipo uno di quei banchi del luna-park dove, con un solo euro, hai a disposizione tre palle per colpire un bersaglio. Proprio tutti, con esiti ondivaghi, cercano di delimitare il fenomeno, pesarlo, misurarlo, indicando una lettura o una ricetta. Quasi sempre fanno finta di parlare di quello che accade ma, a ben guardare, vagheggiano una rivincita. La litania da ripetere fino alla trance è: “la crisi è un’occasione”; per il rilancio, per tutti, per il mio cane, per la mia portinaia, per il cinquantenne con tre figli licenziato senza preavviso. Come a dire giovanilisticamente che la Crisi è una botta di vita mica da ridere, una figata incredibile. Se fossero libri sarebbero ‘libri da Autogrill’, del genere “Il futuro è nelle tue mani” o “Accresci la tua autostima”. Ma i generi letterari a ridosso della Crisi sono tantissimi. Nello scaffale del faida- te e dell’hobbistica, ad esempio, potete trovare i tanti che scoprono nella crisi l’humus perfetto della nostra italianissima inclinazione ad arrangiarci. È l’Italia che ripara tutto con lo scotch da pacchi e alla fine ci prova anche con i dissesti economici. <br />
L’effetto più evidente di tutto questo marasma è che le aziende intimorite dai segnali economici e dal chiacchiericcio sembrano cercare di nuovo progettisti caratterizzati da un approccio leale alla progettazione; professionisti che le aiutino a portare prodotti belli e intelligenti nelle case della gente, a prezzi onesti. Sempre meno design-arte e sempre più design-design. Questa non è esattamente una novità, ma piuttosto un riatterraggio. Aldilà dell’instabilità economica dei mercati, la sensazione è che la professione che mi capita di fare (che è uno dei design possibili) stia cambiando. La tendenza è di inglobare competenze che storicamente facevano capo ad altre figure professionali. Così si passa dall’aiutare le aziende nella scelta delle nuove tipologie da esplorare (strategie commerciali) fino ad arrivare ad assisterle nello sviluppo di soluzioni tecniche (ingegnerizzazione), con tutto quello che sta in mezzo (concept prodotti, ideazione, progettazione, comunicazione, advertising). La moda anni Novanta delle art direction sembra superata da un sistema di rapporti stretti tra impresa e progettisti, un network di tante persone che risulta più contemporaneo di un rapporto a due. L’impressione sincera è che si lavorerà sempre di più sulla condivisione dei percorsi e su un confronto schietto e pragmatico. <br />
Certo non si può negare che negli ultimi tempi sia scoppiata questa specie di bomba che ha fatto cadere a terra molte realtà. Per chi è rimasto in piedi resta un vago stupore, la coscienza di essere fortunati, la solidarietà con chi è stato colpito. Sono un progettista e finisco per domandarmi ogni giorno cosa ha funzionato e cosa sta funzionando in quello che faccio. Allora, come il druido Panoramix, voglio continuare a rimestare nel pentolone la stessa pozione. Voglio provare a creare un piccolo circolo virtuoso, con la certezza che tanti piccoli circoli virtuosi ne formeranno inevitabilmente uno grandissimo”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:21:19</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Michele De Lucchi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,709,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Michele De Lucchi&nbsp;Michele De Lucchi&nbsp;“Non lo era fino a un decennio fa, ma oggi il design è diventato tutto. Intendo dire che tutto pervade, tutto qualifica, tutto definisce. Ma non solo: intendo anche dire che da tutti i fatti umani il design è coinvolto nella duplice valenza di disciplina e di professione. Per prima cosa il design è una disciplina culturale, e non è scontato. Il più delle volte infatti lo si fa passare come un servizio di tecnica o di marketing, invece il design è una disciplina artistica perché è un luogo in cui l’uomo esprime la contemporaneità e gli oggetti contengono i valori più efficaci per rappresentare il momento storico. Quello che è successo nei secoli attraverso la letteratura, l’arte figurativa, la musica, l’architettura, oggi succede soprattutto attraverso il design. Tant’è vero che se vogliamo ricostruire la vita nel Settecento tedesco pensiamo a Mozart, nell’Ottocento francese pensiamo a Baudelaire, nel primo Novecento in Italia ci viene in mente Guido Gozzano e così via, ma se pensiamo agli anni Cinquanta non possiamo fare a meno di pensare alla Vespa, alla 500, ai secchi in plastica e ai primi prodotti industriali di serie. Oggi il design è la vera arte, perché è testimonianza delle posizioni e delle ambizioni degli uomini contemporanei, purché il design sia coltivato, approfondito, amato con passione, dibattuto e cresca con la sua storia, la sua critica, le sue riviste, le conferenze, le proteste, le mostre, la ricerca, per crearsi, giorno dopo giorno e senza fine, la sua presenza dinamica nella cultura che spinge avanti. <br />È importantissimo capire cos’è il design, che invece oggi si diffonde lentamente come ‘stile design’. Invece il design è un concetto estremamente profondo, pervasivo al punto che ne siamo immersi. In questa luce hanno particolarmente valore i progetti che sono fatti per la grande Idea del Design, come tutte le cose che si vedono al Salone, che non sono fatte per vendere ma alimentano la cultura intellettuale, commutano la sperimentazione del design in una ricerca artistica e che non sono destinati al mercato, ma ai musei, alle gallerie e alla storia. Se questo sparisse, morirebbe il connotato espressivo del design, quello che fa sì che il design sia anche ricerca nella figurazione, nella tecnologia, nei contenuti. Il fatto che non ci sia una nuova generazione di Sottsass, di Mendini, di Branzi, mi dispiace, o forse mi dispiace non essere in grado di riconoscerla. Se con la disciplina parliamo di progetto, con la professione parliamo di prodotto. La professione design è il mestiere di disegnare prodotti facilmente realizzabili in serie, molto ben vendibili, razionalmente recuperabili o riciclabili. Il mestiere deve saper riconoscere nell’industria l’organizzazione capace di gestire il progresso economico e sociale. È inevitabile che tutto quello che abbiamo oggi sia industriale e che sempre più l’organizzazione industriale pervada la nostra esistenza: tutto quello che noi compriamo e usiamo è in funzione del renderci sempre più connessi al sistema industriale.<br /> Nel momento in cui non compriamo più, l’industria non produce più, non paga i suoi lavoratori, il mondo finanziario si incrina e la società intera entra in crisi. La professione è fondamentale e i designer che non capiscono l’industria non fanno bene il loro lavoro: un designer che rifiuta l’industria è disadattato. I designer devono fare in modo che l’industria produca per gli uomini e si prenda cura del destino del mondo. Sono fermamente convinto che la disciplina e la professione rendano indispensabile il design nel mondo e aggiungo due considerazioni. La prima è che l’industria sembrerebbe aver negato l’artigianato, mentre invece ne avrà sempre più bisogno perché l’artigianato è il suo laboratorio di sperimentazione privilegiato. La seconda è che viviamo in una cultura materiale, cioè comperiamo e consumiamo oggetti con cui comperiamo e consumiamo idee, emozioni, sensazioni, pensieri, ideali, ambizioni. E non ci prendiamo cura della cultura materiale! E nessuno si occupa di diffondere conoscenza e consapevolezza della cultura materiale! Gli oggetti parlano, esprimono posizioni, valori, scelte, esprimono la personalità di chi li acquista e li usa. Dall’Illuminismo e dalla nascita dell’industria il mondo ha cominciato a riempirsi di oggetti e prodotti che hanno invaso case, città, ambienti pubblici e privati. Perciò la qualità della nostra vita è indelebilmente legata alla qualità e al valore degli oggetti che usiamo. Designer fai il tuo mestiere!”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:20:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Rodolfo Dordoni</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,708,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Rodolfo Dordoni&nbsp;Rodolfo Dordoni&nbsp;“Non credo che nel rapporto tra designer e aziende stiano avvenendo oggi dei grandi cambiamenti. Quello che è cambiato veramente è il risultato di questo rapporto. Tuttavia, c’è una differenza tra chi vive questo particolare momento da designer piuttosto che da art director. I primi corrono maggiormente il rischio di ‘solitudine’; i secondi,–almeno quelli che hanno maturato un concetto di lunga e proficua collaborazione con l’industria, possono contare sulla positività di un lavoro che si svolge in sinergia e senza conflittualità di ruolo. Il momento attuale favorisce una maggiore attenzione alla professionalità. Fino ad oggi c’è stato molto show e poca sostanza: troppe aziende, troppi prodotti, soprattutto troppi prodotti superflui. Per ubbidire all’imperativo di raggiungere un pubblico sempre più allargato, sia in termini estetici che economici, i designer hanno finito col generare uno stato d’ansia presso i consumatori. Il risultato è che il design viene oggi percepito come un fenomeno di consumo legato ai cicli della moda. Bisogna invece ricondurre questa disciplina ai suoi valori originari: la durata nel tempo, la stabilità, la sobrietà. Non significa rinunciare a tutto, ma semplicemente riconquistare un rapporto di fiducia con il pubblico”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:19:41</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Lorenzo Damiani</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,707,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Lorenzo Damiani&nbsp;Lorenzo Damiani&nbsp;“Nel mio studio, attaccata al muro con un filo di scotch giallo, c’è una fotocopia in bianco e nero che riporta un pensiero di Einstein riguardante la crisi. Ecco cosa c’è scritto:”Non pretendiamo che le cose cambino se facciamo sempre la stessa cosa. È dalla crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. È dalla crisi che affiora il meglio di ciascuno, poiché senza crisi ogni vento è una carezza. Parlare della crisi significa promuoverla e non nominarla vuol dire esaltare il conformismo.” Spesso mi cade l’occhio su questa fotocopia. Già, è proprio vero,…dai periodi difficili possono nascere nuove idee, forti e dirompenti: l’inventiva diviene una moneta di scambio fondamentale per la salvaguardia della ‘specie dei progettisti’. Forse perché ho sempre sentito il suono di questa brutta parola nei discorsi di tutti, mi sono abituato ad utilizzare le idee come matrici dei miei progetti”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:18:58</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Alberto Colonello</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,706,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Alberto Colonello&nbsp;Alberto Colonello&nbsp;“C’è una nuova consapevolezza condivisa tra progettisti e industria: non si può sbagliare nel presentare nuovi prodotti e quindi si tende a valutare con maggiore attenzione tutte le “sfumature” di un progetto. Il ruolo del designer sta evolvendo oltre la pura e semplice progettazione di un oggetto.Una consulenza a 360° gradi°viene richiesta soprattutto dalle aziende medio-piccole. Questo momento darà anche l’opportunità di far sentire in maniera più nitida la propria filosofia progettuale perché il mercato, diventato più selettivo, impone la ricerca di contenuti più profondi. Però, momenti di incertezza come questo portano con sé anche tanti restyling di oggetti storici di design e questo atteggiamento non favorisce il cambiamento. Noto inoltre che le aziende più fashion puntano sull’estro delle giovani leve in grado di stimolare l’attenzione di un pubblico più fresco, mentre le major lasciano ancora soltanto ai big del design la possibilità di garantire continuità all’identità di un marchio, al quale hanno dato tanto nel passato recente”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:18:22</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Felice Limosani, Fiabe contemporanee<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,116,intIssueID,639,intItemID,705,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Andrea Pirruccio<br />&nbsp;di Andrea Pirruccio<br />&nbsp;Due approcci diversi all’arte. Antitetici verrebbe da dire. Uno è quello multimediale, smodatamente digitale e ipertecnologico di <strong>Felice Limosani</strong> (nato dj neglia anni Ottanta, poi video artista per nomi del calibro di Brian Eno, e quindi autore di installazioni commissionate, fra gli altri, da Unesco, Sketch Gallery e da aziende come Nokia, Louis Vuitton e Tod’s), che approda all’arte passando attraverso i territori del marketing e della comunicazione; l’altro approccio è quello concreto, orgogliosamente ‘povero’ dei <strong>Plasticiens Volants</strong>, la compagnia di teatro di strada fondata a Parigi nel 1976 che, all’interno dei propri spettacoli, coniuga gigantesche sculture aerostatiche con la fisicità di 30 performer capaci di animare importanti cerimonie internazionali, come quella di chiusura delle Olimpiadi di Barcellona del 1992 o quella inaugurale dei Giochi Paraolimpionici di Sidney nel 2000. <br />
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Dall’inaspettata sinergia fra queste due concezioni artistiche prenderà le mosse l’evento di apertura della 4ª edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, in programma dal 15 al 23 ottobre. Un’edizione che avrà come fil rouge trasversale a tutte le sezioni della manifestazione, il tema globale dell’ambiente: pellicole, incontri con i protagonisti deputati alla salvaguardia del nostro pianeta, spettacoli ed eventi speciali legati al cambiamento climatico animeranno il Focus che, curato da Gaia Morrione, coinvolgerà artisti di formazione e storia diversa (è il caso di Limosani e dei Plasticiens Volants, appunto), ma anche ambientalisti, imprenditori e architetti. Lo stesso spettacolo d’apertura del Festival (nato ancora da un’idea di Gaia Morrione) proporrà una declinazione sognante e fantasmatica di temi legati all’ambiente e alla natura, e sarà realizzato nei giardini storici dell’Accademia di Francia di Villa Medici. La sintesi tra l’universo artisticoconcettuale di Limosani e quello dei Plasticiens Volants partorirà dunque la messa in scena di una favola tratta da un’antica leggenda berbera, che racconta la nascita dell’essere umano. Un vero e proprio ‘trip’ onirico, che narrerà dello scontro tra due mondi agli antipodi, quello degli uccelli del deserto e quello degli animali della foresta, dal quale sarebbe emersa la fragile, volubile e sensibile natura umana. <br />
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Entusiasta di lavorare con artisti portatori di una forma d’arte antitetica alla sua, ecco come Felice Limosani descrive l’evento: “Lo spettacolo che metterò in scena insieme ai Plasticiens Volants sarà una fiaba permeata di magia, che avrà come unico destinatario il pubblico. Una favola intesa come racconto, narrazione, e che sarà diviso in tre atti. I Plasticiens Volants realizzeranno una serie di sculture aerostatiche, elementi fluttuanti nell’aria che daranno corpo ad animali mitologici (l’Araba Fenice) o estinti, e che gallegeranno nell’aria accanto a corvi, ibis e civette. Io creerò delle video installazioni in cui riproporrò, ma sotto la veste di cartoon digitale, le sculture ideate dai Plasticiens. Le video installazioni saranno quindi proiettate su schermi animati da mimi, e si illumineranno seguendo uno schema preordinato. Volevo esprimere il senso del movimento, ma in maniera innovativa: non saranno gli spettatori a doversi ‘attivare’ per seguire lo spettacolo, ma toccherà a questi performer portare lo spettacolo tra il pubblico. Dalla collaborazione tra il mio modo di fare arte e quello dei Plasticiens Volants è nata un’alchimia feconda e sorprendente: ognuno di noi ha offerto il proprio apporto per dare vita a un evento che facesse riscoprire il senso profondo di una favola, il piacere antico che si prova a raccontare una storia”. A chiudere il cerchio e ad accrescere il pathos della narrazione, provvederà la voce fuoricampo di un grande affabulatore italiano: David Riondino.]]></description>
		<pubDate>2009-09-07 11:35:29</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Retailing<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,113,intIssueID,639,intItemID,703,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Rosa Tessa&nbsp;di Rosa Tessa<br />&nbsp;
Il design deve perdere quell’aria snob che ha troppo spesso e, per parlare al grande pubblico, ha bisogno di un nuovo vocabolario fatto di parole come “prodotti accessibili”, “pensare in grande”, “modelli distributivi integrati”, “qualità del prodotto”, “preoccupazione ecologica”.
  Se si vuole assicurare un futuro roseo al design italiano, non basta innovare il retail, bisogna rivoluzionarlo. Lo afferma senza mezzi termini <strong>Vittorio Radice</strong>, amministratore delegato de la Rinascente, che sull’argomento ha una certa autorevolezza, vista la lunga esperienza internazionale maturata in oltre vent’anni di rilancio di noti department store, come Habitat e Selfridge’s in Inghilterra. <br />
Secondo Radice, oggi il design deve necessariamente rivolgersi ad un’ampia platea di consumatori, non può snobisticamente limitarsi a dialogare con un club ristretto di estimatori, pena la sua sopravvivenza. Per parlare al grande pubblico deve servirsi di un nuovo vocabolario distributivo che lo renda immediatamente comprensibile. Un linguaggio molto emozionale, basato su un tono confidenziale, che incuriosisca, diverta e seduca le persone. A conferma di quanto pensa, riporta un paio di cifre interessanti: oggi il 74 per cento degli acquisti vengono fatti con una finalità ricreativa e su una settimana di vacanza tre giorni vengono spesi guardando vetrine e facendo shopping. <br />

Riguardo ai negozi italiani, sofisticati, ma troppo poco frequentati dal pubblico, osserva: “Manca la regia, la voglia, la capacità imprenditoriale, manca un’idea. Sul fronte distributivo si è all’età della pietra. Basti pensare che Zara, in Italia da non più di sette anni, conta circa 150 negozi, una enormità se si confronta questo numero con quello delle catene nazionali, di gran lunga meno numerose di quella spagnola soprattutto in relazione al tempo da cui sono radicate nel territorio italiano” . E aggiunge, parlando dell’imprenditoria e dei retail del design italiano: “Si vuole essere molto sofisticati, si vuole restare molto in alto, aprire il bel negozietto in una via sofisticata, e poi? Si vendono solo tre pezzi. Vorrei sapere: in questo modo che servizio si rende alla comunità? Cosa si dice alla gente, al mondo? Un bel niente. Rimane un negozio isolato che qualcuno vede ogni tanto e basta, tre righe di giornale e finisce lì. Il problema è che in ‘cima’ c’è poca gente, i grandi consumatori sono sui marciapiedi delle città”. <br />
Manca la regia, la capacità imprenditoriale, manca un’idea. Sul fronte distributivo si è all’età della pietra.
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Ad allargare la platea di potenziali consumatori del design Radice ci sta provando all’interno de la Rinascente, dove, da un paio di mesi, ha inaugurato Design Supermarket, duemila metri quadrati di spazio dove oggetti, mobili, lampade sono a disposizione di una platea potenziale di almeno di 13 milioni di individui (questo è il numero di persone che passano dal grande magazzino milanese in un anno). “La gente ha bisogno di sentire che un prodotto, anche se bellissimo, è accessibile, lo può toccare. Poi magari non lo compra perché non può permetterselo, però è felice di poterlo vedere a pochi centimetri dal suo naso. Sensazione rara nei negozi italiani del design, dove, al contrario, si è intimiditi perché si viene squadrati dalla testa ai piedi. Un prodotto lo si fa per venderlo. Più case raggiunge meglio è. Starck, per esempio, il suo spremiagrumi è riuscito a venderlo a tutti. Questo è il goal: arrivare nel maggior numero di case”. <br />
Per la Rinascente Radice ha infatti pensato anche a prodotti bellissimi, ma presentati in modo molto semplice e immediato. Ci sarà anche un bel ristorante e della buona musica per cercare di attirare il maggior numero di passanti dall’ingresso che porta al department store direttamente dalla metropolitana. “I negozianti dovrebbero avere anche il coraggio di vendere una propria visione del design attraverso una selezione di prodotti”, spiega. “Quando vado da Moss o al MoMA a New York compro quello che hanno, non chiedo altro. Oggi per essere presenti sul mercato e comunicare al mondo la propria presenza bisogna pensare ‘in grande’: avere una produzione consistente, giustificare il prezzo del proprio prodotto e saperlo comunicare”. Intanto in questo momento di crisi c’è chi s’inventa nuove formule di vendita al pubblico.  <br />

È il momento del modello distributivo integrato che si avvale di 3 strumenti: il negozio, il web, il catalogo.
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<strong>Renato Preti</strong>, per esempio che, dopo l’ultima esperienza nel fondo Opera con cui aveva partecipato alle operazioni di acquisizione di importanti marchi dell’arredo come Unopiù, B&amp;B Italia e Moooi, si è inventato il suo marchio Skitsch. Si tratta di un ‘modello distributivo integrato’ che si avvale di tre strumenti: il negozio, il web, il catalogo. Si rivolge ad una clientela di fascia medio alta che passando per il negozio di Milano (il primo di otto punti vendita che nel giro di quattro anni apriranno nelle capitali europee) vede i prodotti, si incuriosisce e li può ordinare anche su internet, appena tornato a casa. La consegna avviene nel giro di qualche giorno. <br />
“I due sistemi, negozio e web, si alimentano reciprocamente – spiega Preti – il negozio senza internet non starebbe in pie di, internet da solo risulterebbe molto astratto, perché l’acquirente del prodotto d’arredo ha bisogno di vedere e toccare con mano quello che sta comprando. Come elemento di completamento ci sarà il catalogo che verrà distribuito in 500 mila copie in Italia a partire da settembre con l’idea di arrivare a 2,5 milioni di copie in tutta Europa nel giro di cinque anni”.  E siccome il nuovo codice del lusso è la contemporaneità, Skitsch fa riferimento a consumatori che viaggiano, conoscono le lingue, molto diversi tra loro per target e stili si vita, ma che usano Internet e palmare e sono accomunati da una stessa, nuova visione estetica. <br />

Il design, come i marchi di moda, sarà traghettato su internet: apriranno monomarca e corner virtuali.
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<strong>Federico Marchetti</strong>, artefice del successo di Yoox, il primo portale in Europa di vendita on line di moda, nei consumatori ‘generazione Blackberry’ ci crede da nove anni, da quando ha fatto partire il suo business. Forte dei suoi sette milioni di visitatori al mese, l’amministratore delegato di Yoox intende fare con il design quello che è riuscito a fare con i marchi moda, traghettandoli su internet e facendo aprire loro monomarca e corner virtuali. “In realtà”, spiega Marchetti, “il design su Yoox l’abbiamo dal 2006. Avevamo fatto un test che ci indicava che il 50 per cento delle persone che compravano il design erano le stesse che acquistavano prodotti di moda. Siamo partiti e abbiamo deciso di spingere e investire soprattutto nella logistica, visto che per vendere oggetti e complementi di design bisogna avere grandi spazi a disposizione”. Le venti aziende già sbarcate su Yoox – tra cui Alessi, Kartell e Flos – raddoppieranno l’anno prossimo. “Il lavoro è molto simile a quello che abbiamo già fatto per la moda, ma non uguale. Faremo partnership per aprire monomarca e shop in shop, creeremo piccoli negozietti ad hoc e temporary store, insomma una nuova ondata di negozi on line”. <br />

Nei prossimi anni sarà il contract a spingere lo sviluppo delle aziende con una crescita superiore al 20%.
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Dai negozi virtuali a quelli reali il terreno diventa più scivoloso. “Un 30 per cento di potenziali clienti del settore del lusso sono spariti per la crisi finanziaria e buona parte dell’altro 70 per cento sono spaventati”, spiega <strong>Alberto Vignatelli</strong>, amministratore delegato di Clubhouse che, oltre alla propria linea, realizza le collezioni Fendi e Kenzo. “Funzionano solo gli acquisti dettati da eventi di ordine pratico, un matrimonio per esempio. Lo si vede anche dai dati del settore: dall’inizio dell’anno a fine giugno il calo dell’export è stato del 40 per cento. Questa è la situazione generale, aggravata dalla mancanza di liquidità da parte dei nostri clienti più importanti, dovuta al fatto che il cliente finale non ritira la merce ordinata, rimettendoci persino la caparra versata”. <br />
La ricetta anticrisi di Vignatelli è nella concretezza delle proposte che si fanno al consumo: il brand è importante, ma non basta, bisogna offrire al mercato quello di cui ha bisogno, che per quanto lo riguarda “non è un prodotto, ma uno stile abitativo, tenendo presente che nei prossimi anni sarà il contract, che per il momento è in rallentamento, a spingere lo sviluppo delle aziende di design, con una crescita superiore al 20 per cento, mentre il retail crescerà del 5 per cento”. Intanto bisogna aiutare il dettaglio che ha il fiato corto.<br />

Il nostro prodotto è un bene di consumo durevole, un investimento che più di tutto ha bisogno di fiducia.
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<strong>Rosario Messina</strong>, presidente di Federlegno Arredo ha una cura da suggerire: “Ognuno riacquisisca i propri ruoli, l’industria produca e il retail venda. Insomma, ognuno faccia il suo mestiere. I rivenditori agiscano in autonomia a partire dalla progettazione degli spazi di vendita; non se li facciano progettare dalle aziende fornitrici che, proponendo gli stessi layout espositivi ovunque, appiattiscono le vetrine dei negozi. E poi i negozianti ricomincino a vendere i mobili piuttosto che gli sconti, perché è stata proprio la politica degli sconti a svilire i marchi. I rivenditori devono ritornare a spiegare alla clientela la qualità del prodotto”. <br />
Già, la qualità è al centro dell’impegno della Federazione del sistema legnoarredamento. E non solo. “Ci sono anche l’ambiente e la materia prima legno. La preoccupazione ecologica comincia ad emergere nella domanda di mercato ed è un plus per chi sa garantirla. È una linea vincente per la nostra produzione in se stessa e in tutta la filiera che ad essa conduce. Il legno è materia prima totalmente rinnovabile che nel suo ciclo vitale di accrescimento migliora l’ambiente, riportandolo al giusto equilibrio. Siamo protagonisti della rivoluzione della democrazia del bello, a disposizione di tutti i consumatori, non di un’élite e il made in Italy è il progetto e il sistema produttivo che introduce nel mondo questa rivoluzione”.<br />

I dettaglianti dovrebbero cancellare l’individualismo e promuovere il dialogo con le aziende.
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Anche se, a sentire il parere autorevole di <strong>Massimiliano Troja</strong>, appassionato agente dei più noti marchi del design in Sicilia e Calabria “i bei prodotti e i progetti aziendali sostenuti da risorse importanti si infrangono in ogni singolo territorio”. Non arriva al consumatore finale il messaggio sulla storia e sul dna di un prodotto. I retailer, non solo del Sud ma di tutt’Italia, non hanno una cultura del prodotto e una formazione sufficiente per dialogare con un consumatore evoluto come quello di oggi. Anche l’industria ha le sue colpe – sostiene Troja – ha disconosciuto il problema della distribuzione abbandonando i retailer. Questi ultimi, guidati dal loro individualismo, sostengono le vendite con la battaglia degli sconti e con un’offerta troppo dispersiva". <br />
Soluzioni? “Da parte loro le aziende leader dovrebbero obbligare i rivenditori a ridurre l’offerta e a preoccuparsi di come vengono esposti nei negozi. I dettaglianti dovrebbero investire sul personale interno, specializzarsi su alcune tipologia di offerta, togliersi di dosso l’individualismo e promuovere il dialogo con le aziende, formare il personale e utilizzare gli strumenti che la tecnologia offre”. Dai rivenditori più grossi arriva qualche nota incoraggiante.<br />

La strategia è continuare a vendere marchi di fascia alta lavorando sull’assortimento.
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Fa scuola <strong>Salvioni Arredamenti</strong> che non è certo il classico negozietto di mobili, ma date le dimensioni è una vera azienda con i tre negozi in Brianza che insieme fatturano 17 milioni di euro e uno spazio a Lugano per un totale di 9.500 metri quadrati di superficie espositiva, 5000 di magazzini e 80 persone impiegate. “La crisi la sentiamo, ma non così pesantemente. Il 2008 è stato un anno di crescita con un + 15 per cento”, racconta Gianni Salvioni. “La strategia è, da un lato di proseguire negli investimenti sui negozi e dall’altro di continuare a vendere sempre marchi di fascia alta, ma lavorando sull’assortimento del prodotto per permettere al consumatore di spendere meno pur avendo la stessa qualità e funzionalità. Non ultimo, bisogna rassicurare il cliente sul prezzo, con un preventivo ‘trasparente’ di ogni cosa che compra, dettagliato voce per voce”.]]></description>
		<pubDate>2009-08-31 13:10:29</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Antonio Citterio</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,702,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Antonio Citterio&nbsp;Antonio Citterio&nbsp;“Il design è parte integrante del processo di produzione industriale. Considerare il design come puro valore aggiunto del prodotto industriale è un luogo comune; significa fraintendere gravemente la profonda reciprocità di rapporto che esiste, e deve esistere, tra cultura industriale e cultura del progetto. Il nostro Paese ha progressivamente abbandonato interi settori industriali; l’elettronica è solo uno di molti esempi possibili. In assenza di veri investimenti nella ricerca industriale e in assenza di ricerca a livello universitario, l’innovazione tecnologica, sia a livello di processi produttivi, sia a livello di prodotti, è completamente delegata alle risorse delle aziende produttrici. Alla fine degli anni Settanta abbiamo creduto che il design potesse aggiungere valore ad un prodotto tecnologicamente obsoleto e che l’immagine degli oggetti fosse il solo argomento possibile di competizione. I nostri prodotti elettronici uscivano sul mercato con un design estremamente sofisticato e seducente, ma l’industria del settore aveva di fatto, e da tempo, smesso di investire in ricerca tecnologica. IBM usciva con le sue prime macchine elettroniche, dal design banale ma dalle prestazioni competitive, negli anni ’70 e ’80; quegli stessi anni rappresentano un periodo ricchissimo per il design italiano, tuttavia, segnano anche l’uscita della nostra industria da questo settore nel quale negli anni ’50 e ‘60 eravamo all’avanguardia. I prodotti di quel periodo della storia del design, testimonianza, oggi, di quel design che definisco feticista, completamente affidato alla capacità accattivante di una forma, di certo non hanno contribuito a tenere in corsa la nostra industria nella competizione industriale dell’information technology con il risultato che oggi il mondo del design italiano non ha personalità alcuna nella cultura del progetto per l’elettronica. <br />
Il progetto di design ha bisogno dell’industria; prova ne è che oggi continuiamo a mantenere un primato nella qualità e nella sofisticazione nei settori dell’industria manifatturiera dei prodotti per la casa e per l’abbigliamento. Incoraggiare una deindustrializzazione indiscriminata, pensando di poter conservare nel nostro Paese il solo momento creativo, la sola attività progettuale, e perdere, al contempo, contatto con la cultura della produzione, significa perdere del tutto la conoscenza profonda della filiera; la capacità di selezione delle materie, la progettazione dei processi, il controllo della qualità, che di fatto sono gli elementi di cui si nutre il progetto di design. Nel mio modo di lavorare, sarebbe impossibile concepire un prodotto senza partire dalla conoscenza di una tecnologia di produzione e senza vederlo già interpretato in una strategia di comunicazione; il mio lavoro non è mai finalizzato ad un prodotto unico, ma si inserisce sempre all’interno di una strategia di offerta aziendale che io stesso contribuisco a definire; il mio coinvolgimento con le aziende che producono i miei prodotti, per queste ragioni, è molto profondo. <br />
Gli standard di qualità che la nostra produzione industriale ha raggiunto sono inarrivabili, a breve, da Paesi che solo adesso scoprono l’industrializzazione e che si stanno organizzando per la produzione di grandi numeri. La rete di relazioni, gli stimoli reciproci, la cultura per la competizione sulla qualità, ancora prima che sul prezzo, che la nostra industria con il suo indotto ha saputo generare, è profondamente legata al territorio, alla vicinanza geografica dei soggetti, alla loro storia, alla loro capacità creativa. L’industria italiana non deve perdere né competitività né capacità di progetto. Questo significa che il terreno sul quale dobbiamo continuare a competere è quello della conoscenza, dell’intelligenza, dell’invenzione. Il nostro modo di vivere, il nostro gusto, la nostra attitudine alla qualità sono irriproducibili e rappresentano, per i Paesi che si avvicinano ai nostri modelli di sviluppo, un obiettivo. Occorre fare leva su questo vantaggio che abbiamo di secoli di cultura per conservarci il lusso di un’industria che continui a parlare la nostra lingua, ad alimentare i nostri archivi, a conservare i nostri segreti”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:17:04</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Carlo Colombo</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,701,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Carlo Colombo&nbsp;Carlo Colombo&nbsp;“Il design rappresenta sempre la radice di ogni prodotto, senza di esso il risultato è una copia o un’emulazione grossolana. È motivo di discussione già in fase di concept, ed è il risultato della veicolazione di mille domande a cui bisogna rispondere prima di realizzarlo. È quindi un percorso analitico, concreto, sensato, da discutere chiaramente con l’azienda di riferimento, e ancora discusso per rendere l’idea, una volta approvata, industrialmente realizzabile, commercialmente corretta e posizionata sul mercato. Sicuramente è necessario distinguersi dal proliferare di mille proposte di mercato affini, dove spesso vediamo prodotti simili senza riuscire a ricondurli all’azienda che li ha prodotti. Analizzando così i prodotti si comprende quale sia il compito del design: trasferire l’identità aziendale in ogni prodotto. Se vedo una sedia ad esempio, devo immediatamente capire o dedurre chi l’ha prodotta. Questo oggi (più di prima) l’obiettivo da concretizzare”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:16:15</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Aldo Cibic</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,699,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Aldo Cibic&nbsp;Aldo Cibic&nbsp;“Oggi la creatività, intesa nel senso di capacità di creare, ci aiuta a capire come possiamo pensare a una vita di qualità ritarata sulle nuove realtà. L’immagine che mi viene in mente è una lista della spesa dove c’è da una parte quello che già funziona o che può essere messo meglio a regime e, dall’altra, una lista di quello che ci servirebbe per vivere bene, in modo sostenibile sia dal punto di vista economico che ambientale. È un processo che richiede la capacità critica di riconsiderare come e cosa succede o può succedere intorno a noi, ripensando la quotidianità, i divertimenti, il tempo libero, la vita dei nostri figli, le attività lavorative come sono e come potrebbero essere. Si possono generare nuovi stili di vita più in armonia con le nostre possibilità, le nostre aspirazioni e le realtà che ci circondano”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:13:17</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Clino Trini Castelli</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,698,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Clino Trini Castelli&nbsp;Clino Trini Castelli&nbsp;“Una crisi, anche se connaturata al sistema, non è mai salutare. Avendo già vissuto la grande bolla giapponese degli anni ’80, non posso dire che al suo scoppio siano seguiti effetti positivi, tantomeno nel senso di una rigenerazione. Ancor più che per un lutto, il superamento della crisi di un sistema globale richiederebbe infatti una elaborazione profonda. Pochi ricordano che, un anno prima del collasso della finanza mondiale, i temuti subprime erano già sulle pagine dei giornali di economia. Solo perché lavoravo con grandi gruppi internazionali, avevo potuto riconoscere in anticipo la particolarità di quei momenti: dalle reticenze sui programmi allo slittamento degli incarichi, fino ai tagli dei ‘surplus progettuali’, design incluso. Qualcuno stava già mettendo in conto, con discrezione, un crollo dei consumi che per i più sarebbe rimasto del tutto imprevedibile. Tuttavia, nessuno poteva immaginare che la crisi sarebbe stata vissuta da tutti come una liberazione - seppur temporanea - dalle pressanti seduzioni del mercato globale. Di colpo, l’obbligo emozionale a scelte di consumo troppo compulsive è apparso per tutti insostenibile, non tanto sul piano oggettivo quanto su quello estetico. Tra l’altro, oggi sappiamo che l’invecchiamento dei prodotti avviene paradossalmente prima a livello estetico-emozionale che a quello delle prestazioni tecnicofunzionali.<br />
Con il ricorso al design, che si occupa più dell’integrità del prodotto che delle pulsioni del consumatore, questo rapporto si inverte e l’estensione della vita utile dei prodotti diventa anche premessa alla loro sostenibilità ambientale. Forse proprio in questa ricerca di forme di fruizione più riflessive e responsabili si trova la vera opportunità che il mondo del design, a differenza del marketing tradizionale, può oggi cogliere. Evitare la dismissione prematura di intere categorie di oggetti è da sempre una delle mission dei designer e la museificazione precoce dei loro prodotti lo conferma. Quel senso di inadeguatezza che coglie un po’ tutti quelli che affrontano il progetto al tempo della crisi è in realtà ingiustificato. Il sistema design, non solo italiano, è sostanzialmente già ben strutturato per il futuro, anche in termini di pensiero teorico e di infrastrutture a supporto. Un po’ meno superficialità mediatica, dunque più cultura del progetto e meno styling, darebbe al design lo status di nuova grande risorsa planetaria, che può ambire a qualcosa di più meritevole del pur importante salvataggio del Made in Italy. L’innovazione sostenibile, affidata alla perseveranza e alla radicalità del design, potrebbe davvero salvare il mondo”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:12:17</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Massimo Stella<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,697,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Amministratore delegato del gruppo Estel.&nbsp;Amministratore delegato del gruppo Estel, che comprende i seguenti marchi: Estel, Frighetto, Deko, Simon, Arte&amp;Cuoio, Triangolo, Sica, Zeritalia, RSVP.&nbsp;
Investire in nuovi marchi ha un costo nel breve, ma consente una strategia di qualità e ampio respiro nel periodo medio-lungo
  La politica aziendale delle acquisizioni: le ragioni che hanno determinato le scelte di Estel e le sue strategie di acquisizione…<br />
“Estel ha settant’anni di esperienza nella produzione del mobile per la casa; negli anni Ottanta ha inaugurato l’attività nel settore dei mobili per ufficio con il marchio Estel Office. Quindi, la produzione della capogruppo del gruppo copre i settori office e casa (armadi). Nel nostro percorso abbiamo compreso che l’obiettivo a medio e lungo termine è la ‘crescita’ nell’accezione più ampia, di qui la scelta di ampliare la gamma di prodotti e la rete vendita, attraverso le acquisizioni per linee esterne. Nel 2005 è avvenuto l’acquisto di Frighetto (divani e letti di design), nel 2006 di Deko (sedute tecniche per ufficio e comunità), nel 2008 di Design d’Autore, un gruppo di aziende tra cui spicca la Simon di Dino Gavina (e, oltre a Simon, Arte &amp; Cuoio, Triangolo, Sica, Zeritalia, RSVP). L’ampliamento aziendale risponde al nostro bisogno di più volume e più sinergie: è così che Frighetto produce anche per il contract, e Deko fornisce sedute tecniche anche per Estel Office. Un altro innegabile beneficio derivato da questa politica aziendale è l’ampliamento del portafoglio clienti in appoggio ad un ampio ventaglio di marchi e prodotti prestigiosi”.<br />
<br />
Come viene preservata e condotta l'identità dei singoli brand?<br />
“Il nostro investimento costante è nella brand awareness, la consapevolezza del marchio. Estel è per tutti la casa madre, la garanzia, la cornice in cui ogni singolo marchio trova la sua collocazione autonoma, la sua identità, il suo percorso. Estel Office è il marchio più importante e la sua mission è di far lavorare meglio le persone. Per Estel Casa, storicamente incentrata sulla produzione armadi, proponiamo il nuovo concept ‘il Riguardaroba’, ovvero il prodotto e lo spazio fisico in cui vengono custoditi gli oggetti della vita. Quindi un arredo che si prende cura delle cose care di chi lo sceglie”.<br />
<br />
In rapporto allo scenario economico attuale, quali le soluzioni che Estel adotta, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare a breve e medio periodo?<br />
“L’insieme di marchi prestigiosi ci consente di proporre valori da portare nel tempo; i mobili posseggono un valore intrinseco, sono da tramandare. In questo momento di crisi a livello sociale, scegliamo di promuovere prodotti che possano conferire sicurezza a chi li acquista. Inoltre, con un marchio come Triangolo, i mobili sono in legno naturale e cuoi vegetali e vanno a colpire un target di clientela attento e sensibile alle tematiche ambientali. Come dimostra la storia di Simon, gli articoli di profilo durano nel tempo. Noi investiamo in qualità e in prodotti di architettura, che hanno dimostrato di mantenere un loro mercato, di conseguenza crediamo nello sviluppo della ricerca e un’analisi attenta sul target, per rispondere alle esigenze di un acquirente consapevole e sofisticato, che vuole certezze. Investire in nuovi marchi ha un costo nel breve, ma consente una strategia di qualità e ampio respiro nel periodo medio-lungo”.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 18:18:14</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Andrea Branzi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,696,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Andrea Branzi&nbsp;Andrea Branzi&nbsp;“Esistono due scuole di pensiero (ma, forse, anche molte di più) che interpretano l’attuale crisi in modi diversi. Una di queste legge, in maniera diciamo classica, la crisi come occasione storica per produrre innovazione, cioè correggere antichi difetti e elaborare nuove e più lucide strategie. La seconda, più realistica, vede al contrario la crisi come il momento meno adatto per cambiare le cose, dal momento che le imprese sono impegnate a sopravvivere e il mercato è poco disponibile a recepire novità. È probabile che ambedue le ipotesi siano in corso e che si stiano intrecciando. Possiamo fare un esempio: in piena crisi, gli Stati Uniti d’America hanno eletto il primo presidente di colore, segno evidente del desiderio di una innovazione politica e istituzionale. Ma nei primi mesi del suo mandato il presidente Obama si è indirizzato subito a conservare in vita l’apparato industriale esistente, chiamando lo Stato a rimettere in piedi proprio quelle industrie che sono state all’origine della crisi stessa. Senza quelle industrie (es. General Motor) sarebbe infatti difficile, una volta superata la crisi, far funzionare l’economia del Paese. Ma questo gesto, che potremmo definire ‘conservativo’, è accompagnato da una strategia volta a sostenere una produzione di modelli a basso consumo di energia. <br />
Questo secondo aspetto è decisamente ‘innovativo’. Anche durante la famosa crisi degli anni Trenta, il presidente Roosevelt sviluppò una politica in due tempi: prima, salvare il salvabile e, successivamente, attraverso il new deal, realizzare importanti riforme sociali. Scendendo di scala ed entrando nel micro-cosmo del settore design, mi sembra che negli attuali Saloni - di Milano come di Parigi - non si sia vista nessuna vera novità, ma, piuttosto, il consolidamento ostinato del ‘già visto’. Questa politica difensiva - legittima in un periodo di vacche magre - sta portando a esaurimento, una volta per tutte, un repertorio di merceologie che ‘raschiano il barile’ di un’offerta di design ormai del tutto auto-referenziale e priva di pensiero. In un certo senso, la crisi pone le premesse per togliere dal mercato la parte vecchia, che galleggia senza espandersi. <br />
Nel nostro caso, il problema comincia quando dovrebbe emergere l’ondata ‘del nuovo’, del diverso, dell’innovazione progettuale: infatti, questa ondata non sarà gestita dalle politiche industriali classiche, ma sarà il frutto di un’energia sociale spontanea, un flusso di creatività anarchica ingovernabile, spinto in tutte le direzioni da un pensiero progettuale ‘di massa’. L’innovazione diventerà così un fenomeno enzimatico espansivo, un plancton molecolare che non necessariamente realizzerà riforme lucide e mirate, ma probabilmente una moltiplicazione policentrica, un arcipelago di strategie diverse. Gli ambientalisti si illudono che questo arcipelago si ricomporrà in un unico pensiero virtuoso e in un futuro spontaneamente meno inquinato. Sinceramente credo che si tratti di una utopia, auspicabile, ma improbabile. Questa situazione, storicamente nuova, dove l’’innovazione’ per la prima volta non significa necessariamente ‘ritorno a un progetto strategico e unitario’ mi sembra un rischio affascinante, una avventura da eccettare in ogni caso, come condizione per espandere la nostra conoscenza in territori (opachi) fino a oggi inesplorati”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:11:28</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ronan &amp; Erwan Bouroullec</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,695,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Ronan &amp; Erwan Bouroullec&nbsp;Ronan &amp; Erwan Bouroullec&nbsp;“Oggi il design non ha più una relazione così forte con il luogo in cui si sviluppa. Quindici anni fa Milano svolgeva un’importante centralità perché sul suo territorio stavano emergendo forti aziende del design. Adesso ci si incontra a Milano più che altro per una storica tradizione che ci piace portare avanti. Se la storia fosse andata diversamente, forse adesso andremmo tutti a Colonia, per esempio. Il Salone di Milano è un importante salone internazionale, ma il vero ruolo di Milano come luogo di design è quello di saper coinvolgere tutta la città. La creatività diventa più importante quando bisogna affrontare una situazione difficile. Tuttavia, il designer di per sé non può operare cambiamenti. Ciò che rende un oggetto interessante è l’intero processo che lo rende possibile, dalla progettazione alla realizzazione. D’altra parte, neanche i produttori di per sé hanno la capacità di favorire la creatività quando privilegiano esclusivamente la domanda dei consumatori. Da questo punto di vista, la collaborazione tra aziende e designer ha una fondamentale importanza. Per attuare un percorso di innovazione e cambiamento, è necessario che la relazione tra queste due figure si sviluppi in un rapporto di continuità. Un prodotto da solo non può fare le rivoluzioni o cambiare la cultura di un’azienda”. Riccardo Blumer R]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:10:44</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Edi Snaidero<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,694,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Presidente e amministratore delegato del gruppo Snaidero.&nbsp;Presidente e amministratore delegato del gruppo Snaidero, che comprende i seguenti marchi: Snaidero Cucine, i francesi Arthur Bonnet e Comera, il tedesco Rational, l’austriaco Regina; network commerciali in francising: Cuisines Plus, Ixina.&nbsp;
Abbiamo elaborato un prodotto ‘europeo’, un nuovo sistema in nome di funzionalità, semplicità, innovazione e attenzione all’ambiente
  La politica aziendale delle acquisizioni: quali sono le ragioni che hanno determinato le scelte di Snaidero e le strategie di acquisizione?<br />
“L’apertura commerciale ai mercati internazionali è stata una scelta pionieristica avviata da mio padre, il cavaliere Rino Snaidero, fondatore dell’azienda, già negli anni Sessanta. Guardando al gruppo oggi, l’internazionalizzazione ha seguito percorsi legati ad un consolidamento della nostra specialità nel produrre e distribuire cucine, rispetto a tre linee di business: il retail, attraverso un portafoglio marchi internazionale su cui il gruppo investe costantemente (oltre al marchio italiano Snaidero, i francesi Arthur Bonnet e Comera, il tedesco Rational e l’austriaco Regina), con l’obiettivo di accrescerne la notorietà, il posizionamento distintivo e l’unicità dei concept. Prodotto, brand ma anche capacità di presidiare i moderni canali della distribuzione qualificata, che oggi stanno crescendo. È questa la ragione che ha portato il gruppo ad acquisire negli ultimi anni tre catene in franchising, le francesi Cuisines Plus e Cuisines Références e la belga Ixina, specializzate nella distribuzione di cucine componibili ed elettrodomestici, e oggi presenti sia nei rispettivi mercati domestici sia in mercati stranieri, tra i quali la Spagna e il Marocco. Una strategia di internazionalizzazione che ha portato a 260 negozi (fatturato complessivo intorno ai 350 milioni di euro), e che rende il gruppo Snaidero leader in Europa nella distribuzione in franchising di cucine componibili. Infine, il segmento B2B: il fatto di disporre, infatti, di un portafoglio marchi internazionali e fortemente caratterizzati, ha reso il gruppo un partner di riferimento per gli operatori del contract, nella fascia più esclusiva dello sviluppo residenziale. Questo ha portato i marchi Snaidero, e il tedesco Rational soprattutto, ad arredare negli Stati Uniti, in Cina, in Corea, a Hong Kong, solo per citare alcuni Paesi, i palazzi più belli del mercato mondiale del multi-housing, con cucine esclusive e connotate da un design, a seconda, made in Italy, o made in Germany”.<br />
<br />
 In rapporto allo scenario economico attuale, quali le soluzioni che Snaidero adotta, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare a breve e medio periodo?<br />
“Con Orange, l’ultima nata in casa Snaidero, abbiamo voluto “usare” la congiuntura negativa come opportunità per innescare un radicale cambiamento. Ma senza tradire le nostre origini. Orange è il frutto di un innovativo sistema di co-design internazionale, che ha coinvolto una piattaforma molto allargata di soggetti, interni ed esterni, cercando di ascoltare tutti i protagonisti della filiera che dalla concezione porta il prodotto a casa del privato. Ciò ha permesso di risolvere a monte i fattori di complessità e di arrivare ad un prodotto semplice da capire, progettare, vendere, produrre e installare. Abbiamo ripensato completamente tutti i processi aziendali dall’industrializzazione alla gestione dell’ordine, dalla comunicazione fino ad una semplificazione delle fasi di montaggio presso il privato. Un ripensamento dei processi interni, che ci ha permesso di elaborare un ‘prodotto europeo’, un nuovo sistema in nome della funzione, della semplicità, dell’innovazione progettuale e dell’attenzione all’ambiente. Del resto, la richiesta insistente è che i prodotti incorporino quantità crescenti di ‘servizio’, in termini di risparmio di tempo e di fatica”.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 18:10:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Riccardo Blumer</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,693,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Riccardo Blumer&nbsp;Riccardo Blumer&nbsp;“La difficoltà che noi ora rileviamo, specificatamente dal calo delle vendite, è il segno più evidente di una crisi che c’è da tempo. La confusione e il tutto possibile vanno sostituite progressivamente da sentimenti di tenacia, fermezza, perseveranza e intelligenza. Si ritiene troppo importante valutare i successi delle cose con la quantità di gente che vi partecipa o le compra o con il valore mediatico delle pubblicazioni. Il desiderio di potere inganna gli animi, le greggi si conducono facilmente con fischi, cani e bastoni. La democrazia è confusa con il consenso e la responsabilità non sempre lo produce. La teocrazia economica deve essere condotta con maggiore saggezza. Senza senso del limite si vive di onnipotenza. Credo troppo nella costruzione come atto di cultura per non pensare che il rinnovamento verrà solo dalle nostre mani al lavoro. Il problema è fare prodotti che ci aiutino a essere e sentirci nel nostro tempo e nel tempo che verrà. Elementi che non ingolfino ma che arricchiscano. Ciò che non c’era ma che ora ha senso di essere. Tutto dipende da quanto lo vogliamo e su questa volontà nasce la capacità di fare, e il fare significa investire. Auto aziendali meno belle o eventi meno urlati e cari avrebbero potuto da anni finanziare la rivoluzione per essere ora pronti ed armati. Invece senza allenamento siamo colti come i ricchi romani sorpresi dai barbari. Quando sarà ultimata la ferrovia diretta con la Cina, che paradossalmente l’Europa sta sponsorizzando e che ridurrà i tempi di trasporto a cinque, sei giorni, anche i designer come li conosciamo oggi potrebbero sparire. Ci siamo allenati troppo poco, con mano corta, avidità ed ignoranza. Nelle nostre tombe cosa lasceremo agli archeologi del futuro? Io lavoro per grandi tesori”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:10:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Philippe Bestenheider</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,692,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Philippe Bestenheider&nbsp;Philippe Bestenheider&nbsp;“Ho sempre creduto che i rapporti con le aziende debbano durare nel tempo in quanto sono basati su uno scambio professionale dove la fiducia è una componente fondamentale. Ciò vale in particolare per i momenti di difficoltà come questo: è importante costruire su quanto c’è già. Quindi alla fine penso che l’attuale sia un periodo stimolante per trovare nuove risorse in noi stessi piuttosto che andare all’esterno alla ricerca di novità. In un’epoca di trasformazioni, bisogna mantenere i propri punti di riferimento e restarsene in un ambiente che si conosce bene. Secondo me, questa non è una fase in cui le aziende faranno cambiamenti strategici. Percepisco piuttosto piccole variazioni, lenti spostamenti a lungo termine. Il cambiamento più interessante si avrà quando sembrerà che le cose vadano meglio, è a quel punto che si possono liberare nuove energie. Ora ci troviamo in una fase di introspezione che prepara al futuro.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:08:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Valter Scavolini<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,691,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Presidente del gruppo Scavolini.&nbsp;Presidente del gruppo Scavolini, che comprende i seguenti marchi: Scavolini ed Ernestomeda.&nbsp;
Fattore preponderante è il rispetto dell’ambiente e grazie a un accordo con Lifegate adottiamo ZeroE, energia prodotta da fonti rinnovabili
  La politica aziendale delle acquisizioni: quali sono le ragioni che hanno determinato le scelte di Scavolini e le strategie di acquisizione?<br />
“Scavolini ha una quarantennale storia alle spalle, ma il gruppo Scavolini è ancora giovane, è stato creato nel 1996 con il lancio del marchio Ernestomeda. Il nostro obiettivo era quello di soddisfare le esigenze di un pubblico sempre più vasto per aumentare e consolidare la quota di mercato. Abbiamo così intrapreso la strada della diversificazione dell’offerta: la gamma si è allargata concentricamente conquistando nuove fasce di mercato”.<br />
<br />
Come viene preservata e condotta l'identità dei singoli brand?<br />
“Scavolini e Ernestomeda sono di fatto due aziende indipendenti, ognuna con un proprio stabilimento, fornitori, designer, strategie commerciali, distributive e di comunicazione. Certo il Gruppo ci permette di usufruire di importanti vantaggi in termini di economia di scala ma i due marchi sono assolutamente indipendenti”.<br />
<br />
La composizione del paniere aziendale e il target di riferimento?<br />
“Scavolini si posiziona in una fascia media/medio-alta del mercato con un’apertura anche verso i segmenti più alti, con le ultime proposte come Scenery e Crystal texture, firmate rispettivamente da King&amp;Miranda Design e Karim Rashid, nomi noti del design internazionale. Ernestomeda si posiziona, invece, nella fascia medio-alta/alta con un prodotto particolarmente raffinato e curato nel design ad un prezzo altamente competitivo. Non solo: le linee Scavolini Basic coprono la fascia media/medio-bassa, per chi – più attento al prezzo – non vuole rinunciare alla nostra qualità”.<br />
<br />
In rapporto allo scenario economico attuale, quali le soluzioni che Scavolini adotta, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare, a breve e medio periodo?<br />
“Siamo concentrati sul continuo lancio di prodotti di alta qualità per un consumatore sempre più evoluto. Operiamo su logiche di medio-lungo periodo e la strategia ci sta premiando anche in questo difficile momento: ad aprile, ad esempio, gli ordini a quantità di Scavolini hanno segnato un +2,3% rispetto allo stesso mese del 2008. Nostro punto di forza è sicuramente la produzione 100% made in Italy, un valore sempre più apprezzato e ricercato soprattutto nei mercati esteri, dove negli ultimi anni siamo molto cresciuti. Un altro fattore preponderante è il rispetto dell’ambiente. In quest’ottica abbiamo sviluppato Scavolini Green Mind, un ambizioso progetto che ci vede sempre più impegnati nella salvaguardia dell’ambiente e delle risorse. Da gennaio 2009, utilizziamo per la struttura di tutte le nostre cucine i pannelli ecologici Idroleb del gruppo Mauro Saviola, idrorepellenti e con i più bassi livelli di emissione di formaldeide al mondo. Inoltre, grazie ad un accordo con Lifegate, abbiamo adottato ZeroE, la prima energia prodotta da fonti rinnovabili con un impatto nullo sull’ambiente: tutte le emissioni di CO2 legate alla produzione e all’utilizzo dell’energia sono compensate con opere di riforestazione in Italia e in Costa Rica”.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 18:05:07</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Mario Bellini</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,690,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Mario Bellini&nbsp;Mario Bellini&nbsp;“C’è la crisi. Evviva la crisi! Perché può dare forza a nuove energie e può alterare equilibri di ‘coppia’ routinari e stanchi. Come quelli, per esempio, tra designer-produttore, produttore-acquirente e, perché no, designeracquirente. Ecco, se la crisi avrà un effetto anche nel design (ovvero nel mondo di tutto ciò che è disegnato e firmato), lo farà sentire a partire da chi oggi si trova a comperare. Mi metto nei panni di chi entra in un negozio di arredamento: “Una sedia, ancora un’altra sedia... di cui non si sentiva l’urgenza. No, grazie. Mi devo sedere ogni giorno, non farci una collezione, preferisco quindi una scelta più meditata”. Mi auguro che questo 2009 spinga le aziende sostenute ora da una più meditata e oggettiva reazione dei consumatori a prendere in considerazione oltre che l’esperienza e la notorietà dei designer già consolidati, anche e soprattutto visioni alternative e nuove proposte di progettisti emergenti o ancora non conosciuti. Basandosi, prima di tutto, su una competente e coraggiosa valutazione del talento. Valutando cioè i casi in cui varrà la pena dare invece il giusto tempo e i giusti mezzi a sviluppi e investimenti che si presentino più interessanti e promettenti. Perché il talento sia quello del progettista sia quello del produttore quando c’è, vince ogni crisi. Ieri come oggi”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:08:07</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Barber Osgerby</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,689,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Barber Osgerby&nbsp;Barber Osgerby&nbsp;“Le crisi, come questa, giungono più o meno ogni 12 anni, verso la fine di quello che si può chiamare il periodo del boom, quando le cose tendono a sfuggire di mano e si vede in giro molto design stravagante, lussuoso, isolato, come un mondo racchiuso in una bolla a sé stante. Noi non progettiamo in questo modo. Ci piace guardare avanti, vorremmo che tutto quello che realizziamo ora sopravvivesse alle prossime due o tre crisi. Il momento attuale avrà probabilmente effetti positivi, perché negli ultimi quattro o cinque anni si è prodotto troppo che non rientra nella sfera di un design realistico e intelligente. È un nonsense. È troppo facile produrre oggetti che non hanno alcuna rilevanza per la vita quotidiana. È andato un po’ fuori controllo anche il design artistico che è molto interessante, ma va collocato nell’ambito della sperimentazione, per testare quello che non si può fare quando si lavora per la produzione. Il design influenza innovazione e trasformazione, ma bisogna collaborare con un’azienda disposta a favorire il progresso in tutti i campi. Nei processi, nei materiali, nelle tipologie. Il designer può spingere, ma deve avere il sostegno del produttore”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:07:22</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Marco Acerbis</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,112,intIssueID,639,intItemID,688,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Marco Acerbis&nbsp;Marco Acerbis&nbsp;“L’ombrello, così come la ruota e tanti altri oggetti ormai scontati, sono strumenti eterni che aiutano nel bisogno perché basati su idee semplici. Nonostante siano creazioni anonime, senza padre o madre che rivendichino il possesso dell’idea, restano comunque sul podio tra gli oggetti migliori perché legati alle esigenze di vita vere e concrete. Impariamo da loro per uscire dalle crisi che non sono mai solo economiche. Le opportunità per i designer oggi sono quelle di sempre: scoprire cosa manca e cercare di colmare il vuoto nel modo più logico possibile. Per un creativo non esiste davvero un momento di crisi: il creativo è sempre in crisi, perché senza crisi non c’è progettazione, che consiste nella trasformazione della realtà odierna, di cui non si è soddisfatti, nella realtà futura, di cui si spera di essere soddisfatti. Oggi il diritto all’esistenza di un prodotto deve tornare ad essere un elemento chiave sia nella fase di progettazione e produzione che nelle fasi successive di inserimento nel mondo commerciale e della carta stampata. Non c’è più spazio per approssimazioni: i mercati classici sono saturi. Bisogna agire localmente e pensare globalmente, ma soprattutto pensare di più: è forse questo la migliore opportunità che le congiunture odierne possono suggerire a tutti noi”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:06:44</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Giampaolo Ristits<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,687,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Amministratore delegato del gruppo FDV.&nbsp;Amministratore delegato del gruppo FDV, che comprende i seguenti marchi: Alt Lucialternative, Aureliano Toso Illuminazione, Gallery Vetri d’Arte, I Tre, Murano Due; aziende affiliate: Luxit e Leucos.&nbsp;
Supereranno la crisi quelle aziende che si sono mantenute in stretto contatto con il mercato, proponendo prodotti vicini al cliente
  Politica aziendale delle acquisizioni: le ragioni che hanno determinato le scelte di FDV e le strategie di acquisizione?<br />
“Il processo di espansione del gruppo è iniziato a seguito dell’acquisizione da parte di Alcedo Sgr (operatore di private equity) dell’azienda FDV Group, che riuniva i marchi I Tre, Murano Due, Aureliano Toso, Gallery e Alt Lucialternative. L’obiettivo delle acquisizioni è la costituzione di un polo aggregante per le aziende del settore illuminazione, e la copertura dei diversi segmenti. Nel 2007 è avvenuta l’acquisizione di Luxit, specializzata in sistemi integrati all’avanguardia e di design (come Onda di Isao Hosoe, Compasso d’oro nel 2004), che ci ha permesso di coprire il segmento dell’illuminazione tecnica e architetturale. Nel 2008, FDV Group ha acquisito Leucos, prestigioso brand di design per l’illuminazione d’interni; lo scopo è di conquistare il mercato nordamericano anche con gli altri marchi, grazie alla forza commerciale che Leucos riveste in quell’area”.<br />
<br />
Come viene preservata e condotta l'identità dei singoli brand?<br />
“FDV group, pur accorpando le funzioni direzionali, affida la propria riconoscibilità ai fattori che caratterizzano i sette marchi: ciascuno possiede una precisa filosofia stilistica. La distribuzione è distinta, e in particolare quella di Luxit e Leucos, i quali hanno mantenuto anche un’autonoma ragione sociale. Il nuovissimo sito www.fdvgroup.com sposta il peso sugli elementi corporate per comunicare i vantaggi delle sinergie, pur mantenendo elementi specifici per i marchi. Il sito conterrà un database di tutti i prodotti”.<br />
<br />
La composizione del paniere aziendale e il target di riferimento?<br />
“Il gruppo è costituito oggi da sette realtà differenziate. I Tre privilegia contenuti tecnologici di avanguardia, con forti valori di qualità, illuminotecnica e design. Murano Due segue la linea tracciata dalla secolare tradizione vetraria muranese. Aureliano Toso Illuminazione dal 1938 richiama un utente con una disponibilità economica controllata dal gusto semplice e gradevole. Gallery Vetri d’Arte si rivolge a un utente economicamente agiato con uno spiccato gusto classico elegante. Alt Lucialternative è il marchio destinato a giovani, di buona cultura, ma con disponibilità economica moderata. Il catalogo Luxit è costituito da prodotti di carattere tecnico e architetturale, pensati per ambiti pubblici e privati. Leucos fonde da sempre il design più raffinato con la tradizione del vetro artigianale muranese”.<br />
<br />
In rapporto allo scenario economico attuale, quali le soluzioni che FDV adotta, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare, a breve e medio periodo?<br />
Dal punto di vista distributivo e commerciale, FDV group sta rafforzando la propria presenza nel territorio, per una diffusione sempre più capillare; inoltre sta consolidando il rapporto diretto con i clienti fidelizzati, poiché ritiene che, superata la fase attuale, saranno premiate quelle aziende che sono riuscite a mantenersi in stretto contatto con il mercato; da questa relazione, inoltre, l’azienda raccoglie continue informazioni utili per elaborare e proporre prodotti vicini al cliente. FDV inoltre sta investendo nell’innovazione tecnica e nella collaborazione con designer di fama internazionale”.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 17:58:56</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Matteo Cordero di Montezemolo</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,686,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Vicepresidente di Poltrona Frau e amministratore delegato del gruppo Charme.&nbsp;Vicepresidente di Poltrona Frau e amministratore delegato del gruppo Charme, che comprende i seguenti marchi: Poltrona Frau, Cassina, Cappellini, Alias, Gebruder Thonet, Gufram, Nemo.&nbsp;
La forza di un gruppo in cui convergono marchi storici del design è l’organizzazione: acquisti, logistica, parte amministrativo-finanziaria
  Le acquisizioni: le ragioni delle scelte di Charme e le strategie.<br />
“Abbiamo analizzato uno dei settori più importanti del made in Italy, quello dell’arredo di design, e abbiamo constatato come non ci sia un vero leader per dimensioni, posizionamento e presenza sui mercati internazionali. Quindi abbiamo cercato di far convivere in un unico gruppo marchi che hanno fatto la storia del design italiano, molto diversi tra di loro, perché tra i nostri quattro marchi principali non c’è nessuno che abbia caratteristiche simili. La strategia che ha portato alla composizione del gruppo è coerente con quello che noi sappiamo fare: si basa su ciò che accomuna chi opera nell’alto di gamma, cioè la clientela. Chi compra una maglia di cachemire, un bell’orologio, o un bel prodotto per la propria casa ha il medesimo profilo; l’approccio al consumatore-cliente è lo stesso: l’attenzione alla qualità, ai dettagli, allo sviluppo dei prototipi”.<br />
<br />
Come viene tutelata l'identità dei singoli brand?<br />
“Non vogliamo fare nulla di diverso rispetto a quanto le sopra citate aziende hanno fatto fino ad oggi. C’è rispetto dei singoli brand e delle loro diversità. Non si vedrà mai un designer che nello stesso anno lavorerà per più marchi all’interno del gruppo, o all’interno di un punto vendita un marchio che si sovrapporrà all’altro. La forza di gruppo emerge nella parte industriale, ovvero l’organizzazione (acquisti, logistica, parte amministrativa e finanziaria). Si tratta di una diversità in termini di brand e una forza di gruppo in termini industriali. Ogni azienda ha una guida manageriale, un amministratore delegato. Abbiamo un rapporto molto stretto con i manager, ma definita la strategia c’è un management team molto giovane che segue lo sviluppo”.<br />
<br />
La composizione del paniere aziendale e il target di riferimento?<br />
“Per quanto riguarda i gruppi principali, Poltrona Frau è la storia del classico ma contemporaneo. Ha nella pelle la sua materia prima e l’innovazione la fa in questa direzione. Cassina, che ha nel suo catalogo i padri del design e dell’architettura, lavora su un’innovazione più industriale. Quando fece nel 1973 il Maralunga fu una rivoluzione; ed è esattamente la direzione che Cassina deve perseguire. Cappellini è l’innovazione per antonomasia, soprattutto di forme e materiali, legata ai nuovi designer. Alias deve avere nell’innovazione dei materiali il suo punto focale, siano essi l’alluminio, il cristallo o l’acciaio, anche sviluppando una linea legata all’outdoor”.<br />
<br />
In rapporto allo scenario economico, quali le soluzioni che Charme adotta, gli investimenti, i valori, a breve e medio periodo?<br />
“Anche il prodotto alto di gamma è nel pieno della crisi, quindi è necessario puntare sui valori distintivi: qualità, ricerca, innovazione. Bisogna parlare di contenuti veri: per noi è molto importante questa trasparenza. Ci stiamo muovendo anche su alleanze internazionali, negli Emirati Arabi (in particolare Abu Dabhi) e in India: sono nati due accordi fondamentali per la crescita del gruppo, in due Paesi importanti per l’arredamento. Ad Abu Dabhi con Mubadala, la più importante società governativa di Abu Dabhi, che sta sviluppando tutto il piano immobiliare, abbiamo costituito la società PF Emirates, partecipata al 50% da Poltrona Frau Group e al 50% da Mubadala. La seconda alleanza è in India con il gruppo Tata: abbiamo costituito una società che si chiama Casa Decor, al 50% di Poltrona Frau Group e al 50% dal gruppo Tata, e ha lo scopo di favorire la crescita sul mercato indiano. Inoltre, la prima classe di Singapore Airlines è fatta da Poltrona Frau, ma anche la prima classe di Etihad Airways, come le lounge che Etihad sta aprendo negli aeroporti. Sono esempi di accordi internazionali in cui crediamo, soprattutto in momenti di stagnazione dei mercati più vicini”.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 17:50:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Carlo Molteni<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,685,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Amministratore delegato e presidente del gruppo Molteni.&nbsp;Amministratore delegato e presidente del gruppo Molteni, che comprende i seguenti marchi: Molteni (arredo e imbottiti), Dada (cucine), Unifor e Citterio (arredi per ufficio).&nbsp;
L’intento del gruppo è quello di sfruttare al meglio le sinergie: scambio di know how e reciproco supporto in problem solving
  La politica aziendale delle acquisizioni: quali sono le ragioni che hanno determinato le scelte di Molteni e le strategie d’acquisizione?<br />
“Molteni ha realizzato le prime acquisizioni negli anni Settanta; in quel periodo abbiamo immaginato che ci sarebbe stato uno sviluppo nel settore uffici, per cui abbiamo acquisito Unifor e siamo entrati nella Citterio, che produceva pareti mobili attrezzate. Nel 1980 abbiamo acquisito anche Dada, che faceva cucine. Il gruppo ha mantenuto negli anni questa composizione e oggi non è nelle nostre prospettive l’acquisizione di nuove aziende, anche perché, tranne l’illuminazione, riusciamo a coprire l’intera produzione d’arredo”.<br />
<br />
Come viene preservata e condotta l'identità dei singoli brand?<br />
“Molteni, Dada, Unifor e Citterio sono quattro aziende diverse, che producono in altrettanti stabilimenti nati tempo fa. Ognuna ha un suo percorso, produttivo, di commercializzazione e organizzazione, anche se oggi il nostro obiettivo è quello di creare sempre maggiori sinergie tra i brand”.<br />
<br />
La composizione del paniere aziendale e il target di riferimento?<br />
“Molteni e Dada coprono quasi interamente il settore arredo (solo l’illuminazione, come dicevo, non è nel nostro paniere come know how e produzione), con prodotti di alta gamma e firmati da designer internazionali. Una buona parte del fatturato proviene dall’estero e tutte le aziende del gruppo sono attive nel settore contract. Unifor propone un prodotto di grande design, Citterio mantiene lo stesso livello di qualità ma si propone ad un pubblico maggiormente attento all’utilità”.<br />
<br />
In rapporto allo scenario economico attuale, quali sono le soluzioni che Molteni adotta, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare, a breve e medio periodo?<br />
“Il nostro intento è quello di sfruttare al meglio le sinergie sia a monte che a valle. Nella produzione, per esempio, con uno scambio di know how e reciproco supporto nella soluzione di problemi e nel rispondere a richieste specifiche per la realizzazione dei nuovi prodotti (i nostri uffici tecnici dialogano in continuazione). Tutta la produzione del gruppo avviene in Italia, anzi, per la precisione, in Brianza. Le sinergie tra i quattro brand, poi, intendiamo realizzarle anche nella commercializzazione (marketing e distribuzione) soprattutto all’estero, per fronteggiare i nuovi mercati, come l’Australia”.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 17:41:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>TARGETTI POULSEN GROUP</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,684,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Paolo e Ludovico Targetti&nbsp;Paolo e Ludovico Targetti&nbsp;<strong>PIÙ VELOCI DELLA LUCE<br />
Paolo Targetti</strong>, classe ’37, Presidente. Si occupa di product design.<br />
Il settore dell’illuminazione sta attraversando un periodo di grande trasformazione per più di un motivo. Il primo è la tecnologia. In uscita da una lunga stagione minimalista, il settore è influenzato da nuove tecniche costruttive che influenzano la produzione. Secondo dato che influisce sul progetto è la spinta sociale verso prodotti più sostenibili, più rispettosi dell’ambiente, che provochino meno inquinamento luminoso. Terzo, l’uso dei led che permette di realizzare progetti prima impensabili: illuminare i fondi sottomarini, per esempio, come abbiamo fatto noi della Targetti nel fiume Garonne, a Tolosa, in Francia. Bene, la crisi da un lato accelera questi cambiamenti che erano già innescati, ma dall’altro sottrae risorse per fare investimenti. Noi stiamo investendo su quello che potrebbe cambiare il futuro: si stima che il 25 per cento dell’energia utilizzata nell’illuminazione venga consumata con luce diurna. Paradossale! Perché di giorno non usiamo la luce del sole? È una questione che va affrontata. Il gruppo Targetti sta lavorando su nuovi strumenti che ‘catturino’, in un certo senso, la luce diurna, riversando meno CO2 nell’ambiente. È un ambito assolutamente inesplorato.<br />
<br />
<strong>ESSERE UN GRUPPO, IN TEMPI DI BASSI CONSUMI<br />
Lorenzo Targetti</strong>, 40 anni, da dieci Amministratore delegato del gruppo dove lavora da venti. Prima di entrare in azienda ha lavorato negli States in un’agenzia di pubblicità. In particolare si occupa dello sviluppo dei mercati esteri. Ha portato l’azienda in Borsa e negli scorsi anni ha fatto le acquisizioni più importanti. La sorella Stella si occupa del marketing.<br />
Un gruppo come il nostro è una realtà complessa e in periodi come questo rappresenta una maggiore complessità da gestire. Per un altro verso, però, bilancia i rischi di perdite di ricavi, proprio perché ha un portafoglio di aziende molto diverse tra loro e fortemente specializzate. In questa situazione di crisi le opportunità si trovano solo sollevando i sassi, ma ci sono. Da un punto di vista geografico, per esempio, ci stiamo sviluppando nei mercati nordici dove è forte una delle nostre aziende, la Louis Poulsen.<br />
<br />
<strong>‘Follow the money’<br />
</strong>Cure dimagranti aziendali e molta attenzione all’analisi costi/benefici. Seguiamo il detto ‘follow the money’ cercando di orientarci rapidamente lì dove ci sono opportunità di sviluppo. Abbiamo tattiche aggressive nel breve e visione ad ampio raggio. Con mio padre il dialogo è vivace e paradossalmente sono io che ho una visione più conservatrice della sua. È vero la premessa è che vince chi ha un buon prodotto e servizio. Ma la nostra è sostanzialmente una crisi finanziaria, di credito. Bisogna reimettere liquidità nel sistema. Lo Stato, per aiutare le imprese, non dovrebbe sostenere dei settori a scapito di altri, ma basterebbe che pagasse, secondo le leggi di Basilea 2, i 60 miliardi di euro di debiti che ha nei confronti delle aziende private. Quello che manca a noi italiani è il sistema Paese che rifiuta persino la parola ‘crisi’. E mentre in Italia c’è la paralisi, i governi europei stanno investendo su sostenibilità e impatto energetico.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:03:33</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Adolfo Guzzini<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,683,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Presidente de iGuzzini Illuminazione e di Fimag.&nbsp;Presidente de iGuzzini Illuminazione e di Fimag, che comprende i seguenti marchi: iGuzzini Illuminazione, Fratelli Guzzini, Teuco Guzzini.&nbsp;
La matrice comune alla base delle aziende del gruppo si fonda su valori quali etica, imprenditorialità, visione, coraggio
   La politica delle differenziazioni all'interno del gruppo: le ragioni che hanno determinato scelte e strategie.<br />
“La nostra storia parte nel 1912 quando Enrico Guzzini avvia una produzione di tabacchiere in corno. Gli si affiancano i figli Pierino, Mariano e Silvio ed insieme daranno vita alla Fratelli Guzzini. Nel 1940 subentra la lavorazione del plexiglass. Fra il 1958 e il 1959 i figli maggiori di Mariano Guzzini, i miei fratelli Raimondo, Virgilio e Giovanni, avviano una produzione esterna: Harvey Creazioni, attuale iGuzzini Illuminazione. Giuseppe, Giannunzio e io, fratelli minori, c’aggiungiamo al progetto. Negli anni Settanta, anticipando una richiesta di mercato, l’azienda passa dall’illuminazione decorativa a quella architetturale. Il know how acquisito poi trova il suo terzo canale di sviluppo con Teuco. L’azienda si specializza in sanitari in acrilico dalle forme e prestazioni innovative: dalla cabina tonda disegnata da Fabio Lenci (nella collezione del MoMA di New York), al brevetto per idromassaggio a ultrasuoni Hydrosonic. Nel 1990 il percorso di differenziazione porta a Gitronica: controllata da Teuco, opera nel settore dell’elettronica di controllo per gli elettrodomestici, la domotica e gli impianti di illuminazione”.<br />
<br />
Come viene preservata e condotta l'identità delle aziende?<br />
“C’è una matrice comune alla base delle aziende del Gruppo. Si fonda su valori quali “imprenditorialità, etica, visione e coraggio”. Sono valori che abbiamo vissuto e sempre condiviso; una sorta di linfa vitale che continua ad alimentare tutti i rami della nostra famiglia. Le conseguenze di questa filosofia si sono tradotte in una holding di famiglia – la Fimag, il cui presidente, fino a luglio 2009, è stato mio fratello Giuseppe. In essa sono confluite le partecipazioni dei sei rami della famiglia nelle varie società operative. Un patto ci consente di regolare la concorrenzialità interna, la partecipazione alle varie attività aziendali, e i vari innesti generazionali. Inoltre Fimag funge da contenitore comune dal quale – al di là degli specifici business – è possibile attingere (e contribuire) alle diverse modalità di vivere e sperimentare l’innovazione, la cultura d’impresa, il posizionamento della marca, le sinergie con i partner scientifici e culturali”.<br />
<br />
In rapporto allo scenario economico attuale, quali le soluzioni che il gruppo adotta, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare, a breve e medio periodo?<br />
“La crisi economica che stiamo fronteggiando è arrivata sul nostro Gruppo in un momento particolare. Il 2007 era stato un anno generoso: il mercato aveva risposto più che positivamente e questo ci aveva spinto verso investimenti.<br />
Trovarsi di fronte ad una crisi di tale portata in un momento di espansione richiede risposte tanto rapide quanto intelligenti: abbiamo fatto il possibile per contenere i costi e al contempo cercato di proteggere gli investimenti, in particolare quelli che supportano ricerca e innovazione. E se da un parte ci si ridimensiona, dall’altra si continua a dare grande slancio al processo di internazionalizzazione.<br />
E ai nuovi prodotti. Cosa chiedono oggi i consumatori? Ridurre i consumi, non inquinare, rispettare l’ambiente. In quell’ottica stiamo lavorando. Dopo quasi cent’anni dalla fondazione della prima azienda, abbiamo anche l’esperienza per dire che spesso i tempi difficili sono forieri di grandi idee, inaspettate soluzioni, fortunate sinergie”.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 17:35:29</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>RIMADESIO</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,682,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Francesco e Davide Malberti&nbsp;Francesco e Davide Malberti&nbsp;<strong>IL MADE IN ITALY FA AUTOANALISI<br />
Francesco Malberti</strong>, Presidente.<br />
Tutta l’azienda è stata messa sotto la lente di ingrandimento per apportare miglioramenti in ogni area, senza trascurare il minimo dettaglio. Ci guardiamo ‘dentro’ per crescere. Il nostro obiettivo principale è migliorare la qualità del prodotto, personalizzandolo nelle dimensioni e nelle finiture, come fosse un abito confezionato su misura.<br />
<br />
<strong>LA COERENZA, SOPRATTUTTO<br />
Davide Malberti</strong>, Amministratore delegato.<br />
Sono in azienda da diversi anni. Il mio ruolo è soprattutto di controllo e spazia dal settore produttivo al marketing, alle vendite e alla comunicazione. Mi avvalgo di un team di collaboratori valido e motivato, composto prevalentemente da giovani. Il progetto che da anni stiamo portando avanti riguarda la coerenza stilistica, di comunicazione e di distribuzione. Un lavoro che è molto servito al brand che viene identificato sempre meglio e questo porta, giorno dopo giorno, ad un miglioramento dei nostri risultati. L’amore per l’azienda e la passione per il lavoro mi sono stati trasmessi dal fondatore e sono sempre molto sentiti anche da me. La tradizione per il mobile di qualità e la cultura per il design, sono valori aggiunti esclusivi del nostro Paese, che in molti all’estero ci invidiano e sono da sempre assimilati nella mia visione.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 18:01:01</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Elis Doimo<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,681,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Presidente di Casamania by Frezza, gruppo Doimo.&nbsp;Presidente di Casamania by Frezza, gruppo Doimo, che comprende i seguenti marchi: Arrital Cucine, Casamania, Dall’Agnese, Doimo Group, Ennerev, Della Valentina Office, Emmegi, Frezza, IB Office, Meco, ED Contract.&nbsp;
La ricerca di materiali e di nuove tecnologie rappresenta una costante del nostro gruppo e permette d’aumentare persino la produttività  <br />

La politica aziendale delle acquisizioni: quali sono le ragioni che hanno determinato le scelte di Doimo e le strategie di acquisizione?<br />
“Nella crescita del gruppo Doimo un ruolo rilevante va attribuito alle acquisizioni, l’ultima delle quali è stata quella della Dall’Agnese, azienda friulana che produce mobili per il giorno e per la notte che è entrata a far parte del gruppo nel 2004. Le acquisizioni non sono mai casuali ma sempre finalizzate ad un preciso progetto generale valido per la casa e per l’ufficio che è quello di produrre, per più fasce di mercato, ogni tipologia d’arredo: dall’ambiente completo al piccolo complemento”.<br />
<br />
Come viene preservata e condotta l'identità dei singoli brand?<br />
“Ogni azienda del gruppo ha una sua ben precisa posizione nel mercato e costituisce una realtà autonoma e distinta, sia dal punto di vista manageriale che da quello produttivo e commerciale. Questa è una nostra precisa scelta imprenditoriale perché solo così viene garantita ad ogni azienda la necessaria dinamicità che le consente di misurarsi al meglio nel contesto commerciale in cui opera”.<br />
<br />
Composizione del paniere aziendale e il target di riferimento?<br />
“Oggi il gruppo Doimo è costituito da circa una trentina di aziende (compresi i marchi) che ricoprono le fasce del mercato medio e medio-alto del settore casa, ufficio e contract. Tra le aziende del settore casa, Arrital Cucine, Casamania, Dall’Agnese, Doimo Design, Doimo Cityline, Doimo Cucine, Doimo Sofas, Doimo Salotti, Ennerev; nel settore ufficio si collocano Della Valentina Office, Emmegi, Frezza, IB office, Meco, mentre nel settore del contract Doimo Contract, ED Contract”.<br />
<br />
In rapporto allo scenario economico attuale, quali le soluzioni che Doimo adotta, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare, a breve e medio periodo?<br />
“L’attenzione del gruppo per le nuove tecnologie e per la ricerca di materiali innovativi rappresenta una costante nella sua storia e così pure in questo momento particolare. Questo permette di aumentare la produttività, migliorare la produzione e garantire tutta una serie di vantaggi conseguenti nella qualità del prodotto e del servizio. Determinante è soprattutto il miglioramento complessivo dell’organizzazione generale delle aziende in tutte le funzioni, senza mai rinunciare a far crescere le persone”.]]></description>
		<pubDate>2009-09-03 11:26:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>POLIFORM</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,680,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Nino e Laura Anzani&nbsp;Nino e Laura Anzani&nbsp;<strong>FORMIAMO IMPRENDITORI, NON BRAVI CAPI REPARTO<br />
Nino Anzani</strong>, Amministratore delegato del gruppo Poliform insieme ai suoi cugini Aldo e Alberto Spinelli.<br />
Tutti noi della seconda generazione di Poliform stiamo lavorando per fare entrare la terza generazione in azienda, i nostri figli. Non è facile il passaggio generazionale, al contrario. I dati internazionali in proposito lasciano intendere come passare un’azienda da un padre ad un figlio non sia esattamente un processo automatico: sembra che solo il 10 per cento riesca a tenere l’azienda. Noi ci troviamo a metà strada di questo processo. Quattro dei nostri figli sono già inseriti nel gruppo. Li stiamo formando con l’idea di dar loro una visione globale dell’azienda e non di tirar su dei bravi capi reparto. Vendiamo stili di vita italiani Da sei mesi continuiamo a parlare di crisi, tanto che ormai ci stiamo abituando a gestire la paura nei suoi confronti e nel frattempo tutti cerchiamo di capire come difenderci. La novità principale di questo fenomeno è che per la prima volta riguarda tutti indistintamente, è globale e noi come gruppo ne abbiamo una riprova visto che siamo esposti in 80 Paesi del mondo (abbiamo appena acquisito la Poliform Usa). Stiamo pensando alla strategia da adottare. Per quanto riguarda il prodotto, lo stiamo facendo diventare più funzionale, con una forte attenzione al costo e all’innovazione. La sfida che portiamo avanti come gruppo, invece, è quella di farci interpreti di più stili, di più segmenti di gusto e di prezzo. A livello mondiale dobbiamo comunicare che il miglior design è in Italia, inteso come stile di vita legato alla cultura del nostro Paese.Usa). Stiamo pensando alla strategia da adottare. Per quanto riguarda il prodotto, lo stiamo facendo diventare più funzionale, con una forte attenzione al costo e all’innovazione. La sfida che portiamo avanti come gruppo, invece, è quella di farci interpreti di più stili, di più segmenti di gusto e di prezzo. A livello mondiale dobbiamo comunicare che il miglior design è in Italia, inteso come stile di vita legato alla cultura del nostro Paese.<br />
<br />
<strong>SONO CRESCIUTA IN AZIENDA<br />
Laura Anzani</strong>, 29 anni appena compiuti, è Direttore generale delle Poliform Usa. Lavora nel gruppo di famiglia da quattro anni.<br />
L’insegnamento dei nostri genitori è fondamentale. È proprio una vera e propria scuola, la migliore, tra l’altro. I nostri padri ci fanno capire che non è con il micromanagement che si guidano le aziende, ma con uno sguardo aperto e di lungo termine. La visione ad ampio raggio è quella che caratterizza un imprenditore. La scommessa americana Avevamo un partner che si occupava della vendita dei nostri prodotti negli Stati Uniti da diversi anni. Dallo scorso marzo abbiamo deciso di occuparcene direttamente noi e abbiamo acquisito, dopo un anno di trattative abbastanza faticose, il cento per cento della Poliform Usa, che gestisce 5 negozi di proprietà e conta 30 dealers indipendenti. Quello che personalmente sto facendo in questa prima fase di lavoro è trasferire alla filiale americana quella che è la Poliform experience, visto che gli americani la gestivano in un modo che non aveva niente aveva a che fare con la nostra filosofia aziendale. Sto organizzando una squadra a cui cerco di trasmettere la passione per questa azienda e per i suoi prodotti.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:58:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Giovanni Anzani<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,679,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Amministratore delegato del gruppo Poliform, che comprende i marchi Poliform e Varenna Cucine.&nbsp;Amministratore delegato del gruppo Poliform, che comprende i marchi Poliform e Varenna Cucine.&nbsp;
Poliform è un porta-bandiera del made in Italy: lo scorso luglio, ci è stato chiesto di arredare le residenze del G8 de L’Aquila <br />

 Quali sono le ragioni che hanno determinato le scelte di Poliform e le strategie di acquisizione?<br />
“Poliform viene fondata nel 1970, evoluzione di un’impresa artigiana nata nel 1942. Fin dall’inizio l’azienda esprime una forte concezione industriale: il suo obiettivo è quello di sfruttare le potenzialità di una produzione seriale e ingegnerizzata. La collezione Poliform comprende sistemi e complementi d’arredo per ogni zona della casa: librerie, contenitori, armadi e letti.<br />
Nel 1996 si aggiunge alla struttura aziendale il marchio Varenna, dedicato alla produzione delle cucine. Il marchio era un nome storico milanese degli anni ’50-’60, che aveva rivestito il ruolo di opinion leader. La società era crollata e mancava il timoniere. L’acquisizione è stata un’occasione importante perché ci ha consentito di completare l’offerta di arredo per la casa. Ora, con la business unit degli imbottiti (la prima collezione è stata presentata nel 2006) Poliform è in grado di arredare per intero un ambiente domestico”.<br />
<br />
Come viene preservata e condotta l'identità dei singoli brand?<br />
“Varenna è cresciuta moltissimo da quando l’abbiamo acquisita; mantiene il suo profilo di cucina innovativa e trend setter, ma con tutto il know-how Poliform, nei materiali, nel rispetto delle normative europee, nei collaudi, nell’utilizzo di collanti di qualità. Inoltre offre ampie scelte di gamma e personalizzazione, tempi brevi e una posizione di leadership internazionale. Negli Stati Uniti Varenna è considerata il modello delle cucine di lusso.<br />
La produzione Poliform è interamente italiana ed è un portabandiera del made in Italy: lo abbiamo riscontrato anche nel luglio 2009, quando il governo italiano ci ha chiesto di arredare le residenze per il G8 de L’Aquila di Obama, Sarkozy, Medvedev, Berlusconi. Abbiamo rappresentato lo stile italiano, fatto di progetto e qualità, non di inutile ostentazione”.<br />
<br />
In rapporto allo scenario economico attuale, quali le soluzioni che Poliform adotta, gli investimenti, le innovazioni su cui puntare, a breve e medio periodo?<br />
“Il primo passo da noi intrapreso è stato quello di allargare la gamma di offerta con la divisione degli imbottiti; poi, con My Life abbiamo creato dei segmenti di progetto secondo aree di gusto, adattandole ai profili dei nostri acquirenti. Ma – elemento fondamentale – abbiamo lavorato su una verticalizzazione dei prezzi, dal livello medio a quello alto, passando per i vari gradi. Oggi Poliform offre la possibilità di arredare interamente un appartamento di 80 mq con 30.000 euro, cucina compresa, con la stessa qualità e lo stesso servizio di sempre. Trovo sia necessario rispondere a questo mercato attuale, in cui il potere d’acquisto si sta abbassando. E per far questo abbiamo anche cambiato il tipo di comunicazione: il brand era percepito in una fascia alta; oggi vogliamo trasmettere tutte le possibilità di gamma che Poliform può offrire, anche a un target di pubblico giovane e con soluzioni a buon prezzo”.Poliform è un porta-bandiera del made in Italy: lo scorso luglio, ci è stato chiesto di arredare le residenze del G8 de L’Aquila]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 17:25:46</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Adolfo Urso<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,678,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Vice-ministro allo Sviluppo Economico&nbsp;Vice-ministro allo Sviluppo Economico<br />&nbsp;Data la sua esperienza internazionale quale promotore, sostenitore e stratega dello sviluppo del made in Italy all’estero, quali sono, secondo lei, le opportunità dell’industria del mobile italiano nelle varie aree del mondo? <br />
“L’arredamento ha rappresentato negli ultimi anni uno degli elementi di punta del made in Italy per due motivi: il primo è legato al grande boom immobiliare vissuto da molti Paesi – pensiamo soprattutto alla Russia e ai Paesi dell’Est Europeo – che ha determinato una crescita della domanda dei prodotti d’arredo. Il secondo motivo è che l’arredo italiano significa design, quindi un modo di vivere, di concepire l’ambiente, direttamente relazionato allo stile della persona che il made in Italy ha saputo definire e promuovere nel mondo. Uno stile che si declina e si esprime tanto a tavola, quanto nell’abbigliamento che nella cura dell’ambiente in cui si vive e si lavora. Sono tre delle famose quattro A (agroalimentare, abbigliamento, arredo, automazione) che ancora promuovono lo stile dell’Italia. È innegabile, però, che oggi stiamo attraversando una crisi del settore immobiliare, che ha avuto origine negli Stati Uniti e si è propagata in altri Paesi, più specificamente nelle due aree dell’Europa che erano cresciute troppo velocemente rispetto alle vere risorse che mettevano in campo: la costa orientale dell’Atlantico (dall’Islanda alla Gran Bretagna, fino all’Irlanda alla Spagna e al Portogallo), dove la crisi assume soprattutto i connotati di una bolla finanziaria immobiliare, e l’Europa centrale e orientale (Lettonia, Ucraina, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria), dove, forse ancora più che negli Stati Uniti, la crisi finanziaria e sociale è consistente perché prende le mosse da un boom edilizio non suffragato da una reale crescita della ricchezza del Paese. In questa situazione di difficoltà, che ovviamente condiziona la vendita dei prodotti di arredamento, il mobile italiano resiste meglio di altri perché va oltre la semplice proposta di prodotto e si colloca in un segmento medio-alto del mercato che è quello che risente meno della crisi globale”. <br />
<br />
Quali sono le aree del mercato internazionale che consentiranno la ripresa più veloce per le aziende del design italiano?<br />
“Io penso che il design italiano abbia fatto bene a puntare già negli ultimi anni sui nuovi mercati dei Paesi emergenti, che continueranno a crescere anche durante questi mesi di grave recessione economica mondiale. Soprattutto cresceranno di più nei prossimi mesi o nei prossimi anni di ripresa economica. Mi riferisco innanzitutto alla Russia, ai Paesi produttori di energia nel loro complesso, quindi ai Paesi Opec. Prima cresce il costo dell’energia poi giunge la ripresa. Succederà in più Paesi del mondo arabo, quindi in quella fascia del Medio Oriente che dalla sponda sud mediterranea si prolunga sino a tutto il Golfo Arabico, quindi Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, mi auguro tra breve l’Iran, oltre agli Emirati che oggi presentano una evidente frenata per via della bolla finanziaria immobiliare. Aggiungiamo certamente l’altra sponda a sud del Mediterraneo, quella del Maghreb, che in questi ultimi tempi ha già registrato tassi di crescita significativi e tanto più lo farà in futuro, considerando che il mercato libico darà sicuramente grandi soddisfazioni. Il punto di forza del design italiano sarà la sua flessibilità ai gusti dei singoli mercati. Chiaramente, la cucina proposta al mercato russo o a quello arabo sarà molto diversa da quella destinata al mercato italiano. Cambiano i gusti, cambiano le dimensioni, cambiano i materiali, cambiano i colori, e questa capacità di dare una proposta che sia identificata come italiana ma che si modella rispetto alle singole peculiarità dei Paesi è la forza del nostro design”. <br />
<br />
Crede che la Russia potrà riprendersi velocemente dall’arresto attuale?<br />
“Lo pensano soprattutto gli imprenditori italiani che hanno le migliori antenne e che riconoscono alla Russia una capacità di reazione maggiore rispetto ad altri contesti. Oltre a essere il maggior giacimento mondiale di energia e di materie prime, la Russia è un Paese che deve completamente rinnovare il suo parco immobiliare, risalente ancora all’era di Krusciov e composto per lo più da abitazioni tutte uguali di 25-26 mq di quattro piani senza ascensore. Chiaramente, si tratta di un patrimonio che non può essere ristrutturato, deve essere ricostruito e quindi arredato. Ciò che ha valore per tutta la filiera dell’arredo, vale ancor più per il settore design. La Russia presenta infatti una percentuale di ricchi, attestata non più solo a Mosca, ma anche in altre città e poli di sviluppo – perfino a Novosibirsk in Siberia –, che ovviamente gradisce il prodotto di lusso o comunque il prodotto di eccellenza italiano. Si tratta di un mercato molto ricettivo per il made in Italy; come lo è stato negli ultimi tempi, lo sarà ancora più nei prossimi anni”. <br />
<br />
In questo momento, qual è il settore produttivo che ha maggiore sviluppo all’estero?<br />
“L’alimentare e la farmaceutica sono storicamente i settori anticiclici durante le gravi recessioni economiche. In queste situazioni, crescono maggiormente per motivi connessi a fattori psicologici. Sappiamo che la crisi non sarà facile, sarà lunga e tortuosa. Che la ripresa non sarà ne a V, com’è stato nel recente passato, e nemmeno a U, com’è accaduto durante la recessione dei primi anni 80. Sarà verosimilmente una crisi ‘a montagne russe’, quindi una crisi che avrà dei momenti di ripresa e poi delle nuove cadute. Noi dobbiamo orientarci meglio in questo mare in tempesta, lo possiamo fare e soprattutto lo possono fare le imprese italiane che sono capaci di interpretare gli umori del mercato e di dirigersi nei nuovi mercati. L’arredamento potrà sicuramente superare questo fattore di crisi se saprà puntare sempre più sulla qualità, sull’innovazione e sui nuovi mercati emergenti”. <br />
<br />
 Quali sono le sue previsioni di ripresa?<br />
“Quest’anno sarà un anno difficile, segnato dalla contrazione delle nostre esportazioni. Però sarà minore della contrazione che registreranno altri grandi Paesi esportatori come Giappone, Germania, Stati Uniti e Cina. Già nella seconda parte dell’anno si avvertiranno segnali di miglioramento relativi ad alcuni mercati: quelli dell’Oriente, come la Cina e l’India, ma anche quelli di alcuni Paesi emergenti. In America Latina, per esempio, va posta molta attenzione al Brasile, un mercato che cresce in maniera significativa. Ma io guarderei soprattutto ai mercati produttori di petrolio e di energia, che appunto si riprenderanno prima degli altri. Dobbiamo inoltre fare attenzione a resistere nei Paesi europei e negli Stati Uniti, mercati per noi importantissimi, i cui livelli di consumo, però, torneranno a quelli del 2007 solo nel corso dei prossimi anni. Nel prossimo futuro i consumi cresceranno più lentamente nei Paesi dove prima crescevano in fretta. Diventeranno più consistenti, invece, nei Paesi che hanno un alto tasso di natalità, in quelli che hanno alte risorse energiche, nei paesi del Sud est del pianeta. Dobbiamo orientare le nostre imprese laddove si forma un ceto medio che oggi vede ancora come un sogno il prodotto di qualità italiano, un sogno che però comincia a realizzarsi”.<br />
<br />
In quale modo le aziende del made in Italy, in particolare quelle del furniture e fashion design, possono ‘fare sistema’?<br />
“Io credo che tutte le quattro A dell’eccellenza italiana debbano lavorare assieme: l’arredo che si è fatto largo con il suo stile; l’abbigliamento che è stato a lungo la carta da visita principale del made in Italy; l’alimentare che oggi è la voce di maggiore crescita nel mondo; l’automazione che non dobbiamo dimenticare è la principale voce della nostra esportazione. Oggi la piccola Fiat sta dimostrando come cambiano i consumi mondiali. Appena quattro-cinque anni fa doveva essere acquisita dalla General Motor perché si riteneva che non fosse più in condizioni di rispondere alle esigenze del mercato. Venne fortunatamente giudicata una soluzione negativa, controproducente per il sistema produttivo italiano. La famiglia Agnelli ha poi scommesso le proprie risorse, le banche ci hanno creduto e soprattutto hanno trovato un grande manager capace di inventare nuovi prodotti in linea con gli sviluppi del mercato. Quest’anno la piccola Fiat ha acquisito la Chrysler senza sborsare un euro. E potrebbe diventare protagonista di altre importanti operazioni internazionali. Qual è la morale? Che oggi non c’è bisogno di grandi dimensioni né di grande risorse. C’è un bisogno straordinario di prodotti che siano in sintonia con i nuovi consumi mondiali. Gli americani non compreranno più in maniera illimitata i grandi suv o le limousine, si orienteranno per la prima volta verso macchine più consone alle loro possibilità di sviluppo. Le city card e i ciclomotori saranno i veicoli di New York nei prossimi mesi”.<br />
<br />
La sua esperienza di viaggiatore e conoscitore del mondo le suggerisce qualche consiglio pratico da dare agli industriali del furniture design italiano che vogliono rafforzare la loro presenza all’estero?<br />
“Innanzitutto consiglierei loro di lavorare insieme promuovendo il marchio dell’Italia, la specificità del prodotto italiano, di farlo anche con le altre tre A e quindi con l’alimentare, con l’abbigliamento, mettendoci magari anche una Ferrari e una 500 che sono i simboli del settore automobilistico di questi mesi e tanto più del prossimo futuro. Lavorare insieme è la cosa principale, promuovere insieme il prodotto italiano e poi puntare sempre più sull’innovazione del prodotto in termini di design ma anche di materiali. Se il mondo che abbiamo conosciuto (e che è finito col crollo della bolla finanziariaimmobiliare) guardava alla dimensione, alla grandezza – della macchina, della casa, dei mobili –, quello che abbiamo davanti è un mondo che farà leva sulle esigenze dell’ambiente. Quindi anche io punterei su nuovi materiali, su design innovativi, su prodotti ecosostenibili, perché l’attenzione per l’ambiente e per una dimensione dei consumi più attenta al risparmio delle risorse sarà il volano dello sviluppo futuro”.<br />
<br />
(intervista di Gilda Bojardi)]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 17:07:26</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>PALAZZETTI</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,677,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Ruben, Chiara e Marco Palazzetti&nbsp;Ruben, Chiara e Marco Palazzetti&nbsp;<strong>FUNZIONALITÀ E RISPARMIO ENERGETICO<br />
Ruben Palazzetti</strong>, Amministratore delegato.<br />
La sfida è difficile e avvincente: affascinare il consumatore con qualcosa di utile e funzionale, accompagnato da un grande contenuto di eco-compatibilità. Abbiamo investito molto su Choro, un sistema multi energia integrato, che fa dialogare, in casa, diversi tipi di energia – solare, biomassa legnosa, combustibili di derivazione fossile – con la possibilità di avere un impianto di riscaldamento integrato, costruito in funzione delle proprie esigenze e stile di vita. Funziona autonomamente, è ecologico e fa risparmiare molto rispetto ai sistemi tradizionali.<br />
<br />
<strong>OBIETTIVO COMARKETING<br />
Chiara Palazzetti</strong>, Direttore marketing.<br />
Sono responsabile della comunicazione e del marketing, anche se, in un’azienda familiare come la nostra, è difficile restare ancorata ad un ruolo preciso. L’obiettivo è mantenere la leadership nel nostro settore e promuovere idee all’avanguardia, da un punto di vista tecnologico ed estetico. Per sostenerlo ho in mente un modello di azienda che distribuisca i prodotti attraverso rivenditori qualificati e affiliati, con i quali fare progetti di comarketing.<br />
<br />
<strong>QUEL “VULCANO” DI MIO PADRE<br />
Marco Palazzetti</strong>, Responsabile ricerca e sviluppo. <br />
Mi occupo di ricerca e sviluppo, ma spesso seguo anche la catena produttiva e il controllo di gestione. Ho lavorato molto sul nostro ultimo nato, Choro, per semplificare la gestione dell’impianto domestico, valorizzare al massimo le fonti energetiche alternative (sole, legna…), ridurre i consumi e risparmiare sulla bolletta. Mio padre è un vulcano di idee e per riuscire ad assecondarlo in tutto sarebbe necessario reinventare e riorganizzare l’azienda ogni giorno!]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:55:26</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>MOLTENI</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,676,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Carlo Giulia Molteni&nbsp;Carlo Giulia Molteni&nbsp;<strong>CERTIFICAZIONI ‘VERDI’ PER COMPETERE A LIVELLO INTERNAZIONALE<br />
Carlo Molteni</strong>, Amministratore delegato.<br />
Siamo in un momento difficile in cui a soffrire maggiormente sono i mobili da ufficio. Ecco la nostra ricetta anticrisi. Primo: facciamo prodotti più versatili. Quest’anno al Salone abbiamo presentato una libreria che può diventare più importante o più semplice, a seconda di come la si componga. Secondo: la certificazione Leed che arriva dagli Usa e dal Canada e che si diffonderà rapidamente anche in Italia. Riguarda l’edificio nel suo complesso e viene emesso sulla base di una certificata ecocompatibilità nella costruzione dell’immobile e dei mobili che sono al suo interno. Da parte nostra significa garantire che il legno arrivi da foreste certificate, che non danneggi l’ambiente e che sia ad emissione zero, che il nostro processo di produzione non provochi danni ambientali e che anche noi come azienda abbiamo basse emissioni. È un problema che va oltre la crisi, e che ben affrontato dà un vantaggio competitivo notevole. Terzo: stiamo cercando di integrare sempre di più le nostre quattro aziende attraverso sinergie con l’obiettivo di diminuire i costi ed espandere il business.<br />
<br />
<strong>PRIMA DI TUTTO, IL CLIENTE<br />
Giulia Molteni</strong>, 30 anni, responsabile della divisione retail del gruppo Molteni. Si occupa in particolare dei negozi flagship di Milano, New York, Londra (hanno aperto lo scorso dicembre) e Parigi. <br />
Lavoro da due anni in azienda e ho aperto la divisione del retail diretto. Ho studiato economia in Bocconi e appena uscita dall’università ho lavorato come retail manager da Loro Piana negli Stati Uniti. La mia idea è di utilizzare il negozio come strumento di comunicazione integrata: per sviluppare il brand, acquisire nuovi clienti e avere un osservatorio privilegiato nel mercato. Fondamentale è il customer service. Il cliente è al centro di ogni tipo di pensiero e sto mettendo a punto un servizio post vendita più dettagliato che ci fornirà una serie di informazioni utili.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:52:31</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Dal calabrone al ragno<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,111,intIssueID,639,intItemID,674,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Antonella Galli<br />
introduzione di Aldo Bonomi&nbsp;di Antonella Galli<br />
introduzione di Aldo Bonomi&nbsp;
L’unione fa la forza? Forse. Di certo i gruppi multibrand, che hanno optato per una politica di acquisizioni e differenziazione dei prodotti, affrontano con flessibilità i mercati. Cercando di porsi al centro di una ‘ragnatela di valore’.
 <br />
Calabroni. Così venivano chiamate le multinazionali tascabili del design italiano che partendo dai distretti industriali portavano il made in Italy nel mondo. Piccole, manifatturiere, familiari, volavano alto nel cielo della globalizzazione. Stupendo ed infastidendo quei teorici dell’economia secondo cui questo capitalismo – esattamente come il calabrone – non era nemmeno in grado di alzarsi da terra. Alla base di questa fortunata alchimia c’era l’impresa come ‘progetto di vita’, non solo molecola del capitale. La capacità di innovare continuamente il senso e il significato degli oggetti, ridefinendo e superando il concetto stesso di prodotto e settore maturo. <br />
<br />
Il fortunato mix tra i saperi taciti dell’artigianìa locale e la conoscenza-flusso dei designer italiani ed internazionali. E la consapevolezza darwiniana che non sopravvive il più grande o il più intelligente, ma chi si adatta meglio al mutare del contesto. È in quest’ultima ottica, del resto, che si può leggere la recente tendenza alla creazione di gruppi di imprese del design italiano. Nell’adattarsi al nuovo scenario postfordista che mette l’utente-cliente – con i suoi bisogni e i suoi desideri – al centro di una complessa ragnatela del valore, il calabrone prova a farsi ragno. Presidiando i mercati attraverso la modernizzazione della propria rete distributiva e dei canali promozionali. Ampliando concentricamente la propria offerta per rispondere adeguatamente ad ogni domanda (“dal piccolo complemento all’ambiente completo”, come racconta una delle imprese intervistate).<br />
<br />
E facendo massa critica di capitali per investire meglio e contenere i costi. Attenzione, però. Perché se la proiezione globale annacqua il radicamento e l’identità territoriale. Se complesse e fredde architetture manageriali si sostituiscono al ‘progetto di vita’ e alla sua lucida follia adattiva. Se si perde l’equilibrio nella sottile tensione tra i saperi stratificati nel locale e il reseau globale in cui ribolle il magma dei grandi e piccoli nomi del design. Se si rinuncia alla radicale innovazione di senso, accontentandosi di seguire le mode e le tendenze canonizzate altrove (oggi green and durable, domani chissà...). Se, in altre parole, il ragno, nella sua metamorfosi, perde la memoria del calabrone che era, rischia di ritrovarsi prigioniero, non più padrone, della ragnatela del valore. Ed in tempo di crisi, non c’è niente di peggio di addormentarsi ragno e svegliarsi mosca. (A.B.)]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 16:56:02</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>MINOTTI</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,673,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Roberto, Alessio e Alessadro Minotti&nbsp;Roberto, Alessio e Alessadro Minotti&nbsp;<strong>IL PRODOTTO COME PATRIMONIO<br />
Roberto Minotti</strong>, Amministratore delegato, insieme a suo fratello Renato.<br />
Il vero cambiamento credo sia nell’approccio all’acquisto da parte dei consumatori che, da ora in poi, sarà accompagnato da una grande attenzione e dalla sensazione che si stia facendo un investimento che deve durare nel tempo. Visto che non ci sono soldi da ‘buttar via’ il senso di patrimonialità del prodotto è fondamentale. Altrettanto lo è la qualità, lo spessore del brand, la sua storia e i valori di una famiglia che gestisce con passione la propria attività. Ogni settore industriale sarà assoggettato sempre di più a queste sane e semplici regole. Il gusto potrebbe aderire a forme e stili rassicuranti che trasmettano la sensazione di poter durare a lungo. La nostra collezione di quest’anno segue questo obiettivo.<br />
<br />
<strong>CREDIAMO NEL TEAM<br />
Alessio e Alessadro Minotti</strong>, sono i figli trentatreenni di Renato Minotti. Il primo è impegnato nell’area della Ricerca e Sviluppo e nell’ufficio acquisti; il secondo nel settore commerciale ed è responsabile dei negozi monomarca.<br />
Il nostro inserimento in azienda è avvenuto appena terminati gli studi universitari e da allora abbiamo la fortuna di lavorare quotidianamente a fianco dei nostri padri che sono imprenditori capaci di trasmettere passione e competenze. Crediamo molto nel team e nel confronto quotidiano con gli altri: porta ad ottimi risultati. Il mercato oggi deve essere affrontato con competenze sempre più elevate e con prodotti che coniughino design e valori tradizionali.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:49:53</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>MERITALIA</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,672,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Vanna e Francesca Meroni&nbsp;Vanna e Francesca Meroni&nbsp;<strong>IL CORAGGIO DI INVESTIRE SU PRODOTTI SPECIALI<br />
Vanna Meroni</strong>, responsabile dell’area commerciale residenziale segue anche progettazione e prodotto. Giulio Meroni è presidente, responsabile dell’area contract, il figlio Stefano, 34 anni, in azienda da 7, è vice presidente e segue il contract.<br />
Mi auguro che l’ansia della crisi non faccia prendere alle aziende del design delle decisioni sbagliate, come potrebbero essere quelle di cambiare il proprio dna e di non essere più coerenti con le caratteristiche del proprio marchio. È un momento difficile. I negozianti sono pieni di merce, la crisi c’è e la gente compra meno. Le aziende devono avere il coraggio di investire su prodotti speciali. Noi percorriamo questa strada. Abbiamo aperto il negozio di via Durini e adesso vogliamo entrare nel mercato giapponese. Siamo in trattative con un distributore per strutturarci commercialmente in quell’area, e perché no, magari anche per fare delle piccole produzioni. I consumatori giapponesi sono importanti per il nostro futuro: non copiano, amano il design e hanno la cultura per apprezzarlo. In seconda battuta investiremo in apertura di punti vendita diretti, a Roma e a Londra.<br />
<br />
<strong>SAPER RACCONTARE I PRODOTTI<br />
Francesca Meroni</strong>, 30 anni, laureata in scienze delle comunicazioni alla Sapienza di Roma è da 4 anni in azienda. Seguirà comunicazione e marketing, ma oggi è responsabile del negozio di via Durini a Milano. <br />
Gestisco il punto vendita milanese con un grande coinvolgimento personale. Ci metto tutto il mio tempo e la mia passione. Credo che sia essenziale trasmettere al cliente l’entusiasmo per i nostri prodotti, raccontandoglieli. Oltre a vendere divani e sedute facciamo anche arredi e boiserie su misura e io stessa vado personalmente dai clienti, che molto spesso vogliono essere seguiti in prima persona da me e hanno poco tempo per muoversi. Il rapporto con il cliente è molto più complesso di quanto non sembri e quello che io cerco di trasmettere a chi lavora con me e in azienda è l’importanza di dare un valore aggiunto nel servizio.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:46:41</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>MATTEOGRASSI</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,671,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Massimo Grassi&nbsp;Massimo Grassi&nbsp;<strong>BASTA CON GLI SPRECHI</strong><br />
<strong>Massimo Grassi,</strong> 48 anni, Amministratore delegato di Matteograssi. Insieme a lui lavorano 2 fratelli e tre sorelle quarantenni.<br />
Stiamo assistendo alla crisi del sistema economico così come è stato concepito negli ultimi sessant’anni. Siamo di fronte ad un cambiamento epocale. Spero che se ne rendano conto tutti e prendano misure adeguate. Questa crisi cambierà il modo di affrontare gli acquisti: farà spendere del denaro alla gente solo per qualcosa per cui valga veramente la pena, qualcosa in più rispetto a quello che già hanno. Dopo questo periodo sarà ancora più netta la forbice nell’offerta fra prodotti bassi e alti. Siamo un’azienda storica, del 1880, forte di tradizioni anche artigianali e siamo distribuiti in tutto il mondo. Camminiamo nella direzione giusta, ma stiamo accelerando rispetto a delle criticità da superare. Per esempio, quello che stiamo facendo in questo momento è cercare di non ‘sprecare’ la bellezza. Intendo dire che a volte facciamo oggetti troppo belli ed è inutile far pagare alla gente una qualità troppo sofisticata che non viene neanche percepita. Bisogna realizzare i prodotti, calcolando tutto alla perfezione senza sprechi. Altra cosa: bisogna fidelizzare i commercianti con politiche commerciali più esclusive.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:44:06</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Renzo Rosso<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,670,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Fondatore e proprietario dell'azienda di abbigliamento Diesel, per la nuova Diesel Home Collection ha “scomodato” due grandi del design d’autore: Moroso e Foscarini.&nbsp;Fondatore e proprietario dell'azienda di abbigliamento Diesel, per la nuova Diesel Home Collection ha “scomodato” due grandi aziende del design d’autore. Moroso e Foscarini (che si aggiungono alle precedente e altrettanto prestigiosa collaborazione con Zucchi), debuttando, lo scorso aprile, al Salone del Mobile di Milano.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti,  ripensamenti, nuove strategie. In azienda ci sono e ci saranno  cambiamenti. E di quale genere?<br />
R: Come dico sempre anche ai miei uomini in azienda, i  momenti di crisi sono anche tempi di grandi sfide e vanno  affrontati con coraggio. Le aziende con know how e creatività
forti, proprio in questi momenti hanno la possibilità di  emergere e distinguersi ancora di più, a discapito di tutte  quelle realtà sorte solo per moda e con scarsa professionalità.  Per Diesel, che da oltre 30 anni crea prodotti che si  distinguono per know how, qualità e innovazione, è  sicuramente un momento di grandi possibilità.<br />
<br />
 D: Il marchio è ancora un richiamo forte per consumatori  divenuti parsimoniosi, che spendono meno per l’apparenza?<br />
R: I brand sono e saranno sempre dei riferimenti importanti,  se sapranno rimanere fedeli e leali ai propri consumatori. Nel  nostro caso i Diesel fans di tutto il mondo ci amano proprio
per tutto ciò che rappresentiamo: per il lifestyle che portiamo  avanti a 360 gradi e che li rappresenta. Il bello del  consumatore di oggi è la sua capacità e voglia di mixare brand  come Diesel a capi vintage o comprati sulle bancarelle dei  mercatini di tutto il mondo.<br />
<br />
 D: Conviene potenziarne l’aura con operazioni collaterali nei  terreni dell’arte, dell’architettura e dello spettacolo, con la  pubblicità, oppure è bene concentrarsi sul prodotto?<br />
R: Entrambe le cose: il consumatore è sempre più attento a  un prodotto di qualità con il giusto rapporto tra qualità e  prezzo, così come vuole potersi identificare con un brand che
oltre al capo di abbigliamento abbia la sua stessa filosofia di  vita e gli permetta di interpretarla a 360 gradi. <br />
<br />
 D: Il prezzo è un fattore determinante, oppure una variabile in  rapporto alla qualità, all’estetica, al valore percepito del marchio?<br />
R: Il giusto prezzo è un fattore sempre più importante nella  scelta della gente e questo è dato anche dalla percezione del  marchio, per questo i brand sono sempre più attenti anche al  marketing e alla comunicazione oltre che ad un prodotto di  qualità. Diesel in questo senso è stato un pioniere e già con le  prime campagne pubblicitarie storiche ha cominciato a comunicare in modo forte e irriverente, segnando un  cambiamento importante nel modo di approcciarsi al  consumatore.<br />
<br />
D: L’ingresso nel design per la casa dipende dalle “sofferenze” del  settore moda, oppure è dettato dall’intenzione di creare un total  look per rendere il consumatore completamente Diesel addict.<br />
R: Diesel è un lifestyle brand. Il consumatore che ci sceglie lo  fa non solo per il prodotto, ma per quello che il marchio  rappresenta: uno stile di vita, i valori, un approccio ironico,
irriverente e creativo. Abbiamo iniziato questa avventura nel&#160; segmento casa per offrire al nostro consumatore proprio la  possibilità di esprimere se stesso e il suo stile anche attraverso  la personalizzazione della propria casa, sempre più oggi luogo  di lavoro e di incontro, oltre che di intimità. <br />
<br />
 D: Quali le ragioni che hanno guidato la scelta dei partner per la  collezione Diesel casa: la comune origine geografica, la notorietà  dei marchi, l’affidabilità industriale, il parco dei designer...<br />
R: Per oltre due anni abbiamo cercato i partner giusti, in  grado di soddisfare le nostre esigenze in termini di qualità e  know-how; Moroso e Foscarini rappresentano due realtà
manageriali leader del settore del design, il meglio sia per  qualità e professionalità, sia, soprattutto, per l’entusiasmo  riversato in questo nuovo progetto.<br />
<br />
D: Emozionare o rassicurare il consumatore?<br />
R: L’emozione è alla base del nostro lavoro.<br />
<br />
 D: Bastano dei giovani cool hunter sguinzagliati nel mondo a  fiutare le tendenze, oppure è necessario il carisma e l’intuito  dell’imprenditore?<br />
R: Il nostro team di creativi è spesso in viaggio di ricerca in  giro per il mondo, ma è importante anche l’intuito  manageriale per condensare tutti gli input in un prodotto di
successo. Oggi poi siamo molto fortunati: grazie a internet  possiamo ‘viaggiare’ ovunque e più velocemente direttamente  dal divano di casa.<br />
<br />
 D: Seguire le tendenze, oppure sparigliare le carte, anticipare, stupire?<br />
R: Alla base del nostro Dna restano creatività e innovazione,  ci piace stupire i nostri fans con ironia, irriverenza e coraggio. <br />]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 16:22:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>MAGIS</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,669,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Eugenio e Alberto Perazza&nbsp;Eugenio e Alberto Perazza&nbsp;<strong>LEGNO LIQUIDO, IL FUTURO DEL DESIGN<br />
Eugenio Perazza</strong>, Presidente.<br />
La nostra risposta alla nuova liturgia dei consumi è in una generazione inedita di prodotti che segneranno di sicuro il futuro della nostra azienda. Abbiamo inventato qualcosa che prima non esisteva, il ‘legno liquido’ un materiale che sancisce l’inizio di un nuovo tipo di progettazione. Con questo apparente paradosso rispondiamo ai bisogni del nuovo consumo. Ecco come: con il riciclo e gli scarti del legno, macinati molto finemente, otteniamo una specie di farina che viene impastata e successivamente iniettata per realizzare sedie e qualunque altro oggetto decidiamo di fare. Morale: usando le stesse tecnologie ad iniezione con cui lavoriamo la plastica, riusciamo a realizzare prodotti biodegradabili al cento per cento e riciclabili all’infinito. Da questa ‘invenzione’ scaturisce anche un nuovo linguaggio del design. Un esempio: se, nel vocabolario del legno solido un buco fatto in un oggetto rappresenta un costo perché è una lavorazione in più da fare, nella lingua del legno liquido un buco rappresenta un’economia sotto diversi punti di vista, in termini di materiale, visto che si sottrae, di risparmio energetico e di ciclo produttivo. E poi, con la nuova generazione di processi industriali riusciamo a fare lavorazioni impossibili con le tecnologie tradizionali. Scaturisce anche una nuova generazione di oggetti e per progettarli abbiamo messo insieme un team di bravi designer tra i quali Stefano Giovannoni, Andrée Putman, Marcel Wanders. Insomma ora che tutti si sono messi a fare oggetti in plastica, Magis va oltre e sta gia lavorando su tanti altri materiali – come per esempio la lamiera e l’alluminio – ma è proprio sul legno liquido che riusciremo a dire qualcosa di veramente originale. È solo l’inizio di un nuovo percorso, a breve cominceremo a sperimentare anche il ‘cuoio liquido’. Siamo contenti di camminare su una strada vergine perché l’essenza della nostra azienda è proprio nell’essere una first mover.<br />
<br />
<strong>Alberto Perazza</strong>, Direttore commerciale e marketing.<br />
Lavoro nell’azienda di famiglia da circa 13 anni e mi occupo di commerciale e marketing anche se in realtà il mio lavoro non si limita a questi compiti, ma seguo l’azienda nel suo complesso. In questo momento sto focalizzando la mia attenzione su alcuni mercati esteri. Primo fra tutti gli Stati Uniti, dove stiamo mettendo in piedi una magazzino per velocizzare la distribuzione che mette le basi per sviluppare, in un secondo momento, una Magis Usa. Altro focus su cui stiamo lavorando è il Giappone, mercato abbastanza giovane per noi, visto che siamo partiti un anno fa con una nostra filiale. Se la mia visione è diversa da quale di mio padre? Sostanzialmente no, ma lui è troppo centrato sul prodotto, per me invece ci sono anche delle altre leve molto importanti come la comunicazione e le risorse umane.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:42:21</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>ANTONIO LUPI</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,668,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Andrea Lupi&nbsp;Andrea Lupi&nbsp;<strong>IL DESIGN SARTORIALE SPEGNE LA CRISI<br />
Andrea Lupi,</strong> uno dei quattro fratelli alla guida dell’azienda. Si occupa di immagine e prodotto.<br />
Con noi, seconda generazione dell’azienda, alla guida da vent’anni, la progettazione della stanza da bagno è diventata ‘sartoriale’ e su misura all’80 per cento. È una visione della stanza da bagno che in questo momento funziona visto che il mercato sta ripagando la nostra artigianalità: l’anno scorso i ricavi sono cresciuti del 30 per cento e in pochi mesi abbiamo fatto investimenti importanti, aprendo una serie di negozi monomarca in giro per il mondo: a Milano, in Australia, a Vienna e a Chicago. Prossime tappe, nel giro di un anno e mezzo, Londra e New York. Come modello noi siamo diventati riconoscibili e propositivi. Abbiamo portato i primi fuochi nel bagno. Anziché avere le solite candele in bagno si può mettere il cammino che, incastrato nella parete, viaggia a metanolo.<br />
<br />
<strong>Quando il negozio è strategico</strong><br />
Il retail dovrebbe essere molto più strategico di quanto non sia in questo momento. I rivenditori dovrebbero essere più veloci, propositivi e fare investimenti, incuriosire i consumatori con vetrine che cambiano spesso prodotti e immagine.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:39:50</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>LUCEPLAN</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,667,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Riccardo e Alessandro Sarfatti&nbsp;Riccardo e Alessandro Sarfatti&nbsp;<strong>IL SISTEMA PAESE CHE NON C’È<br />
Riccardo Sarfatti</strong>, fondatore.<br />
Il ruolo del design, l’innovazione di prodotto, la logica dei consumi, la distribuzione, vista la concorrenza su piano mondiale, stanno cambiando direzione insieme alle nostre aziende. Altro cambiamento non da poco, il passaggio generazionale che implica una nuova filosofia, un’immagine rinnovata, un pool differente di persone e richiede tempo, pazienza e soldi. Ecco che la crisi arriva pesante in un momento in cui le aziende sono impegnate su tutti questi fronti. In più manca il sostegno di un sistema Paese, vizio di sempre qui in Italia. Gli scandinavi e i francesi con un sistema Paese che li sostiene hanno aumentato le quote di mercato. Oggi noi italiani paghiamo enormemente questa mancanza di risorse e molte piccole aziende sono a rischio.<br />
<br />
<strong>LUCEPLAN CE L’HO NEL SANGUE<br />
Alessandro Sarfatti</strong>, quarantenne, Amministratore delegato.<br />
Quando avevo nove anni i miei genitori coinvolsero me e mia sorella sul nome da dare all’azienda e intanto alcuni pezzi di design arrivavano nel forno della nostra cucina per essere asciugati. Nel ’96 dopo la laurea, per un paio d’anni sono stato in azienda, poi nella filiale statunitense, prima come operativo e negli ultimi otto mesi come responsabile. Sono tornato in Italia come direttore commerciale e dal 2007 sono amministratore delegato. Da un paio d’anni l’operatività quotidiana all’interno dell’azienda è mia. Con mio padre il confronto è sempre aperto Sono diversi i punti di vista su cui discuto con mio padre. Primo: la mia gestione rispetto alla sua è più di squadra. Per inclinazione preferisco lavorare con un team di 5 o 6 persone di cui ho completa fiducia, con cui condividere le responsabilità, ognuno con una preparazione forte in un campo specifico. Secondo: io e lui abbiamo due diversi metri di valutazione delle persone. Io preferisco gli operativi di cui ho totale fiducia piuttosto che il manager accreditato e d’immagine che pensa di risolvere i problemi applicando al settore ricette universali. Terzo: Luceplan è nata con la missione ‘cose belle per i più’ è una premessa che condivido, quello però su cui ho oscillazioni di pensiero con mio padre è su chi sono quei ‘più’. Lui pensa Riccardo Sarfatti che sia la massa io credo di no, perché il nostro prodotto ha dei contenuti sofisticati che bisogna comprendere.<br />
<br />
<strong>Il passaggio generazionale è compiuto<br />
</strong>L’operatività e la gestione dell’azienda è tutta mia. Mio padre mi aiuta, mi appoggia e mi dà il suo punto di vista. Io lo ascolto e tra di noi c’è un dialogo intelligente. Sentendo i colleghi, ci sono molti fondatori di aziende che non hanno la forza di delegare sino in fondo. Secondo me la presenza di una direzione aziendale fatta con energia e passione è fondamentale e, secondo me, intorno ai 60 anni di età non c’è più.<br />
<br />
<strong>Il mio contributo all’azienda</strong><br />
Sto spingendo Luceplan verso l’area del contract visto che il consumo privato è in flessione. Un’idea di quattro anni fa sulla quale abbiamo rimodellato l’azienda, concentrandoci di più nelle grandi forniture. È stato un lungo processo di trasformazione e non è ancora finito. Luceplan è già una nuova azienda, con un prodotto che si colloca in questa direzione. Certo, adesso che avremmo già dovuto vedere il ritorno sull’investimento è arrivata la crisi! Comunque, chi imbocca la strategia giusta, fra qualche anno avrà meno concorrenti con cui competere.<br />
<br />
<strong>Niente moda, solo design</strong><br />
Ritengo che il livello di consumi e di spreco del sistema capitalistico occidentale sia stato eccessivo e ora la crisi regola verso il basso la lancetta dei consumi. Spero che la gente veda la coerenza dei prodotti di Luceplan che sono stati sempre al di fuori delle mode.<br />
Niente sprechi<br />
Sul piano dei prodotti l’assioma è: meno prodotti con grande innovazione. La politica dei 20 prodotti nuovi è di spreco. Togliamo il superfluo.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:37:31</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Patrizia Moroso<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,666,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[L’azienda Moroso progetta e realizza divani, poltrone e complementi d’arredo. Ha scelto di utilizzare processi produttivi puliti e poco inquinanti, materiali naturali o riciclabili.&nbsp;L’azienda Moroso progetta e realizza divani, poltrone e complementi d’arredo. Li progetta da più di 50 anni assieme ai designer più qualificati. Ha scelto di utilizzare processi produttivi puliti e poco inquinanti, materiali naturali o riciclabili.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse?<br />
R: Non sono una che fa il gran cambiamento perché il mondo sta mutando. Il mio cambiamento l’ho già fatto da tempo e proseguo in quella direzione. Ci sono argomenti che si agigungono: l’ecosostenibilità, ad esempio, importante per i più giovani, a patto che produca progetti interessanti. Non tutti i progettisti sono in grado di operare in questa direzione. Tord Boontje sa fare con molto e con poco. Inutile, ad esempio, affrontare la sostenibilità con Ron Arad: lui deve fare le sue forme. Con Tord, invece, stiamo lavorando in questa direzione. Il suo ultimo progetto (Salone 2009) “Press flower table” impiega un materiale povero di riciclo, nobilitato da una verniciatura solida in forma di pellicola. Si tratta di un’invenzione ecologica messa a punto da un’azienda di giovani di Udine, che si chiama Bagigi. Da un anno stiamo “trafficando” assieme. È interessante collaborare con piccole aziende che ricercano materie alternative.<br />
<br />
D: Concentrarsi su nomi sicuri, oppure guardare a tutte le latitudini per cercare nuove energie?<br />
R: Bisogna sempre guardare ai giovani. E alla scuole. Faremo un progetto con il Royal College di Londra, di cui Tord Boontje è diventato direttore didattico. Ci vuole curiosità. Perché il design abbia sempre vita, bisogna trovare qualcuno che prima non c’era. <br />
<br />
D: Ibridare, contaminare, innestare culture lontane e diverse, o tornare alle radici del buon design italiano?<br />
R: Sono nata negli anni del boom del design italiano. Me ne sono innamorata perché ho conosciuto Ettore Sottsass e gli altri maestri. Quando è nato il design italiano era<br />
incandescente. Mi ha dato la luce, credevo nella possibilità che fosse rivoluzionario. Adesso le sue radici si sono seccate. Le cose cambiano, si guarda altrove e ci cerca in altri luoghi. Le energie si muovono, viaggiano. Guardo all’Africa per trovare energie forti e per capire come ibridare un pensiero europeo con un humus africano. Sono partita da un’idea<br />
molto semplice: penso qui e faccio là. Adesso stiamo cominciando anche a pensare là.<br />
<br />
D: Il marchio è ancora un richiamo forte?<br />
R: Il marchio è un richiamo forte. Mi rendo conto, girando  per il mondo, che il nome Moroso ha sempre un certo  riverbero. La sua risonanza serve anche a fare cose belle. È  importante che il suo valore si mantenga nel tempo. Un  marchio ci vuole molto a costruirlo e poco a distruggerlo. <br />
<br />
 D: Conviene potenziarne l’aura con operazioni collaterali  nei terreni dell’arte, dell’architettura, con la pubblicità,  oppure è bene concentrarsi sul prodotto e su un corretto  rapporto prezzo qualità?<br />
R: Mi piace potenziarne l’aura, in particolare, con  collaborazioni nel mondo dell’arte. Nell’arte c’è totale libertà  di pensiero. L’arte vede. Vorrei ricordare, tra l’altro, la mia  collaborazione con Tobias Rebergher, che quest’anno ha  vinto il Leone d’oro alla Biennale di Venezia. Il design si  deve confrontare anche con l’architettura, con i luoghi dove<br />
le nostre cose andranno a finire. In un luogo brutto,  qualunque cosa diventa brutta. Stiamo costruendo la nostra  nuova fabbrica. L’architetto è David Adjaye, nato in  Tanzania e trasferitosi a Londra all’età di 15 anni. L’ho  scoperto alla Biennale di Venezia nel 2003. Aveva realizzato  l’architettura dell’installazione spettacolare di Chris Ofili al  padiglione Britannico. È un architetto che frequenta l’arte.<br />
<br />
D: La comunicazione sarà ancora determinante per il successo  di un prodotto, oppure il consumatore sarà più attento ai veri  valori dei prodotti?<br />
R: La comunicazione è quello che fai, di conseguenza i tuoi  prodotti sono la miglior forma di comunicazione.<br />
<br />
D: Emozionare o rassicurare?<br />
R: Ovvio, emozionare. Non rassicurare, anzi, magari, fare  anche un po’ di paura. Le aziende di design devono sempre  fare qualcosa di più.<br />
<br />
D: Seguire le tendenze, oppure anticipare?<br />
R: Delle tendenze non me ne frega un tubo!<br />
<br />
D: Eclettismo, o ritorno ad una maggior sobrietà stilistica?<br />
R: Eclettismo. La sobrietà stilistica non so cosa sia. Trovo  meraviglioso lavorare con le diversità.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 16:10:34</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>LIVING DIVANI</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,665,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Carola Bestetti e Renata Pozzoli&nbsp;Carola Bestetti e Renata Pozzoli&nbsp;<strong>COMUNICARE CON L’ARTE<br />
Carola Bestetti, ha 30 anni</strong>, gli ultimi sei dei quali passati a lavorare in azienda. I primi tre di gavetta e gli ultimi più coinvolta a livello gestionale.<br />
Dopo il liceo classico e gli studi di economia ho lavorato in Inghilterra, a New York e a Los Angeles negli show room di Boffi, a stretto contatto con il pubblico che ho imparato a conoscere bene. Una conoscenza che ho portato qui da noi in azienda. Infatti quando sono entrata mi sono occupata prima della parte commerciale, poi del mercato americano e successivamente dello sviluppo del prodotto. Oggi sono coinvolti praticamente tutti i fronti. Mia madre segue la parte commerciale dell’azienda e il rapporto con i clienti, mentre papà si occupa della produzione. Io sono un filtro tra di loro, così faccio dialogare queste due aree dell’azienda che prima del mio arrivo stentavano a passarsi tutte le informazioni. L’area in cui do un contributo più spiccatamente innovativo è nel marketing e nella comunicazione. Ho fatto diverse operazioni legate al mondo dell’arte perché ho sempre pensato che il nostro prodotto sia imparentato con quel mondo e che quindi sia molto efficace trovare dei link per accomunarli.<br />
<br />
<strong>Il retail va sostenuto<br />
</strong>Sono i clienti l’area di grande investimento di quest’anno (lavoriamo per l’80 per cento con l’estero). I negozianti guardano molto il marchio, la presenza, quanto può essere conosciuto il prodotto che vendono, le operazioni che possono veicolarlo in altre aree che però hanno un target comune di riferimento. Faremo qualche pagina in meno di classica pubblicità, e investiremo molto sul fronte dei rivenditori facendo capire loro che li possiamo sostenere in questo momento critico. Li invitiamo anche a visitare la nostra sede realizzata da Piero Lissoni nel 2007 l’obiettivo è far capire come lavoriamo e qual è la qualità del nostro prodotto.<br />
Iniezioni di management<br />
Nel completamento del passaggio di consegne nei miei confronti cercheremo di rafforzare di più l’azienda nell’area commerciale, per mettere a punto una strategia di ampio respiro in modo da seguire meglio i mercati internazionali e servire al meglio i rivenditori .<br />
<br />
<strong>IL DESIGN ESSENZIALE È LA CHIAVE GIUSTA</strong><br />
<strong>Renata Pozzoli</strong>, insieme a Luigi Bestetti, suo marito, è alla guida dell’azienda.<br />
Dopo anni di eccessi non giustificati, sembra ci sia il ritorno ad un design più vero, più semplice, lineare e legato alla ricerca industriale. Un ritorno che premia il nostro percorso aziendale, fatto insieme all’art director Piero Lissoni, che poggia sul concetto di un design pulito, sorretto da una forte qualità industriale. Comunque, in questo periodo, credo che un’azienda come la nostra debba cercare di fare del proprio meglio in ogni area, organizzandosi di più ed eventualmente tenendo sotto controllo l’innovazione tecnologica, il prodotto e la comunicazione.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:29:31</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>KARTELL</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,664,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Claudio e Lorenza Luti&nbsp;Claudio e Lorenza Luti&nbsp;<strong>NEGOZIO E PRODOTTO, UNA SOLA VISIONE<br />
Claudio Luti</strong>, Presidente di Kartell.<br />
Kartell non deve cambiare più di tanto, ma proseguire con l’innovazione e l’investimento sul prodotto, così come ha fatto in 60 anni di storia, da quando la guidava Giulio Castelli, mio suocero, sino ad oggi. Certo, adesso saremo più attenti e oculati, ma rimane il fatto che tutto parte dalla qualità del progetto. La strategia funziona bene perché il prodotto che noi facciamo è strettamente legato al modo in cui viene distribuito. Prodotto e retail sono due facce della stessa medaglia, due aspetti di un’ identica visione. Il progetto dei nostri prodotti si lega a doppio filo al progetto distributivo dei monomarca e dei multimarca, con l’obiettivo fondamentale che devono fare utili in giro per il mondo. Inoltre, non è sufficiente la logica del prodotto durevole, industriale, flessibile, con varie funzioni; bisogna che sia anche trendy e susciti un acquisto d’impulso. Da questo punto di vista, il negozio Kartell è come un negozio di abbigliamento, dove si cambiano spesso prodotti e vetrine. È una formula che ho definito nell’88 ma che ho applicato solo 10 anni dopo, quando ho avuto il catalogo con i prodotti giusti per sostenere le vendite e quindi ho deciso di aprire i primi due negozi in Germania e a New York.<br />
<br />
<strong>Lorenza Luti</strong>, trentenne, direttore marketing e retail.<br />
Ho iniziato a lavorare in Kartell nel 2002. Dopo aver studiato economia sono andata a fare la prima esperienza lavorativa da Ermenegildo Zegna. Poi sono passata nel nostro negozio di Milano che è come una piccola azienda. Ho lavorato per un anno a Parigi e da quattro anni sono nell’ufficio marketing e retail di Kartell. C’è molto da fare in quest’area, visto che abbiamo 120 negozi monomarca nazionali di cui 11 diretti e 130 shop in shop. Bisogna mantenere e gestire i punti vendita, cambiando tema delle vetrine almeno cinque volte l’anno. Un’ operazione che mi sono divertita a portare avanti personalmente è stata quella dell’anno scorso, quando ho realizzato un paio di ballerine in plastica di cui si è molto parlato… Piero Lissoni]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:26:41</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>IPE</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,663,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Luigi e Eleonore Cavalli&nbsp;Luigi e Eleonore Cavalli&nbsp;<strong>NON PRODOTTI, MA STILI<br />
Luigi Cavalli</strong>, Presidente di Ipe Cavalli.<br />
Ci troviamo di fronte ad una crisi internazionale che non pone di fronte a tante alternative, ma a delle scelte quasi obbligate. Si tratta di una situazione che, dal mio punto di vista, spinge i progettisti ad andare in due direzioni principali: da una parte ci sono quelli che seguono la strada che li porta ad ideare e progettare arredi alla portata di tutti, oggetti più facili da realizzare e da capire, concettualmente più semplici e anche più economici, insomma, per intendersi, più nazional popolari; dall’altra parte ci sono quelli che seguono la strada opposta che porta ad una ricerca di maggior specificità e originalità, di contenuti più elaborati e lavorazioni più sofisticate. Comunque sia, se si vuole il bicchiere mezzo pieno c’è da dire che questo momento difficile, spinge aziende ed architetti ad un gran movimento. Si fa sicuramente più ricerca per stimolare l’acquisto. Da diversi anni noi siamo sul secondo fronte. Negli ultimi dieci anni della nostra storia aziendale che quest’anno è arrivata al suo cinquantesimo anno di vita, abbiamo superato il concetto di ‘design di prodotto’ e siamo passati a progettare stili abitativi, che interpretano la casa in termini di interi spazi e aree tecniche, come può essere la zona cucina o wellness. Tra i diversi stili abitativi, quello che abbiamo chiamato Visionnaire, che è spregiudicato nella ricchezza dei contenuti e nell’effetto glamour, ha rappresentato una svolta per l’azienda, aprendo le porte a numerosi punti vendita.<br />
<br />
<strong>Eleonore Cavalli</strong>, 38 anni, responsabile della comunicazione e del marketing. Laureata in architettura, con un post laurea alla Domus, ha trascorso diversi anni all'estero. Suo fratello Leopold, 35 anni, è Amministratore delegato di Ipe. <br />
Da dieci anni lavoro in azienda, ma spesso mi concedo delle pause in cui vado all’estero, guidata principalmente dalla mia passione per l’arte contemporanea. Credo che gli artisti siano oggi gli interpreti migliori della contemporaneità ed è una sensibilità che condivido con mio padre. La mia è una scelta lavorativa particolare: sono collaboratrice a progetto di Ipe. Ho preferito questa formula per avere del tempo per viaggiare che credo sia il modo migliore per evolvere il proprio punto di vista. Il mio ruolo in azienda è quello del ‘sismografo’, la distanza che prendo da lei mi permette di avere un occhio esterno e di esprimere un giudizio più critico nei suoi confronti. Riesco a guardarla con maggiore obiettività. Ho diversi ruoli: comunicazione strategica, curo l’immagine dei franchisee (ce ne sono già 13, mentre a breve apriremo a Il Cairo, a Nuova Delhi e in Australia) e faccio da filtro tra industria e creatività.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:24:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Paolo Moroni<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,662,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Fondatore, con William Sawaya, della Sawaya &amp; Moroni, un marchio che tiene alto il prestigio del made in Italy.&nbsp;Fondatore, con William Sawaya, della Sawaya &amp; Moroni, un marchio che tiene alto il prestigio del made in Italy.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse?<br />
R: Intendiamoci, il mondo non smetterà di girare... anche se alcuni modelli economici esaltati fino a ieri, vedi l’economia del debito, sono attualmente sotto accusa. Dovremo accontentarci tutti di “un po’ di meno” e lavorare “di più” per mantenere quello che abbiamo. In fin dei conti, forse, si tornerà ad appassionarsi e anche a divertirsi di più perché adesso le sfide partono da un contesto differente e quello che conta veramente è il valore di una idea e questo ci piace ! <br />
<br />
D: Il design deve essere ragionevole, sobrio, oppure fantasioso, magari bizzarro, per sollecitare il desiderio e offrire gratificazioni?<br />
R: Quando è possibile dovrebbe essere tutto questo, ma, innazitutto, deve assolvere alla sua funzione primaria: servire. L’arte si coniuga sempre di più con il design e questo è accettabile anche in forme spinte quando si parla di edizioni. La produzione industriale non dovrebbe dimenticare la funzione, altrimenti tradirebbe il vero significato del termine industrial design. <br />
<br />
D: Il prezzo è un fattore determinante, oppure una variabile in rapporto alla qualità, all’estetica, al servizio e alla firma del designer?<br />
R: Una vera produzione industriale è tale solo se tiene conto del giusto rapporto funzione-qualità-prezzo. L’edizione o il pezzo unico possono prescindere da questa equazione. In tal caso la firma del designer, l’estetica ricercata e l’altissima qualità dell’esecuzione, unite alla garanzia dell’editore, possono giustificare il prezzo d’eccezione. <br />
<br />
D: Chi fa un prodotto d’élite è al riparo?<br />
R: Nessuno è mai stato al riparo, anche prima di questa situazione. Un prodotto di nicchia o d’élite avrà qualche occasione in meno, ma è questione di sapersi gestire correttamente, di conoscere bene la propria clientela e di saperla conservare, quindi di evitare gli shock. Bisogna saper aspettare. <br />
<br />
D: La Sawaya&amp;Moroni è cresciuta e si è affermata a livello internazionale, avviando collaborazioni con i grandi architetti. È stata pioniera nel settore delle edizioni d’autore, un mercato che è molto cresciuto e che si è guadagnato l’attenzione di fasce sempre più larghe di pubblico. In termini d’azienda cosa significa collaborare con i grandi architetti per edizioni di piccola serie?<br />
R: Grandi architetti, grandi progetti, grandi avventure, grandi “primedonne” e grandi capricci, grandi difficoltà, ma anche grandissime soddisfazioni. <br />
<br />
D: Come bisogna attrezzarsi?<br />
R: Bisogna avere un linguaggio comune, saper riconoscere, saper interpretare, condividere una visione, sapere investire sulle idee, assumere impegni e rischi e non aver obiettivi solo economici. <br />
<br />
D: La firma di prestigio, non importa a quale prezzo, farà ancora vendere?<br />
R: Non più di tanto... Per il design il progetto resterà sempre il fattore più importante unitamente alla qualità dell’esecuzione, salvo qualche eccezione, quando la componente artistica è la dominante. <br />
<br />
D: Gli architetti sono stati un asso nella manica. Lo saranno ancora?<br />
R: Sono convinto di sì ma la loro influenza sarà probabilmente meno globale di quanto lo è stata fino ad ora, non fosse altro che per il numero sempre minore di grandi progetti che si costruiranno, ma, sopratutto, per un cambiamento del linguaggio formale che subirà radicali modifiche e sarà influenzato da un pensiero di origine più filosofica. Ci saranno forse meno “superstar” e molti dovranno decidersi a progettare per la collettività e non per se stessi. <br />
<br />
D: Vi siete inventati una specializzazione e un mercato. Cosa altro si può inventare?<br />
R: Non lo so. In sostanza si è trattato solo di un incontro. Se è vero che l’esistenza di un individuo si fonda sul linguaggio, ma questo accade autenticamente solo nel colloquio, allora abbiamo solamente esercitato la facoltà del linguaggio, instaurando un dialogo tra un progettista, noi, e chi ci ascolta. Parlare insieme di qualcosa rende possibile l’incontro. Se da questo incontro è nata una specializzazione e un mercato, si tratta solo di conseguenze. <br />
<br />
D: È individuabile un segno dominante, oppure viviamo un periodo eclettico contraddistinto dalle personalità dei creativi?<br />
R: Le due tendenze esistono in parallelo ed in proporzioni diverse. Se per segno dominante si intende quello “trendy borghese” che mira ad accontentare una larga fascia clientelare, gradevole, non impegnato in una ricerca formale troppo avanzata, allora certo lo si individua subito nella produzione corrente di moltissime aziende, la maggioranza. Come azienda noi abbiamo da sempre scelto il campo opposto, più difficile. <br />
<br />
D: Sorprendere o rassicurare?<br />
R: Dipende dal contesto, la sorpresa, per quanto elemento di novità o invenzione, è una componente importante per il successo di un progetto, ma non può essere una costante e, comunque, una cosa non esclude necessariamente l’altra. <br />
<br />
D: Progetti sostenibili, come la sedia Bella Rifatta, firmata da William Sawaya nel 2001, forse lontani dal vostro core business, rimarranno un episodio, oppure data l’acquisita sensibilità dei consumatori per la questione ambientale, avranno un seguito?<br />
R: Vorrei tantissimo che non restasse un episodio isolato e a questo proposito abbiamo realizzato recentemente un’altra sedia che ha la scocca in Pet riciclato. Devo ammettere che non siamo stati molto incoraggiati a procedere in questa direzione. A tutt’oggi le richieste di prodotti ecosostenibili sono ancora limitate.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 15:51:17</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>FONTANOT</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,661,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Enzo e Francesco Fontanot&nbsp;Enzo e Francesco Fontanot&nbsp;<strong>LA METAMORFOSI<br />
Enzo Fontanot</strong>, Presidente.<br />
Il mondo del progetto attraverserà una metamorfosi vera e propria in tutto il suo percorso, a cominciare dal brief, per passare all’ufficio marketing e arrivare alla direzione aziendale. Si tratta di accorciare i tempi di sviluppo e di realizzazione dei progetti, e di conseguenza ottimizzando i costi, riducendo al minimo gli sprechi, accorciando la filiera distributiva, ed aumentando la qualità reale e percepita del prodotto e dei servizi. È un cambiamento che stiamo praticando in azienda. Abbiamo razionalizzato molti reparti che stanno già danno i primi risultati concreti. D’altra parte, il cambiamento è sempre stato nel dna aziendale, ci ha guidato in tutto il percorso fatto fino ad ora, da quando eravamo una piccola azienda artigianale, fino ad oggi che siamo diventati una delle prime aziende nella produzione di scale nell’Unione Europea. Anzi, la pratica del cambiamento continuo per noi è una strategia permanente, anche se, in periodi come questo, subisce un’ulteriore accelerazione.<br />
<br />
<strong>GESTIRE IL CAMBIAMENTO<br />
Francesco Fontanot</strong>, Direttore generale.<br />
Mi ritengo fortunato ad aver trovato nella nostra azienda un’ottima impostazione che sicuramente mi consentirà di raggiungere gli obiettivi pianificati da tempo. Il mio compito è quello di consolidare il cambiamento organizzativo, di potenziare la ricerca e lo sviluppo e di estendere i mercati oltre i confini europei. Già anni fa avevo capito la necessità di diversificare la rete vendita, di puntare nell’innovazione sui prodotti e sulla comunicazione. I risultati sono arrivati e questo mi stimola a proseguire sulla stessa strada.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:22:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>FLOU</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,660,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Rosario, Manuela e Massimiliano Messina&nbsp;Rosario, Manuela e Massimiliano Messina&nbsp;<strong>CINQUE ANNI DI CAMBIAMENTI<br />
Rosario Messina</strong>, Presidente di Flou Italia, Stati Uniti e Giappone.<br />
Stiamo attraversando una fase di transizione che si presenta abbastanza complicata e non ci farà più tornare ai risultati di vendita di una volta. Per un riassetto definitivo ci vorranno almeno cinque anni, sperando, comunque, che il mercato riprenda nel primo periodo dell’anno prossimo. Chi rimarrà in piedi sono le aziende di prodotto e di marca, che hanno buone idee e che si adeguano ad un mercato che, più di ogni altra volta, tende a pagare il giusto prezzo per qualunque cosa si acquisti. Altro focus: oggi per avere successo, bisogna fare ricerca di nuovi materiali, nuove tecnologie e nuovi sistemi produttivi.<br />
<strong>Meno prodotti e prezzi perfezionati<br />
</strong>La crisi porterà ad un ridimensionamento nel numero ‘mostruoso’ di progetti che vengono presentati dalle aziende ogni anno. Si dimezzerà la quantità, ci sarà un’offerta più equilibrata e razionale. Flou presenterà meno prodotti, con un rapporto qualità-prezzo molto perfezionato. Ci sarà un ridimensionamento anche sul fronte produttivo e distributivo. Oggi abbiamo 20 mila aziende, 70 mila botteghe artigiane e 16 mila punti vendita. Non possiamo pensare che in prospettiva i numeri rimangano questi. <br />
<strong>Letti, camere, guardaroba<br />
</strong>Flou è specialista del letto da trent’anni, ora lo diventa della camera da letto. All’ultimo Salone del mobile abbiamo presentato per la prima volta il guardaroba tenendo fermo il prezzo di mercato, ma aggiungendo un 30 per cento in più di legno utilizzato.<br />
<br />
<strong>Manuela Messina</strong>, responsabile del Centro ricerche e sviluppo. È laureata in Università Cattolica come esperto linguistico d’impresa.<br />
Ho sempre avuto una sensibilità particolare verso la moda. Infatti ho disegnato dei prodotti che fanno capire subito questa mia inclinazione: una lampada con un tessuto intercambiabile e il letto ‘pochette’ con la possibilità di sostituire il pannello della testata. Mi piace fare ricerca di materiali e tecniche produttive pescate in altri settori. Per esempio in un guardaroba ho fatto mettere una rete metallica realizzata da un fornitore che lavora nel mondo delle motociclette.<br />
<br />
<strong>INTERNET RIORGANIZZA L’AZIENDA<br />
Massimiliano Messina</strong>, Direttore generale. Ha 35 anni e da 8 segue in Flou l’area commerciale, amministrativa e produttiva. È entrato in azienda dopo un’esperienza di marketing da Kraft, Shell e in una internet company, un portale di vendita al pubblico.<br />
Siamo tornati a dare importanza al rapporto stretto con i clienti, ma mediato in buona parte dalle nuove tecnologie. Negli anni Ottanta, Novanta si parlava di pubblicità, di marca e la comunicazione avveniva tra grandi media che avevano lo stesso linguaggio. Ora è tutto molto più personalizzato, si parla direttamente anche con il cliente finale. In azienda è stato determinante l’utilizzo di Internet. È uno dei media più interessanti. Parte come mezzo per comunicare al cliente finale ma può stravolgere l’organizzazione interna del lavoro. Sul nostro sito abbiamo un sistema che dà completa libertà al cliente finale di costruirsi degli articoli personalizzati e registra i suoi interessi, dandoci indicazioni interessanti sui prodotti futuri da sviluppare. Il cliente si progetta on line il prodotto che desidera, lo porta al rivenditore e noi glielo customizziamo. Lo stesso lavoro di Nike, che ha un prodotto standard ma altamente personalizzabile. Ci arrivano mediamente 30 mila richieste di preventivo l’anno.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:17:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Andrea Margaritelli<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,659,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Direttore marketing della Margaritelli, un’ azienda a conduzione familiare arrivata alla terza generazione. <br />&nbsp;Direttore marketing della Margaritelli, un’ azienda a conduzione familiare arrivata alla terza generazione. Il grande gruppo multibusiness opera in diversi settori industriali: dai pavimenti in legno all’arredamento di interni, dalle traverse ferroviarie alle barriere di sicurezza e antirumore per opere stradali, fino ai veicoli industriali a marchio Merker.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse?<br />
R: Apparentemente la crisi ci costringe ad un passo indietro. Ma la storia dimostra di non funzionare secondo le regole del gioco dell’oca. Raramente si ripassa esattamente per lo stesso punto. Più spesso si procede per deviazioni: quasi nulla sarà più come prima, ma nemmeno mi aspetto che tutto sia radicalmente diverso. Il patrimonio genetico dell’uomo resta lo stesso. Così come la sua innata capacità di adattamento. Charles Darwin affermava che “non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti” <br />
<br />
D: L’innovazione tipologica è un antidoto sufficiente? <br />
R: È piuttosto un vaccino. Deve precedere il momento in cui è necessaria, appartenere all’orientamento dell’azienda. O meglio essere una cura omeopatica da assumere costantemente. Ad utilizzare l’innovazione per far fronte a situazioni di emergenza, si rischia di intervenire quando è troppo tardi. <br />
<br />
D: Investire in design è stato, per aziende come la sua, strategico.  Lo sarà ancora?<br />
R: Elementi intangibili e immateriali rappresentano sempre più leve di competitività distintive per le economie occidentali. I Paesi delle economie emergenti, a basso costo, ma anche a basse tutele, appaiono tutti concentrati sugli aspetti esteriori della materialità. Su ciò che del prodotto appare subito alla vista ed è immediatamente tangibile. Prima di tutto il prezzo. A noi spetta intervenire più in profondità, agire sugli strati sottostanti. E qui gli spazi per conferire valore aggiunto ai prodotti sono ancora molto larghi (design, rispetto dell’ambiente, tutela della salute, rappresentazione di valori e capacità di emozionare). <br />
<br />
D: Utilizzare il prestigio delle firme o investire in nuovi talenti?<br />
R: L’uno e l’altro, ma con criterio. Il prestigio del nome, da solo non è più sufficiente. Così come non basta semplicemente il fatto di rappresentare una novità. L’attenzione va posta sulla sostanza e non sull’apparenza. Ci avviciniamo a personaggi con i quali, sottotraccia, c’è una condivisione di sensibilità e che dimostrano un’aderenza ai valori del marchio. <br />
<br />
D: Invenzione o tradizione?<br />
R: Per noi non sono mai stati termini in contraddizione. Abbiamo le radici piantate nella tradizione perché lavoriamo con il legno. L’innovazione è necessaria per interpretare in chiave attuale la tradizione. Nel 1980 abbiamo brevettato il Listone Giordano; poi sono arrivati i progetti di design di Massimo Iosa Ghini per le boiserie e di Michele De Lucchi per il pavimento Medoc, che richiama la tradizione con il segno distintivo della contemporaneità. <br />
<br />
D: Investire in sostenibilità, certificare la provenienza delle materie prime diventerà ancora più importante.<br />
R: La sostenibilità non deve essere solo una parola d’ordine, ma deve rappresentare autentici valori aziendali. Non è una bandiera che basta sventolare per avere garanzia di successo. Per Margaritelli significa fatti concreti: in Francia (Borgogna) da 50 anni gestiamo foreste di rovere ecocertificate; in Umbria su 160 ettari abbiamo piantato 25.000 querce, ottenendo la certificazione forestale. In Sudamerica (Bolivia e Argentina) abbiamo avviato un percorso di ecocertificazione su oltre 50.000 ettari di foreste. <br />
<br />
D: Investire in cultura per sé e per l’azienda, guardarsi attorno è ancora possibile, o bisogna concentrarsi sul prodotto e sulle strategie aziendali? <br />
R: Dipende da cosa si intende per investire in cultura. Le sponsorizzazioni come fenomeno di puro trasferimento economico a fronte dell’apposizione di un marchio sono tramontate da tempo. Cultura, invece, intesa come fertilizzante di idee resta di grande attualità ed è uno dei più efficaci investimenti. Da oltre 10 anni abbiamo un’ attività nell’arte con la Fondazione Giordano.<br />
<br />
 D: Il prezzo è un fattore determinante, oppure una variabile in rapporto alla qualità, all’estetica, al valore percepito del marchio? <br />
R: Prezzo/valore sono gli ingredienti da porre sui due piatti della bilancia quando si valuta qualsiasi acquisto. Nel nostro caso la piena corrispondenza tra i due termini è reale e documentabile. Basti pensare che il legno, prima ancora di essere sottoposto a lavorazioni, contiene il valore del tempo: servono 180 anni ad una pianta di rovere nelle foreste di Francia per completare il proprio ciclo di crescita. <br />
<br />
D: Flessibilità, o una maggior rigidità, come sostiene Paul De Grauwe, economista del Center for European Policy Studies?<br />
R: Rigidamente ancorati ai propri valori, ma anche alla convinzione che sia necessaria grande flessibilità per interpretare i cambiamenti. <br />
<br />
D: Emozionare o rassicurare? <br />
R: Emozionare. Il fatto che esista ancora spazio per le emozioni è in assoluto l’aspetto più rassicurante. <br />
<br />
D: Ampliare il catalogo, o concentrarsi sui best seller?<br />
R: Ampliare e diversificare, ma attorno alle proprie competenze, come dimostra l’esperienza della boiserie. Dal core business dei pavimenti Listone Giordano ha esteso la propria attenzione alle superfici verticali, mettendo a frutto le esperienze maturate e la propria predisposizione a dare contenuti innovativi anche a prodotti ancorati alla tradizione. Stiamo, ad esempio, lavorando con Massimo Iosa Ghini ad un nuovo progetto, molto scenografico: la retroilluminazione a led sulla pavimentazione in legno.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 15:32:57</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>FLEXFORM</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,658,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Matteo Galimberti&nbsp;Matteo Galimberti&nbsp;<strong>UNA SECONDA GENERAZIONE DA EXPORT<br />
Matteo Galimberti, 35 anni</strong>, responsabile marketing e comunicazione.<br />
L’azienda è stata creata negli anni ’70 da sette componenti della famiglia Galimberti, i nostri padri, ancora operativi in azienda. Cinque anni fa quattro giovani cugini della nuova generazione sono entrati in società con proprie quote: io, Matteo, il più giovane, Giuliano, export manager, Saul è architetto e responsabile dell’ufficio tecnico e Luca addetto alla produzione e alla logistica. Tutti quarantenni. Tutti Galimberti. Col nostro ingresso è stata accentuata e sviluppata l’impostazione internazionale dell’azienda, richiesta anche dal mercato stesso, spostando l’export al 70 per cento del fatturato, valore che prima era invece riferito al mercato italiano. Due anni fa abbiamo cominciato a esportare anche in Brasile, Argentina e nei Paesi arabi.<br />
<br />
<strong>Investire nel retail<br />
</strong>Una voce determinante nell’investimento è il retail e, in primo piano, il servizio al negoziante. Ai sette negozi monomarca che già abbiamo, quest’anno se ne aggiungono uno a Nuova Delhi con un partner locale e uno in partnership a Londra. Stiamo guardando all’America dove abbiamo aperto a Chicago, Miami, New York, e puntiamo anche verso aree tutte da costruire, come il Brasile. Matteo Galimberti]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:10:08</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ernesto Gismondi<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,657,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Fondatore e presidente del gruppo Artemide, una delle aziende leader mondiali nel settore dell’illuminazione residenziale e professionale d’alta gamma.&nbsp;Fondatore e presidente del gruppo Artemide, una delle aziende leader mondiali nel settore dell’illuminazione residenziale e professionale d’alta gamma.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse?<br />
R: Le aziende di illuminazione hanno due mercati: il retail e le forniture. Prima c’era una predominanza del retail. Oggi vincono le forniture, le opere pubbliche. Anche i retailer, se vogliono sopravvivere, si devono attrezzare. Questo è un cambiamento ed impone nuove strategie <br />
<br />
D: Investire in design, dando carta bianca ai designer, oppure promuovere strategie produttive più market oriented?<br />
R: Dipende da quali designer. Bisogna siano all’avanguardia. Se s’ispirano molto alla tradizione, allora conviene seguire il marketing <br />
<br />
D: Il design deve essere ragionevole, sobrio, oppure fantasioso, magari bizzarro, per sollecitare il desiderio e offrire gratificazioni? <br />
R: Dipende chi sei e cosa sai fare. Se sai intuire, fallo! <br />
<br />
D: In un mercato saturo e in una fase di scarsa propensione all’acquisto quali sono i valori che possono indurre al consumo? <br />
R: Il primo e più importante è il risparmio energetico a livello di prodotto. Bisogna impostare la strategia aziendale nella direzione della salvaguardia del pianeta. Non sei tu che lo imponi o lo scegli. Lo chiede il cliente, che, ad esempio, vuole i led perché durano di più e consumano meno e che ha accettato le limitazioni sulle sorgenti luminose senza protestare. La sostenibilità è una richiesta da cui non si può sfuggire. Noi ad esempio stiamo costruendo il tetto della fabbrica dotandolo di pannelli solari. <br />
<br />
D: Il prezzo è un fattore determinante, oppure una variabile in rapporto alla qualità, all’estetica, al servizio e alla firma del designer? <br />
R: Vince più che mai il rapporto qualità/prezzo. Di fessi non ce ne sono più! Tutti sono più attenti e sobri e vogliono prodotti efficienti e duraturi a costi accessibili. <br />
<br />
D: Conviene affidarsi a nomi sicuri, oppure a nuovi talenti?<br />
R: Per garantire la vita dell’azienda, sia gli uni che gli altri. Per progredire bisogna prendersi dei rischi. Ma poiché si ha la responsabilità dei bilanci, conviene scegliere anche nomi sicuri. <br />
<br />
D: Ampliare o ridurre la squadra dei designer, optando per i nomi che fanno fatturato? <br />
R: I designer schizzano e mandano. Ci penserà Gismondi a buttare l’eccesso. Bisogna instaurare un rapporto di confidenza. Quella con i designer è una relazione difficile. La cosa migliore è essere amici: andare assieme in barca e a sciare. Devi avere carisma per essere ascoltato. Non basta essere il padrone per dire quello che si vuole. <br />
<br />
D: Emozionare o rassicurare il consumatore?<br />
R: Emozionare. Però devi sapere molto bene a chi ti rivolgi. Non si può fare un prodotto d’uso comune senza decorazione, senza che sia attraente. Deve essere bello sia acceso che spento Nelle forniture, invece, si può essere più sobri e tecnici. <br />
<br />
D: Il marchio è ancora un valore di richiamo, va potenziato con investimenti in immagine e comunicazione, oppure bisogna badare di più alla sostanza del prodotto? <br />
R: La gente lo deve percepire. Non si può mai mollare. Bisogna farsi conoscere. Mettersi in prima fila. Frequentare le corti giuste. Il successo post mortem è inutile. Vince la marca perché è garanzia di qualità. Bisogna stabilire un rapporto stretto e diretto con il cliente, fidelizzarlo. Negli Stati Uniti, ad esempio, la gente acquista su Internet perché sa che interloquisce direttamente con la casa madre. <br />
<br />
D: A livello politico (ministero della cultura, assessori ecc) si può fare qualcosa di concreto per difendere il design made in Italy, per farlo conoscere a strati sempre più larghi di pubblico, rendendolo una sorta di garanzia d’acquisto? <br />
R: Si dovrebbe fare. Ad esempio, manca qualsiasi tutela sulle copie che vengono da fuori. E poi sarebbe necessario utilizzare nelle forniture pubbliche prodotti di qualità. <br />
<br />
D: È individuabile un segno dominante, oppure viviamo un periodo eclettico contraddistinto dalle personalità dei creativi?<br />
R: Viviamo un periodo eclettico. Stiamo cercando un nuovo orientamento. Verrà fuori. Tutti i movimenti ci hanno messo del tempo per emergere e diffondersi. <br />
<br />
D: Conviene essere futuribili, passatisti, oppure banalmente e furbamente di tendenza?<br />
R: Conviene essere di tendenza.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 15:16:53</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>DRIADE</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,656,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Elisa Astori&nbsp;Elisa Astori&nbsp;<strong>LA LEGGEREZZA DELLE IDEE<br />
Elisa Astori</strong>, Amministratore delegato di Driade dallo scorso dicembre. Laureata in architettura a Madrid, ha lavorato in Francia nella distribuzione e nei rapporti con i designer di riferimento dell’azienda. Ha lavorato da Mario Bellini e Citterio. In azienda si è concentrata per i primi tre anni nella ricerca e sviluppo, passando per gli acquisti e la logistica.<br />Mio padre (Enrico Astori ndr) è convinto che se non si
fa scouting di prodotti e materiali non c’è impresa.
Condivido il suo punto di vista e questa, anche per me, è
la parte più bella e affascinante del mio lavoro. Io e lui
siamo una coppia lavorativa ben affiatata e
complementare, ci completiamo a vicenda, lui fa la
strategia generale, ma tutte le deleghe sono mie.
L’impronta della prima generazione rimane
imprescindibile perché i pionieri, i visionari che hanno
costruito le aziende estetiche non sono replicabili, mentre
il mio apporto è più gestionale, io sono una manager.
Come risposta alla crisi fortissima in tutto il mondo, noi
di Driade, che siamo degli editori e non abbiamo la catena
produttiva, siamo più leggeri di altri e puntiamo ancora di
più sulla forza delle idee, che siano forti e in grado di
suscitare emozioni.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:08:19</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>BONALDO</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,654,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Sabrina e Alberto Bonaldo&nbsp;Sabrina e Alberto Bonaldo&nbsp;<strong>È IL MOMENTO DELLE BIOGRAFIE<br />
Sabrina Bonaldo.</strong> Responsabile comunicazione e marketing. È alla guida dell’azienda da 15 anni insieme a suo fratello e al padre, il quale ricopre la carica di Presidente.<br />
Siamo in una fase di transizione in cui si avverte il bisogno di avere punti di riferimento stabili. Proprio per questo, da qualche mese, abbiamo pubblicato una biografia Bonaldo. È uno strumento indispensabile per la comunicazione interna, con la rete retail e anche per farsi conoscere dai clienti dei nuovi mercati, specie quelli del Far East, dove per tradizione e cultura ci tengono a sapere tutto – dal prodotto alla storia – dei prodotti che stanno comprando. È anche utile per aiutarci a fare un’analisi profonda sulla nostra azienda, partendo dalla storia, ripercorrendo e confermando i valori tradizionali e tramutandoli in punti di forza. E da quelli partire per ulteriori sviluppi.<br />
<br />
<strong>UNA SQUADRA DI QUARANTENNI <br />
Alberto Bonaldo</strong>, 42 anni, Amministratore delegato dell’azienda.<br />
L’azienda ha appena concluso una fase di trasformazione. Lo scorso dicembre abbiamo terminato, dopo cinque anni, un processo di concentrazione di tutte le aziende del gruppo. 2009 Cart Luca Nichetto 2001 Ron-Aldodown Ron Arad Sabrina Bonaldo Alberto Bonaldo Abbiamo fuso tutte le società in un’unica realtà che fa capo alla Bonaldo spa. Un’operazione che ci serviva per rafforzare il marchio. Adesso abbiamo tre unità produttive e una squadra di persone che hanno un’età media di 40 anni. L’obiettivo è creare valore e margine all’interno di un unico soggetto economico e le opportunità per fare successive acquisizioni e investimenti.<br />
<br />
<strong>Attenzione verso l’impresa</strong> <br />
Se vogliamo cogliere un elemento positivo dal quadro macro economico che si presenta ai nostri occhi, la situazione è tale che nei prossimi anni porterà più attenzione all’impresa, unica realtà in grado di sostenere il nostro sistema Paese.<br />
<br />
<strong>Acquisire società per le economie di scala</strong><br />
La crisi può aiutare. Bisogna avere il coraggio di credere nella propria attività. Noi abbiamo sempre investito nelle nostre aziende, ricapitalizzandole per creare valore, e perciò ora hanno spalle forti. Siamo molto attenti a cogliere delle buone occasioni che si possono trovare in questo momento sul mercato: acquisizioni di altre società e fusioni per creare sinergie, economie di scala per completare la gamma di prodotto.<br />
<br />
<strong>Investimenti massicci</strong><br />
Tra l’altro nel 2008-2009 abbiamo pianificato una serie di investimenti sia nella comunicazione sia nei prodotti ampliando le collaborazioni con i migliori designer, nazionali e internazionali, affiancandoli anche a giovani emergenti come Ilaria Marelli, Alain Gilles e Luca Nichetto. Con Mauro Lipparini stiamo ultimando lo show room aziendale per seguire meglio il retail. L’edificio, tutto in vetro mattone sarà completo per la fine di quest’anno, con 2 aree principali: spazio espositivo e area marketing, intorno alle quali ci saranno il museo, l’area workshop e la sala conferenze.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:06:44</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Roberto Gavazzi<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,653,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Amministratore delegato e socio di Boffi.<br />&nbsp;Amministratore delegato e socio di Boffi.<br />&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse?<br />
R: Già prima della crisi il mondo era complicato. Interrogarsi e rimettere in causa il proprio modello di business è sempre necessario. Oggi bisogna avere antenne ancora più sviluppate. La nostra azienda adatterà il proprio modello di business alla contingenza, ma non lo modificherà sostanzialmente. Nella fase iniziale di una crisi si sviluppa un forte sentimento di controllo. Ma poi ritorna la fiducia. Ci sarà un naturale assestamento. Ma i suoi tempi non sono ancora chiari. <br />
<br />
D: Investire in design, in eleganza estetica, in innovazione nell’ambito dei materiali è una strategia vincente, oppure conviene puntare sulle prestazioni e sull’efficienza? <br />
R: Bisogna stare molto più attenti alla sostanza. Non si può solo stupire con effetti estetici. La gente pretende prestazioni. Scelgo il design, sarà sempre caratterizzante. <br />
<br />
D: Lusso o sobrietà? Cucine e bagni efficienti, ma più spartani?<br />
R: Si starà più in casa e la gente vuole avere cose belle. Non credo nello spartano. Credo che, più che alla sobrietà convenga convertirsi all’amichevole. Gli oggetti troppo forti, quasi ostili, non funzionano. <br />
<br />
D: Spendere in cataloghi, pubblicità, promozioni, allestimenti degli showroom? O concentrarsi sul prodotto e sul prezzo? <br />
R: Bisogna rivedere il mix di spesa. Lavorare di più sui mezzi che vanno direttamente al consumatore. Comunicare meglio e con strumenti nuovi i propri talenti. Conviene fare marketing diretto. Attirare i consumatori nei propri negozi. Il negozio racconta quello che sei e quello che fai. La gente è più attenta e vuole capire meglio. <br />
<br />
D: L’art director è ancora una figura importante, o solo un costo da tagliare?<br />
R: È una figura indispensabile. Non solo. L’imprenditore deve essere aperto a molte collaborazioni. Non può vivere chiuso nella propria fabbrichetta. È importante costruirsi una rete di collaboratori, utilizzando le proprie antenne e le relazioni internazionali. Se si vive troppo all’interno della propria azienda si può fare un buon prodotto, ma non si costruisce un modello d’impresa. Trent’anni fa si poteva pensare solo in termini di prodotto. Oggi non basta più. Bisogna pensare al consumatore e alle tendenze. <br />
<br />
D: Il settore cucina e quello bagno sono stati trainanti, in quanto corrispondenti ad attitudini, quali la cura del corpo e la gastronomia, alle quali la gente dedica tempo e risorse. Lo saranno ancora?<br />
R: Cucina e bagno riguardano la convivialità e la cura del sé, a mio avviso, destinate a svilupparsi ulteriormente. Certo ci sarà meno ostentazione, a favore di atmosfere più gradevoli e amichevoli, e molta praticità. In bagno si continuerà a cercare riservatezza, tranquillità e benessere, magari eliminando le esagerazioni. <br />
<br />
D: Si uscirà meno, il maggior tempo trascorso in casa, anche con gli amici, porterà ad investire in attrezzature per cucina sempre più sofisticate? <br />
R: I nostri clienti sono più severi ed esigenti. Sono diminuiti, forse, in numero, ma è cresciuto il budget di spesa. <br />
<br />
D: Conviene come marchio concentrarsi su una proposta stilistica omogenea, oppure essere più fantasiosi ed eclettici? <br />
R: Bisogna essere coerenti con quello che siamo e subito identificabili. Ma un guizzo qua e là non guasta. <br />
<br />
D: La storia, la tradizione dell’azienda, la garanzia offerta da una esperienza pluriennale servono a rassicurare e sollecitare il consumatore? Oppure conta innovare. <br />
R: Le persone sono più attente e le devi rassicurare. Se hai una bella storia la devi far valere. Il cliente di alto livello cerca l’unico. Quindi stiamo pensando di offrire prodotti quasi su misura. Dobbiamo dimostrare che un prodotto con una storia industriale alle spalle è molto superiore a quello artigianale. <br />
<br />
D: Diventerà importante il walfare aziendale? <br />
R: È importante. Lo si può praticare anche con investimenti non esorbitanti. Oggi non si può prescindere da una gestione illuminata che tiene alti i valori sociali del lavoro. Welfare significa anche una bella fabbrica, una buona mensa. Vuol dire trattare bene le persone e dare valore al loro lavoro.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 14:48:01</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>BAXTER</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,652,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Luigi e Paolo Bestetti&nbsp;Luigi e Paolo Bestetti&nbsp;<strong>AI GIOVANI, TUTTA LA LIBERTÀ</strong><br />
<strong>Luigi Bestetti</strong>, classe ’43, presidente.<br />
Questa azienda l’ho fatta nascere da una costola della Living nell’88, l’altra mia azienda, e dopo 5 anni ho lasciato la guida a mio nipote Paolo. Ho messo la persona giusta al posto giusto, mio nipote che l’ha valorizzata e fatta crescere. Io lascio sempre briglia sciolta ai giovani.<br />
<br />
<strong>ESPERIENZE TRASVERSALI</strong><br />
<strong>Paolo Bestetti</strong>, 46 anni, Amministratore delegato Baxter.<br />
Mio zio permette di sbagliare alle persone che lavorano con lui. È una persona di grande esperienza con cui mi confronto. Nel passaggio generazionale è importante che le persone lavorino fuori dall’azienda. <br />
<br />
<strong>Costo/prodotto, primo parametro del consumatore</strong> <br />
Questa è solo la prima fase della crisi. C’è solo una flessione nei consumi ma non un cambiamento radicale. Noi stiamo facendo una ricerca senza stravolgere l’azienda, ma per capire cosa si aspetta il nostro cliente. Abbiamo visto che oggi il consumatore quando acquista bada sostanzialmente al rapporto costo/prodotto, indipendentemente se questo appartenga alla categoria del lusso o no. Da parte nostra per tenere a bada questo rapporto verifichiamo i costi industriali e investiamo in azioni promozionali nel mercato.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:02:38</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Piero Gandini<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,651,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Dal 1999 presidente di Flos e, dal 2008, presidente di Assoluce, Associazione delle imprese degli apparecchi di illuminazione.&nbsp;Dal 1999 presidente di Flos e, dal 2008, presidente di Assoluce, Associazione delle imprese degli apparecchi di illuminazione.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse?<br />
R: Ci sono state altre crisi. Ma mai così improvvise e rapide. La storia è un’altalena di euforie e di purghe. Quella attuale è diversa, perché il mondo è globalizzato: è stata come un soffio su un castello di carte. Sono venute giù tutte, una dietro l’altra. Non credo che nelle aziende di design d’avanguardia le cose saranno molto diverse. <br />
<br />
D: Espansione o concentrazione nel core business? <br />
R: Siamo iper concentrati. Le tentazioni ci sono. Ma il lighting è sempre più specifico e sempre più legato all’architettura, quindi è in quella direzione che ci dobbiamo muovere. La diversificazione è necessaria per poter continuare ad offrire eccellenza e novità. <br />
<br />
D: Utilizzare il prestigio delle firme, o investire in nuovi talenti? <br />
R: Bisogna investire sulle energie nuove, altrimenti si diventa un’azienda di conservazione. Una politica basata solo sul prestigio acquisito ha breve respiro. In un certo senso, siamo costretti a rinnovare continuamente i linguaggi, a produrre sempre nuove forme espressive. L’innovazione non deve, però, essere un mito. L’avanguardia per forza, senza solidità e organizzazione, fa ‘azienda atelier’. <br />
<br />
D: Il prezzo è un fattore determinante, oppure una variabile in rapporto alla qualità, all’estetica, al valore percepito del marchio?  <br />
R: Noi abbiamo uno spettro molto ampio di prezzi, dai 100 agli 8000 euro. Bisogna stare un po’ più attenti, ma questo non significa eliminare la varietà. Bisogna imparare a non superare la soglia psicologica. <br />
<br />
D: Flessibilità, o una maggior rigidità, come sostiene Paul De Grauwe, economista del Center for European Policy Studies?<br />
R: Chi fa del rischio la sua ragion d’essere deve essere flessibile, altrimenti è destinato a sparire. Il debito è fisiologico. La sproporzione del debito non dà flessibilità. È dunque la sproporzione che va evitata. In questo senso va intesa la rigidità. Talvolta sono stato deriso perché la mia azienda è troppo capitalizzata. Per innovare bisogna avere strumenti e strategie per muoversi con rapidità. Talvolta è necessario “pagare sull’unghia”. Bisogna potersi muovere senza dipendere totalmente dalle banche. <br />
<br />
D: Emozionare o rassicurare? <br />
R: Sicuramente emozionare. Noi lo facciamo da quaranta anni e non per fare scena. Alla rassicurazione provvede il marchio. Il marchio è la reputazione e va confermata, assumendosi rischi sempre nuovi, rimettendosi sempre in gioco. Non è un titolo nobiliare che si eredita. Bisogna guadagnarsela giorno per giorno. Noi abbiamo una nicchia di consumatori legati all’azienda da una complicità intellettuale <br />
<br />
D: Il marchio è ancora un richiamo forte per i consumatori? <br />
R: Se si intende il marchio come leva di un valore aggiunto riconoscibile da un consumatore vittima, allora, spero che non lo sia più. Se, invece, s’ intende in senso buono, come reputazione conquistata dall’azienda, innovando, puntando sul suo senso di responsabilità, allora credo che possa rappresentare una sorta di garanzia per il consumatore. <br />
<br />
D: Conviene potenziarne l’aura con operazioni collaterali nei terreni dell’arte, dell’architettura, con la pubblicità, oppure è bene concentrarsi sul prodotto? <br />
R: Quando si hanno risorse, perché non spenderle per l’immaginario? È necessaria anche un po’ di generosità. La questione sono i contenuti. Il design non ha la capacità di gestire la decadenza, perché è pensato per durare. La moda, invece, è fisiologicamente decadente. L’immaginario della decadenza non serve al design. Bisogna non farsi incantare dalle spese inutili, anche se qualche ammiccamento è lecito. I boom tendono ad essere decadenti. La crisi ci può aiutare ad evitare la tentazione della decadenza. <br />
<br />
D: La starizzazione dei designer serve ad aumentare le vendite e a consolidare il marchio?<br />
R: Se il progetto è forte, la starizzazione serve. Non si può sostituire il progetto con la starizzazione. Michael Jordan, che ha reso la pallacanestro un fenomeno di masssa, soleva dire, quando la sua squadra, grazie alla sua notorietà, aveva introiti straordinari “ricordatevi che tutto parte dal campo”. Il giovane che fa prototipi impossibili per guadagnare pagine sui giornali sostituisce il progetto con la comunicazione. Starck, invece, sa fare progetto, quindi, ben venga se è capace di essere star. <br />
<br />
D: Quanto l’energia, la passione e la personalità dell’imprenditore influenzano la salute e l’umore dell’azienda?<br />
R: La catena decisionale deve essere corta. Ci vuole quindi una persona che si assuma tutti i rischi, sia sulla strategia di prodotto, che su quella degli investimenti. Per questa persona, che in genere coincide con il titolare dell’azienda, energia e entusiasmo sono fondamentali.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 14:33:05</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Gabriele Centazzo<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,650,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Amministratore delegato di Valcucine e presidente di Bioforest, associazione che promuove la cultura della tutela ambientale.&nbsp;Amministratore delegato di Valcucine e presidente di Bioforest, associazione che promuove la cultura della tutela ambientale.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse? <br />
R: In questi ultimi tempi spesso mi sono state poste domande relative alla crisi, quanto questa avrebbe cambiato il nostro modo di vivere e quanto, una maggiore attenzione ambientale, avrebbe risolto questo problema. Penso che per avere dei cambiamenti reali nella nostra società serva una rivoluzione filosofica che riesca a spostare l’attuale linea guida dettata dall’economia, così sintetizzata: “aumento continuo dei consumi sostenuti dalla felicità del possesso, con una linea guida dettata dall’etica che porti ad altre forme di felicità; felicità dell’amore, felicità della bellezza”. Non vedo sia in atto questa rivoluzione, l’unico sforzo che facciamo è quello di capire come uscire dalla crisi facendo ripartire i consumi e far ritornare tutto come prima. <br />
<br />
D: Nei vostri comunicati dichiarate:“l’uso consapevole della materia, nell’ottica di una sostenibilità non solo del processo produttivo ma anche del prodotto stesso, è fondamentale. Il rispetto per l’ambiente è l’imperativo etico, che sottende a tutti i progetti Valcucine”. Il vostro imperativo etico in un periodo di crescita della sensibilità per le questione ambientali vi mette al riparo? <br />
R: Anche la nuova improvvisata sensibilità ambientale viene vissuta come pura opportunità economica di riavviamento dei consumi, più che un cambio di coscienza e responsabilità verso la madre terra e le generazioni future. La responsabilità è figlia della coscienza e la coscienza è figlia della conoscenza. La conoscenza ambientale è un processo culturale che richiede tempo e che non si può improvvisare all’interno delle aziende, ma deve, nel tempo, impregnare ogni settore facendo nascere un nuovo modo di pensare. Oggi tutte le imprese ed i relativi prodotti sembrano di colpo diventati ecosostenibili, in realtà è solo un’operazione di “pennellatura di verde”. Per i prodotti già presenti sul mercato è un’operazione di puro marketing che purtroppo creerà una grande confusione; non sono d’aiuto per il consumatore neppure i marchi di certificazione ambientale, perché in continua proliferazione e sarà sempre più difficile distinguere in questa moltitudine, quali siano quelli seri. In questa situazione prevarrà chi urla più forte. Cerco di spiegarmi con una metafora: “ci sono due alberi, uno con le foglie tutte rosse ed una sola verde ed un altro albero con le foglie tutte verdi e una sola rossa e intraprendo un’azione di comunicazione per affermare che gli alberi sono verdi”. Per il primo spendo qualche milione di euro in pubblicità, focalizzando con un teleobiettivo la mia attenzione sull’unica foglia verde, per il secondo non ho budget pubblicitario e dico solo a chi mi si avvicina che il mio albero ha una sola foglia rossa. Quale dei due alberi sarà più verde per il consumatore? L’unico modo per poter scoprire l’imbroglio è quello di far nascere nel consumatore una vera coscienza ambientale in grado di smascherare i falsi messaggi. È un processo lungo che richiederà come minimo un cambio generazionale, nel frattempo c’è spazio per chi usa il marketing per depistare la verità. Con il mio modo di pensare sembra che lo sforzo vero delle aziende per un minor impatto ambientale sia inutile; non è così perché un vero processo di sostenibilità implica innovazione e l’innovazione viene percepita dal consumatore positivamente, indipendentemente dalla sua valenza ambientale.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 13:02:38</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Francesco Casoli<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,649,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Presidente di Elica, prima azienda al mondo nella produzione di cappe aspiranti, e dell’omonimo Gruppo industriale.&nbsp;Presidente di Elica, prima azienda al mondo nella produzione di cappe aspiranti, e dell’omonimo Gruppo industriale.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse? <br />
R: Molte, perché questa crisi ci riporta con i piedi per terra, ci impone dei cambiamenti, ma è anche il momento in cui possiamo recuperare il vero valore delle cose. Negli ultimi tempi il virtuale ha preso il sopravvento sul reale, e questo non si concilia con la vita di tutti i giorni. <br />
<br />
D: L’innovazione tipologica è un buon antidoto, oppure conviene andare sul sicuro, migliorando le prestazioni? In pratica, cappe d’arredo, preziose, oppure sobrie, ma sempre più efficienti?<br />
R: L’equilibrio è la formula vincente anche quando si parla di produzione: tipologia e prestazioni devono entrambi seguire processi di crescita, il ridimensionamento degli stili di vita non deve penalizzare il piacere di circondarsi di cose belle, ma impone che siano di alta qualità. <br />
<br />
D: Utilizzare il prestigio delle firme, o investire in nuovi talenti? <br />
R: Credo che l’investimento sul nuovo paghi. D: Il prezzo è un fattore determinante, oppure una variabile in rapporto alla qualità, all’estetica, al valore percepito del marchio? R: Il value for money è un parametro di cui si terrà sempre più conto: per la qualità si può essere disposti a pagare, ma solo perché sarà proprio questa che garantirà risparmi futuri. <br />
<br />
D: Flessibilità, o una maggior rigidità, come sostiene Paul De Grauwe, economista del Center for European Policy Studies? <br />
R: Non sono d’accordo sulla rigidità, che nel caso di Paul De Grauwe ha il sapore del protezionismo anche se rivolto al capitale umano: credo che l’orientamento giusto sia verso la flessibilità che non deve tradursi nel trasferimento dei costi della crisi sul lavoro. È fin troppo chiaro a tutti che le conseguenze di un liberismo sfrenato andrebbero a gravare sull’intero sistema economico. Penso invece ai vantaggi di una contrattazione di secondo livello, tagliata su misura per le esigenze dei lavoratori di una certa azienda e di un certo territorio, o a quelli che hanno introdotto la cassa integrazione flessibile: così si salvaguarda la produzione e la tenuta sociale. <br />
<br />
D: Emozionare o rassicurare? <br />
R: Rassicurare emozionando. <br />
<br />
D: Ampliare il catalogo, diversificare l’offerta, o concentrarsi sui best seller e sul core business?<br />
R: Ogni anno facciamo in azienda un incontro di due giorni per analizzare le strategie e le prossime mosse. Esco dall’ultimo: se si innova e si diversifica, il mercato continua a essere in crescita. Bisogna, però, essere innovativi anche nelle funzioni, andare oltre l’estetica. E la funzionalità riguarda tutto il processo del prodotto, dalla progettazione al riutilizzo. <br />
<br />
D: È importante il walfare aziendale: dare ai lavoratori servizi sanitari, contributi alle spese di trasporto, borse di studio per i figli.<br />
R: L’aspetto del welfare è fondamentale. Coinvolgere le persone significa responsabilizzarle, farle lavorare in un ambiente piacevole va a vantaggio anche dell’azienda e dei prodotti, perché si attraggono e si fidelizzano anche le risorse migliori: non significa che tutto vada bene, la crisi ci colpisce ugualmente costringendoci a operazioni dolorose, ma non viene meno il nostro impegno a favore dei dipendenti. Io lo chiamo egoismo: si sta sicuramente meglio quando a star bene sono in tanti.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 12:51:23</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>B&amp;B ITALIA</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,648,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Giorgio e Massimiliano Busnelli.&nbsp;Giorgio e Massimiliano Busnelli.&nbsp;<strong>ASSOLUTAMENTE ATTENTI ALLA QUALITÀ<br />
Giorgio Busnelli</strong>, Presidente e Ceo di B&amp;B Italia.<br />
Il cambiamento da noi è già cominciato da un bel pezzo. Stiamo facendo un’analisi molto approfondita, insieme a una primaria università italiana, di tutti i processi aziendali, dalla creazione del prodotto, alla sua fabbricazione fino alla consegna con piena soddisfazione al cliente finale. I prodotti presentati allo scorso Salone del Mobile di Milano erano già influenzati da questo nuovo corso della nostra azienda. Quello che facciamo è essere più attenti, puntando sempre sulla qualità. Le risorse non vengono ridotte nella ricerca, ma indirizzate meglio, con una maggiore attenzione al valore del progetto.<br />
<br />
<strong>ESSERE VELOCEMENTE SUL MERCATO</strong><br />
<strong>Massimiliano Busnelli</strong>, Terza generazione. Ha 31 anni e da cinque anni è in azienda. Dopo la laurea in architettura e un successivo corso di management in Bocconi, si occupa di prodotto presso il Centro Ricerche e Sviluppo.<br />
In questo momento è strategico essere sul mercato con i nuovi prodotti il più velocemente possibile. Se si vuole essere competitivi bisogna accorciare i tempi tra l’ideazione di un oggetto e la sua produzione. Da quando il cliente vede in fiera una novità a quando gli viene consegnata, normalmente passano, almeno, un paio di mesi, troppo tempo perché venga tenuto vivo l’entusiasmo. È da qualche mese che ho cominciato a portare avanti questo processo di accelerazione e B&amp;B Italia ci sta investendo in diversi modi: facendo dialogare meglio le varie divisioni aziendali, pianificando in un modo diverso il lavoro con i designer esterni, implementando nuove tecnologie per la una prototipazione più rapida. Questo processo rappresenta per noi una sfida importante e io ne sono molto coinvolto.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:00:12</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Giulio Cappellini<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,647,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Il suo marchio è una pietra miliare nel campo del disegno industriale e contenitore di un valore imprenditoriale che è la sintesi di diversi linguaggi e culture all’insegna dell’avanguardia.&nbsp;Il suo marchio è una pietra miliare nel campo del disegno industriale e contenitore di un valore imprenditoriale che è la sintesi di diversi linguaggi e culture all’insegna dell’avanguardia.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse? <br />
R: La crisi è sicuramente un momento di grande verifica. Bisogna valutare errori ed elementi positivi ed imboccare la strada “contemporanea” in linea con le esigenze del mercato. Sicuramente non ha più senso fare progetti fine a se stessi, magari belli ma inutilizzabili. Bisogna tentare di produrre oggetti eccellenti, utili, funzionali, soprattutto belli. <br />
<br />
D: Utilizzare il prestigio delle firme, o investire in nuovi talenti? <br />
R: Investire in nuovi talenti come parte fondamentale del progetto d’azienda. A fronte di buoni progetti, lavorare anche con firme prestigiose. Il consumatore giudica il prodotto al di là di chi l’ha disegnato. <br />
<br />
D: Rieditare, o produrre sempre dell’inedito? <br />
R: Tendenzialmente produrre dell’inedito, se rappresenta contemporaneità ed innovazione. Rieditare pochi progetti eccezionali, inarrivabili, magari, modernizzandoli per renderli accessibili con nuove tecniche produttive. <br />
<br />
D: Il prezzo diventerà un fattore determinante, oppure sarà ancora una variabile in rapporto alla qualità, all’estetica, al valore percepito del marchio? <br />
R: Il prezzo è già un fattore determinante, ma non assoluto. Il rapporto con la qualità e con il valore percepito resta importante. Il nuovo consumatore finale, più libero ed eclettico, è pronto a mixare nella propria casa prodotti di prezzo differente, purché abbiano il giusto valore. Il paradigma alto design uguale alto prezzo non vale più: l’azienda deve però concentrarsi su ciò che il mercato si aspetta dalla sua realtà produttiva, restando nella propria nicchia e non pensando di poter fare tutto per tutti. <br />
<br />
D: Flessibilità, o ritorno ad una maggior rigidità, come sostiene Paul De Grauwe, economista del Center for European Policy Studies? <br />
R: Rigidità nel senso di una maggior cautela nell’esposizione bancaria, grande attenzione agli investimenti, senza però bloccare la ricerca e l’innovazione formale e tecnologica. <br />
<br />
D: Emozionare o rassicurare? <br />
R: Emozionare. Solo così si può indurre il consumatore all’acquisto. Probabilmente, ben poche persone, seguendo una linea puramente razionale, hanno bisogno realmente di un nuovo tavolo o di un nuovo divano. Rassicurare troppo il consumatore rischia di far rimandare sempre più l’acquisto. <br />
<br />
D: Il marchio è ancora un richiamo forte per i consumatori? <br />
R: Il consumatore è intelligente, informato, attento e pronto a confrontare. Il marchio ha senso solo quando è sinonimo di ricerca, garanzia, serietà, durata nel tempo. Del resto il marchio non necessariamente corrisponde a prodotti di alto prezzo. Il marchio, quando coerente e poco confrontabile, può ancora essere un plusvalore. <br />
<br />
D: Appartenere ad un gruppo: quali i vantaggi e quali gli eventuali limiti? <br />
R: Appartenere ad un gruppo significa creare sinergie di carattere finanziario, produttivo, distributivo. L’importante è mantenere chiara l’immagine di ogni singolo marchio, evitando di creare pericolose sovrapposizioni di stile e di prodotti. Non vi sono limiti, se una azienda vive appieno la propria autonomia secondo un piano strategico di gruppo. <br />
<br />
D: Seguire le tendenze, oppure anticipare? <br />
R: Anticipare le tendenze è sinonimo di contemporaneità. Un’azienda può essere considerata oggi “di design” solo se anticipa, innova e, perché no, sorprende, senza shockare il proprio pubblico. <br />
<br />
D: È individuabile un segno dominante, oppure viviamo un periodo eclettico contraddistinto dalle personalità dei creativi? <br />
R: Oggi spesso funziona tutto ed il contrario di tutto. Il segno dominante è la serietà e la concretezza del progetto, declinabile in molteplici modi. La personalità dei singoli creativi deve entrare in perfetta armonia con il progetto globale dell’azienda ed esserne testimone ed ambasciatrice. <br />
<br />
D: Lavorare come art director per altre aziende è una “distrazione”, o un’ apertura intellettuale e una sorta di allenamento propedeutico? <br />
R: Sicuramente confrontarsi con realtà produttive differenti è un grande esercizio. L’importante, pur nella coerenza del proprio modo di lavorare, è saper interpretare la reale storia produttiva e culturale di ogni singola azienda. Lavorare per marchi differenti e mai in sovrapposizione porta, a parer mio, ad una grande apertura mentale.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 12:42:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Alberto Alessi<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,646,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Dal 1970 nell’azienda di famiglia ha inaugurato una nuova era produttiva: il fun design di Alessi creato da giovani progettisti.&nbsp;Dal 1970 nell’azienda di famiglia ha inaugurato una nuova era produttiva: il fun design di Alessi creato da giovani progettisti.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. In un’azienda design oriented il design avrà ancora un ruolo centrale? <br />
R: Io non so fare altro — dico fare bene — perciò non ho scelta! <br />
<br />
D: Va potenziato, oppure ridimensionato a favore di politiche più market oriented ? <br />
R: Nel momento in cui facessimo quella cosa lì finiremmo per definizione di essere design oriented, quindi abbandoneremmo la nostra natura di “fabbriche del design italiano” (cioè di laboratorio industriale di ricerca nel campo del design il cui ruolo è la mediazione di tipo artistico tra le espressioni più interessanti della creatività internazionale nel campo del disegno industriale da un lato e il cosiddetto “mercato” dall’altro): vedi un po’ tu... <br />
<br />
D: Deve essere ragionevole, sobrio, oppure fantasioso, magari bizzarro per sollecitare il desiderio e offrire gratificazioni? <br />
R: Senza dubbio ambedue, come è sempre stato da che io mi ricordi, naturalmente a seconda degli autori... <br />
<br />
D: In un mercato saturo e in una fase di scarsa propensione all’acquisto quali sono i valori che possono indurre al consumo? <br />
R: Personalmente mi propongo di essere ancora più incisivo in un ulteriore miglioramento dei quattro parametri della mia “formula del successo”: F (=funzione, praticità) + SMI (= sensorialità, memoria, immaginario) + C (=comunicazione) + P (=prezzo)... <br />
<br />
D: Il prezzo è un fattore determinante, oppure una variabile in rapporto alla qualità, all’estetica, al servizio e alla firma del designer? <br />
R: ... il parametro P giocherà un ruolo sempre più rilevante (ma senza togliere molto agli altri tre). <br />
<br />
D: Conviene affidarsi a nomi noti, sicuri, oppure è meglio stupire, investendo in nuovi talenti? <br />
R: Noi cerchiamo di fare le due cose: non c’è più Aldo né Achille né Vico né Ettore, ma Sandro, Enzo, Richard e Philippe e Stefano e Jasper e Piero sono sempre arzilli e stimolanti... poi ci sono i giovani, una miniera che continuiamo a esplorare con tanto impegno, anche se faticosamente. <br />
<br />
D: Emozionare o rassicurare il consumatore? <br />
R: Ricercare una rassicurazione emozionante! (ma sempre borderline: mai troppa tranquillità, quella è da lasciare all’industria di grande serie). <br />
<br />
D: C’è ancora spazio per la cosiddetta “gadgettizzazione”, oppure conviene imboccare la strade del buon senso e della normalità, o addirittura, come teorizzano Jasper Morrison e Naoto Fukasawa, della Supernormalità? <br />
R: Che dire? Se guardo a me i due poli rappresentati dai due su un polo e da Stefano Giovannoni sull’altro funzionano entrambi... <br />
<br />
D: Conviene essere futuribili, passatisti, oppure banalmente e furbamente di tendenza? <br />
R: Di tendenza in senso convenzionale mai: anche questo lo lascio volentieri all’industria classica e bocconiana. Caso mai noi le tendenze le scopriamo (o a volte le fondiamo), non le seguiamo perché in quel momento sono troppo evidenti per tutti i follower (termine scolastico per definire i concorrenti). <br />
<br />
D: È individuabile un segno dominante, oppure viviamo un periodo eclettico contraddistinto dalle personalità dei creativi? <br />
R: Io ho vissuto e interpretato la parabola discendente del “Bel design italiano” negli anni ’70, poi il postmodern negli anni ’80, poi il design ludico negli anni ’90. Per quanto riguarda questo decennio ho aspettato finora per dargli un titolo ma invano: caso mai, sì, eclettico e forse manierista. Mi riprometto invece di riuscire a dare un titolo anticipato agli anni ’10 in occasione della mostra/nuovo metaprogetto che apriremo alla Die Neue Pinakothek a Monaco nel maggio 2010.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 12:28:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>ARCLINEA ARREDAMENTI</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,645,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Silvio e Federico Fortuna&nbsp;Silvio e Federico Fortuna&nbsp;<strong>PERSONALIZZARE, IL VERBO PREFERITO DAL NUOVO UMANESIMO</strong><br />
<strong>Silvio Fortuna</strong>, Amministratore delegato. Il ‘progetto’ deve avere al centro l'uomo, il suo benessere e quindi una filosofia di prodotto più congeniale al mondo di oggi. Una nuova idea di lusso sta prendendo piede: la funzionalità ha preso il posto della pura ostentazione. C’è una ricerca di benessere e piacevolezza d’uso che l’utilizzo delle più avanzate tecnologie possono favorire. Le aziende di prodotti su misura non stanno subendo la crisi. Il pezzo unico piace e il mercato delle edizioni limitate è in crescita. La personalizzazione, con versioni particolarissime dei propri prodotti, è la strada seguita da molte aziende. La nuova frontiera sono le aziende dell’arredamento-design, soprattutto italiane, che hanno nel loro dna queste capacità. <br />
<strong><br />
Organizzarsi per il mondo </strong><br />
Il Pil del mondo fra pochi anni sarà al 50 per cento tra Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. Abbiamo di fronte un nuovo riequilibrio planetario, un nuovo modo di pesare i mercati e i consumatori. Si apriranno nuove frontiere e bisogna strutturarsi per questi scenari. La nostra linea guida sarà cogliere queste opportunità in termini di impresa nella sua totalità.<br />
<br />
<strong>LA MIA ASIA<br />
Federico Fortuna</strong>, Manager Area Export.<br />
Sono entrato in azienda da poco, dopo alcune esperienze all'estero, principalmente in area asiatica. Ho lavorato a Hong Kong alla Rothschild Bank e a Tokio da Max Mara; è per questo motivo che ho assunto il ruolo di export area manager Asia e middle East. Il mio compito è quello di assistere i nostri partner per lo sviluppo del business controllando e suggerendo loro azioni di strategia di prodotto e marketing. Cerco anche potenziali partner in aree commercialmente ancora inesplorate.<br />
<strong><br />
Io e Arclinea</strong><br />
La mia formazione universitaria nel campo economico e del marketing e le esperienze lavorative nell’area finanziaria e commerciale hanno sviluppato in me una visione di mercato e di business globale. Il mio obiettivo è quello di portare idee fresche e innovative, assorbendo dall’esterno e importando in azienda una nuova mentalità. Nonostante la mia proiezione internazionale, mi sento comunque caratterizzato da un forte radicamento alla mia terra: l’amore per il territorio e per le sue tradizioni hanno fatto nascere in me la consapevolezza di essere parte di un progetto nato tanti anni fa e che, anche nel cambiamento ha mantenuto gli stessi valori.]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 16:56:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Nerio Alessandri</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,643,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Fondatore e attuale presidente dell’azienda Technogym.&nbsp;Fondatore e attuale presidente dell’azienda Technogym.&nbsp;D: La crisi pone interrogativi, domanda cambiamenti, ripensamenti, nuove strategie. Quali cose non saranno più le stesse? <br />
R: Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una distorsione del concetto di valore; la finanza ha sedotto gli investitori in un’ottica di breve termine e tutti ci sono cascati, complici la condotta spregiudicata di alcuni e l’assenza di regole. Molte cose non saranno più le stesse: si tornerà alla cultura del fare, alla cultura del valore fatto di progetti e investimenti tangibili. <br />
<br />
D: La nuova propensione alla sobrietà ridimensionerà l’ossessione per la cura del corpo, per l’aspetto fisico, per il wellness? <br />
R: Al contrario, nei momenti di crisi i consumatori tornano ai bisogni fondamentali: risparmiano sulle cose non essenziali e investono su quanto ritengono realmente importante. E cosa c’è di più importante che prendersi cura della propria salute? Technogym ha inventato nei primi anni ’90 il concetto di wellness, lo stile di vita basato sull’equilibrio fra una regolare attività fisica, una sana alimentazione ed un approccio mentale positivo. Il wellness per noi rappresenta, non solo una opportunità di business, ma una scelta di campo, che non ha nulla a che vedere con l’ossessione per la cura del corpo. <br />
<br />
D: Giocare d’anticipo, oppure tornare alle origini? <br />
R: Penso che giocare d’anticipo e tornare alle origini non siano due concetti in contrapposizione, anzi devono coesistere nelle nostre strategie per il futuro. Dopo un periodo di “vacche grasse” in cui si è prodotto tutto e si è venduto tutto, penso che la vera innovazione sia tornare ai fondamentali e capire come sviluppare prodotti e servizi di cui i clienti hanno veramente bisogno. Il benessere, la salute, assieme all’ecologia, saranno i grandi trend di sviluppo. <br />
<br />
D: L’innovazione tipologica è un antidoto efficace alla crisi? <br />
R: L’innovazione in generale è il più forte antidoto per superare la crisi. È necessario continuare a credere e ad investire in innovazione per essere pronti ed attrezzati ad affrontare il dopo crisi senza perdere competitività. <br />
<br />
D: Il design continuerà ad essere determinante? <br />
R: Certamente. In Technogym abbiamo fatto una scelta strategica ben precisa: il wellness. Wellness significa offrire un’esperienza e non solo un attrezzo. In questo scenario il design dell’attrezzo e dell’ambiente diventano fondamentali per creare un’esperienza piacevole e positiva, in grado di attrarre sempre più persone verso la regolare attività fisica. <br />
<br />
D: Ha inventato le macchine, il nome di una pratica, facendola diventare un costume diffuso, ha trasformato le macchine in arredi di buon design… Quali altri conigli ha nel cappello? <br />
R: L’innovazione ha sempre rappresentato il motore della crescita di Technogym; in questi mesi stiamo lanciando prodotti innovativi come Run Personal, il nostro nuovo tapis roulant disegnato da Antonio Citterio e Vario, la novità per le palestre, un attrezzo cardio in grado di seguire il passo. Un’altra area di grande sviluppo è rappresentata dalla personalizzazione dei servizi: offrire a ciascun utente un’esperienza di allenamento che non coinvolga solo gli attrezzi, ma il design dell’ambiente, la formazione, i programmi di allenamento e la comunicazione.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 12:09:51</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Il Made in Italy: ieri, oggi, domani</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,110,intIssueID,639,intItemID,642,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Rosa Tessa</strong>&nbsp;di <strong>Rosa Tessa</strong>&nbsp;Generazioni di imprenditori a confronto. Il “saper fare” italiano è un mix speciale difficile da etichettare. È un modello di business, un territorio, un modo di vivere. È un insieme di prodotti buoni e bellissimi. Da tramandare, rinnovare, inventare, far conoscere...Abbiamo sentito una quarantina di voci rappresentative del design italiano e messo a confronto le idee dei padri e delle madri con quelle dei figli. Ne è scaturito un dialogo interessante sui cambiamenti che le aziende stanno affrontando per rispondere alle difficoltà e alle sfide di questa complicata crisi mondiale. L’impressione è che le protagoniste dell’industria del design italiano siano in pieno fermento. Stanno nascendo nuove generazioni di prodotti, si stanno razionalizzando i processi industriali, stanno aumentando gli investimenti sulla rete retail, diretta e indiretta, grandi energie e denari sono profusi nei mercati internazionali più interessanti. E c’è un focus, mai visto prima, su come raccontarsi ai clienti e ai consumatori, anche attraverso uno strumento così tradizionale come la bella biografia per spiegare chi si è, da dove si viene, quali sono le proprie eccellenze e come le si realizza. La piccola e media imprenditoria italiana dà l’idea di essere molto reattiva e inventiva – non si smentisce, quindi – soprattutto nelle situazioni più complicate. <br />
E nel confronto tra padri e figli si riflette anche un altro cambiamento importante che le aziende del design stanno affrontando in questo momento: il passaggio generazionale. Molte realtà sono tenute ancora saldamente in mano ai fondatori che faticano a lasciare il timone. Ma è anche vero che diverse sono già guidate da quarantenni dinamici che dimostrano una serie di ottime qualità nella gestione aziendale e una vocazione spiccatamente internazionale che servirà ad allargare i confini del design italiano. Certo la genialità dei padri non si trasmette con il latte materno, bisogna dimostrarla sul campo. <br />
<br />
D’altronde, è quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare…]]></description>
		<pubDate>2009-09-02 17:14:24</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>La voce dei padroni</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,109,intIssueID,639,intItemID,641,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[interviste di Cristina Morozzi&nbsp;interviste di Cristina Morozzi&nbsp;In Italia viene definito imprenditore (a norma dell’articolo 2082 del Codice Civile - Libro V, Titolo II, Capo I, Sezione I) chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 16:33:14</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Design Thinking e Neo-Pragmatismo<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,108,intIssueID,639,intItemID,640,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Francesco Morace&nbsp;di Francesco Morace&nbsp;
Nello scenario della crisi stanno emergendo esigenze profonde di ricostituzione dei valori, attuata a livello collettivo attraverso il talento e la passione delle persone creative (e non solo i designer o i progettisti di professione) che si fanno portatori di una visione del mondo, di una nuova capacità di concretezza.
   Nella ricerca di nuove forme di pragmatismo, troviamo non solo l’energia e il carattere del maestro, ma anche la capacità nuova di chi attraverso il progetto personale e il suo fare, si dimostra in grado di arricchire la propria esistenza senza seguire semplicemente direzioni già tracciate da altri. Anche nel consumo emerge una prospettiva da ‘design thinking’ in grado di cogliere la qualità del prodotto che nasce dalla conoscenza o dalla percezione, dall’intuizione o dalla cultura. Le nuove regole del gioco emergono dalla nuova concezione di felicità personale. <br />
<br />
Dalla dimensione squisitamente economica che ha prevalso negli ultimi decenni, ci stiamo infatti spostando – in termini di percezione collettiva – in una dimensione in cui la qualità umana delle relazioni e delle esperienze acquisisce una forza uguale se non maggiore rispetto alla qualità materiale dei consumi. La sfida dell’impresa orientata a questa attitudine progettuale diffusa diventa allora quella di garantire ai propri clienti una offerta di prodotti e servizi in grado di svolgere un ruolo di mediazione tra le felicità delle persone, comprendendo le nuove qualità di vita, ripensando alle condizioni di partenza per essere felici, e alle pratiche concrete attraverso cui renderle possibili. <br />
<br />
Ecco dove l’intelligenza quotidiana si trasforma in design thinking, nel momento in cui i consum-autori pensano concretamente alle proprie qualità di vita e di esperienza, valutando il valore di un oggetto, di un prodotto, di una forma o di un materiale. In questo ripensamento assumono nuova centralità la qualità del tempo, dello spazio e del corpo, mentre si ridimensionano i sogni economici, tecnologici, consumistici. La prospettiva diventa quella di una contemporaneità tutt’altro che banale e standardizzata, che propone la rivoluzionaria capacità per ognuno di ritagliare i confini della propria normalità.  L’intelligenza richiesta in questo esercizio progettuale è sfaccettata e multiforme e non privilegia né solo l’aspetto emotivo, né solo quello razionale: la sfida decisiva per il futuro diventa immaginare percorsi progettuali, produttivi, commerciali, che sappiano bilanciare questi diversi aspetti.<br />
<br />
Molti imprenditori e progettisti intervistati in questo numero di Interni, dedicato appunto al design thinking, hanno adottato nella loro attività questa regola del gioco: un incontro virtuoso tra ragione e passione, che segna tra l’altro in profondità un preciso ‘Italian way’, un modo italiano di fare le cose che discende direttamente dalla bottega rinascimentale. In questo gioco il dare equivale al ricevere: espressione più o meno articolata di un legame affettivo, simbolico o percettivo di cui dimostriamo un bisogno sempre più convinto. Si spezza definitivamente la legittimità dello scambio in cui il valore coincide con il prezzo. Se spostiamo il punto di vista e trasferiamo queste riflessioni nell’ambito del marketing, ci accorgiamo che la logica del target esclude questo scambio, rende impossibile la relazione reciproca, perché quando si raggiunge un target lo si uccide, non si ha alcuna voglia di ascoltarlo o di servirlo, ma piuttosto si tenta di isolarlo privandolo del proprio capitale sociale, al di fuori del suo contesto di vita, e soprattutto al di là del suo carattere che non può certo essere ricondotto ad un profilo standard. Il marketing divide laddove il design unisce attraverso la sua capacità di passione condivisa: basti pensare ai prodotti della Apple, che non conoscono crisi o segmentazioni.<br />
<br />
Ciò che interessa normalmente è lavorare in un’economia di scala, attraverso l’annullamento del carattere personale, sostituito da individui singoli e isolati, riconducibili gli uni agli altri, target pronti per una strategia one-to-one, nel senso di una guerra chirurgica con ogni singolo consumatore, che in realtà è impossibile adottare per evidenti asimmetrie e dispendi di energia.<br />
<br />
In questa ottica il consumatore è diventato un nemico, ed è questa la vera ragione della crisi: sarà anche un re, al centro delle preoccupazioni aziendali, ma è un re che comanda in un paese nemico. Il design thinking ci aiuta a uscire da questo impasse. Quante aziende guardano i propri consumatori negli occhi, e quanti sono i manager che guardano negli occhi della propria azienda? Per decidere cosa è più giusto fare, partendo dalla propria esperienza e dalla propria competenza? Per accettare con coraggio la responsabilità di decisioni fuori dagli schemi?<br />
<br />
Abbiamo compiuto in questi anni una sorta di estirpazione dello sguardo e del pensiero, abbiamo evitato di adottare diversi punti di vista, tanto meno quello delle persone, vere, concrete, vitali.<br />
E molti consumatori si sono ormai accorti che le aziende e i loro prodotti – spesso loro malgrado – non sono più in grado di proporre uno sguardo sul mondo: sono diventati dei nemici, che cercano disperatamente di imporre, di raggirare, di persuadere, di marchiare a fuoco la realtà e il territorio: e questo non viene più accettato. Sono sempre più frequenti i distinguo tra azienda e azienda, tra prodotto e prodotto, valutati sulla base di codici valoriali, di comportamenti etici, nei processi produttivi e nella comunicazione. Ecco emergere il consum-autore e l’elaborazione della sua attitudine progettuale.<br />
<br />
Alcune epoche dispongono di un sistema codificato di regole estetiche che vengono felicemente condivise, dopo un certo tempo di incubazione mentale. Il Rinascimento italiano costituisce forse l’esempio più emblematico a questo proposito. Un periodo felice vive di codici culturali, di senso collettivo, di abitudine artistica, di grammatica condivisa, e di sintassi comune.<br />
<br />
Nella fase post-moderna da cui stiamo emergendo non esisteva alcuna grammatica, né sintassi, alcun dizionario e nessuna ortografia: la lingua esisteva per individui isolati, decisi a non comunicare. Oggi al contrario gli individui (e con loro gli artisti e i progettisti) ritrovano il gusto di avviare uno scambio, di proporre una intersoggettività, di mirare a una comunicazione. Anche attraverso il design thinking.<br />
<br />
È come se nell’istante in cui tutto sembra ormai inesorabilmente reso inautentico dai media, tutto ridiventasse vero, come quando la realtà si svela; come se emergesse una esigenza di toccare con mano, un’esigenza che riporta il reale al punto di partenza.<br />
<br />
Ciò comunque coincide con una lenta, faticosa, difficile, ricostruzione di una dimensione etica, nella quale la capacità di istituire relazioni, di responsabilizzare e di condividere prevalga sulle semplici tecnologie del potere ‘esercitato su’ territori, comunità, individui.<br />
<br />
Ciò significa lavorare su una nuova etica, meno orientata a un ideale ascetico o ideologico, e più incline alla vita concreta e a un ideale edonista, non egotico né autistico, ma intelligente e relazionale. Si tratta di affidare all’estetica il compito di formulare un’etica alternativa per costruire una morale non più di resistenza (come troppo spesso avviene) ma di esistenza, che non accetti la sottomissione della produzione estetica alle leggi di mercato, e ancor meno alle logiche mediatiche.]]></description>
		<pubDate>2009-08-28 11:47:31</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Sommario<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,106,intIssueID,609,intItemID,638,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Interni OnBoard 3<br />&nbsp;Interni OnBoard 3&nbsp;<strong>EDITORIALE</strong><br />
<strong><br />
ARCHITETTURE PER IL MARE</strong><br />
<br />
<strong>Ontario, una casa galleggiante</strong><br />
progetto di <strong>MOS Architects, Michael Meredith, Hilary Sample </strong><br />
foto di <strong>Florian Holzherr</strong> <br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />
<br />
<strong>Viareggio e Lisbona, il riuso di due cantieri</strong><br />
progetti di <strong>Paolo Riani</strong> e <strong>Alberto Caetano </strong>con <strong>Manuel Reis</strong><br />
foto di <strong>Alessandra Chemollo</strong> e <strong>FG + SG Fotografia de Arquitectura</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />
<br />
<strong>Baracuda</strong><br />
progetto di <strong>John Pawson</strong><br />
foto di <strong>Onne van der Wal</strong> e <strong>Giuliano Sargentini </strong><br />
testo di <strong>Massimo Paperini</strong><br />
<br />
<strong>Sea Force One</strong><br />
progetto di <strong>Luca Dini</strong><br />
testo di <strong>Simona Spriano</strong><br />
<br />
<strong>Ocean Emerald</strong><br />
progetto di <strong>Foster + Partners</strong><br />
foto di <strong>Paolo Maggi/Nigel Young</strong><br />
testo di <strong>Marianna Aprile</strong><br />
<br />
<strong>Lazy Me</strong><br />
progetto di <strong>Carlo Galeazzi/Carlo Paladini</strong><br />
foto di <strong>Giovanni Malgarini</strong><br />
testo di <strong>Decio Carugati</strong><br />
<br />
<strong>Nirvana</strong><br />
progetto di <strong>GCA Arquitectes</strong><br />
foto di <strong>Ed Holt/Albert Brunsting</strong><br />
testo di <strong>Simona Spriano</strong><br />
<br />
<strong>Panther2</strong><br />
progetto di <strong>Luca Dini</strong><br />
testo di <strong>Marianna Aprile</strong><br />
<br />
<strong>L’INCONTRO</strong><br />
<strong>Stefano Giovannoni</strong><br />
intervista di <strong>Cristina Morozzi</strong><br />
foto di <strong>Aurora Di Girolamo</strong><br />
<br />
<strong>MAESTRI</strong><br />
<strong>Gino Sarfatti e le grandi navi</strong><br />
di <strong>Decio Carugati</strong><br />
<br />
<strong>IL TEMA CENTRALE</strong><br />
<strong>Luce a bordo</strong><br />
di <strong>Francesca Lanz</strong> e <strong>Irene Pasina</strong><br />
testo introduttivo di <strong>Silvia Piardi</strong><br />
<br />
<strong>PROGETTO DESIGN</strong><br />
<br />
<strong>New generations</strong><br />
di <strong>Michelangelo Giombini<br />
</strong><br />
<strong>Spider &amp; Open di eccellenza</strong><br />
di <strong>Decio Carugati</strong><br />
<br />
<strong>REPERTORIO</strong><br />
<br />
<strong>Fisherman &amp; gentleman </strong><br />
di <strong>Simona Spriano</strong><br />
<br />
<strong>SCUOLE</strong><br />
<strong>Come e dove si insegna a progettare le barche</strong><br />
di <strong>Benedetto Inzerillo</strong><br />
<br />
<strong>INDIRIZZI</strong><br />
di <strong>Adalisa Uboldi</strong><br />
<br />
<strong>TRADUZIONI </strong><br />
<br />
<strong>In copertina</strong>: un dettaglio di poppa dell’Ocean Emerald, yacht di 41 metri disegnato da Foster + Partners e costruito da Cantieri Navali Rodriquez per YachtPlus. <br />
Si tratta del primo esemplare di dieci imbarcazioni uguali tra loro, acquistabili in multiproprietà, caratterizzate da soluzioni architettoniche del tutto originali. <br />
Tra queste, una grande scala che dalla spiaggetta poppiera attraversa i quattro ponti per arrivare al sun deck.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-15 16:43:29</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Fisherman &amp; gentleman<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,78,intIssueID,609,intItemID,637,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Simona Spriano<br />&nbsp;di Simona Spriano<br />&nbsp;
Scelte sino a poco fa da coloro che privilegiavano l’aspetto sportivo dell’andar per mare, le barche da pesca si stanno oggi affermando anche tra gli yacht da crociera grazie a nuovi e più ricercati allestimenti di interni.
Distanti dall’esibizionismo, disinteressati all’agonismo, sono sempre più numerosi gli armatori conquistati dalle fisher boat, imbarcazioni a motore originariamente nate con intendimenti sportivi o di lavoro – barche da pesca, insomma – ma che col tempo hanno assunto vere e proprie vocazioni glamour. Eredi delle leggendarie atmosfere del Maine e delle Keys, mantengono inalterate le caratteristiche funzionali per la ‘caccia’ a marlin &amp; co., ma vi aggiungono linee esteriori e allestimenti interni addolciti per un comfort di classe. <br />
In alcuni modelli appaiono maggiori le influenze tecniche che ne conservano l’aspetto tipico, in altri queste reminiscenze lasciano più spazio a dettagli d’eleganza formale e di moderno design.<br />
Nel primo gruppo possiamo annoverare il Riviera 58 Enclosed Flybridge, un classico australiano il cui concept rimane la destinazione da pesca, tuttavia con un’attenzione particolare ai gusti europei specie per ciò che riguarda gli interiors, curati e di gradevole intimità. Vincitore di prestigiosi premi internazionali, tra cui il Cruiser of the year 2007, il Riviera 58 interpreta appieno il grande respiro dell’avventura vissuta fra barriere coralline e atolli hemingwayani.<br />
Diversa la filosofia dell’Apreamare 64, per la prima volta in versione fly. Qui il tradizionale gozzo sorrentino si rinnova pur nel rispetto della memoria marinaresca, sviluppando forme e volumi per arricchire il progetto di fair play e comodità. Immancabile il divano a ferro di cavallo a prua, e la geometria pronunciata della poppa, centro nevralgico della vita di bordo. Assolutamente classici e naturali sono i materiali scelti per gli arredamenti, realizzati quasi ovunque in essenza di mogano lucido e opaco, paglia di Vienna e ferramenta in acciaio cromato a specchio. <br />
Nel Bertram 540, di contro, si punta pienamente sulle innovazioni tecnologiche dedicate alla pesca sportiva, alcune d’avanguardia, come l’attento studio sulla disposizione dei gavoni (si immagazzinano fino a 25 canne da pesca), e la convertibilità del frigo di poppa in vasca per le esche o in macchina del ghiaccio. Ma la cura della nuova veste di questa ‘macchina da pesca’, presentata all’International Boat Show di Fort Lauderdale lo scorso ottobre, ‘invade’ anche gli ambienti sottocoperta, molto più luminosi e confortevoli di un tempo che sembrano quasi sfidare le regole spartane del marchio. Ora siamo in presenza di uno yacht di lusso in cui l’attività sportiva corre parallela al piacere della crociera, con cabine e dinette di ottima abitabilità dotate di sofisticate soluzioni di arredo. Ne sono testimoni, per esempio, i sistemi integrati iPod e led lighting per garantire il massimo del relax.<br />
Premiato ai World Yachts Trophies 2007 come “Miglior yacht open fino a 24 metri” nella categoria Interior Design, anche il Mochi Craft Dolphin 64’ presenta idee nuove per incontrare i gusti contemporanei. Lontano parente delle loabster d’oltreoceano di cui conserva lo stile, ne propone la versione con flybridge, sempre distinguendosi per le forme tondeggianti dello scafo, le grandi vetrate laterali e il colore delle murate, che prevedono, in aggiunta al verde acquamarina, un delicato colore turchese, un corallo, il giallo crema, oltre agli intramontabili blu intenso e amaranto. Teak massello e pellami pregiati si bilanciano nelle finiture, così come i pavimenti in teak rigato acero e i mobili in essenza. <br />
Inconfondibile il design del Viking 82 Convertible, graffiante e leggero sull’acqua, con slanci notevoli nei profili, <br />
e molto ‘yankee’ sottocoperta, dove prevale un senso di calore conviviale. Moderni divani capitonné compensano l’ampiezza degli interni con precisioni angolari, creando zone intime e suggestive. Più muscolare l’Hatteras 77 Convertible, celebre per le sue doti di robustezza e tenuta <br />
di mare, non disgiunte, però, dal piacere di interni raffinatamente allestiti su canoni tradizionali, <br />
con giusti accostamenti cromatici, e ampie prospettive panoramiche.<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-15 15:26:32</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>New generations<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,79,intIssueID,609,intItemID,636,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di Michelangelo Giombini<br />&nbsp;testo di Michelangelo Giombini<br />&nbsp;
Uno è trasformabile e modulare. L’altro adotta tecnologie da regata. Bluegame 47’ e Vismara V52 Bwave appartengono a una nuova generazione di motoryacht: nati dall’esperienza velica sono pensati per l’armatore che cerca le soluzioni tecniche più raffinate e grande versatilità.
Usando un termine proprio dell’automotive, il <strong>Bluegame 47’</strong> può essere definito un crossover del mare per la capacità di adattarsi <br />
alle esigenze di un pubblico di navigatori sempre più diversificato. L’offerta del cantiere inventato nel 2002 da Luca Santella, velista olimpico e architetto, si basa infatti su un’ampia possibilità di personalizzazione del prodotto che appartiene più al mondo dell’auto che a quello nautico: le configurazioni possibili infatti sono oltre <br />
2.500 e assicurano un godimento del mare praticamente su misura, con un’attenzione particolare alla sicurezza e al comfort. La configurazione della barca si sceglie tra otto modelli principali con allestimenti della coperta che vanno dal semplice diporto alla pesca d’altura, per poi passare alle colorazioni e agli interni disponibili in cinque versioni. Basti considerare che il software di personalizzazione sviluppato dal cantiere per la configurazione della barca arriva a visualizzare sulla poppa persino il nome scelto per l’imbarcazione. Uno degli elementi fissi è lo scafo dalla bella linea ispirata alle barche da lavoro, che presenta una V accentuata a prua e un profilo piatto a poppa per garantire stabilità e tenuta anche a motori contenuti. L’interno è fresco e luminoso e le paratie a fascioni e le chiusure a veneziana in frassino verniciato bianco gli conferiscono un carattere piacevolmente retrò. All’occorrenza la barca può essere attrezzata come cucina galleggiante per yacht più grandi allestendo l’intera zona sottocoperta per il lavoro degli chef.<br />
<br />
Il <strong>Bwave</strong> segna il debutto di Vismara nel mondo degli yacht a motore e raccoglie in sé molte caratteristiche tecnologiche che il cantiere fondato da Alessandro Vismara ha sperimentato per più di vent’anni su barche a vela ad alte prestazioni. Di conseguenza il Bwave è una barca soprattutto leggera perché impiega esclusivamente materiali compositi lavorati sottovuoto sia per lo scafo che per le paratie e i sistemi strutturali: questa caratteristica consente la planata già a 10 nodi con un dispendio di potenza e di carburante decisamente minore, navigando in sicurezza anche con mare formato grazie alla configurazione a V della carena. <br />
La zona pranzo è in coperta, protetta da una sovrastruttura tipo hard top con finestrature laterali apribili e capote trasparente. Questa barca definisce così una tipologia innovativa di yacht open, protetto per offrire comfort e riparo all’equipaggio ma estremamente vivibile all’esterno dove trovano spazio anche il prendisole, il garage a scomparsa per il tender e la piattaforma poppiera sufficientemente ampia per il trasporto di toys. Il layout sottocoperta è essenziale e razionale e prevede una cabina amatoriale a prua, una cabina doppia, due bagni con doccia e una grande cucina. Le finiture in teak e gli elementi della struttura, lasciati a vista e verniciati, ricalcano lo stile interno dei già noti velieri firmati dal cantiere viareggino.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-15 15:22:44</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Luce a bordo<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,77,intIssueID,609,intItemID,635,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Silvia Piardi<br />
di Francesca Lanz e Irene Pasina<br />&nbsp;di Silvia Piardi<br />
di Francesca Lanz e Irene Pasina&nbsp;<strong>Luce, buio, giorno, notte, estate, inverno…</strong><br />
di <strong>Silvia Piardi</strong>
Sul mare, l’illuminazione è materia di progetto. Materia complessa: cruda, intensa e tagliente di giorno, calda, avvolgente, seducente di notte. Tutta da vivere, dominare e plasmare grazie a un uso sapiente del design.
 Se vuoi progettare la luce, devi sapere che cosa è il buio. Non so se sia un antico detto cinese, ma potrebbe esserlo. Sono tante, un arcipelago, le coordinate da considerare per l’approfondimento del tema ‘luce a bordo’. <br />
Il primo dato, caratterizzante e invasivo, è la presenza di una grande distesa di materiale riflettente, cangiante, in grado di frantumare, ricomporre, colorare la luce in mille modi. La superficie del mare, o di un’altra distesa d’acqua, amplifica e rimanda la luce, la sua intensità e qualità e dialoga con la distesa del cielo, anch’esso cangiante. Chi ha progettato case sull’acqua sa come la luce diventi materia prima del progetto. Acqua d’estate, cielo terso e brillante, luce che penetra all’interno di una imbarcazione e crea diversi effetti di rifrazione. I materiali di finitura catturano e rimandano la luce, ci giocano, come fanno&#160; i rivestimenti in foglia d’oro bianco del nuovo Pab di Ivana Porfiri. All’eccesso di luce fa da contrario la necessità di far penetrare la luce naturale fin sottocoperta nelle barche di grandi dimensioni, con volumi sotto la linea di galleggiamento e come avviene già nell’architettura di terra, è possibile utilizzare sistemi di rifrazione che portino i raggi in profondità. La luce naturale sottolinea i dettagli ed è a volte impietosa, provoca invecchiamento dei materiali, scolorisce i tessuti. Può essere estremamente cruda, intensa, tagliente, da gestire, da filtrare, da addomesticare attraverso vetri oscurati, fotocromatici, attraverso brise soleil, tende e veneziane. Il problema è spesso quello di proteggere dall’eccesso di luce naturale, di oscurare le cabine non solo di giorno, ma anche di notte, in banchina e talvolta persino in baia.&#160; Perché la luce artificiale è una scoperta relativamente recente, e quindi è a volte interpretata come esibizione di potenza, ed anche come dichiarazione di sicurezza. Nessuno può avvicinarsi senza essere visto, se tutto è illuminato. Eccessiva, ostentata, imposta da chi ha grandi generatori a bordo e illumina la notte, valorizza l’interno dello yacht mortificando il contesto, negando il buio.&#160; Perché il buio fa paura, soprattutto in mare.&#160; Le barche a vela, specie di piccole dimensioni, con la luce artificiale sono sempre state attente. Produrre energia a bordo comporta far girare un motore, e quindi significa rumore e inquinamento. Esibire il lume a petrolio è stato per molti anni segno di distinzione marinara, le candele a bordo, anche per cenare, hanno fatto parte dell’andar per mare di molte generazioni di velisti.&#160; E poi il buio, in navigazione, o alla fonda. Il buio in navigazione è una cosa densa: fa paura e insieme dà pace e appagamento, è forse la cosa più bella che si possa sperimentare per mare. Il buio in mare&#160; è animato dalle luci artificiali che conservano il loro valore di segnale: fari e fanali, per riconoscere la costa, luci di via che fanno distinguere le navi in navigazione. Una piccola luce rossa per leggere la carta sotto coperta, senza ferire gli occhi abituati al buio. Luci discrete per leggere senza disturbare. Progettare la penombra, usare la luce per dare identità agli spazi, valorizzare il buio, che significa anche consentire di osservare le stelle. Perché in fondo si va al mare, in barca, anche per quello. L’inquinamento luminoso ha contaminato le nostre coste in modo massiccio; alle luci di marina, e delle ‘passeggiate a mare’, cui nessun paese rinuncia, si aggiungono ora le luci degli yacht, che splendono come centri commerciali. Cerchiamo di riflettere sul progetto della luce a bordo in modo complesso e ricco, pensiamo – come <br />
metafora – al ‘crepuscolo del marinaio’, quel momento in cui appaiono le prime stelle della sera, ma l’orizzonte è ancora visibile, permettendo, per pochi minuti, di fare un punto nave con le stelle. <br />
<br />
<strong>Effetti luminosi</strong><br />
di <strong>Francesca Lanz</strong> e <strong>Irene Pasina</strong><br />

Da elemento di completamento del progetto a protagonista indiscussa dello spazio. Grazie anche alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie, la luce diventa l’anima dell’ambiente nautico, punto di partenza e di ispirazione per lo sviluppo del concept dell’interior.
Il progetto illuminotecnico è un aspetto sempre più importante del design nautico. Merito certo della particolare condizione ambientale a cui la barca si rapporta – in mare l’illuminazione subisce repentini e imprevedibili variazioni –, ma anche della tendenza sempre più di diffusa di aprire grandi vetrate su murate e cielini per cercare un rapporto più stretto con l’esterno e lasciare entrare la luce naturale. Nello stesso tempo, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie e nuove sorgenti luminose più rispondenti alle esigenze funzionali e strutturali degli spazi nautici, è oggi possibile una sperimentazione progettuale che vede come protagonista la luce artificiale. È forse in questo campo che si evidenziano le maggiori innovazioni tecniche ed espressive nel design degli interni di bordo. <br />
Gli ambienti sottocoperta, concepiti fino a poco fa come un rifugio dalle intemperie e uno spazio dedicato al riposo serale, si ampliano e si arricchiscono di funzioni la cui qualità è fondamentale. Qui la luce artificiale svolge un ruolo cruciale perché contribuisce al benessere psicofisico degli ospiti, valorizza materiali e geometrie, modifica la percezione degli spazi e lavora con la luce naturale per creare situazioni di coordinazione o contrasto con la luminosità del giorno e della notte. Il progetto illuminotecnico, che prima era spesso elaborato a posteriori e disgiunto dal progetto complessivo, diventa oggi parte integrante del progetto degli interni dell’imbarcazione, influenzandone le soluzioni e determinando la scelta di materiali e finiture. Le sorgenti luminose sono attentamente selezionate e integrate in cielini ed elementi d’arredo. Da questo punto di vista, l’avvento dei LED ha sicuramente aperto nuovi scenari, permettendo di sostituire gli elementi a spot che da tempo caratterizzavano gli spazi sottocoperta, e risolvendo molti problemi di natura tecnica e normativa che fino a oggi avevano rallentato lo sviluppo del progetto della luce a bordo. Le dimensioni ridotte, la lunga durata che riduce gli interventi di manutenzione, la flessibilità e la possibilità di integrarne l’uso con materiali innovativi e sofisticati sistemi di controllo fanno di queste sorgenti gli strumenti ideali per creare scenografici e colorati effetti luminosi, la cui presenza sempre più frequente e tangibile all’interno degli yacht ha finito per modificare la concezione stessa della luce a bordo. Questa diviene materiale di progetto, componente non solo funzionale ma anche estetica che viene plasmata in relazione alle superfici e alle complesse geometrie della barca, assecondandone ed esaltandone la volumetria. I tagli di luce lavorano sugli elementi dell’architettura nautica creando l’illusione di spiragli aperti verso l’esterno. La luce, bianca o colorata, concorre a definire la percezione dei materiali e delle forme nello spazio, nonché l’interazione con l’uomo e i suoi sensi; disegna ed esalta le linee di raccordo tra piani e volumi, creando giochi di pieni e vuoti che fanno diretto riferimento all’architettura a terra e all’arte di James Turrel e Nanda Vigo. Nel panorama del progetto nautico contemporaneo sono sempre più numerosi i progettisti che si confrontano con questa nuova e stimolante sfida con risultati spesso sorprendenti e innovativi. Ivana Porfiri, per esempio, ha fatto della luce, sia naturale che artificiale, un vero e proprio elemento compositivo che studia e definisce in virtù della sua interazione con i diversi materiali di finitura e della sua influenza sulla percezione più generale dello spazio. A dimostrarlo è l’uso di vetri dicroici che donano alla luce una colorazione variabile, come nei lucernai del communication garden di Guilty, oppure l’impiego di metalli preziosi come il palladio e l’oro stesi a guazzo o posati a foglia: utilizzati per rivestire cielini e paratie a bordo di Abrouq e di PAB, questi materiali consentono di riflettere e amplificare la luce, attribuendo agli spazi interni un’atmosfera molto ricca sul piano sensoriale. Grazie a questi rivestimenti, gli involucri interni diventano superfici che vengono attivate dalla luce, creando uno spazio dinamico che si modifica reagendo alle variazioni dell’illuminazione naturale; allo stesso tempo, l’uso di LED RGB e fibre ottiche consente di creare scenari nuovi e mutanti mediante l’illuminazione artificiale, sia colorata che bianca.&#160; Le variabili che intervengono nel progetto dell’illuminazione a bordo sono molte e la loro diversa combinazione genera un’eccezionale varietà di soluzioni. A bordo del Canados 110 Mikymar dello studio Salvagni il progetto è determinato dalla scelta significativa di eliminare ogni fonte di luce diretta. La luce artificiale è diffusa da immateriali superfici in Barrisol retroilluminato e gli elementi di arredo sono disposti in modo da permettere alla luce naturale, filtrata da brise soleils, di distribuirsi omogeneamente all’interno da una murata all’altra e allo stesso tempo fungono sia da copertura che da diffusore delle fonti di illuminazione artificiale. Luce artificiale e luce naturale si integrano invece in modo complementare a bordo delle imbarcazioni progettate da Claudio Lazzarini e Carl Pickering, come nel recente e innovativo Nautor Swan 82C dove luce e ombre sono attentamente modulate, mentre l’illuminazione artificiale basata su tecnologie d’avanguardia entra in gioco al crepuscolo garantendo la stessa qualità e atmosfera creata di giorno dalla luce del sole. Diverso è invece il caso del Sea Force One di Luca Dini: concepito come uno yacht da vivere prevalentemente di notte, fa della luce artificiale la protagonista indiscussa di suggestive ambientazioni da discoteca, scenari per nuove funzioni e stili di vita che arrivano a coinvolgere in modo integrato anche l’illuminazione esterna. Dall’atmosfera generale al dettaglio, dall’elemento d’arredo alla scelta dei materiali, il progetto della luce artificiale ha assunto un ruolo centrale nell’interior design dei nuovi yacht, aprendo nuove strade di sperimentazione che, anche in relazione alle problematiche energetiche e al tema della Human-Light, di certo influenzeranno anche il futuro del light project nell’architettura d’interni a terra.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-15 15:23:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Stefano Giovannoni. Come naviga il design<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,80,intIssueID,609,intItemID,634,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di Cristina Morozzi<br />
foto di Aurora Di Girolamo<br />
<br />&nbsp;testo di Cristina Morozzi<br />
foto di Aurora Di Girolamo<br />
<br />&nbsp;
“Quando pesco sono sempre in tensione”, dichiara Stefano Giovannoni. La pesca per lui è un fatto istintivo, conta il risultato. Se si va a pesca, bisogna riuscire a prendere molti pesci. Più grandi sono e meglio è. Perché in questa azione c’è un’idea molto primitiva: mangiare quello che si è preso. Un bel dentice crudo, ad esempio, pulito e sfilettato quando ancora si muove.
“Sin dall’età di cinque anni”, racconta Stefano Giovannoni, “andavo a pescare con mio nonno. Mi affascinava il colore del mare, la profondità e il mistero degli abissi. Portavo sempre con me un quaderno e disegnavo i pesci, tutte le tipologie, con molta cura nei dettagli” (Cristina Morozzi, Stefano Giovannoni, Electa, 2008). Il mare è per Stefano un elemento molto importante. È nato a La Spezia, porto ligure, e con il mare ha dimestichezza sin dall’infanzia. Si può dire che il suo figurativismo abbia origini marine. Tra la pesca e il suo design c’è una stretta relazione. “Disegnare i pesci”, conferma, “è stata un’esperienza formativa. Ho imparato a catalogare, a sviluppare attenzione ai dettagli, a capire come possano fare la differenza, e a riflettere sulla morfologia. Mi ha insegnato la logica degli insiemi e a costruire famiglie tipologiche”. <br />
I suoi zii erano costruttori di barche. È cresciuto tra le barche, le conosce e le ama. Il nonno, che l’ha iniziato alla pesca, lo chiamavano nostromo, per via del suo bazzicare sempre tra le imbarcazioni del porto. Ha iniziato a pescare a cinque anni, si compiace nel dire che a quella età sapeva già governare la barca, e continua a pescare. Per lui la pesca è un fatto istintivo, una tensione. Non è fine a se stessa, non è un modo per passare il tempo, per allentare la pressione professionale. Anzi è un’attività di concentrazione, una competizione. Conta il risultato: “se si va a pesca”, afferma, “bisogna riuscire a pescare i pesci. Più grandi sono, meglio è”. E vanta i suoi primati: un dentice di 14 chili e una ricciola di 45, che a tirarla su c’è voluta più di un’ora, perché, come si dice in gergo, “piglia filo”. “Nel pescare c’è un’idea molto primitiva”, prosegue, “mangiare quello che si è pescato. Infatti siamo anche molto appassionati di cucina e ci piace mangiare il pesce. Lo puliamo e lo sfilettiamo direttamente sulla poppa della barca. Mio figlio Vasco di 9 anni è capace di mangiarsi da solo un dentice crudo da un chilo”. <br />
Poiché per lui la pesca è un’attività molto seria, anzi scientifica, si è procurato il meglio: una Luhrs, la classica barca da pesca americana, da tonni, con torretta, costruita con le tecniche più sofisticate, la marca migliore nel settore. Ha doppi comandi, due motori in linea d’asse da 240 cavalli ciascuno, con un riduttore di velocità per andare a un nodo e mezzo. La tiene nel porto di Lavagna e in cantiere ad Olbia per il rimessaggio che va fatto ogni anno. “Le barche”, dice “sono oggetti molto delicati e complessi: contengono tutto quello che hai in casa, ma sei in mare. La salsedine rovina tutto e dà sempre dei problemi con l’elettronica”. <br />
Se lo fai parlare di pesca, invece che di design, non la finisce più. Ci tiene a spiegare ogni passaggio nei minimi dettagli, a illustrare la tecnica. È preciso, minuzioso nelle descrizioni, consequenziale, perché nella pesca niente può essere lasciato al caso. Riflettendo, ci si rende conto che, per davvero, la pesca è come il design, o per lo meno, come il suo modo di fare design. <br />
Ma torniamo alla pesca. Giovannoni pesca a traino con l’esca viva e con 1 chilo di piombo guardiano appeso ad una derivazione del filo principale. È specializzato nella pesca al dentice, che sta solo in profondità, ma è bravo anche a prendere le ricciole che, invece, stanno a mezz’acqua. I luoghi ideali sono le secche a largo con fondali rocciosi. La barca è il top nel suo genere, ma anche la canna non è da meno: una Shimano giapponese a mulinello in fibra di carbonio. La barca deve andare al minimo. Si viaggia con due schermate sul computer: una visualizza la pianta del fondo con le relative curve di livello; l’altra mostra le sezioni di eco scandaglio. Sulla barca c’è la vasca delle esche vive, aguglie o calamari, a riciclo continuo d’acqua. All’esca si fissano due ami, uno che esce dal becco (le aguglie sono simili ai pesci spada) e l’altro, sotto le pelle nella coda, in modo che si possa muovere liberamente, altrimenti i dentici, che sono molto furbi, non si avvicinano neanche. Il dentice abbocca tra 0 e 3 metri. È un predatore e quindi lo si trova vicino alle franate, da dove tende i suoi agguati. Il difficile sta nel seguirlo: avvicinarsi agli strapiombi, mantenendo sempre al medesimo livello esca e piombo e facendo attenzione a non incocciare il piombo. Il monitoraggio deve essere, perciò, continuo e costante. Altro che relax! È necessario il massimo della concentrazione.&#160; <br />
Sino allo scorso anno è andato a pescare in Corsica. Affittava un casa isolata sulla spiaggia e poi tutto il giorno in mezzo al mare, uno dei più pescosi, a pescare e a mangiare pesce crudo in barca. Si gloria nel dire che, talvolta, hanno addirittura il frigo troppo pieno di pescato. L’anno scorso, invece, sono andati a Favignana, un posto meno isolato, dove su una secca trovi altre cinque o sei barche. <br />
Se la pesca è un metodo che, quanto più è perfezionato, tanto più raggiunge gli obbiettivi, è ovvio che gli strumenti debbano essere perfetti. Barca e canna devono essere, nel loro genere, dei gioielli. E come tali vanno scelti, usati e mantenuti. La barca va accudita e controllata, come il progetto. Non basta possederla, va, in un certo senso, allevata, e sorvegliata costantemente. Domanda attenzione, ma ti restituisce l’ebbrezza d’essere in mezzo al mare. La pesca può essere metafora del fare design:&#160; chiede un impegno e una tensione simile a quella che va riposta in un buon progetto, ma offre il vantaggio d’essere praticata in mare aperto. Oltre che passione, maturata sin dall’infanzia, viene da pensare che la pesca sia per Stefano Giovannoni una sorta di allenamento, non tanto fisico – anche se una buona dose di forza ci vuole a tirar su una ricciola da kg 45 – quanto mentale.<br />
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		<pubDate>2009-07-15 15:16:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Panther <span class="currency_converter_link" title="Convert this amount">2</span><br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,609,intItemID,633,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Giorgio Vafiadis &amp; Associates/Luca Dini<br />
testo di Marianna Aprile<br />
<br />&nbsp;progetto di Giorgio Vafiadis &amp; Associates/Luca Dini<br />
testo di Marianna Aprile<br />
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Un uso architettonico della luce, che definisce gli spazi oltre a illuminarli. Un raffinato gioco di contrasti tra materiali naturali e artificiali. Un’originale combinazione di opere d’arte e arredi di design. Così Luca Dini ha dato un’impronta nuova e contemporanea agli interni del Mondomarine Panther2, sistership dell’omonimo scafo di 41,65 metri in lega leggera realizzato dal cantiere di Savona.
Progettare una barca in modo che sia inondata di luce può a volte semplicemente voler dire scegliere di lasciare che l’ambiente in cui navigherà la pervada e la faccia sua, abbattendo idealmente ogni barriera tra quel che è dentro e quel che è fuori. Ma progettare una barca in modo che la luce diventi anche un elemento di definizione di spazi, volumi e ambienti, significa portare la mano dell’uomo al centro esatto della natura.<br />
Ed è proprio con pennellate di luce e di ingegno che sono stati scolpiti gli interni del nuovo Mondomarine Panther 2, sistership dell’omonimo scafo di 41,65 metri in lega leggera disegnato da Giorgio Vafiadis e commissionato al cantiere di Savona dalla medesima coppia di armatori greci. Anche la suddivisione degli spazi è assimilabile: suite armatoriale a prua del main deck; cinque cabine per gli ospiti (di cui tre matrimoniali e due doppie con pullmann bed) nel ponte inferiore; upper deck dominato da un secondo salone e una seconda zona pranzo, che precede la timoneria. <br />
Tutto il resto è cambiato. Ed è cambiato molto. Perché è cambiato l’interior designer: gli armatori si sono affidati, questa volta, allo studio fiorentino Luca Dini Design: «La luce è proprio elemento d’arredo, ne è parte integrante e permette di creare giochi ed effetti che con i soli volumi reali sarebbe stato difficile ottenere», dice Dini. Nelle cabine questo uso strutturale della luce è particolarmente evidente: «Nell’armatoriale, la parete testaletto è in legno scanalato a mano, dipinto con tempere e acrilici nei toni del blu. La luce, sparata su questa superficie irregolare, crea un gioco di ombre, pieni e vuoti altamente suggestivo».<br />
Dini ha messo a punto soluzioni uniche interamente basate sui contrasti. Il primo: l’accostamento tra tradizione e sperimentazione. «Mi piacciono le sfide, e quella che mi ero prefissato su questo yacht era riuscire a sposare in un tutto armonico materiali molto distanti tra loro», dice l’architetto, autore del progetto assieme a due suoi collaboratori, Gabriele Tartarelli e Silvia Margutti. <br />
Salendo a bordo si ha la netta sensazione di una sfida vinta: “Abbiamo utilizzato materiali grezzi, arcaici, accanto a quelli sintetici. Gli armatori, e in particolare l’armatrice, avevano le idee molto chiare su quelle che avrebbero dovuto essere le sensazioni e l’atmosfera da percepire a bordo: volevano si respirasse un’aria in qualche modo terrena”. <br />
Ed ecco il secondo dei contrasti dello yacht. “Abbiamo creato un ambiente inequivocabilmente minimal, ma un minimal caldo, che tiene conto della provenienza geografica degli armatori. Dalla loro Grecia ci siamo lasciati suggerire l’olivo per i mobili, per esempio”. Un olivo che ha angoli sempre smussati e che definisce i volumi di arredi sospesi e retroilluminati. “Per il pavimento la scelta è caduta invece sul rovere di Cadorin, scelto in listoni irregolari, con una posa volutamente confusa, casuale. Un rovere lavorato grezzo, che al contatto con il piede nudo restituisce calore”. Forme fredde, ambienti razionali e calore. Ancora contrasti, che trovano una prosecuzione ideale e visiva nei cromatismi audaci dei diversi ambienti. Il verde acido, il giallo, il rosa shocking, il blu in tutte le sue tonalità, ora definiti in un riuscito e caramelloso effetto mèlange. “Un esempio è la parete rosa e azzurra in resina che conduce alla zona ospiti, creata da una coppia di artisti fiorentini”, dice Dini, che ha letteralmente disseminato gli interni di questo yacht ultramoderno (e tecnologico in tutto, a cominciare dalle dotazioni elettroniche) di saggi dell’italica eccellenza artigiana: “Quella per l’alto artigianato Made in Italy per me è una vera fissazione. Non potrei concepire una barca che non ne sia un esempio. In fondo chi viene in Italia per farsi costruire lo yacht dei suoi sogni cerca proprio questo nostro mix di moderno e antico”, dice l’architetto fiorentino, che ha tendenzialmente preferito griffe italiane anche per gli arredi. A bordo spiccano punti luce della bolognese Viabizzuno, pareti in laminati metallici della cuneese Abet, tessuti della collezione Dominique Kieffer della storica manifattura veneziana Rubelli, divani B&amp;B Italia e Minotti, tavoli e sedie di Cassina. Il Made in Italy è insomma un principio ispiratore, ma non un diktat. E infatti l’efficace illuminazione diffusa porta anche la firma di Kreon e le rubinetterie ora di Boffi (come i grandi soffioni delle docce) ora di Hansacanyon (i rubinetti di design che impreziosiscono i bagni).<br />
E, a proposito di bagni, quello della cabina Vip è un vero e proprio azzardo: «Quando si progettano le cabine ospiti si ha sempre il timore che appaiano anguste, nonostante le dimensioni importanti di yacht come il Panther 2», dice Dini. “Per questo abbiamo provato a sperimentare soluzioni che in qualche modo sfondassero i volumi. Nella Vip abbiamo scelto di lasciare lavandini e doccia a vista, separata dal resto della cabina solo da pareti di vetro, lasciando che al suo interno proseguissero sia la parete color ruggine della zona letto, sia i fasci di luce che corrono lungo tutte le pareti. L’effetto è quello di un ambiente unico, continuo, che aumenta le dimensioni percepite degli spazi”.<br />
A bordo l’armonia di forme e colori, per quanto forti essi siano, è innegabile. “Ma l’ambiente che trovo in assoluto il più riuscito è l’upper deck”, dice Dini. “Avevamo deciso che la timoneria dovesse esser celata alla vista di chi entra nel salone, ma l’inserimento di una paratia tra la zona pranzo e la pilot house avrebbe diminuito l’effetto prospettico di questo grande ambiente dall’arredamento pulito e lineare”. Per ovviare a questo, Dini ha inserito una parete vetrata in grado di diventare, secondo le esigenze, trasparente od opaca, in grado quindi di mostrare o celare la timoneria: “Quando si decide di lasciarla trasparente, a porta aperta la luce invade il ponte superiore su tutti e quattro i lati e si ha la sensazione di essere in una grade veranda anche se si è al chiuso”, dice Dini. Al momento di usare la zona pranzo, invece, la vetrata opaca e colorata nasconde la pilot house facendo quasi dimenticare di essere a bordo di un over 40 metri da 20 nodi di velocità.<br />
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		<pubDate>2009-07-15 15:19:10</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Ocean Emerald<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,609,intItemID,632,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Foster&amp;Partners <br />
foto di Paolo Maggi/Nigel Young - testo di Marianna Aprile<br />
<br />&nbsp;progetto di Foster&amp;Partners <br />
foto di Paolo Maggi/Nigel Young - testo di Marianna Aprile<br />
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Un megayacht di lusso, 41 metri, da comprare in multiproprietà. Si chiama fractional ownership e anche se sembra una misura anticrisi è in realtà una nuova moda. Che ha coinvolto persino Lord Norman Foster, autore del progetto delle dieci barche, identiche tra loro, che costituiranno la flotta Yacht Plus in costruzione presso i Cantieri Navali Rodriquez. Ecco come l’architetto inglese ci ha raccontato l’ideazione del primo esemplare realizzato.
Far coincidere forma e sostanza innovandole entrambe è un’impresa ardua anche per il più acclamato dei designer. Ma quando il difficile trigono si verifica, non accorgersene è impossibile. È il caso dell’Ocean Emerald, yacht di 41 metri in alluminio disegnato da Lord Norman Foster e costruito dai Cantieri Navali Rodriquez di Sarzana. Uno yacht diverso in tutto. A cominciare dall’armatore. Ocean Emerald rappresenta l’esordio del progetto YachtPlus, basato sul concetto della fractional ownership, una sorta di multiproprietà armatoriale. È il primo di dieci scafi in tutto identici (dislocati tra Mediterraneo e Caraibi secondo le stagioni) la cui proprietà è stata divisa in otto quote (prezzo d’acquisto: 1,8 milioni di euro a cui si aggiungono 230mila euro annui di spese fisse) per altrettanti armatori, che per otto anni avranno a disposizione lo yacht 30 giorni l’anno (eventualmente anche per charterizzarlo). Una formula originale, che permette di sfoggiare un griffatissimo maxiyacht di design al prezzo di un 18 metri di serie. Dal punto di vista della progettazione, l’OE ha costituito l’ennesima sfida per Lord Foster: «Sono queste le occasioni in cui la nostra esperienza di architetti ha i suoi maggiori benefici», ci ha detto orgoglioso. «Il nostro lavoro è guidato dalla convinzione che ciò che ci circonda abbia un’influenza diretta sulla qualità delle nostre vite», spiega. La qualità della vita di chi sale a bordo di questo yacht deve allora essere davvero molto alta: slanciato come uno squalo, forme aggressive come quelle di un offshore e insieme morbide come quelle di un delfino che riemerge dalle onde. «La natura è stata una delle nostre fonti di ispirazione». Sir Foster ha scelto una livrea grigia per questi 41 metri giocati sulle linee curve della sovrastruttura e sulle rette razionali e ripetute della dirompente scala che dalla spiaggetta di poppa conduce al ponte sole incorniciando terrazze e spazi comuni. «L’OE ha la capacità di adattarsi alle esigenze di più persone; per esempio, alcuni elementi dei tradizionali arredi fissi sono stati aboliti in modo che gli interni possano essere facilmente riconfigurati», dice Lord Foster. E sull’effetto dominante della scala l’architetto inglese spiega: «Le scale contribuiscono ai tre principi chiave dello yacht: privacy, spazi esterni e luce. La privacy è fondamentale per i clienti, così come i doppi percorsi che permettono allo staff e all’equipaggio di lavorare con discrezione dietro le quinte. La scala esterna segue le linee curve della sovrastruttura, massimizzando lo spazio disponibile delle terrazze ed enfatizzando le forme curve dello yacht, mentre la scala in vetro trasparente interna filtra la luce del giorno fino ai ponti sottostanti». L’effetto è sorprendente. Persino le quattro cabine per gli ospiti nel lower deck ricevono la luce del sole dall’alto attraverso lucernari. La cabina dell’armatore, invece, è a prua del ponte principale e temina in due balconcini laterali che s’arrestano appena prima che i due montanti della sovrastruttura convergano verso prua. Questi balconcini sono la prova che il genio non segue la moda, la sovverte: in un momento in cui si stenta a trovare un megayacht senza balconi abbattibili, Lord Foster torna a quelli fissi: «Volevamo ridurre al minimo le parti esterne mobili e mantenere il profilo elegante dello yacht», spiega. Un profilo cui all’interno fa eco un gioco di vetri e aperture che moltiplicano la luce naturale, grazie anche ai cielini in corian bianco acceso, alle finestrature a tutta altezza, ai pagliolati che ignorano i confini tra dentro e fuori, alla moquette interna che mima i listoni del parquet esterno e al sapiente gioco di spot e luci diffuse dell’illuminazione artificiale. L’architetto inglese ci ha raccontato così il processo creativo che ha portato a questo risultato:&#160; «Abbiamo costantemente esplorato il potenziale espressivo e tecnico del vetro e della luce nelle nostre costruzioni. Se all’architettura pertiene la creazione degli spazi, la luce è il mezzo che anima e modella quegli spazi. La luce ha qualità poetiche, può fondere gli spazi col mare ed elevare gli spiriti, ma deve sempre essere bilanciata dall’ombra e da spazi più intimi, più bui. Con&#160; YachtPlus volevamo creare un senso di luce e spazio ed evocare lo spirito unico della navigazione. La scala in vetro interna aiuta a illuminare in modo naturale i ponti inferiori e le cabine. Di notte, le finestre appaiono opache da fuori, ma durante il giorno la luce del sole invade gli spazi, rendendo le finestre completamente trasparenti e aprendo la vista al mare». Per gli arredi interni, Foster ha scelto il Made in Italy: «Anche lo yacht, del resto, ne è un esempio, e abbiamo pensato fosse appropriato continuare con la tradizione del design e dell’artigianato italiani anche negli arredi». E così in cucina c’è una Schiffini ideata ad hoc e i mobili sfoggiano il marchio Cassina. A beneficiare di tanto splendore, saranno dodici persone per volta, assistite da un equipaggio di sette elementi gestito dalla società svizzera Floating Life.<br />
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		<pubDate>2009-07-15 15:13:26</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Barracuda<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,609,intItemID,631,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Perini Navi/Ron Holland/John Pawson <br />
foto di Onne van der Wal/Giuliano Sargentini - testo di Massimo Paperini<br />
<br />&nbsp;progetto di Perini Navi/Ron Holland/John Pawson <br />
foto di Onne van der Wal/Giuliano Sargentini - testo di Massimo Paperini<br />
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Spazi continui, volumi scultorei, tagli di luce radenti alle superfici. Il segno minimalista di John Pawson conferisce un’immagine fresca e assolutamente contemporanea al nuovo maxi-sailer di Perini Navi, segnando un altro importante capitolo della storia del cantiere viareggino.
“La galea su cui ella sedeva come un trono brunito ardea sull’acqua; la poppa era tutt’oro martellato, di porpora le vele, e un tal profumo ne esalavan per l’aria tutt’intorno, da far languir d’amore i venticelli...” <br />
William Shakespeare, Antonio e Cleopatra, Atto secondo, Scena seconda<br />
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Il nuovo maxi-sailer Baracuda di Perini Navi è un cinquanta metri, disegnato da Ron Holland e Perini Navi per quanto riguarda la parte navale ed esterni, mentre gli interni sono stati curati dall’architetto inglese John Pawson, già conosciuto al mondo della nautica per aver realizzato gli interni del B-60 di Luca Brenta. <br />
È la prima volta che il cantiere presenta un’imbarcazione con oblò rettangolari su uno scafo grigio scuro metallizzato. L’armatore desiderava infatti una tonalità simile a quella delle squame dei pesci, mentre per le vele, di colore viola, ha tratto ispirazione dalla famosa barca di Cleopatra, descritta dalla penna di William Shakespeare nella tragedia Antonio e Cleopatra.<br />
Le linee esterne mettono in evidenza l’evoluzione stilistica presentata da alcune nuove realizzazioni di Perini Navi. Novità assoluta per questo cinquanta metri è il doppio portellone poppiero che si solleva lasciando spazio ad un’ampia spiaggia sul mare e ad una scala per accedervi, che si solleva ulteriormente per permettere l’accesso al garage e al varo del secondo tender. Per quanto riguarda gli interni, John Pawson spiega: “la grande sfida con Baracuda è stata quella di prendere una serie di principi spaziali e di applicarli ad una situazione particolare come quella di un’imbarcazione a vela di cinquanta metri. Ho voluto creare un luogo che esaltasse la priorità della luce, lo spazio e la proporzione, principi che hanno dato forma al mio lavoro fin dall’inizio. Il ponte principale è concepito come un open space, senza divisioni; lo scopo era avere un ambiente più chiaro, un campo visivo libero da ostacoli, diversamente da quello che di solito avviene nelle imbarcazioni di questo tipo. Il rivestimento delle pareti, realizzato con carta pergamena, è stato scelto non solo per la delicata bellezza della trama e del colore, ma anche per il modo in cui contribuisce a smaterializzare il volume della scala centrale. La fluidità dello spazio è accentuata anche dal collegamento del living con il pozzetto di poppa, caratterizzato da linee del cielo e del pavimento ininterrotte che corrono attraverso la soglia. La fluidità dello spazio, che rappresenta uno dei principi portanti della mia architettura, non vuole essere la ricerca di omogeneità e perfezione di una gesamtkunstwerk (opera d’arte totale, n.d.r.), che poco ha a che fare con i concetti di abitabilità e comfort. Tant’è che per il progetto d’arredo abbiamo optato per una combinazione tra elementi realizzati su misura e pezzi classici del design”.<br />
Dal classico pozzetto ‘al fresco’ di Perini Navi si accede direttamente, tramite una porta scorrevole, alla zona living costituita da un unico ambiente che comprende la zona soggiorno, la zona pranzo a dritta e una zona relax studio, separate tra loro dal volume della scala centrale.<br />
La scelta dei materiali operata dall’architetto inglese, riferimento mondiale del minimalismo, è rivolta a creare estrema sobrietà e purezza delle linee. Per il cielo e il rivestimento dei paglioli è stato scelto un teak sbiancato con fughe in acero laccato bianco, mentre per tutte le superfici verticali è stata usata una finitura laccata bianco mat. Tagli di luce sul soffitto, effettuati nei punti di raccordo con le pareti, smaterializzano la consistenza delle stesse in uno spazio dominato da superfici chiare e luminose. <br />
All’interno dell’unico ambiente, pezzi di arredo degli anni Trenta e Sessanta, divani dalle linee tese, lampade da terra, un tavolo da pranzo in ebano macassar circondato da sedie in frassino, convivono armonicamente.<br />
Il blocco centrale che mette in comunicazione i diversi ponti, rivestito di pergamena rifinita mat, contiene una scala in teak sbiancato che sembra fluttuare nello spazio grazie al distacco dalle pareti laterali che la contengono e al nitore creato dall’illuminazione sottostante. Dalla scala si accede al ponte inferiore, dove troviamo una cabina armatoriale con bagno per lui e per lei, due cabine Vip e due cabine ospiti singole con secondo letto ribaltabile. Il rivestimento dei paglioli crea, anche in questo caso, continuità tra i diversi ambienti mediante le fughe di acero bianco e listoni di teak sbiancato, ma il cielo in questo caso prende il colore bianco delle superfici verticali. Tutte le linee, quelle dei letti e del divano contrapposto nella owner cabin a uno scrittoio di Christian Liagre, sono tese e pulite; il letto appare sospeso e i comodini sono semplici cubi ancorati alla paratia che fa da testata ma anche da quinta di separazione dalla zona degli armadi che porta ai due bagni. Uniche note di colore, i cuscini viola, a richiamare le vele e alcuni dettagli di ebano trattato mat.<br />
Nelle cabine vip e guest, di eguale eleganza ed equilibrio, sono invece le lampade a muro dei comodini Agrafee di Serge Mouille a essere protagoniste, con le loro linee sinuose in ambienti assolutamente neutri e lineari. L’illuminazione delle cabine è diffusa e privilegia le superfici laterali dove sono disposti gli oblò, anche se pochi spot sono comunque presenti nei cieletti come luci di completamento. I bagni, anch’essi essenziali, hanno mobili sospesi in ebano sormontati da lavandini in pietra calcarea color crema. <br />
Grazie all’innovativa interpretazione conferita da John Pawson al layout degli interni, Perini Navi, noto per i contenuti tecnologici dei suoi yacht di impronta classica, prosegue il suo percorso di avvicinamento alle tendenze contemporanee dell’interior design, già sviluppato in altre imbarcazioni come Squall, Roseharty e il più recente P2.<br />
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		<pubDate>2009-07-15 15:10:07</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Floating House<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,609,intItemID,630,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di MOS Architects, Michael Meredith, Hilary Sample<br />
testo di Matteo Vercelloni - foto di Florian Holzherr<br />
<br />&nbsp;progetto di MOS Architects, Michael Meredith, Hilary Sample<br />
testo di Matteo Vercelloni - foto di Florian Holzherr<br />
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Una casa galleggiante sulle acque del Lake Huron, a Pointe au Baril nei pressi di Ontario in Canada. Una piccola abitazione costruita su una piattaforma che, nella rilettura contemporanea dei modelli e delle tecniche vernacolari, si propone come modello di architettura sostenibile.
Già il sito – una piccola isola nel mezzo del Lake Huron, prescelta quale luogo-rifugio per trascorrere week-end e vacanze nella natura – denuncia lo stretto rapporto tra scelte abitative e ‘acqua’, assunta come elemento di confronto continuo che circonda terra e case, in ogni momento della giornata. Se poi la casa, come in questa situazione, invece che poggiare sul terreno galleggia sullo specchio lacustre ed è ancorata alle sponde rocciose con una passerella di legno mobile, la distinzione tra interno navale e domestico appare riconoscibile solo dalla dimensione degli spazi e delle grandi aperture vetrate. Mentre a livello sensoriale prevalgono il rollio da barca ormeggiata, il rumore dell’acqua sugli scogli e il riflesso della luna sulla superficie liscia del lago. <br />
Ma questa casa galleggiante, costruita sopra una piattaforma metallica mobile con grandi fusti vuoti che garantiscono l’equilibrio dell’insieme, oltre che proporsi come riuscita sperimentazione a livello compositivo, sottolinea un metodo di lavoro di grande attualità nell’ottimizzazione delle risorse e nella riduzione degli sprechi. Anzitutto costruire una casa della stessa dimensione e con le medesime finiture sull’isola prescelta, invece che sull’acqua che circonda le sue sponde, avrebbe comportato una spesa proibitiva per le complicazioni legate al trasporto dei materiali e alle trasferte degli operai. Così si è pensato di assumere il lago come una sorta di ‘autostrada sull’acqua’ e di costruire una ‘casa mobile’ (su modello di quelle radicate nella storia della casa americana, ma in genere poste su ruote di gomma) e di impiegare uno spazio di cantiere di fronte alla sede del costruttore in modo da ottimizzare tempi e costi. Posizionata la base metallica sulla superficie del lago ghiacciato, si è poi proceduto ad innalzare la casa vera e propria. L’abitazione segue i profili della tipica casa con tetto a falda, come quella disegnata dalla fantasia di un bambino, impiegando in modo monomaterico, e secondo tecniche costruttive tradizionali della regione, listelli di legno di cedro per rivestire verande, porticato e tutti i fronti. Alle aperture e ai pieni di facciata vengono alternate delle porzioni a fasce distanziate che, come griglie orizzontali, permettono diversi gradi di trasparenza tra interno ed esterno. La geometria ben riconoscibile e di tipo ‘vernacolare’ del volume d’insieme si sposa con il disegno essenziale e contemporaneo dell’involucro complessivo e dei suoi interni, dove il legno, impiegato per soffitto e pavimenti, si alterna alle superfici bianche e luminose delle pareti. Una volta completata, e sciolti i ghiacci dell’inverno, la casa ha navigato per circa ottanta chilometri trasportata da una barca a motore, arrivando al punto di destinazione dove è stata ormeggiata alla sponda con una passerella di collegamento all’ingresso del primo livello. Un ulteriore passaggio ligneo permette di unire il deck del piano a filo d’acqua con uno scoglio laterale, assunto come ‘naturale’ ed esclusivo ampliamento en plein air della casa. Il sistema di galleggiamento, oltre a permettere eventuali spostamenti, segue senza problemi la dinamica delle maree stagionali, cambiando semplicemente l’inclinazione dei percorsi d’arrivo collegati a terra, assecondando il movimento del lago di cui è parte integrante.<br />
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		<pubDate>2009-07-15 15:08:38</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Editoriale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,59,intIssueID,609,intItemID,628,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Gilda Bojardi<br />&nbsp;di Gilda Bojardi<br />&nbsp;
Questo rivoluzionario passaggio di scala ha portato alla nascita di nuovi e sempre più diversificati modelli di utilizzo dello yacht: ogni barca esprime lo stile di vita e la cultura estetica del proprio armatore.
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Una volta c’era un solo modo di andar per mare, fatto di comportamenti, parole, tradizioni, sfide e scenari ben definiti, a cui corrispondevano anche precisi modelli di architettura nautica che proprio nella loro caratteristica immutabilità esprimevano l’appartenenza a un mondo ‘altro’ da quello dell’architettura di terra. Oggi l’imbarcazione da diporto – lo yacht a motore ma sempre più spesso anche la barca a vela – ha assunto un significato d’uso molto diverso. Non è più, o non solo, un mezzo per navigare, per sfidare il mare e quanto di ignoto è a esso correlato, per godere il sole, le stelle, lo spazio illimitato e il silenzio. È diventata una vera e propria casa galleggiante, che, grazie alle ampie dimensioni raggiunte e alla stabilità conferita dalle moderne tecnologie, assume il ruolo di spazio di rappresentanza e di autorappresentazione dove il mare conta come scenografia di contorno. Questo rivoluzionario passaggio di scala ha portato alla nascita di nuovi e sempre più diversificati modelli di utilizzo dello yacht: ogni barca esprime lo stile di vita e la cultura estetica del proprio armatore. A dimostrarlo sono i progetti presentati in questo numero. Nel Baracuda progettato da John Pawson, per esempio, il minimalismo architettonico è scelto quale strumento di ricerca di un rapporto understatment con il mare, che trova proprio nella cura del dettaglio l’espressione di una ricercatezza colta e sofisticata. Di contro, il progetto del Sea Force One di Luca Dini nasce dall’interpretazione più estrema dell’idea dello yacht come spazio itinerante del divertimento; è infatti una barca che, nell’inconsueto e scenografico allestimento, assomiglia quasi a una discoteca galleggiante. Diverso ancora l’esempio dell’Ocean Emerald, primo esemplare di dieci yacht in multiproprietà firmati da Norman Foster: a prevalere sono in questo caso principi propriamente domestici, quali il comfort, la luminosità, la privacy, la massima valorizzazione del rapporto con l’esterno. Proprio come succede nel progetto di una casa, o meglio di un piccolo condominio di lusso che deve incontrare il gusto e le necessità di più persone, tenendo comunque conto di dovere anche galleggiare sull’acqua. <br />
Gilda Bojardi<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-15 17:00:30</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Design pungente<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,70,intIssueID,608,intItemID,625,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Katrin Cosseta&nbsp;di Katrin Cosseta<br />&nbsp;Icone del paesaggio siciliano, cactus e fichi d’India sono un tema iconografico di grande attualità nel design del mobile, del complemento, della luce.  Interpretazioni giocose dell’identità mediterranea.]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:41:43</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>La Sicilia del design<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,608,intItemID,624,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Cinzia Ferrara&nbsp;di Cinzia Ferrara<br />&nbsp;
“Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo di razze e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava”.
Se non si hanno parole migliori è bene adoperare quelle già scritte, specie se costruite dalle mani di Gesualdo Bufalino che con lucido e spietato amore disegna la sua terra.<br />
Delle tante Sicilie mi piacerebbe raccontarvi quella che pigramente, per non tradire del tutto la sua natura, si muove verso possibili scenari in cui il design, con i suoi tanti nomi, può divenire uno strumento per valorizzare il territorio denso di patrimoni, come quello dei beni culturali, dell’artigianato, dell’enogastronomia, patrimoni ricchi e altrettanto scarsamente valorizzati e comunicati. <br />
Design per lo sviluppo è una definizione che riporta alla storia del Dipartimento di Design di Palermo, negli anni ’80 ancora Istituto, e ad Anna Maria Fundarò, suo direttore che con un gruppo di giovani ricercatori, oggi tutti docenti, iniziò ad adoperare quel metodo di ricerca e diffusione della disciplina progettuale in un territorio restio ad accoglierla. In quegli anni vanno ricercati i primi segnali importanti perché indicatori di un processo in crescita che lentamente ha condotto all’affermazione e al consolidamento del design, che ha incassato come un pugile esperto sconfitte e atterramenti, ma non si è mai fermato. Design per lo sviluppo diventa così uno slogan, al grido del quale avanzano, come file di soldati, le tante iniziative promosse dall’istituto, workshop, convegni, mostre, collaborazioni con aziende, negli anni in cui era possibile incontrare nelle aule palermitane maestri del design come Ettore Sottsass, Ugo La Pietra e Marco Zanuso. Per chi si è formato in quel periodo era stridente la passione che andava crescendo per il design, alimentata anche dall’orgoglio di appartenere a una sorta di élite votata alla progettazione industriale, e la difficoltà di poterlo adoperare come potente strumento di cambiamento del territorio siciliano. Per molti che hanno studiato alla facoltà di architettura e hanno seguito le materie di disegno industriale, il design si è trasformato in un impalpabile miraggio, impossibile da raggiungere. Ma non per tutti. Chi con tenacia ha continuato a lavorare su un terreno difficile, ha creato le condizioni ottimali perché potesse avvenire lo scatto in avanti con la creazione del primo corso di laurea in disegno industriale del meridione, dopo quello di Napoli. E Design per lo sviluppo ha continuato ad essere più di un motto che accompagna tuttora le attività del dipartimento, del dottorato di ricerca e del corso di laurea, rappresentando l’aspirazione per il design di divenire disciplina di centrale importanza, per attivare processi di crescita sul territorio, ponendo in essere delle azioni virtuose capaci di valorizzarne i molteplici patrimoni. <br />
Delle tante Sicilie mi piacerebbe raccontarvi quella del design, la disciplina progettuale che negli ultimi anni, nei vari insegnamenti del Corso di laurea ma anche nelle ricerche sviluppate nel Dottorato e nel Dipartimento di design, si è concentrata sulla valorizzazione del territorio e lo ha fatto con la consapevolezza di lavorare adoperando le risorse esistenti, senza la velleità di proporre modelli di sviluppo esportati, nella speranza di indurre in loco un processo forzato di modernizzazione. Il tentativo costante è quello di ascoltare il territorio e cercare di valorizzarlo con azioni che chiamano in causa le tante aree disciplinari in cui si dirama il design, perché agiscano da sole o sempre più spesso interagendo tra loro e con altre discipline, per la progettazione di soluzioni sostenibili. Delle tante Sicilie che si possono contare oggi c’è anche quella del design che per sua natura e aspirazione guarda sempre lontano, ma senza staccare i piedi da quella terra che più che un’isola è un microscopico continente.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:52:08</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Salemi la repubblica delle idee<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,608,intItemID,623,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di Antonella Galli&nbsp;testo di Antonella Galli<br />&nbsp;
Si può rilanciare la vita di un paese della Sicilia occidentale a partire dalla creatività? Vittorio Sgarbi e Oliviero Toscani credono di sì. Per farlo hanno chiamato a raccolta intelligenze e personalità della cultura, italiane e non. Puntando sull’eccellenza e sulla voglia di inventare una nuova via alla politica.
Vittorio Sgarbi sindaco a Salemi, un paese di 11.000 anime in provincia di Trapani: la notizia, nel giugno 2008, aveva creato un certo scalpore e fatto alzare qualche sopracciglio. È trascorso un anno, e all’impresa di Sgarbi di rilanciare il borgo di Salemi si sono uniti altri nomi noti della cultura italiana, vivendo l’occasione come un’avventura di amministrazione creativa, un esperimento sovversivo di azioni fuori dalla logica politica consueta. Ecco allora Oliviero Toscani, assessore alla Creatività, Bernardo Tortorici, assessore all’Urbanistica, al Centro storico, al Decoro urbano e al Paesaggio, l’architetto Peter Glidewell, assessore alla Cultura e all’Agricoltura, Fulvio Pierangelini, chef del Gambero Rosso, assessore alle Mani in Pasta, Davide Paolini, gastronauta, assessore al Gusto e al Disgusto, e poi Umberto Montano, Philippe Daverio (bibliotecario), l’architetto Pietro Carlo Contini e tanti altri (www.assessoratoallacreativita.it). Tutti al lavoro (a puro titolo partecipativo) per Salemi: perché? “Avevo promesso che Salemi sarebbe diventata famosa nel mondo, e questo si sta avverando”, dichiara il sindaco; “C’è la possibilità di utilizzare arte, creatività e cultura per rilanciare un territorio come questo che ancora non si è risollevato da un terremoto (quello del Belice) che l’ha colpito più di quarant’anni fa”.&#160; Per far rivivere quella parte di Salemi antica e abbandonata dopo il terremoto (50% del borgo antico) il sindaco e il suo assessore Oliviero Toscani hanno lanciato il progetto ‘Case a 1 euro’, offrendo a chiunque lo richiedesse di acquistare le case diroccate a un solo euro, per poi assumersene i costi della ricostruzione, ovviamente secondo criteri predefiniti dall’amministrazione. Sgarbi fa il punto sulla situazione: “Le richieste sono state quasi diecimila, da tutto il mondo, compresa l’India e l’Australia, e molte anche dall’Inghilterra. Il progetto sta entrando nel vivo: a breve verranno assegnate le prime case, ma è stato necessario parecchio tempo per definire le proprietà e le acquisizioni, poiché ogni casa, benché abbandonata, aveva una storia, un proprietario, quindi un percorso per venirne in possesso”. Umberto Montano, presidente dell’Associazione Salemi e Pepemi (nata anch’essa dall’assessorato alla Creatività per promuovere i prodotti dell’enogastronomia locale) sta seguendo da vicino la parte legale di ‘Case a 1 euro’: “Il procedimento è complesso, proprio perché molto frammentato, ma il comune è oggi proprietario già di mille immobili, di cui avvierà l’alienazione a breve (sono pronti circa 250 lotti). Per gli acquirenti si sta pensando a un bando a cui aderire confermando la propria disponibilità a seguire, nella ricostruzione, le regole fissate dall’amministrazione”. L’architetto Pietro Carlo Contini ha redatto un piano dettagliato per l’intervento a Salemi: “Si tratta di realizzare un laboratorio a cielo aperto che consenta di lavorare a una ‘via italiana’ al recupero dell’antico. Un esempio illuminante sono i restauri degli affreschi di Giotto ad Assisi: là dove il dipinto manca, non è stato inserito nulla di estraneo o finto, solo linee che ne facciano intuire la continuità. Così per le case di Salemi: dopo un’accurata analisi delle preesistenze, dei materiali e della storia dell’edificio, il recupero e la riconversione deve essere fatta senza sovrapporsi o trasfigurare; con mano morbida e ispirata va ricostruita prima di tutto l’identità, la verità di quelle case.” Oliviero Toscani, dal canto suo, ha attivato a Salemi un laboratorio chiamato Progetto Terremoto, in cui lavorano venti giovani per realizzare campagne di promozione per la città: “Il vino è una delle ricchezze della zona, che deve ancora essere valorizzata” racconta Toscani; “per la vendemmia abbiamo intenzione di organizzare una festa riempiendo di vino un anfiteatro abbandonato, facendone una piscina ed esaltando così, giocosamente, le proprietà del nettare d’uva.” Ma altre campagne sono già partite: “Alcune a carattere etico”, continua il celebre fotografo, “come quella contro la violenza sulle donne, con le ragazze di Salemi e di paesi vicini (ma si estenderà a tutt’Italia), quella contro il randagismo e per la costruzione di un canile per la tutela degli animali abbandonati su un terreno sequestrato ai mafiosi. Poi il cinema, con la straordinaria donazione del collezionista newyorkese Yongman Kim (55.000 dvd), che ha reso Salemi la capitale mondiale del cinema indipendente: li metteremo in rete e ne faremo un festival”. Sgarbi, intanto, a fine settembre inaugura a Salemi il primo Festival del cinema religioso, chiamandolo Visioni. E la capacità di visione, forse, è il miglior pregio di questa amministrazione creativa, un valore aggiunto quasi del tutto sconosciuto ai ‘professionisti’ della politica nazionale.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:51:02</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Nino Bevilacqua<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,97,intIssueID,608,intItemID,622,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[a cura di Davide Rampello<br />
foto di Giacomo Giannini&nbsp;a cura di Davide Rampello<br />
foto di Giacomo Giannini<br />
<br />&nbsp;
46 anni, ingegnere, progettista, in Italia e all’estero, di infrastrutture legate alla grande viabilità, è personaggio-chiave del New Deal palermitano per il suo ruolo di Presidente dell’Autorità Portuale di Palermo che sovrintende alla rinascita e bonifica del porto. Non solo. È patron della fondazione GOCA (Gallery of Contemporary Art di Palermo) inaugurata lo scorso luglio con una performance di Vanessa Beecroft all’ex Chiesa di Santa Maria dello Spasimo.
Ingegnere, docente, collezionista d’arte contemporanea, produttore di vino, quale di queste attività ti soddisfa di più?<br />
&#160;“Non saprei dire, sarebbe come chiedere a un padre, quale preferisce tra i suoi figli, io non so fare un unico lavoro. Tendo ad avvicinare tutte queste attività con lo stesso amore, anche se in certe fasi della vita spingo in avanti l’una o l’altra”. <br />
Come nasce la tua passione per l’arte contemporanea? <br />
“Nasce dalla mia curiosità, un tratto caratteriale, ma ritengo che ci si possa avvicinare all’arte contemporanea, nel senso di comprenderla, soltanto se si conosce la storia. Poi diventa un fatto che ti entra dentro e non puoi più farne a meno”. <br />
Quindi si arriva al collezionismo? <br />
“Certo, si arriva al collezionismo, però nel mio caso&#160; - vorrei precisare - vissuto da diretto consumatore, animato da un rapporto visivo-emozionale con l’opera, non legato al possesso maniacale che non mi interessa”. <br />
Ci parli della tua formazione e di quali sono, oggi, le tue attività principali?<br />
“Ho una formazione scientifica, sono ingegnere, diventato docente universitario a 39 anni, amo la ricerca e sono mosso dalla voglia di dare il mio piccolo contributo soprattutto ai giovani. Ho insegnato al Politecnico di Torino, oggi sono all’Università di Palermo ed è un impegno che seguo con passione. Ma l’attività principale resta legata alle infrastrutture di trasporto, alla progettazione-costruzione di ponti e autostrade, con un sacro rispetto dell’architettura. Un lavoro che parte sempre dagli studi del contesto ambientale, perché un ponte, un viadotto, una strada vanno percepiti come presenze forti ma integrate nel sistema territoriale o urbano in cui si inseriscono, svolgendo un ruolo significativo nel paesaggio inevitabilmente modificato. È centrale poi lo studio attento del particolare. C’è un tratto dell’autostrada Palermo-Messina in cui questo rapporto dell’infrastruttura con l’ambiente, la natura, il verde è molto evidente. Così a Ortigia, Siracusa, dove abbiamo recuperato il ponte umbertino e realizzato il nuovo ponte di collegamento viario tra via Malta e via Chindemi, un’onda di spessore sottile sospesa su due appoggi centrali, pile con una struttura lapidea di sezione ellittica e nell’impalcato una finitura di lame in acciaio, una figura contemporanea che determina nel paesaggio inevitabili modificazioni nel sistema di relazioni fra elementi naturali-artificiali”.<br />
Dove si svolge la tua attività professionale?<br />
“La sede base è Palermo, a Palazzo Torremuzza, poi c’è lo studio di Roma e presto ci sarà anche Milano, in via Tortona 37, all’interno del building progettato da Matteo Thun, un’architettura industriale riconvertita in modo eccellente, per le altezze degli spazi, la possibilità di rapporto tra fuori e dentro, la luminosità, il rapporto con il contesto”.<br />
Ci racconti del tuo ruolo-chiave di Presidente dell’Autorità Portuale di Palermo?<br />
“Con piacere. Palermo è una città-porto, in senso fisico e simbolico. Poi negli anni Cinquanta, il mare è stato fisicamente distanziato dalla passeggiata, le macerie della guerra hanno prodotto un terrapieno e un immondezzaio. Il ridisegno del waterfront è un’operazione strategica, un modo per far incontrare il tessuto urbano con l’acqua, attraverso la realizzazione di scenari coraggiosi. Il progetto di sviluppo e valorizzazione del nuovo porto è frutto del lavoro congiunto e sinergico tra più enti territoriali. Sicuramente strategica è stata la scelta di costituire l’ Officina del Porto, un laboratorio di pensiero dove si sviluppa l’attività di progettazione affidata a una serie di architetti internazionali e di giovani architetti palermitani. Quando si lavora a un progetto complesso, la programmazione è fondamentale, così come il lavoro di équipe, e la condivisione delle scelte architettoniche che certamente, seppur contemporanee, passano attraverso il recupero dei beni monumentali. La riqualificazione del Foro Italico su progetto di Italo Rota (suggerito proprio da Davide Rampello Presidente dal 2003 de la Triennale di Milano e dal 2002 al 2006 Direttore Artistico Grandi Eventi della città, ndr), che attualmente sta curando anche la realizzazione della nuova stazione marittima, e poi il restauro del Parco archeologico del Castello a Mare, il disinquinamento della Cala, l’insenatura naturale del Porto Antico in via di recupero intendono restituire un’idea della città che si riappropria del proprio accesso al mare”. <br />
Come si gioca ancora il New Deal palermitano? Le attività culturali che si sono svolte negli ultimi anni hanno influenzato la fruizione della città?<br />
“Certamente in questi anni si è fatto tanto per rivitalizzare la vita culturale di Palermo. Si sono fatti passi in avanti importanti anche nel recupero del centro storico. Perché non si può parlare di attività culturali senza partire dalla città e dalla sua storia. Era necessario innanzitutto rientrare nei nostri luoghi, in modo propositivo. Non dimentichiamo che una qualsiasi mostra di arte contemporanea fatta a Palermo potrebbe di per sé avere un ritorno di pubblico minore rispetto a Milano, New York, Parigi, Londra ecc. Però Palermo e tutta la Sicilia hanno un punto di forza eccezionale: il rapporto magico che si può creare tra storia e contemporaneità. Questo è quello che ci caratterizza e ci può differenziare. Perché la Sicilia? Perché la sua contestualizzazione è straordinariamente unica al mondo. Ci sono il sole, il mare, il verde, le montagne, l’Etna, le Saline, il Teatro Greco di Siracusa, i templi di Agrigento, i palazzi storici di Palermo… Centrale resta la conoscenza del territorio. Molti giovani si sono avvicinati al progetto proprio in modo sinergico (mixando architettura, arte, cultura, storia). È nata una Galleria di Architettura Contemporanea, come Expa, sono nati una serie di laboratori e programmi culturali come Kals’Art. Si lavorava a sistema: la curia apriva le chiese di sera, i palazzi più importanti erano visitabili, i luoghi recuperati e quelli ristrutturati che però portavano il segno della storia, come l’ex Deposito Locomotive Sant’Erasmo, accoglievano l’arte contemporanea”.<br />
&#160;Quali luoghi, quartieri e spazi hanno avuto specificamente questa funzione di influenzare la vita culturale di Palermo? Ti ricordi il progetto del Kals’ Art al quale abbiamo lavorato insieme?<br />
“Sicuro, in primis il quartiere della Kalsa, nel centro di Palermo, adiacente alla Cala che ha fatto da traino agli altri. È stato riprogettato durante il periodo del tuo incarico. Ho seguito con passione tutte le fasi del suo recupero e bonifica soprattutto dal punto di vista dell’accessibilità dei luoghi. È stato necessario intervenire in modo organico. E lo scorso luglio, inaugurando le attività della Fondazione Goca, abbiamo usufruito dello spazio recuperato della chiesa di Santa Maria dello Spasimo, accogliendo una performance, la prima in Sicilia, di Vanessa Beecroft, che ha realizzato un gruppo di sculture in gesso raffiguranti un gruppo di donne, localizzate nello spazio sottostante l’abside della chiesa. Un progetto che enfatizza il legame con la tradizione scultorea siciliana barocca rappresentata in particolare da Giacomo Serpotta. Un esempio eccellente di integrazione con il contesto. Questo stesso palazzo dove si trova il mio studio, Palazzo Torremuzza vive in stretto rapporto con il suo territorio: è stato rivitalizzato e riqualificato insieme al suo contesto - il quartiere arabo - che oggi è una zona civile frequentabile tranquillamente anche all’una di notte contrariamente a pochissimi anni fa”. <br />
Se dovessi fare una classifica delle città siciliane all’avanguardia dal punto di vista culturale, quale sarebbe?<br />
“Io vivo a Palermo però quando parlo di Palermo il riferimento va a tutta la Sicilia, ritengo che altre città stiano facendo bene dal punto di vista dell’attenzione al tema del recupero e delle attività culturali, come Siracusa, Ragusa, Catania, Trapani. Al di là delle graduatorie, percepisco una volontà comune di investire sul territorio. La riqualificazione però - e questa è la nota dolente - nasce più dall’iniziativa privata che pubblica. Spero che il pubblico possa crescere come ha voglia di crescere oggi il privato”.<br />
Quali artisti contemporanei vorresti vedere all’opera nelle città siciliane?<br />
“Ci sono molti artisti contemporanei di notorietà internazionale e molti giovani interessanti che lavorano a Palermo. Penso ad Aleksandra Mir, a Jenny Saville, a Stefania Galegati ma sono tanti a considerare Palermo un grande palcoscenico. Mi piacerebbe vedere all’opera sul territorio Anselm Kiefer per la capacità della sua arte di leggere il rapporto con la storia dei luoghi”.<br />
E tra gli architetti, hai qualche preferenza?<br />
“Ho apprezzato con te il lavoro di Dominique Perrault e nello specifico i suoi ponti pedonali su Palermo che aiutano a riordinare la viabilità senza creare barriere visive e architettoniche, poi quello di Massimiliano Fuksas, autore delle scene della stagione estiva al Teatro Greco di Siracusa. Comunque, più in generale, mi ritrovo in linea con gli architetti che riescono a mantenere un rapporto diretto e reale con i progetti capaci di esprimere, seppur con mezzi sofisticati ma in modo artigianale, il loro pensiero”.<br />
Come si declina la moderna cultura del progetto nella tradizione pluriculturale della Sicilia?<br />
“Premetto di essere assolutamente contrario al recupero filologico di un luogo e di uno spazio storico. Mi sembra più interessante spingere l’intervento contemporaneo in modo contestualizzato ovvero legato in modo corretto alla storia specifica dell’area. <br />
Lo stesso Vittorio Gregotti ha riconosciuto di aver fatto un errore di valutazione sullo Zen, il quartiere da lui progettato a Palermo, perché non conosceva bene il territorio”.<br />
Ritieni che tutti questi interventi sulla città si possono trasformare in un incremento dei consumi e in una modificazione delle abitudini dei cittadini? <br />
“Senza dubbio il recupero è da intendersi come attività sinergica, non riferita al singolo caso, ma in modo mirato declinata in termini urbani, strutturali, architettonici, artistici e sociali, ovvero - ribadisco - contestualizzata. Soprattutto rispetto al tessuto socio-economico in cui si colloca”.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:50:20</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Un dammuso nell’isola del vento<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,608,intItemID,621,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto architettonico di Gabriella Giuntoli
progetto d’interni di Lucia Bisi
foto e testo di Costanza Rampello  &nbsp;progetto architettonico di Gabriella Giuntoli<br />
progetto d’interni di Lucia Bisi <br />
foto e testo di Costanza Rampello&#160; <br />
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Pantelleria, un primitivo esempio di architettura bioclimatica rinato a nuova vita. Ex struttura rurale oggi è dotata del primo esperimento di sistema ibrido che utilizza le meravigliose risorse climatiche dell’isola mediterranea.
La pala eolica, di forma insolita, è più simile a una scultura. Piantata in mezzo al campo di vite, con la sua dimensione considerevole e il vorticoso moto perpetuo, rappresenta felicemente l’unico segno coevo in un contesto del tutto arcaico. Questo inedito mulino a vento, che è il manifesto della determinazione pionieristica di una vignaiola trasferita nell’isola, serve, insieme a un sistema fotovoltaico, ad alimentare l’insediamento abitativo ed agricolo di cui la stessa viticoltrice è proprietaria. Insediamento composto da dammusi rurali posti di spigolo rispetto alla vigna di zibibbo e che circoscrive una porzione pianeggiante di valle Monastero, nel versante che si apre e sfocia verso il mare. La valle, caldera di uno dei tanti vulcani che sconquassarono l’isola, è tra le contrade agresti che meglio interpretano la persistente vocazione viticola di Pantelleria. Delimitata dalla montagna da un lato e da un crinale che la separa dal mare, Monastero è un vasto e allungato pianoro caratterizzato da antichi insediamenti legati alla coltura della vite e, in misura minore, del cappero. Rivela l’intatta armonia primordiale di una terra fertilissima disegnata da particelle di coltivi, recintate da muri a secco in pietra lavica e punteggiata da dammusi fatti della stessa pietra. Tali dammusi sono in parte strutture agricole, cantine, magazzini o frantoi, e in parte raffinate residenze estive. Il recente restauro conservativo ha riabilitato l’insediamento rurale, in precedenza alloggio temporaneo per il lavoro dei campi, e ne ha fatto una residenza stanziale, abitata tutto l’anno. Il progetto di restauro e di completamento del volume, che ha previsto anche l’aggiunta di un tradizionale giardino pantesco, è stato curato da Gabriella Giuntoli, architetto dell’isola, cui si riconosce la salvaguardia su ampia scala della straordinaria tipologia dei dammusi. Questo complesso in pietra lavica, è composto di abitazione e di azienda in fieri dove vive Floreana. Il dammuso originale contiene il soggiorno, le alcove e il bagno; il secondo, più piccolo, edificato ex novo, è l’ambiente a volte che ospita la cucina. L’arredamento degli interni nasce per caso e spontaneamente, dall’incontro e dall’amicizia tra Floreana e Lucia Bisi, architetto, assidua frequentatrice dell’isola. Con il gusto di sperimentare qualcosa di nuovo e di diverso in un’isola considerata ‘africana’, dove trova diffusa espressione un arabesco un po’ di maniera, che rende alquanto simili fra loro le dimore peraltro di impronta saracena, le due amiche hanno ideato e scelto soluzioni arredative inedite e innovative, obbligate dall’impostazione rigorosamente ecologica voluta da Floreana in fatto di alimentazione energetica e dai vincoli tecnici che ne sarebbero seguiti. Tenuto conto dunque di uno spazio che non aveva bisogno di nulla se non di venire valorizzato nel semplice arcaismo dei suoi volumi, e possibilmente con corpi illuminanti di lieve impatto, sono state adottate le Bacchetta magica,&#160; lampade fluorescenti di Viabizzuno (integrate in cucina e nel bagno con lampade di Luceplan e Artemide). La luce diffusa emanata da queste lampade, di diverse lunghezze e variamente inclinate, sospese agli incroci delle volte, si è rivelata adatta agli ambienti del dammuso, conformati da cupole, alcove e absidi. Per gli arredi la progettista si è attenuta a un’ assoluta semplicità: legno di noce italiano per il tavolo e legno laccato grigio per letti e divani. I colori rosso India e viola fucsia dei rivestimenti in cotone di Mimma Gini esaltano i toni delle pastelle di cemento colorato dei pavimenti (colore terra lievemente violaceo) e delle pareti (cipria); i tendaggi rigati, dipinti a mano dalla progettista, riprendono le stesse gradazioni.<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:49:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Nella&#160; roccia<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,608,intItemID,620,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Franco Menna
foto di Paolo Utimpergher e Antonino Savojardo
testo di Matteo Vercelloni&nbsp;progetto di Franco Menna <br />
foto di Paolo Utimpergher e Antonino Savojardo<br />
testo di Matteo Vercelloni<br />
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A Modica nel quartiere collinare di Monserrato, il recupero di una casa dai muri di pietra, condotto secondo la logica del restauro conservativo che, valorizzando e riportando in luce la struttura originaria, non rinuncia negli interni al segno contemporaneo, sia dal punto di vista degli arredi, sia nella configurazione di nuovi spazi.
Una casa abbandonata, con il tetto in rovina, ammalorata e decisamente segnata dal tempo, ma con una grande potenzialità data dalla sua sincera semplicità, dalla posizione panoramica, affacciata dall’alto sulla città e le sue chiese e dallo spazio esterno: un’ampia terrazza in cui stare all’aperto all’ombra di un imponente fico curvato verso il fronte di pietra. È questa la situazione in cui Franco Menna ha trovato questa casa un po’ defilata dal centro della città, ma che permette a piedi, percorrendo scalinate e strette vie, di raggiungere in pochi minuti il Corso e trovarsi così da una situazione isolata, privilegiata e quasi campestre, nel vivace passeggio del cuore urbano di Modica. La casa si ‘appoggia’ alla collina, ‘risparmiando’ un fronte costruito e utilizzando la roccia, che entra negli interni in modo dirompente, quale naturale ‘muro’ di contenimento. Alla roccia e alla pietra, quali materiali originari di costruzione, si è ricondotto l’intervento che ha riportato in luce la finitura della pietra a vista su tutti i fronti, ripulendo le facciate dagli strati di intonaco e vernice sommatisi nel tempo. La pietra, recuperata anche dagli spessi tramezzi interni eliminati, prosegue dal fronte principale nei muri di contenimento e di raccordo con il percorso d’ingresso dalla strada, per poi disegnare l’opus incertum dell’ampia terrazza, assunta come una stanza en plein air, grazie anche alla privacy garantita dalla posizione elevata dell’intera costruzione. Così se, nell’esterno, l’immagine complessiva si inserisce con garbo nel paesaggio collinare, miscelando i colori naturali della pietra a quelli della collina dell’intorno e al verde della vegetazione, nell’interno il progetto di ricostruzione ha definito un programma più articolato e complesso. Si è operato anzitutto nella logica di ottimizzazione del contenimento energetico con infissi di legno ad alta prestazione e con la costruzione di un nuovo tetto coibentato, a falda inclinata come l’originaria, rivestito di tavole di legno sbiancate come le travi di sostegno. Infine si è creato un ‘cappotto’ isolante verticale, poi rasato e tinteggiato di bianco, posato sulle pareti ad eccezione di alcune porzioni significative. L’intera parete in roccia, parallela al lungo fronte principale, è stata ripulita e valorizzata anche grazie a suggestivi tagli prospettici e di luce disegnati dal nuovo soppalco-ponte di legno marino tinteggiato di bianco che accoglie una piccola zona notte. Lo spazio sospeso è una delle nuove figure chiamate a ridisegnare gli interni; l’altezza esistente sotto una delle falde inclinate ha permesso di ricavare questo piccola e raccolta stanza fluttuante, staccata dai muri longitudinali, in questa zona lasciati in pietra a vista. Una soluzione pensata anche per rimarcare le diverse dimensioni degli ambienti e per sottolineare l’indipendenza e la compiutezza del nuovo volume, la lineare figura d’inserimento che si unisce al setto grigio di sostegno raccordato al piano sottostante e alla scala di legno ricavata alle sue spalle. Il soppalco è incorniciato dal grande arco preesistente che separa la zona pranzo-cucina dal soggiorno. L’arco riportato in luce, demolendo spesse partizioni che suddividevano in modo casuale lo spazio disponibile, emerge nella zona giorno disegnando lo spazio dell’intorno e diventa, insieme al soppalco bianco alle sue spalle, un’altra figura caratterizzante l’ambiente interno che si configura come una sommatoria in linea di diverse stanze. Alle sue spalle, e lungo i lati maggiori del soppalco-ponte, una serie di lucernari ricavati sulla copertura catturano la luce naturale nella zona retrostante e lungo la parete in roccia conclusiva su cui trova appoggio la cucina. La pietra dei fronti e della terrazza, la materia che caratterizza la casa nel paesaggio, è riportata così nell’interno, unendosi alla roccia e alla pavimentazione locale di pietra pece.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:47:47</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Una volta, a Noto<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,608,intItemID,619,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Corrado Papa
foto di Alfio Garozzo
testo di Alessandro Rocca&nbsp;progetto di Corrado Papa <br />
foto di Alfio Garozzo<br />
testo di Alessandro Rocca<br />
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Una seconda casa preziosa e leggera custodita dentro un’architettura forte e pesante, antica, tra i bagliori del tufo e della pietra di Modica. Una galleria, quasi una grotta, scavata nel ventre di un palazzo settecentesco che, in origine, doveva ospitare il tribunale di Noto.
Carlo Ferrini è un enologo fiorentino di grande fama e successo. Laureato in agraria, si è conquistato rapidamente una grande notorietà internazionale, sancita dal riconoscimento della rivista americana Wine enthusiast che, nel 2007, lo ha nominato enologo dell’anno. In un’intervista di qualche tempo fa, Riccardo Farchioni, direttore del periodico enogastronomico L’AcquaBuona, chiedeva: “Se dovessi uscire dalla Toscana, in che regione ti piacerebbe lavorare?” e Ferrini, con preveggenza, rispondeva: “In Sicilia, senza dubbio. Che terra, che potenzialità... tutte ancora da sfruttare”. Evidentemente il fiorentino aveva già intrapreso il viaggio verso sud, almeno in senso ideale, e oggi può esibire il restauro, ormai concluso, di una dimora settecentesca nel centro storico di Noto. Un comodo pied-à-terre per le sue attività enologiche nell’isola e per i momenti di relax, in una città dalle caratteristiche straordinarie. Interamente ricostruita dopo il terremoto del 1693, Noto è un vero trattato di architettura barocca e, dal 2002, si fregia del riconoscimento di Patrimonio dell’umanità, inserita, con Caltagirone, Militello Val di Catania, Catania, Modica, Palazzolo, Ragusa e Scicli, nella world Heritage List dell’Unesco. L’architetto Corrado Papa, con studio in Noto, ha affrontato un tema tipico di questa città, il recupero di strutture e spazi che risalgono appunto alle prime fasi della ricostruzione e che, dal primo Settecento a oggi, si sono conservati pressoché intatti. Anzi, i trecento anni trascorsi hanno deposto, sulla superficie delle possenti strutture in pietra di tufo, una patina irregolare che rende questi ambienti più preziosi e testimonia il profondo legame tra l’edificio e la stratificazione dovuta allo scorrere e al sovrapporsi delle epoche. Nell’antico spazio monumentale come un esterno, Papa ha lavorato con attenzione, cogliendo e mettendo in valore tutti gli elementi storici e aggiungendo il nuovo con cautela ed equilibrio. Per esempio, è saggia la decisione di limitare al minimo il trattamento delle parti antiche, sfruttando la portata emozionale e storica delle tracce di vita vissuta, come i blocchi di tufo della volta anneriti dal fumo di un focolare senza camino. Nel piano terreno, un unico vano che si sviluppa dalla strada al giardino interno, le campiture di intonaco bianco sono come gli inserti neutri nei dipinti restaurati, e sottolineano l’energia materica e figurativa della potente volta a botte. Il pavimento, lastricato in pietra di Modica, è tagliato da un’asola in vetro che rende visibile la cisterna dell’acqua. Attraverso la vecchia scala si accede al piano superiore, dove si sono potuti recuperare l’antico pavimento in pietra e il soffitto, ormai quasi nero, in canne e gesso. Sono parte integrante del progetto la scultura di Giovanni Fronte, i quattro dipinti di Michele Ciacciofera e gli arredi, forniti dallo showroom Habitat, che introducono, in modo delicato ma autorevole, la dolce modernità del design contemporaneo.]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:47:01</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Il sapore del tempo<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,608,intItemID,618,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Giuseppe Di Prima
foto di Giacomo Giannini
testo di Antonella Boisi&nbsp;progetto di Giuseppe Di Prima <br />
foto di Giacomo Giannini<br />
testo di Antonella Boisi<br />
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Una casa a Palermo, un intervento di ristrutturazione che restituisce in modo innovativo le istanze del progetto contemporaneo: la possibilità di dialogare con la storia di luoghi e spazi in modo rispettoso, senza per questo rinunciare a sviluppare linguaggi e modi attuali dell’abitare.
“Senza conoscere la Sicilia, non ci si può fare un’idea dell’Italia. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto” scrisse Goethe oltre due secoli fa. Villa Di Liberto oggi casa Troja risale al XVIII secolo. Nata come residenza estiva, nella palermitana Piana dei Colli, appartiene alla borgata di San Lorenzo, sorta attorno all’antica chiesa oggi sconsacrata e alla casa collegata. Le carte topografiche della prima metà del Settecento mostrano la campagna a nord della città solcata dall’apertura di un sistema viario di penetrazione della Piana nato dall’ampliamento e dalla razionalizzazione di vecchie mulattiere. La terra del mare, del sole e della primavera, di sereni tramonti e paesaggi agresti si adegua al fenomeno di urbanizzazione generalizzato al quale contribuì l’affermarsi di una nascente borghesia. Villa Di Liberto non fa eccezione. Nello spazio della storia ha la fortuna di incontrare sulla sua strada un nuovo attore Massimiliano Troja, che ne comprende le potenzialità di una riqualificazione e valorizzazione contestualizzata in chiave contemporanea. E la mano lieve e felice, ma decisa, dell’architetto Giuseppe Di Prima che spiega: “Il confronto con la storia è stato al centro di un progetto di ristrutturazione che ha cercato di recuperare le tracce della memoria della casa, senza per questo rinunciare a sviluppare linguaggi e modi più consoni alle esigenze abitative del ventunesimo secolo”. Il massiccio portone d’ingresso in legno dalla figura classica racchiuso in un elemento ‘a portale’ si apre ancora sulla corte interna che ha conservato una parte a giardino, un piccolo agrumeto, e la presenza del bacino per la raccolta dell’acqua piovana. L’essenziale geometria euclidea della costruzione impostata su parametri di simmetria, le finestre sui lati e il balcone al centro, sottolinea lo sviluppo lineare, in diagonale, del volume dedicato alla scala di accesso all’abitazione, collocata al primo livello. La chiesetta sconsacrata al momento ancora in fase di restauro che, accessibile anche dal fronte strada, sarà presto convertita in spazio per la promozione di eventi culturali, resta defilata sul retro della casa; oltre gli spazi di lavoro dell’ufficio-studio di Troja articolati al piano terra e caratterizzati dalla copertura a doppia falda con capriate in legno. L’architettura cresciuta nel tempo conserva l’impianto planimetrico originario e il sapore delle stanze, enfatizzando la tipologia che governa gli ambienti e il loro apparato decorativo. “Abbiamo adottato dei precisi ‘escamotages’ compositivi, come soluzioni di continuità tra preesistenza e nuovi equipaggiamenti funzionali forti della convinzione che il meno vinca sempre e che ogni elemento aggiunto debba essere una mediazione ben ponderata” spiegano all’unisono committente e progettista, sottolineando il loro riuscito sodalizio. “Abbiamo lasciato il più possibile le strutture libere e i passaggi fluidi,&#160; l’involucro neutro, le bucoliche pitture parietali intonse laddove interagivano con le sequenze immaginate delle ambientazioni e l’intonaco bianco ritagliato soltanto in un brano del soggiorno per portare in luce lo spessore degli affreschi. Alla fine, abbiamo sottratto materia per mettere in risalto le varie stratificazioni e significativi frammenti, senza cadere nella ricostruzione stilistica o nell’accanimento del restauro filologico”. Il ricordo della sequenza delle stanze collegate tra loro e del portale esterno come scansione ideale di riferimento diventa un cannocchiale prospettico dall’ingresso fino al piccolo patio interno comunicante con la zona pranzo che viene attraversato con una passerella vetrata. La linea generatrice del disegno dei pavimenti sottolinea le irregolarità originarie con un marmo bianco di Carrara bordato da una fascia ordinatrice più scura e priva di venature. Gli accenti cromatici, distillati con cura, ravvivano la tavolozza degli ambienti. Ai lati della promenade interna si dispiegano infatti gli altri spazi: “Che ‘forzati’ per secoli dentro maglie ‘apparentemente’ regolari e simmetriche, si ‘liberano’ in dimensioni astratte e concettuali. Così una ‘quinta’ con telaio in ferro e campitura in gesso tinto bordeaux restituisce il continuum tra il salone e il vano letto, disvela le pitture murali e inverte l’uso classico dello spazio: dal letto si osserva l’alcova che accoglie un guscio-vasca protagonista. Un sistema di pareti tinte blu notte ospita le tecnologie dello spazio cucina, edulcorando la presenza forte di un’isola in acciaio inox. La nuova scala metallica, una figura a nastro sospesa, si fa spazio tra le volte, mentre il corrimano ne lega le parti, sostiene, separa, racconta il percorso. I nuovi infissi in ferro si accostano ai fianchi delle murature e al sistema delle porte originali, generando un’ombra, il necessario distacco, la misura del rispetto”. Senza dimenticare il ruolo scenografico dell’arredo contemporaneo di produzione, selezionato dai cataloghi delle major del design, che accende la scena, realizzando l’adeguato contraltare della narrazione.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:46:24</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Nastro continuo<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,608,intItemID,617,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Gaetano Manganello e Carmelo Tumino Architrend Architecture
foto di Umberto Agnello  testo di Matteo Vercelloni&nbsp;progetto di Gaetano Manganello e Carmelo Tumino Architrend Architecture <br />
foto di Umberto Agnello&#160; testo di Matteo Vercelloni<br />
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In una zona agricola ai margini di Ragusa, una casa aperta verso il paesaggio. Un’architettura contemporanea che reinterpreta il tema della ‘casa mediterranea’ in aperta polemica con l’approccio tradizionalista declinato in un atteggiamento mimetico e stilistico.
Il contesto è quello agricolo, di un altopiano coltivato e caratterizzato da una matrice di muretti di pietra calcarea sovrapposta a secco che dividono le diverse proprietà. Segnato un tempo dagli avamposti produttivi costituti dalle masserie, legate soprattutto alla coltivazione delle campagne e all’allevamento bovino, oggi il territorio Ibleo ha mutato la sua originaria conformazione. Alla distribuzione delle masserie isolate una dall’altra e divise dai terreni agricoli, si è via via diffusa una progressiva crescita edilizia che ha in parte cancellato la rete di quei complessi architettonici isolati e raccolti intorno alla corte come dei ‘pacifici fortini’, chiamati a disegnare dei fulcri abitati di riferimento nella campagna. Il sito che accoglie questa architettura ha però in parte conservato, in scala minore, quell’idea di prezioso ‘isolamento’ e l’intero progetto tende a confrontarsi con tale contestualità, costruendo un rapporto diretto con il paesaggio dell’intorno cui si rivolge apertamente su due lati, emergendone allo stesso tempo per l’eloquente soluzione contemporanea d’insieme. Il processo compositivo assume come programma quello di una grande casa unifamiliare isolata al centro di un prato, cinta dal libero orizzonte lineare dell’altopiano. <br />
Qui, nel mezzo del terreno erboso, assunto come terreno vergine di edificazione _ allo stesso modo di come un tempo facevano le masserie con i terreni coltivati del loro intorno _ l’architettura si eleva in modo nitido e preciso come fatto compiuto, concluso in sé e definito dai suoi limiti. Confini che però non vogliono essere ‘introversi’, ma piuttosto aperti alla fruizione visiva dell’esterno che a sua volta è chiamato a definire alcuni spazi all’aria aperta, stanze senza muri all’interno della soluzione complessiva. Il rapporto con il contesto e la sequenza dei tre piani sovrapposti è affidato a una sorta di nastro architettonico continuo che, rileggendo in chiave contemporanea il sapore della casa mediterranea, si sviluppa piegandosi su se stesso a disegnare le stanze e il tetto, le zone esterne di calpestio rialzate dal prato, i porticati e gli aggetti, i balconi e le terrazze. Ad un fronte pieno, rivestito di pietra a nord, si affiancano in armonica antitesi le facciate a sud e a est, completamente vetrate e aperte verso il verde. Queste rivelano la doppia altezza del soggiorno da cui parte la scala monotrave che conduce al primo piano, con una zona studio e una camera da letto. La zona giorno si unisce alla cucina ubicata nel corpo basso mentre il luminoso spazio che accoglie living e zona pranzo enfatizza la doppia altezza della costruzione segnata dall’ampia falda inclinata. La zona da letto padronale con bagno e cabina armadio è ubicata alle spalle del soggiorno. La sequenza soggiorno-pranzo-cucina trova nell’esterno due spazi en plein air; da un lato, di fronte al living, una terrazza a livello del terreno si collega al patio ipogeo su cui si affacciano gli spazi interrati con due camere da letto e uno spazio collettivo, che si riconducono alle atmosfere di frescura e penombra della casa del sud. Alle spalle della cucina, ad essa collegato tramite una vetrata a tutt’altezza, si sviluppa il portico esterno che si propone come una stanza senza muri, aperta sul prato dell’intorno. Gli intonaci bianchi e i rivestimenti di pietra, che avvolgono la forte geometria d’insieme, da cui emerge la linea rossa marcapiano che interrompe l’alta vetrata d’angolo, le superfici piane che si sommano in modo dinamico all’intorno della falda inclinata, rivelano una ricerca su una ‘mediterraneità possibile’ che nell’ascolto della storia della regione rifiuta apertamente la copia stilistica aprendosi alla sperimentazione di nuove possibilità.<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:45:16</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>La riconquista del mare<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,104,intIssueID,608,intItemID,616,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Studio Italo Rota & Partners
testo di Matteo Vercelloni&nbsp;progetto di Studio Italo Rota &amp; Partners<br />
testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />&nbsp;A Palermo la promenade del lungomare al Foro Italico (2005) ha recuperato in modo sostanziale il rapporto tra la città e il mare. Ora, nell’ambito delle opere previste dal nuovo Piano regolatore del porto di Palermo (Prp), che indica significativi ampliamenti degli approdi per le navi da crociera e delle zone da diporto, il recupero della storica Stazione Marittima Passeggeri si pone come ulteriore tassello di riqualificazione nel generale ridisegno del waterfront urbano.<br />
Diretta dal 2004 da Nino Bevilacqua l’Autorità Portuale di Palermo è diventata un’istituzione di riferimento per la gestione e l’attivazione di vaste riqualificazioni urbane organizzate in un unico ampio strumento operativo: il Piano regolatore del porto di Palermo (Prp) presentato all’Amministrazione nel luglio 2008 e oggi in via di definitiva adozione. L’invenzione di un nuovo strumento urbanistico come il Prp, nel coinvolgimento di Comune, Provincia, Regione, Soprintendenza e Genio Civile, ha raggiunto un “risultato straordinario che ha permesso di realizzare un piano condiviso, che eliminerà le barricate e le superflue recinzioni tra demanio marittimo e città” (Bevilacqua). Lo sforzo è quello di caratterizzare sempre più l’area portuale dal punto di vista della ricezione turistica con l’ampliamento delle aree destinate alle imbarcazioni da diporto sia ad uso dei palermitani, sia dei turisti di passaggio, con una serie di offerte funzionali legate a servizi di ristoro e a nuovi spazi commerciali, mentre le attività logistiche saranno sempre più dislocate nel porto di Termini Imerese. Alla creatività dello strumento urbanistico si aggiunge quella di singoli progetti che, rifiutando la pratica diffusa dell’urbanistica ‘a spot’, con episodi disgiunti uno dall’altro all’inseguimento dell’occasione offerta dall’operatore privato, si inseriscono piuttosto in una regia complessiva di riqualificazione del patrimonio pubblico, destinata a ricomporre la cesura tra città e mare, tra tessuto abitato e waterfront. In tale vettorialità si inseriscono due progetti dello Studio Italo Rota &amp; Partners tesi a ripensare il senso di alcuni spazi rispetto al loro legame tra acqua e costruito. Un primo progetto portato a conclusione nel 2005 è la sistemazione di un’area a verde pubblico al Foro Italico, una promenade lungomare scandita da una serie di oggetti, manufatti e arredi, percorsi pedonali e ciclabili, spazi di sosta e per lo sport, in grado di restituire ben sei ettari di terreno all’uso collettivo, nel riuscito sforzo di esplicitare anche il valore connettivo dell’area tra mare e tessuto urbano. Tra i vari manufatti impiegati nell’intervento che assumono il ruolo di elementi di “transizione” emergono i colorati dissuasori in ceramica di terracotta ispirati a figure femminili della scuola del Gagini, presenti nel vicino Museo di Palazzo Abatellis, e soprattutto al quattrocentesco Busto di Eleonora d’Aragona scolpito da Luciano Laurana e conservato presso la cittadina Galleria Regionale della Sicilia. Rivisitando la famosa scultura ‘rotazionale’ di Renato Bertelli del ‘profilo continuo del Duce’ (1933), il profilo femminile di riferimento, ruotando a 360° sull’asse centrale, genera una figura plastica che forma il dissuasore “principessa”, moltiplicato per 2500 pezzi lungo il lato dell’area rivolto verso la città. Le colorate e funzionali presenze inibiscono l’ingresso al parco a ciclomotori, ma non impediscono ai pedoni di entrare da qualsiasi punto in totale libertà. Alle “principesse” si aggiungono, sull’area pavimentata in colore azzurro passibile di ospitare interventi di artisti palermitani, delle panchine-divano sempre rivestite in ceramica di colore bianco a pois colorati. “Si realizza un luogo di transizione tra spazi che non avevano mai dialogato tra loro attraverso un intermediario capace di dare un segnale, di cambiare tutti i rapporti esistenti tra città e mare”. Un altro spazio di ‘transizione’, pensato come elemento di connessione in questo caso tra il porto e la città, è quello della Stazione Marittima Passeggeri, costruita nell’immediato secondo dopoguerra e a tutt’oggi operativa. Nelle prime idee di progetto di recupero funzionale, ristrutturazione, ampliamento e di ridisegno degli spazi in corso di definizione, si pensa di portare all’interno della struttura funzioni ricettive e di ristoro legate alla nuova offerta turistica indicata dal Prp, oltre che ospitare i normali servizi relativi alle operazioni d’imbarco passeggeri. “I materiali sono molto legati al tema del mare e del porto, prevale la vetroresina modellata a finitura bianca lucida. […] Elementi scenografici di acciaio specchiante piegato e sagomato a forme che ricordano le “alghe”, si arrampicano sulle pareti e soffitti e rivestono i pilastri, creando un reticolato, che assume la funzione tutoria per speciali apparecchi illuminanti a luce colorata”. Un intervento che, accanto al restauro conservativo dell’originale costruzione, non rinuncia ad esternare la sua forte contemporaneità nella configurazione di spazi dinamici e avvolgenti, anche a doppia altezza, con nuovi elementi di richiamo portati all’esterno lungo la banchina d’imbarco.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:20:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Il New Deal palermitano<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,104,intIssueID,608,intItemID,615,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Gilda Bojardi&nbsp;di Gilda Bojardi<br />&nbsp;La nuova Palermo esprime il senso della sperimentazione, anche nelle parole del sindaco Diego Cammarata primo cittadino al suo secondo mandato. <br />
È lui che ci spiega come il futuro della città si giochi nella riqualificazione del waterfront e del centro storico. La modernizzazione parte dal recupero. <br />
“La massima è ridare il mare a una città che l’ha negato per troppo tempo, tagliato fuori, lasciando il porto recintato, isolato, oltre che fatiscente e in stato di abbandono. Avvicinare il porto alla città e la città al porto, attrezzarlo con strutture ricettive atte all’accoglienza, alla ristorazione, ai servizi e allo shopping è stata la mia mission dagli inizi, dal 2001, quando, nell’Officina del porto, un capannone costruito nel 1972 e poi abbandonato, ho creato uno staff d’eccezione che comprendeva Nino Bevilacqua, Presidente dell’Autorità Portuale, e un’equipe formata dall’architetto francese Dominique Perrault, gli italiani Massimiliano Fuksas, Fulvio Irace, Flavio Albanese e Italo Rota insime ad alcuni giovani architetti palermitani. Oggi guardiamo ad un altro importante risultato: l’approvazione del Piano Regolatore del porto al quale sta lavorando il consiglio comunale. Il nuovo volto del waterfront, che prevede opere per un milione di euro, comprenderà tutto “il fronte mare” da Arenella a Sant’Erasmo. Ma molto è già stato fatto: è già in parte attuato il recupero del prato del Foro Italico prospiciente al mare. Un cantiere in piena attività è anche il complesso di Castello a Mare - presidio fortificato di origine normanna, sede dell’Inquisizione e prigione borbonica, che si estende tra il Foro Italico e Mondello - una zona archeologica da recuperare e attrezzare a giardino, ma anche da vivere come opera d’arte. Il progetto, realizzato in sinergia con la Sovrintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo, produrrà un ricongiungimento fisico tra parti della città e un link diretto con il porto, anche grazie alla cucitura con lo spazio recuperato di piazza Fonderia destinato a caffè letterario, su progetto di Rossella Piraino, una nuova finestra sul mare. Anche Mondello, la spiaggia dei palermitani, è stata oggetto d’intervento,&#160; trasformando la cancellata in ferro che separava la città dal mare in una struttura mobile”. Questo per quanto riguarda il recupero del waterfront, ma altri ancora sono i fiori all’occhiello del nuovo corso palermitano. Tra i più significativi, la Galleria d’Arte Moderna (GAM) all’interno del complesso museale di Sant’Anna alla Misericordia. “Ha rappresentato la mia prima sfida, quando arrivai nel 2001, trovai un cumulo di macerie e scommisi sulla sua rinascita in tempi davvero brevi. È diventata uno spazio suggestivo messo in risalto dall’arredo contemporaneo di design”. In merito al progetto viabilità sono state poste delle buone basi. “A pochi mesi dal mio insediamento, nel 2002, l’amministrazione ha predisposto il Piano integrato del trasporto pubblico che venne approvato in pochi mesi dal Consiglio comunale. Il Piano individua quattro linee di vettori: tre linee di tram per integrare la parte decentrata della città al centro storico; il radddoppio del passante ferroviario per relazionare l’aeroporto alle autostrade (Palermo-Catania, Palermo-Messina); la chiusura dell’anello ferroviario con un sistema di metro-ferrovia e infine, ma certo non da ultimo, la metropolitana leggera automatica che attraverserà l’asse fondamentale della città in sottovia. Ad oggi abbiamo due cantieri aperti (quelli delle tre linee di tram e del raddoppio del passante ferroviario); entro la fine di quest’anno verrà aperto il cantiere per la chiusura dell’anello ferroviario e resta la metropolitana leggera, il cui progetto globale è all’esame del Ministero delle Infrastrutture, mentre la gara di progettazione architettonica è stata vinta dallo studio francese di Dominique Perrault che ha disegnato tutto il sistema delle stazioni nonché il ponte pedonale sulla circonvallazione interna cittadina. Un’altra realizzazione, già fruibile, che considero un piccolo gioiello, è poi il Giardino della Zisa, un progetto di riqualificazione seguito con particolare passione e orgoglio perché restituisce un luogo appartenente alla mia infanzia in una dimensione che dimentica le parole degrado e abbandono”. Abbiamo chiesto al sindaco Cammarata dove nasce la sua passione per l’architettura. “Nasce da una vocazione naturale” spiega. “Sono avvocato, ma sento il desiderio di condividere un’estetica meno casuale in quello che mi circonda e un progetto forte e innovativo per la mia città”. Altri sogni per Palermo, altri progetti pronti al decollo? “Ha una grande potenzialità il recupero dell’area dismessa della chimica Arenella, per farne una struttura dedicata al pleasure e all’intrattenimento. Di grandissimo impatto e rilievo sul tessuto urbano, ma anche culturale cittadino sono poi i Cantieri culturali della Zisa che ospitano la scuola del cinema e un Museo d’arte contemporanea, un’ altra opportunità di progetto integrato e di aggregazione. Trovo fantastico anche il contesto di Nuovo Montevergini: gli spazi di una ex chiesa sconsacrata, affidati alle cure di Alfio Scuderi, che configurano un nuovo centro policulturale con residenze per gli artisti e ogni anno accolgono un festival teatrale, un laboratorio-atelier dove si realizzano opere d’arte in situ, nonché momenti di musica dal vivo. Quest’anno, ad esempio, Jannis Kounellis ha realizzato per la tradizionale festa di Santa Rosolia una vela d’autore tempestata di 5000 cristalli Swarovski. A luglio, infine, speriamo possa riprendere anche il progetto culturale Kal’s Art, che tanto ha contribuito a valorizzare e qualificare una zona degradata del centro storico”.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:10:48</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>La Sicilia ha un segreto<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,104,intIssueID,608,intItemID,614,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di Philippe Daverio&nbsp;testo di Philippe Daverio<br />&nbsp;La Sicilia ha un segreto, in realtà facilissimo da decifrare. Da questo segreto dipendono tutti i suoi guai e molto del suo fascino. È la cortesia. Portata al parossismo. La cosa la potete costatare con estrema facilità, appena vi spostate in una giornata assolata alla guida dell’automobile. Il paese non abbonda necessariamente di semafori, in cambio, come tutti i luoghi abitati, è pieno di incroci. <br />
Al terzo incrocio del vostro giro cittadino, vi capiterà necessariamente di trovare, proveniente dalla strada alla vostra destra, un’altra automobile. Vi scambierete un rapido sguardo, per niente diffidente, e succederà un piccolo miracolo: lui alla guida vi cederà il passo in barba alla normativa del codice stradale. Avrà compiuto un naturale gesto di cortesia allo straniero. Nel resto della penisola è ben difficile che succeda simile scena. Avviene in Monreale che una signora accompagnata dal marito chieda un gelato e che il gelataio passi ben dieci minuti a prepararne il cono ponendo, uno dopo l’altro, leggeri strati colorati di gusti diversi in modo da farne una cuspide barocca. È galanteria conseguente a cortesia. Non vi è nulla di ambiguo in questa cerimonia decorativo alimentare, solo il rispetto declinato in una prassi che da quelle parti del mondo è forma stessa dello spirito. La Sicilia fu tutto e di tutto e di tutti nella sua lunghissima storia. Punica quando il fenicio era padrone del Mediterraneo. Greca quando essere della Magna Grecia equivaleva ad essere americano nell’occidente dei giorni nostri, e cioè avere la fortuna di ritrovarsi campi più grandi, mari più pescosi, miniere più ricche. Romana quando Roma, dopo le guerre puniche, iniziò a affinare i modi d’una nazione di contadini soldati. Era già civile sin dalla notte dei tempi quando fu presa in conquista dalla seconda ondata dell’espansione araba. Fu quella forse l’epoca dove i nuovi padroni, sazi di conquiste, iniziarono a dedicarsi alle gentilezze. Furono quasi immediatamente sostituiti da una banda ben organizzata di normanni, i quali però erano in così pochi che non poterono sognare per un attimo di imporre una propria burocrazia. Accettarono il mondo esistente e decisero di coabitare con tutti. Erano gli anni magici nei quali stavano nascendo, nel sud della Francia, le prime vite cortesi dopo un lungo periodo dominato dallo spadone carolingio. Anche Palermo divenne corte per i discendenti di Ruggero de Hauteville. Si stava inventando un curioso modo di vivere che non si fondava affatto sulla tolleranza, virtù che prevede gli uni sull’alto e gli altri che dal basso sperano clemenza, si fondava invece sulla convivenza, meccanismo ben più ricco di possibili contaminazioni. Sul finire dell’XI secolo Ruggero scelse come ammiraglio della sua flotta, come costruttore delle sue navi, un tale Giorgio d’Antiochia, che parlava arabo, pregava in greco e si mise a costruire in siciliano, combinando tutti i bagagli che portava in sè. Il ponte, detto appunto dell’ammiraglio, lo testimonia tuttora ed appare come il primo fabbricato di quel gusto che due secoli dopo diventerà il gotico trionfante in Europa. È quello il ponte dal quale passò Garibaldi per conquistare la città. Ma nel frattempo si imparava a vivere all’araba in un paese che era gemellato all’Inghilterra dopo la conquista normanna della battaglia di Hastings. Nacquero le meraviglie delle edificazioni a “cuba”, luoghi di puro piacere, spesso posati in mezzo a stagni d’acqua e suscettibili di generare quella frescura salvifica che in altri casi era sostenuta addirittura da sistemi di condizionamento delle arie in circolazione fra i muri. Questo paradiso di cortesia si chiamava paradiso anche in arabo, genoardo, e rimase in vita fino agli anni del Boccaccio che non poté evitare di piazzarci un suo racconto. La corte s’affinò ulteriormente quando l’ultima Altavilla, Costanza, si sposò con l’imperatore svevo e nacque Federico II. I misteri della vita palatina crebbero assieme a poesie e caccie, quelle che due secoli dopo s’andarono a collocare negli affreschi oggi in Palazzo Abatellis. Si mescolarono i misteri con le ritualità ispaniche d’un barocco che tutto assimilava in un unico ricciolo decorato. Si esaltarono quando Nelson fuggì da Napoli assieme alla bellissima lady Hamilton e trasformò la Sicilia in covo d’amore e terreno di vini per una Londra che aveva perso il dominio sul vino di Porto. Marsala divenne il centro d’affari per i produttori britannici e il fulcro d’una Belle Epoque che fu innegabilmente la più lunga d’Europa, in una Sicilia che si faceva meta d’ogni viaggiatore di garbo. Una cortesia dopo l’altra, una stratificazione di attenzioni che si trovò troncata dopo la prima guerra mondiale quando l’Italia decise di diventare grande e si dimenticò i pezzi più preziosi del proprio passato. Il ventunesimo secolo sta iniziando bene, con i restauri da un lato, con la voglia dall’altro di vedere la giostra delle eleganze rimettersi a girare il suo ricciolo di sempre. Palermo del tutto rimane simbolo assoluto. Uno sguardo alla cattedrale può di primo acchito rivelare ottiche così diverse. Può apparire essa il culmine della concezione barocca, può altrettanto bene evocare un palazzo delle Mille e una notte. San Cataldo, dall’esterno, è sommatoria di Francia e d’Oriente, all’interno è concentrato di spirito bizantino. Ovunque girano, appena si spengono i rumori della città e del suo traffico, appena si isola lo sguardo dalle perturbazioni recenti, ovunque girano e ricompaiono le anime e le voci di parenti lontani che potevano, come la mamma Anna del prete latino, meritare la lastra funebre del 1148, scritta contemporaneamente in greco, in latino, in arabo e ebraico. Lingue posate attorno all’ottagono sacrale della perfezione mediterranea.<br />
<strong><br />
Storico &amp; Contemporaneo</strong><br />
Bernardo Tortorici, principe di Raffadali, è Presidente dell’Associazione Dimore Storiche per la sezione Sicilia, Presidente degli Amici dei Musei siciliani e Assessore all’Urbanistica nella giunta di Salemi. “È interessante notare” spiega “come&#160; l’ingresso di nuovi proprietari illuminati nelle dimore storiche, che in Sicilia sono circa 3000 compresi i palazzi pubblici, abbia aperto al contemporaneo. Penso a Nino Bevilacqua con Palazzo Torremuzza o a Marco Giammona con Palazzo Sambuca. Non bisogna dimenticare che, dal dopoguerra in poi, è stato difficile per i proprietari ‘storici’ aggiornare e rinnovare arredi e collezioni delle proprie dimore, vuoi per finanze venute a mancare, vuoi per i vincoli imposti dalla Sovrintendenza, vuoi perché il Pubblico non tutela e incoraggia in modo adeguato le iniziative anche meritevoli private. Gli iscritti all’Associazione nella nostra Regione sono circa 300. Aprire le dimore storiche alla città significa instaurare un nuovo rapporto tra pubblico e privato, necessario sia in un’ottica di valorizzazione che di tutela”. (a.b.)<br />
<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:11:02</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Una casa nel tempo<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,608,intItemID,612,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Achille Scaringi Raspagliesi  con Corrado Papa<br />
foto di Alfio Garozzo<br />
testo di Matteo Vercelloni&nbsp;progetto di Achille Scaringi Raspagliesi  con Corrado Papa<br />
foto di Alfio Garozzo<br />
testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />&nbsp;
Nella Riserva naturale di Vendicari, sulla costa ionica sud-orientale della Sicilia, il recupero di una costruzione agricola realizzata come sommatoria di tre volumi in linea costruiti nel corso del tempo. Un ridisegno rispettoso e attento che sceglie di raccontare la memoria temporale dei tre spazi interni declinati in facciata secondo gli originari materiali costruttivi e che estende all’esterno la nuova qualità abitativa.
“Tracce, anche se sbrecciate o logorate dagli agenti naturali, le case riflettono imprevedibilmente immagini che continuano a parlarci: con la materia invincibile delle mura e dei tetti, il riparo delle stanze e dei ripostigli, l’orchestra degli oggetti che arredano gli interni” (Antonella Tarpino, Geografia della memoria, Einaudi, 2009). Al permanere di queste tracce, alla storia e alla memoria di una costruzione trovata in stato di abbandono, si è rivolta l’attenzione e la sensibilità di questo recupero per una casa di vacanza calata nella magica Oasi faunistica di Vendicari, una delle zone umide più importanti di Europa dove centinaia di specie di uccelli sostano durante le migrazioni e dove è possibile osservare ancora la tipica macchia mediterranea nel suo naturale splendore. L’Oasi, ufficialmente costituita dal Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste nel 1984, si estende lungo una fascia costiera per una superficie di 1450 ettari e ospita al suo interno una serie di edifici di rilievo (quale la Basilica Bizantina) e molte costruzioni agricole abbandonate, come quella oggetto di questo recupero.&#160;&#160;&#160;&#160; Così quello che può apparire un ‘semplice’ progetto di riforma edilizia, si carica in tale contesto di valori che si indirizzano nell’ambito di uno scenario di riqualificazione più ampio, legato alla tutela del territorio di una preziosa riserva naturale, dove il necessario recupero delle costruzioni ‘minori’ è indirettamente delegato all’iniziativa del privato. La costruzione, abbracciata dalla vegetazione, e inutilizzata da tempo, versava in uno stato di grave degrado, sia per quanto riguarda la tenuta delle mura perimetrali, sia per lo stato delle coperture e di tutti gli infissi in parte sostituiti da tamponature provvisorie. Il carattere di una costruzione cresciuta nel tempo, per addizioni parallele era testimoniato dai materiali impiegati e dallo spessore per le strutture murarie che sono state oggetto di complesse operazioni di consolidamento statico e di coibentazione, mediante iniezioni di calce ed ecopozzolana (Mapei). Sassi, a definire le pareti di notevole spessore per la prima stanza; blocchi di arenaria per muri a spessore inferiore per la seconda e infine blocchetti di calcestruzzo, di limitata sezione, per l’ambiente più recente. La serialità dei singoli episodi è divenuta l’elemento conduttore dell’intero progetto: da un lato nell’esterno portando in evidenza i materiali lapidei originari e intonacando la parte più recente su cui scorre un nuovo marcapiano di arenaria e dove una fontana in mosaico di Mutina interrompe la facciata complanare creando un suggestivo taglio verticale. Nell’interno invece si è creato una sorta di cannocchiale prospettico che dalla stanza da letto padronale attraversa tutti gli spazi concludendosi nell’ampia cucina-pranzo, ricavata nella porzione più antica sotto l’unica copertura in coppi a falda unica inclinata. A unire gli ambienti in una sorta di racconto unitario è stata impiegata quale materiale di pavimentazione la locale pietra pece, in questo caso recuperata da altri spazi, interrotta in corrispondenza della bocca di due antiche cisterne trovate durante i lavori e trasformate in efficaci fonti luminose a pavimento grazie al posizionamento al loro interno di lampade led e al vetro di chiusura a filo pavimento. Alla zona notte che accoglie anche una stanza per gli ospiti si affianca centralmente il living con un nuovo essenziale camino geometrico posto tra le due porte finestre affacciate sul pergolato esterno e con un divano fisso in muratura che fornisce altri due eventuali posti letto. Non mancano altri episodi di ‘arredi in muratura’, secondo la rilettura di tipologie domestiche presenti nella storia della casa contadina non solo siciliana. Come le madie con porta di legno, la cucina rivestita in cotto fatto a mano (Franco Pecchioli), la testata del letto, nicchie ripostiglio e librerie, armadi ricavati dagli studiati incastri delle partizioni interne. Alla successione delle stanze corrisponde all’esterno una nuova serie di spazi en plein air che amplificano la dimensione domestica trasportandola nel paesaggio dell’intorno. L’intervento nell’esterno prosegue il discorso di recupero di materiali e figure locali.<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:44:11</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,608,intItemID,611,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;<strong>NOVITÀ</strong><br />
<strong><br />
GIOVANI DESIGNER</strong><br />
Sicilia: design senza industria<br />
Vanni Pasca: professore animatore<br />
<br />
<strong>CULTURA </strong><br />
Un’accademia carica di...<br />
<br />
<strong>CONTRACT &amp; OFFICE </strong><br />
Palermo airport retail<br />
<br />
<strong>IN FIERA </strong><br />
Palermo Design Week<br />
<br />
<strong>GALLERY </strong><br />
Expa e PaLab a Palermo<br />
<br />
<strong>SHOWROOM</strong><br />
Tito d’Emilio a Catania; Rimadesio, Velarredo, Scillufo Arredamenti, Louis Vuitton e Spaziodeep a Palermo;<br />
Milia Arredamenti a Favara (AG); Nigita Sciascia 170 a Comiso (RG); Fidelio Arredamenti a Ispica (RG);<br />
Habitat Progetti a Siracusa; Mohd a Tremestieri (ME)<br />
<br />
<strong>IN MOSTRA</strong><br />
Giuseppe Migneco a Taormina Arte<br />
Fondazione Brodbeck a Catania<br />
Fondazione Puglisi Cosentino a Catania<br />
Fondazione Goca allo Spasimo di Palermo<br />
Il museo di palazzo Riso a Palermo<br />
<br />
<strong>ARTE NEL PAESAGGIO</strong><br />
L’Atelier sul mare <br />
Il notaio ospita con arte <br />
Viaggio in Sicilia <br />
<br />
<strong>IN LIBRERIA</strong><br />
<br />
<strong>FASHION FILE</strong><br />
Marella Ferrera: un atelier su misura<br />
<br />
<strong>PROGETTO CITTÀ</strong><br />
Siracusa e il G8 Ambiente<br />
<br />
<strong>SCENOGRAFIA</strong><br />
L’orizzonte ritrovato<br />
<br />
<strong>CONCORSI</strong><br />
Manfrotto WOW contest<br />
<br />
<strong>COMUNICAZIONE </strong><br />
Design Supermarket<br />
<br />
<strong>TRADUZIONI</strong><br />
<br />
<strong>EDITORIALE</strong><br />
<br />
<strong>INTERNI SPECIALE SICILIA</strong><br />
a cura di Antonella Boisi <br />
<br />
<strong>INTRODUZIONE</strong><br />
La Sicilia ha un segreto <br />
testo di Philippe Daverio<br />
<br />
Il New Deal palermitano<br />
incontro con Diego Cammarata di Gilda Bojardi<br />
<br />
La riconquista del mare<br />
progetto di studio Italo Rota &amp; Partners <br />
testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />
<strong>ARCHITETTURE </strong><br />
Vendicari, una casa nel tempo <br />
progetto di Achille Scaringi Raspagliesi con Corrado Papa<br />
foto di Alfio Garozzo - testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />
Ragusa, una casa come un nastro continuo<br />
progetto di Architrend Architecture<br />
foto di Umberto Agnello - testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />
Palermo, una casa d’avanguardia<br />
progetto di Giuseppe Di Prima<br />
foto di Giacomo Giannini - testo di Antonella Boisi<br />
<br />
Palermo, loft alla marinara<br />
progetto di Domenico Argento con Michele Cammarata <br />
foto di Alfio Garozzo - testo di Alessandro Rocca<br />
<br />
Noto, una casa tra i bagliori del tufo e della pietra<br />
Noto, a home amidst the glow of tufa and stone<br />
progetto di/design by Corrado Papa<br />
foto di/photos by Alfio Garozzo - testo di/text by Alessandro Rocca<br />
<br />
Modica, una casa nella roccia<br />
progetto di Franco Menna<br />
foto di Paolo Utimpergher e Antonino Savojardo<br />
testo di Matteo Vercelloni<br />
<br />
Ginostra, una casa per l’arte<br />
progetto di Fausto Fabiani<br />
foto di Paolo Utimpergher e Antonino Savojardo<br />
testo di Francesco Vertunni<br />
<br />
Pantelleria, un dammuso nell’isola del vento <br />
progetto di Gabriella Giuntoli, Lucia Bisi<br />
foto e testo di Costanza Rampello<br />
<br />
Partinico (Palermo), la Casa del vino<br />
progetto di Ruffinoassociati e Annibale Sicurella<br />
foto di Giacomo Giannini - testo di Francesco Vertunni<br />
<br />
Calatino Creative Country Club <br />
progetti di&#160; Marco Navarra/Nowa <br />
testo di Alessandro Rocca<br />
<br />
<strong>L’INCONTRO</strong><br />
Nino Bevilacqua<br />
a cura di Davide Rampello<br />
foto di Giacomo Giannini<br />
<br />
<strong>ATTUALITÀ</strong><br />
Salemi, la repubblica delle idee <br />
testo di Antonella Galli<br />
<br />
<strong>IL TEMA CENTRALE </strong><br />
Design al sole<br />
di Nadia Lionello <br />
elaborazione immagini di Enrico Suà Ummarino<br />
<br />
<strong>PROGETTO DESIGN</strong><br />
La Sicilia del design <br />
di Cinzia Ferrara<br />
<br />
Addiopizzo, benvenuta legalità<br />
di Cinzia Ferrara<br />
<br />
Tranquillità densa<br />
progetti di Giovanni Levanti<br />
di Stefano Caggiano<br />
<br />
<strong>ARTE</strong><br />
Salvatore Scarpitta: Arte in corsa<br />
di Germano Celant <br />
<br />
<strong>REPERTORIO</strong><br />
Design pungente <br />
di Katrin Cosseta <br />
<br />
<strong>INDIRIZZI</strong><br />
di Adalisa Uboldi<br />
<br />
<strong>TRADUZIONI</strong><br />
<br />
<strong>In copertina</strong>: un particolare tratto dalla performance VB62 di Vanessa Beecroft (un lavoro sospeso tra donne reali e calchi “dal vero” in gesso) che ha inaugurato, la scorsa estate, le attività della Fondazione Goca (Gallery of Contemporary Art)- Palermo, presieduta da Nino Bevilacqua. Nello spazio recuperato della chiesa di Santa Maria dello Spasimo, il progetto ha enfatizzato il legame con la tradizione scultorea siciliana barocca, un esempio eccellente di integrazione con il contesto. <br />
Foto di Vanessa Beecroft "VB62.29.DG.VB", 2008. VB 62 Spasimo, Palermo, Italy ©2009 Vanessa Beecroft Courtesy of Galleria Lia Rumma &amp; Massimo Minini <br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 11:01:46</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,608,intItemID,610,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Gilda Bojardi<br />
&nbsp;di Gilda Bojardi<br />
<br />&nbsp;Le pagine del design restituiscono infine singoli oggetti e ricerche di recente realizzazione, monitorando nomi di giovani designer che operano con interventi puntuali per la cultura del progetto. La Sicilia guarda al futuro. Il primo numero monografico dedicato alle Regioni italiane in fermento sul piano del progetto - declinato nella sua accezione più ampia, che intreccia i temi di architettura, paesaggio, design e arte -&#160; è focalizzato sulla Sicilia. Uno scritto di Philippe Daverio, storico dell’arte e docente di Disegno Industriale all’Università degli Studi di Palermo, introduce alla lettura della natura dei siciliani e della cultura stratificata dell’isola, raccontata poi dalle realizzazioni più significative in termini di riqualificazione e valorizzazione di un patrimonio specifico contestualizzato in chiave contemporanea. Storie di città, di palazzi e di case, tipologie e tradizioni, reinventate in modo innovativo e propositivo. Diego Cammarata, primo cittadino di Palermo, sottolinea come la rinascita del porto, del waterfront e del centro storico siano i temi di riferimento su cui si gioca il New Deal della città. Vittorio Sgarbi, a sua volta sindaco di Salemi, ci racconta dell’esperienza unica di questa ‘repubblica della creatività’ (anche grazie al contributo di Oliviero Toscani). Bernardo Tortorici, Presidente delle Dimore Storiche, ribadisce l’importanza del recupero dei palazzi con modalità attuali, facilitato dall’innesto di nuovi attori. Nino Bevilacqua, Presidente dell’Autorità Portuale di Palermo, patron di Goca e appassionato collezionista d’arte contemporanea, nell’intervista di Davide Rampello, riporta l’attenzione sui nuovi luoghi, quartieri e spazi di Palermo che influenzano la vita culturale e la fruizione della città. Un’altra novità della Sicilia, L’isola senza ponte per lo scrittore Matteo Collura, si relaziona al concept del Museo diffuso, di cui fanno parte anche recenti fondazioni e che, a partire da palazzo Belmonte Riso di Palermo, estende la prospettiva sui contesti e i protagonisti dell’arte contemporanea. Le pagine del design restituiscono infine singoli oggetti e ricerche di recente realizzazione, monitorando nomi di giovani designer che operano con interventi puntuali per la cultura del progetto. La Sicilia guarda al futuro. <br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-14 15:22:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Verde sociale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,604,intItemID,607,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[&#160;<br />&nbsp;&#160;<br />&nbsp;<strong>Carceri di Bollate </strong><br />
La nuova esperienza di Susanna Magistretti a Cascina Bollate (il vivaio nato in carcere grazie anche a Anna Peyron, dell’omonimo vivaio, e Secondino Lamparelli, dell’azienda Reviplant) è stata quella di proporre un orto nel minore spazio possibile. Ortaggi che richiedono poca terra come pomodorini, aromatiche e insalata collocate su di un pannello di substrato fertile rivestito con fibra di cocco (verticale di 2 metri per 1,20 cm, oppure orizzontale a forma di cubo fatto di rete metallica, 50x50x50 cm). Quest’ultimo si può anche utilizzare come un posto in cui sedersi in mezzo ai profumi di timo.<br />
<strong>Centro storico a Piacenza </strong><br />
Anna Scaravella, raffinata paesaggista, non ha dubbi. “Il futuro è l’orto sociale”, commenta “quei terreni agricoli o quelle porzioni di giardino che i comuni decidono di affidare a famiglie, anziani, scuole, per realizzare una micro macchia agricola in città”. In Italia vi sono molti esempi tra cui quello che Anna ha realizzato personalmente nella sua città, Piacenza. “Si è trattato di un’esperienza impegnativa, dal punto di vista burocratico, ma che mi ha dato una grande gioia. Capire l’utilità di un orto sociale per le persone che, nella nostra società distratta, vivono più disagi rispetto ad altri mi sembra fondamentale e invito tutti i comuni d’Italia a prendere atto di questa opportunità”.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-07 09:24:43</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Vezzi di luce<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,604,intItemID,606,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Andrea Pirruccio<br />
foto di Maurizio Marcato<br />
<br />&nbsp;di Andrea Pirruccio<br />
foto di Maurizio Marcato<br />
<br />&nbsp; Cristalli agganciati a reti da pesca, tessuti che fanno capolino da coni in policarbonato, lame di legno che descrivono curve leggere, intrecci di lana e seta, vetro e pizzo. Nell’anno di Euroluce, le lampade sfoderano l’arma della seduzione e ammaliano il pubblico ricorrendo a forme sensuali e ad abbinamenti materici imprevedibili come un appuntamento al buio... Foto n.1<br />
Da Ingo Maurer,&#160; Lacrime del Pescatore, sospensione composta da tre reti in nylon di misure differenti, a cui sono agganciati circa 350 cristalli. La lampadina è fissata al muro separatamente.<br />
Foto n.2<br />
Dalla collezione Touchdesign di Italamp, Lalonguette, lampada da terra con paralume in tessuto disponibile in vari colori, design Enzo Calabrese.<br />
Foto n.3<br />
Disegnata da Ferruccio Laviani per Kartell, Bloom: lampada composta da uno scheletro in policarbonato ricoperto da una struttura composta da piccoli fiori a doppia corolla in policarbonato trasparente.<br />
Foto n.4<br />
Gina, lampada a sospensione (disponibile anche da terra) con struttura in metallo, rivestita in tessuto spalmato elasticizzato, design De - Signum per Tronconi. <br />
Foto n.5<br />
Dalla collezione Succesful Living from Diesel with Foscarini, Glas, lampada in vetro soffiato e metallo nelle versioni da tavolo e a sospensione. Da spenta, la finitura superficiale cromata&#160; di Glas riflette gli oggetti come uno specchio, da accesa emette invece un caldo bagliore ambrato.<br />
Foto n.6<br />
Ideata da Katja Hettler e Jüla Tullman per Prandina, Room è una famiglia di lampade a sospensione, appoggio e terra dall’ampio diffusore chiuso in polietilene rotazionale, rivestibile in tessuti o in legno impiallacciato.<br />
Foto n.7<br />
Creata da Susanne Philippson per Pallucco, Crinolina è una collezione di lampade con diffusore rivestito in tessuto di cotone cinzato e struttura in acciaio verniciato a polveri epossidiche. <br />
Foto n.8<br />
Da Yukio Hashimoto per Yamagiwa, Moonbird, lampada composta dall’assemblaggio di leggerissime strisce di legno intagliate&#160; a mano, in cui la luce è prodotta da un pannello ultra sottile illuminato da Led. <br />
Foto n.9<br />
Da Manooi Light Creations, lampadari in cristallo con struttura in acciaio inox della collezione Polaris. <br />
Foto n.10<br />
Da Marcel Wanders per Flos, Can Can, lampada a sospensione con diffusore in policarbonato&#160; che sostiene strisce di tessuto in poliestere ripiegato e cucito.<br />
Foto n.11<br />
Disegnata da Nicola Grandesso per de Majo, Babol è una lampada formata da un agglomerato di sfere in vetro lucido incamiciato bianco, aggregate attorno a un nucleo costituito dal dodecaedro platonico. <br />
Foto n.12<br />
Da Lolli e Memmoli, Opus Circular, sospensione in cui una sorgente luminosa centrale crea un gioco simmetrico di composizioni cilindriche formate da migliaia di carrés&#160; di cristallo colorato in diversi toni monocromatici.<br />
Foto n.13<br />
Ricami, famiglia di lampade da terra, tavolo e sospensione in fibra di vetro trasparente e pizzo Valencienne bianco o nero, design Theo e Silvia Sogni per Antonangeli.<br />
Foto n.14<br />
Di Ayala Serfaty per Aqua Creations, Apaya è una lampada da terra in lana mohair lavorata a mano e lana d’angora intrecciata con pura seta.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-07 17:43:39</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>A regola d’arte<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,604,intItemID,605,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Patrizia Catalano<br />&nbsp;di Patrizia Catalano&nbsp;Collezionismo, limited edition, gallerie e prezzi esorbitanti.  È il sogno di vecchie e nuove generazioni di progettisti eccentrici: sanno che oggi  il mobile pezzo unico tira, eccome. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Gianluca Winkler responsabile di Hangar Bicocca  a Milano, per esempio.  Il Salone del Mobile è sempre più art oriented: lo dichiara con un certo orgoglio l'assessore alla cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory, lo dimostra il moltiplicarsi di eventi FuoriSalone che evitano prodotti e oggetti d'uso a favore di installazioni, performance e mobili a effetto speciale. Un fenomeno che certamente ha un suo perché e che attrae un pubblico internazionale pronto a rilanciare, attraverso mostre ed eventi, gli autori e i marchi presentati a Milano nelle molte fiere e gallerie di design sparse per il mondo. Quanto giova tutto questo e, soprattutto, possiamo davvero parlare di arte, o ci troviamo di fronte a un altro tipo di fenomeno? Rivolgiamo la domanda a Gianluca Winkler, responsabile della fondazione milanese per l'arte contemporanea Hangar Bicocca. "Ho visitato il FuoriSalone e mi sono molto divertito: c'è un'atmosfera gioiosa e frizzante, molto partecipata. La voglia di creatività si respira in tutti gli angoli delle strade, ma bisogna fare attenzione. Arte e design non si possono amalgamare sotto un unico tetto. <br />
Ci sono delle distinzioni doverose: il design resta e sarà sempre legato a una qualche funzionalità, all'uso che si fa di una certa poltrona o di un determinato tavolo. L'arte, e mi riferisco a quella contemporanea, sposta il suo significato dall'opera che rappresenta: oggi l'artista veicola un messaggio che va oltre il lavoro compiuto, un messaggio spesso fortemente sociale, di denuncia per esempio. <br />
Per questo motivo l'arte contemporanea risulta meno comprensibile a livello di massa di un'opera del Cinquecento".&#160; Come spiega allora il fenomeno del collezionismo, certi mobili di Sottsass, per fare un esempio, vengono battuti alle aste internazionali a prezzi da capogiro. "Stiamo parlando di un'altra cosa: il design si manifesta anche attraverso delle icone che lo lanciano sul piano della comunicazione, ma un mobile resta un mobile e il design d'autore rafforza quel mondo così come gli abiti di Elton John battuti a prezzi irragionevoli rafforzano il mondo del rock. I piani sono nettamente distinti. Che poi ci sia la necessità o la volontà di creare delle nicchie di mercato legate al collezionismo anche per quanto riguarda il design, non lo escludo, tutt'altro, lo auspico: noi come Hangar Bicocca per esempio abbiamo tra i nostri componenti Ross Lovegrove che si destreggia perfettamente tra pezzi industrial e collezioni a tiratura limitata". <br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-07-07 09:23:22</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Giochi di dettaglio</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,99,intIssueID,587,intItemID,601,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Katharina Horstmann</strong><br />
foto di <strong>Nicolò Lanfranchi</strong>&nbsp;di <strong>Katharina Horstmann</strong><br />
foto di <strong>Nicolò Lanfranchi</strong>&nbsp;Un prodotto, un’idea, un concetto, un colore o qualcos’altro ancora: nel design contemporaneo a far la differenza sono le piccole cose. Attraverso l’uso dei materiali, tante volte di recupero, raccontano storie che da quotidiane diventano impreviste e insolite.]]></description>
		<pubDate>2009-05-31 12:29:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Paesaggi Milanesi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,99,intIssueID,587,intItemID,600,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[a cura di <strong>Olivia Cremascoli</strong><br />
foto di <strong>Sergio Anelli</strong>&nbsp;a cura di <strong>Olivia Cremascoli</strong><br />
foto di <strong>Sergio Anelli</strong>&nbsp;In occasione del
FuoriSalone ’09
si è costituito il
Brera Design
District, primo passo
di un progetto che
intende dare nuovo
impulso a Brera (più
di 40 showroom tra
arredamento e
antiquariato),
riproponendo il
quartiere come
‘motore’ culturale
della città. Eccone
una panoramica.]]></description>
		<pubDate>2009-05-31 11:56:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Wunderkammer</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,99,intIssueID,587,intItemID,599,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Cristina Morozzi</strong><br />
foto di <strong>Matteo Cirenei</strong>&nbsp;di <strong>Cristina Morozzi</strong><br />
foto di <strong>Matteo Cirenei</strong>&nbsp;Camere delle meraviglie contemporanee per mostrare oggetti straordinari. Come dentro una teca, o nella lente dell’obiettivo, le opere sono impaginate per destare stupore. Gli accostamenti e le sovrapposizioni sono giocate con le combinazioni dei colori. Mentre le contaminazioni, anche le più improbabili, si rivelano adatte a esaltare il carattere singolare delle creazioni.]]></description>
		<pubDate>2009-05-31 11:27:25</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Belle de jour</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,99,intIssueID,587,intItemID,598,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Laura Traldi</strong><br />
foto di <strong>Giacomo Giannini</strong>&nbsp;di <strong>Laura Traldi</strong><br />
foto di <strong>Giacomo Giannini</strong>&nbsp;Ci sono pochi luoghi di cui si può dire di tutto e il contrario di tutto. Zona Tortona è uno di questi. Del resto è qui che il grande marchio va a braccetto con l’oggetto autoprodotto, l’innovazione si mescola al ciarpame, la design celebrity chiacchiera con lo studente. Se fosse donna, Tortona sarebbe capricciosa e inafferrabile. Sperimentale, come una lampadina d’acqua che pulsa; romantica, come un assemblage di candide porcellane; spregiudicata e irriverente, come una dama tatuata che sorseggia champagne in un interior chic. Tutta da scoprire.]]></description>
		<pubDate>2009-05-31 10:45:54</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Alchimie</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,99,intIssueID,587,intItemID,597,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Antonella Boisi</strong><br />
foto di <strong>Simone Barberis</strong><br />&nbsp;di <strong>Antonella Boisi</strong><br />
foto di <strong>Simone Barberis</strong>&nbsp;Milan Design Week: itinerari + ‘appunti’ alla ricerca di atti creativi, fatti artistici, work in progress, ‘saper fare’, arts and crafts, dialogo tra culture, accenti fusion, percorsi incrociati tra fashion e design, innovazione di prodotto, qualità e idee. L’approccio è arcaico, ma l’occhio (tecnologico) è rivolto al futuro.]]></description>
		<pubDate>2009-05-31 10:13:56</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Introduzione</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,99,intIssueID,587,intItemID,595,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;Mai come quest’anno Milano aspettava il suo appuntamento con il FuoriSalone. In un clima di crisi, incertezze e negatività, la Design Week di aprile – con tutte le sue manifestazioni, le risorse umane ed economiche messe in gioco, gli sguardi attirati a livello internazionale – era attesa quale importante momento di verifica della capacità del nostro Paese di reagire giocando la sua grande carta: la creatività. Ci piaceva dire, ormai da qualche mese, che è proprio nei momenti di crisi che il design e i designer entrano in gioco e danno il meglio di sé per trovare le soluzioni e gettare le basi per le grandi trasformazioni individuali e sociali. E non erano pochi quelli che citavano a esempio la svolta del Dopoguerra, quando, di fronte alla devastazione totale, l’Italia si rimboccò le maniche e rimise in sesto la sua economia, investendo nell’inventività dei progettisti e dando vita al fenomeno del design italiano. La medicina insegna: sotto stress, il nostro cervello e il nostro cuore sono capaci di imprese straordinarie. E come la storia dimostra, è proprio il senso della crisi incombente che ha prodotto la pittura di grandi artisti come Caravaggio, Edvard Munch o Jean-Michel Basquiat e ha determinato la nascita di rivoluzionarie correnti espressive, come il Rinascimento fiorentino o il neorealismo cinematografico degli anni Quaranta- Cinquanta. Quello che abbiamo visto ad aprile a Milano non fa pensare a vere e proprie rivoluzioni, ma alla nascita di una nuova sensibilità diffusa da cui sicuramente nascerà qualcosa di importante e di diverso. In fondo, la grande differenza tra l’Italia del Dopoguerra e quella di adesso è che sessant’anni fa bisognava ricostruire tutto mentre oggi non occorre ripartire dal nulla: si tratta di ripensare a come fare meglio le cose. Però il clima che si è respirato era energico, positivo, reattivo, propositivo. I designer e tutti i protagonisti del progetto in generale, compresi gli imprenditori, hanno approfittato del momento per unirsi tra loro, riflettere, prendere appunti, proporsi. Senza gesti eclatanti o innovazioni sconvolgenti, ma comunque con l’intenzione di esserci, di fare sistema e di credere al nuovo. Con i suoi 400 eventi circa, la grande festa del design non ha deluso le aspettative: ha riempito di vitalità e ottimismo le strade di una città che solo durante una settimana ad aprile diventa veramente internazionale, ha risvegliato gli orgogli nazionali, compresi quelli di aziende e personaggi che poco hanno a che fare con il mondo del progetto. I segnali forse non sono quelli di una nuova era, ma di sicuro sono incoraggianti. <br />
<strong>(MP)</strong>]]></description>
		<pubDate>2009-05-29 18:13:33</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,587,intItemID,594,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ<br />
            <br />
            GIOVANI DESIGNER<br />
            </strong></p>
            <strong>             </strong>                          <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Opinion Ciatti, SantambrogioMilano<br />
            Pedalando nel design<br />
            Tecnologia e tradizione dall’Olanda<br />
            Lavorare comodi ovunque<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA</strong><br />
            Abitare il Tempo a Verona<br />
            Ambiente Italia a Roma<br />
            <strong><br />
            PREMI &amp; CONCORSI</strong><br />
            Cristalplant Design Contest, Good Design Award,<br />
            Green Living Projects, Una sedia modello<br />
            <br />
            <strong>WORKSHOP</strong><br />
            Boundless - Senza confini<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Nuove aperture a Milano<br />
            Skitsch, Poltrona Frau, Meritalia, Luxury Living, Azucena,<br />
            Fornasetti, Disegno Ceramica<br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE </strong><br />
            Campari: red living<br />
            Philips Lighting Italia: la cultura della luce<br />
            Seoul Living Design Fair<br />
            <br />
            <strong>PROGETTO CITTÀ<br />
            </strong>Public Design Festival di Esterni<br />
            <br />
            <strong>IN MOSTRA<br />
            </strong>FuoriSalone alla Triennale di Milano<strong><br />
            </strong><br />
            <strong>IN LIBRERIA <br />
            </strong>Philips Design e Fornasetti<br />
            <strong><br />
            EVENTO<br />
            </strong>InterniDesignEnergies<br />
            <strong><br />
            TRADUZIONI</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            ARCHITETTURE D’INTERNI<br />
            LE CASE DEI PROTAGONISTI<br />
            </strong>a cura di<strong> Antonella Boisi<br />
            </strong><strong><br />
            Milano, la casa-studio dei Palomba:<br />
            benessere a 360°<br />
            </strong>progetto di <strong>Ludovica </strong>e<strong> Roberto Palomba<br />
            </strong>foto di <strong>Giacomo Giannini</strong> - testo di<strong> Antonella Boisi<br />
            </strong><strong><br />
            Milano, la casa-studio di Anna Gili:<br />
            sinestesia su misura<br />
            </strong>progetto di <strong>Anna Gili<br />
            </strong>foto di <strong>Giacomo Giannini - </strong>testo di<strong> Antonella Boisi</strong>
            <br />
            <strong>ATTUALITÀ <br />
            Seoul, Prada Transformer<br />
            </strong>foto e testo di<strong> Sergio Pirrone<br />
            <br />
            <strong>L’OPINIONE<br />
            Design senza pensiero?<br />
            </strong></strong>di<strong> Andrea Branzi<br />
            <br />
            ARTE</strong><strong><br />
            La samba del design: Alessandro Mendini<br />
            </strong>di<strong> Germano Celant<br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>MAESTRI <br />
            Ernesto Nathan Rogers<br />
            </strong>di<strong> </strong><strong>Gabriele Neri<br />
            </strong><br />
            <strong>             <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong>
            <strong>FUORISALONE 2009<br />
            Introduzione<br />
            <br />
            Alchimie<br />
            </strong>foto di<strong> Simone Barberis<br />
            </strong>a cura di/edited by<strong> Antonella Boisi<br />
            </strong><strong><br />
            Belle de jour<br />
            </strong>             foto di <strong>Giacomo Giannini<br />
            </strong>             a cura di<strong> Laura Traldi<br />
            <br />
            Wunderkammer<br />
            </strong>foto di <strong>Matteo Cirenei<br />
            </strong>a cura di <strong>Cristina Morozzi<br />
            <br />
            Paesaggi milanesi<br />
            </strong>foto di<strong> Sergio Anelli<br />
            </strong>a cura di<strong> Olivia Cremascoli<br />
            <br />
            Giochi di dettaglio<br />
            </strong>foto di<strong> Nicolò Lanfranchi<br />
            </strong>a cura di<strong> Katharina Horstmann<br />
            <br />
            INDIRIZZI <br />
            </strong>di<strong> Adalisa Uboldi<br />
            <br />
            TRADUZIONI </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>In copertina:</strong> uno scorcio della mostra InterniDesignEnergies organizzata<br />
            lo scorso aprile da Interni nei cortili dell’Università degli Studi di Milano.<br />
            In primo piano, l’installazione Parasols progettata da Fernando e Humberto<br />
            Campana: una struttura leggera pensata come riparo trasportabile<br />
            che si ispira all’Oca, la tradizionale abitazione degli indios brasiliani. È realizzata<br />
            in fibra sintetica Lounge bleach di Dedon intrecciata su telai d’alluminio;<br />
            i pouf sono invece rivestiti in Alcantara® Celadon Green. Pedana in legno<br />
            di Listone Giordano; illuminazione a incasso de iGuzzini, design J. M. Wilmotte.<br />
            <br />
            
        
    
]]></description>
		<pubDate>2009-05-29 15:54:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,587,intItemID,592,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;Tutte declinazioni che rimandano, al grande tema dell’anno, quello delle energie, enfatizzato anche dal nostro evento InterniDesignEnergies...Tutti semi in attesa di altri germogli. Non dimenticare come eravamo ieri per sapere come saremo domani: la lezione di un maestro quale Ernesto Nathan Rogers e l’attualità di un’architettura mobile quale il Prada Transformer di Seoul, opera di Rem Koolhaas, ci dicono che il percorso è stato lungo e denso. Come densi di eventi e di proposte sono stati i sette giorni no-stop di aprile in cui Milano si è confermata Capitale mondiale del design. Le aspettative non sono state disattese dalle energie messe in gioco, che ci hanno lasciato la sensazione palpabile di una cultura del progetto pulsante e linfatica, nonostante le innegabili difficoltà strutturali del mercato. Le immagini che seguono parlano da sole: la perseveranza sulla strada della qualità e della creatività, del fatto a regola d’arte, della sperimentazione e della ricerca, della trasversalità e del ripensamento critico premia. Certo, qualcosa andrà aggiustato, qualche curva resa più morbida, qualche selezione naturale aiuterà. I colori del design restano infiniti, come infiniti sono stati gli eventi (oltre quattrocento) disseminati in città che hanno attratto forze centripete e un pubblico ancora più folto del consueto. I riflettori erano puntati, allo stesso tempo, sulla 48esima edizione del Salone Internazionale del Mobile e del Complemento d’Arredo, ma in questo numero ci siamo concentrati sul FuoriSalone, individuando una serie di temi che corrispondono ad altrettanti contenuti innovativi di progetto. Perché a fare la differenza nel design contemporaneo sono: il grande marchio che va a braccetto con l’oggetto autoprodotto; i giochi di dettaglio; le alchimie tra arte, artigianato e tecnologie; la lampadina d’acqua che pulsa...Tutte declinazioni che rimandano, al grande tema dell’anno, quello delle energie, enfatizzato anche dal nostro evento InterniDesignEnergies, presentato negli storici cortili dell’Università degli Studi di Milano-Ca’ Granda: una serie di installazioni di prestigiosi progettisti internazionali che hanno lavorato con aziende leader in materia di energia pulita e sostenibile, energia progettuale che diventa invenzione. Tutti semi in attesa di altri germogli. Gilda Bojardi]]></description>
		<pubDate>2009-05-29 19:56:07</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ernesto Nathan Rogers</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,96,intIssueID,587,intItemID,591,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gabriele Neri</strong>&nbsp;di <strong>Gabriele Neri</strong>&nbsp;Ricorre quest’anno il centenario della nascita dell’architetto leader di BBPR, il gruppo di progettisti che negli anni del Dopoguerra svolse un ruolo guida nella trasformazione di Milano, dimostrando come il bisogno di modernità si potesse dialetticamente confrontare con la tradizione. Nel 2009 Milano celebra non solo il centenario del Futurismo ma anche quello della nascita di Ernesto Nathan Rogers, punto di riferimento indiscusso per la cultura architettonica italiana del Dopoguerra. Infatti la carriera di Rogers, nato a Trieste, si sviluppò proprio nel capoluogo lombardo, dagli anni della formazione fino alla prematura scomparsa nel 1969: una carriera poliedrica in cui si distinse come architetto, docente, critico e soprattutto come pensatore democratico avverso a qualsiasi idolatria per questo o quell’altro stile, in nome di una ricerca incessante che rigettava ogni soluzione precostituita. Tale atteggiamento emerse già negli anni di studio al Politecnico di Milano, quando Rogers guardava ai problemi aperti dai maestri dell’architettura moderna europea, e condusse, subito dopo la laurea nel 1932, alla costituzione dello studio BBPR, acronimo dei cognomi di chi come lui condivideva la necessità di trascendere l’immobilismo della Scuola d’Architettura di Milano: Banfi, Belgiojoso, Peressutti e Rogers. I BBPR entrarono fin da subito in contatto con le personalità più influenti della cultura architettonica milanese – Giuseppe Pagano in primis – e cominciarono a farsi notare sulle pagine di Casabella con opere come la famosa “Casa del sabato per gli sposi” alla V Triennale del 1933 (in collaborazione con il più anziano Piero Portaluppi), la Colonia Elioterapica di Legnano del 1941 e il quartiere di case popolari Le Grazie sempre a Legnano del 1942, realizzazioni in cui è evidente la disponibilità a confrontarsi con qualsiasi tema progettuale nel rispetto del celebre slogan “Dal cucchiaio alla città”. Lo spessore culturale del team emerse tuttavia anche dalla collaborazione con diverse riviste (in particolare Quadrante), dall’assidua frequentazione dei maggiori artisti del tempo (ad esempio Lucio Fontana) e soprattutto dal precoce ingresso nel gruppo italiano del CIAM nel 1934, che avviò una rete internazionale di contatti immune da qualsiasi campanilismo. Per i BBPR arrivò così il momento di confrontarsi con le promesse avanzate dal Fascismo sul rapporto tra arte e ideologia, facendosi abbagliare – come la grande maggioranza degli architetti del tempo – da quello che appariva un invitante sillogismo: poiché il fascismo è un’idea rivoluzionaria, l’architettura (l’arte) moderna è l’arte fascista. Tali aspettative vennero presto disilluse e il gruppo dovette fare i conti con il dramma della guerra, che portò all’esilio forzato in Svizzera di Rogers a causa delle sue origini ebraiche e alla deportazione di Belgiojoso e Banfi (quest’ultimo morì a Mauthausen). Simbolo della ‘catarsi’ di Rogers e soci sarà il “Monumento ai caduti nei campi nazisti” al Cimitero Monumentale di Milano del 1945, in cui la poetica del telaio razionalista si carica il peso di superare gli anni bui del conflitto, coniugando le speranze dei primi anni di attività e una maturità forzatamente raggiunta. Il valore assegnato all’ideale comunitario su cui si basava il gruppo rappresenta un elemento fondamentale per comprendere il pensiero di Rogers, e in particolare il suo rapporto con la docenza, portata avanti nella solida convinzione di uno scambio necessario e reciproco con l’interlocutore. In questo senso fu Walter Gropius il maestro da cui ereditò la propensione per una “maieutica socratica trasposta nelle misure angosciose del tempo moderno”, complementare all’esaltazione di un metodo logico e razionale dal quale dovevano scaturire soluzioni mai uguali: un metodo imparziale, elastico ed immune da ogni formalismo, che è la vera lezione del Movimento Moderno. Dell’importanza di questo atteggiamento presero coscienza le università di tutto il mondo, mentre più sorde furono quelle italiane, dove il suo spessore culturale fu ufficialmente riconosciuto solo negli anni Sessanta. Il Dopoguerra condusse Rogers ad un crescente impegno nella dimensione critica e teorica dell’architettura italiana, con la partecipazione dei BBPR alla nascita del Movimento di Studi per l’Architettura (MSA) nel 1946, con il suo ingresso nella segreteria internazionale dei CIAM nel 1947, con la direzione di Domus (1946-47) e in seguito di Casabella (1954-64), che sotto la sua guida muterà il nome in Casabella-continuità. Il sottotitolo introdotto da Rogers avrà una valenza decisiva nel confronto con la ricostruzione e con l’imminente ‘miracolo economico’: “Continuità significa coscienza storica; cioè la vera essenza della tradizione nella precisa accettazione d’una tendenza che, per Pagano e per Persico, come per noi, è nell’eterna varietà dello spirito avversa ad ogni formalismo passato o presente”. Rogers sottolinea così la preminenza di un processo storico che deve necessariamente far convivere il moderno con l’antico, opponendo una conciliazione degli opposti tanto all’idea di tabula rasa quanto all’inseguimento di un falso storicismo indifferente alla lezione del Moderno. Posto questo, sarà breve il passo per approdare alla definizione di ciò che diverrà il suo cavallo di battaglia: la considerazione delle ‘preesistenze ambientali’ come punto di riferimento per l’attività progettuale, cioè riconoscere nell’esistente (naturale o artificiale) un valore propositivo che possa guidare la progettazione del nuovo, celebrando il matrimonio tra invenzione e ambientamento. Diretta emanazione di tale pensiero sarà la Torre Velasca (1958), che già dal nome (torre, non grattacielo) dichiara apertamente la ricerca di un equilibrio tra passato e presente generato non dal richiamo letterale dell’edilizia storica, ma piuttosto da “un metodo funzionale che determina la forma desumendola dalle determinanti dell’ambiente circostante e dalle ragioni distributive dell’organismo”. Se per qualcuno ciò significò il rifugio in un limbo espressivo che tradiva le aspettative progressiste insite nel Movimento Moderno (confermate invece nel contemporaneo Grattacielo Pirelli di Gio Ponti), sotto un’altra luce la singolare silhouette della Velasca suggerisce l’inserimento di variabili più elastiche e più complesse nella troppo rigida equazione funzionalista, rigettando qualsiasi forma di apriorismo. Convinto delle proprie idee, ma soprattutto convinto dell’importanza dei dubbi che sempre aleggiano intorno ad esse, Rogers operò con rara empatia insieme ai BBPR nel centro di Milano in interventi a metà tra il restauro e la progettazione ex novo, come la Casa Lurani- Cernuschi di via Cappuccio (1959- 61), la casa di via Bigli (1960), l’edificio per uffici e abitazioni di via Maddalena (1965), la Banca Privata Finanziaria di via Verdi (1966), il complesso residenziale in via dei Chiostri (1968) e la Banca in piazza Meda (1969), la cui forma curva venne suggerita dal vicino abside di San Fedele. Una nota a parte meritano poi il restauro e la sistemazione dei Musei nel Castello Sforzesco a partire dai primi anni Cinquanta: i BBPR cercarono di far convivere la complessa stratificazione storica, gli interventi filologici di Luca Beltrami di inizio secolo e una rinnovata sensibilità per le esigenze espositive. Fu un’operazione coraggiosa e partigiana, che con i musei di Franco Albini e Carlo Scarpa inaugurò una nuova stagione per la museografia italiana, sollevando un dibattito che in vista delle odierne proposte di ridefinizione del Castello milanese appare quanto mai attuale. Milano insomma non fu per Rogers una roccaforte dove trincerarsi con le proprie convinzioni, ma piuttosto la base logistica da cui interpretare il mestiere dell’architetto attraverso una coerenza professionale e soprattutto etica lontana da ogni estremismo, consapevole del valore propositivo della diversità ed incline ad una cultura mai monosettoriale. Una cultura diagonale che spaziava dalla letteratura all’arte, dalla filosofia alla politica, per tornare con gioia alla tangibile realtà del cantiere, poiché “Dopo un po’ che non costruisco, le case mi nascono dentro, come amore nei sogni quando si è casti per lungo tempo”.]]></description>
		<pubDate>2009-05-29 17:29:57</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Il gioco delle 4 forme</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,587,intItemID,590,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Rem Koolhaas/OMA-AMO</strong><br />
foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;progetto di <strong>Rem Koolhaas/OMA-AMO</strong><br />
foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;South Korea. Nel centro di Seoul, l’olandese Rem Koolhaas, architetto di fama internazionale, ha progettato il Prada Transformer. Uno spazio mobile e polifunzionale per il gruppo Prada, inaugurato il 25 aprile scorso. Una forma di architettura imbrigliata nella geometria di un tetraedo dinamico che funge da spazio espositivo per l’arte contemporanea, per le sfilate e le rassegne cinematografiche.
Longilineo, Rem ha il profilo di un levriero. Mani
affusolate, dita abili, roteano un modellino bianco di
polistirolo espanso in scala 1/200. Come un prestigiatore,
spiega che il gioco delle 3 carte ne accoglie finalmente
un’altra. La quarta dimensione ha forme geometriche pure
che si legano tra loro attraverso superfici amorfe,
indefinibili ma coerenti. La quarta dimensione è capace di
moltiplicare la terza, riprodurre identità diverse col variare
del tempo e del suo costante modificarsi. L’architettura ha
superato le tappe del classico simmetrico, della sua
distruzione e ricostruzione asimmetrica, ha poi accolto le
diagonali di rotazioni prospettiche, si è parcellizzata tra
incastri aggettanti e infine complessata tra discese e risalite
di parabole in acciaio e titanio. Ora l’anti-blob è anche il
suo blob, è come Rem e il suo specchio, come OMA (Office
for Metropolitan Architecture) e AMO. Entità non uguali né distinte, che mai separano e sempre integrano, e sempre
articolano pensieri alternativi in vera architettura, in
pianificazione urbana, in comunicazione d’immagine e di
tendenze sostenibili, e sempre stupiscono il mondo. Prada
Transformer apre a Seoul una nuova strada che riporta
l’architettura all’originale geometrico attraverso l’unione
molteplice delle sue forme e delle sue funzioni, ma lo fa con
una struttura asciutta, senza disperdere 1mq di materiale,
senza dire 1 parola in più, come fa il suo ideatore.
“Opposto alla rigidità di un semplice oggetto statico, è un
organismo dinamico che può essere modificato in tempo
reale per facilitare le varie funzioni che intende accogliere”.
L’ideale flessibile si è finalmente liberato dal suo vincolo
strutturale attraverso 4 gru capaci di sollevare un giocattolo
a forma di tetraedro, di ruotarlo, capovolgerlo e riposarlo su
un’altra superficie in soli 40-60 minuti. Questo poliedro
regolare, i cui 4 triangoli equilateri stringono a sé un
esagono, un rettangolo, una croce ed un cerchio, farà saltare
gli elementi primari architettonici quando il suo ruotare in
cielo tra fremito metropolitano e
monte Inwangsan trasformerà
pavimenti in muri e muri in
coperture e coperture di nuovo in
pavimenti. E il prossimo evento
troverà il suo presente, nuova
piattaforma, nuovo spazio e nuova
identità, senza mai dimenticarsi di
ciò che è stato, di ciò che sarà.
Curiosa la costanza di un’altalena
che dondola tra passato e futuro, di
questo oggetto non identificato che,
il 25 aprile 2009, si è presentato col
suo volto circolare, bianco algido di luce del mattino,
appena poggiato accanto alla storia ispessita del
cinquecentesco Gyeonghui Palace, nel centro di Seoul. Da
lontano, pietra e mattoni sono lo sfondo solenne di una
membrana giovane, traslucida come l’alba di una nuova
scoperta, tanto sottile quanto elastica da dedurre le
nervature dell’intelaiatura d’acciaio. 1660 mq di pelle nuda,
prodotta dalla Cocoon Holland Bv e originariamente
utilizzata come rivestimento per aerei militari a riposo,
mostrano superfici esterne anoressiche che comprimono un
corpo affamato d’eventi, d’arte e cultura, di moda e
d’architettura, di gente coreana colpita da una nuova
suggestione. Baricentro che rigonfia di contaminazione
creativa, epicentro che irradia la forza di un marchio mai
appagato, mai sazio. Da Luna Rossa alla Fondazione Prada,
dall’architettura che cambia la storia delle città alle utopie
culturali che oltrepassano l’apparente inutile consumistico,
Prada ha sempre scommesso sul talento. Oggi scommette su Seoul e sulla primavera coreana. “Il Prada Transformer sarà
la nostra principale piattaforma di comunicazione, da una
metropoli vibrante tra business e propensioni culturali, tra
design, architettura e arte contemporanea”. Patrizio sa che il
fine giustifica i mezzi e che arte e cultura possono abbellire
qualsiasi strategia imprenditoriale. Miuccia racconta la
storia delle sue gonne in Waist Down-Skirts, che dal 1988 ad
oggi ha usato desiderio e sensualità per sperimentare sulla
personalità di un costume sempre in movimento. Quello
allestito da AMO estende le capacità della ragnatela nera e
delle icone vestite di stoffa e colore che sorvolano gonne
roteanti, altre ondeggianti, altre ancora sospese, accanto a 8
giovani promesse coreane, e davanti al prossimo evento.
Quando il rettangolo toccherà terra, il Cinema selezionato da Alejandro González Iñárritu riempirà i sogni di uomini e
donne coreane. Che poi calpesteranno la croce, e
sgraneranno gli occhi davanti alle provocazioni video di
Nathalie Djurberg nell’installazione Turn into Me. Fino agli
anelli del cerchio, tra contrazione centripeta e forza
centrifuga, che accoglierà uno special event ancora da
scoprire. Così diverso, gigante buono alto 20m, immagine
taciturna, se non fosse accompagnato dalla sua spalla ideale,
dal ritmo fermo e costante di 20 container che ospitano
uffici e servizi alternati da fogli in policarbonato e vetro
traslucido. Insieme, dove li porteranno a metà ottobre?
Roma, Istanbul? Quali cieli sorvoleranno e quante rotazioni
e quante identità prima di rivedere le dita dell’illusionista
silenzioso giocare con la storia?]]></description>
		<pubDate>2009-05-29 17:22:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Benessere a 360°</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,587,intItemID,589,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Ludovica e Roberto Palomba</strong><br />
foto di <strong>Giacomo Giannini</strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong><br />&nbsp;progetto di <strong>Ludovica e Roberto Palomba</strong><br />
foto di <strong>Giacomo Giannini</strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;A Milano, la casa-studio di Ludovica e Roberto Palomba, architetti e designer: un loft dagli spazi aperti, luminosi, rigorosi ed essenziali, concepito come una vera e propria ‘creative factory’.Ieri vivevano e lavoravano in un contesto aulico, una villa veneta nel verde, in campagna, in una dimensione introspettiva importante per prendere le distanze da un luogo condizionante e condizionato quale Milano. Oggi vivono e lavorano nel cuore dei Navigli, in un loft di 600 mq ‘open’ in senso fisico e culturale, ricavato da un laboratorio artigianale che ha mantenuto le caratteristiche di uno spazio fluido e dinamico in cui si fondono lavoro e vita, ma vi hanno aggiunto altro: il racconto di una filosofia che privilegia interscambio, impegno intellettuale, ricerca e una visione dell’architettura che determina un design integrato coerente e sinergico. Oltre il cortile che si estende negli interni con maestose piante di sterlizie, un piccolo cuore verde, oltre l’ingresso Mackintosh style, oltre lo spazio unitario sviluppato su due livelli comunicanti (lo studio sotto e l’abitazione sopra) che vive di essenziali open spaces, oltre l’arredo connotato da una purezza di segno che è elemento distintivo del loro design, qui declinato con un mix di pezzi d’autore, eredità moderniste e ricordi di viaggio, ritroviamo la luce. La luce è la vera protagonista dell’architettura che di giorno si diffonde in ogni angolo grazie al grande lucernario vetrato del tetto, mentre nelle ore serali restituisce, con la complicità della regia illuminotecnica, la speciale atmosfera dell’ ambiente, un involucro total white che vibra in un gioco di riverberi e sfumature cangianti. La sintesi di una ricerca di armonia, bellezza, innovazione ed equilibrio tra le parti. Perché, spiegano “la nostra visione dell’architettura è quella di uno spazio che contiene tutto ciò che è bello: i sogni, la luce, l’essere umano, frammenti di viaggi fisici, emotivi, formali, nomadismi, contaminazioni e ibridi, colori che sono punteggiature fondamentali, giochi di tonalità, chiaroscuri e sottolineature. E, poi, soprattutto, dignità materica, considerato che il materiale passa dagli occhi, dalle mani e arriva al cervello e che i nostri sensi sono una chiave di lettura severa e fondamentale per giudicare ogni dimensione”. E ogni dimensione, con loro va sempre interpretata in una prospettiva particolare: quella del benessere. “Questo di volta in volta si racconta in base all’ambiente analizzato. Il benessere è uno stato d’animo che desideri ritrovare all’interno di ogni spazio o luogo”.<br />
Di fatto, Roberto e Ludovica, che collaborano con le major del settore, da Poltrona Frau a Boffi, da Zanotta a Foscarini, da Sawaya&amp;Moroni a Orizzonti, hanno da tempo focalizzato la ricerca, contribuendo in modo fondamentale all’evoluzione formale del concetto di bagno. Le loro collezioni di vasche da bagno, docce, lavabi, rubinetti sono diventate nuove icone del benessere. Oggi, l’ulteriore step: “Abbiamo maturato la consapevolezza che non è inducendo meccanicamente benefici (ad esempio con l’idromassaggio) che si produce lo stare bene. Senza beneficio non ci può essere benessere, ma il primo non è sufficiente a definire il secondo. Così siamo diventati radicali: abbiamo veicolato la nostra attenzione a favore di componenti architettonico-estetiche che approcciano olisticamente l’interiorità, l’esperienza dei sensi e non solo l’esteriorità, contenendo lo sviluppo delle parti ergonomico-funzionali del prodotto. Un punto di vista resta però indiscutibile: se gli oggetti da noi pensati non sono anche belli, desiderabili, compagni silenziosi di un viaggio, auspicabilmente lungo, tutte le premesse di cui sopra decadono”. Di questo nuovo ‘viaggio’ del nostro duo globetrotter e trend setter parlano egregiamente due recenti progetti di design presentati durante gli eventi dei Saloni milanesi dello scorso aprile: la collezione Faraway per Zucchetti e Kos e la collezione di ceramiche Sant’Agostino. Dicono della prima: quattro anni di studio, 200 prototipi, 80 prodotti, un mood di lifestyle dall’accessorio al concept spa, nelle versioni cromate o bianche, diversi tipi di materiali, nuove tecnologie per il risparmio energetico e dell’acqua, una serie di elementi multitasking che integrano in un unico pezzo più valenze funzionali. Dicono della seconda: grandi formati di materiale ceramico di diverso spessore, strutturato-texturizzato e privo di elementi decorativi, ispirato alle architetture del Messico, ai colori densi e vibranti dei volumi di Barragan. Perché il benessere è un concetto che si declina a 360° e che si applica ad ogni scala d’intervento. <br />Così ritornando alla loro abitazione: “Sono state eliminate tutte le porte, per non limitare lo spazio. Sono stati aperti il più possibile gli spazi. La luce si effonde in ogni angolo. All’interno dello studio c’è una profusione di piante, gigantesche sterlizie, un contatto con il verde fondamentale per favorire uno scambio energetico. In casa, ci sono pochi elementi caratterizzanti: un pavimento in legno naturale su cui è piacevole camminare a piedi nudi, un’intera parete perimetrale che è una tenda bianca, un arredo tutto basso, colori ispirati ai toni delle terre, oggetti di design storico, oggetti disegnati da noi e altri più casuali che sono racconti-scoperte di viaggio. Però, alla fine, sono tutti oggetti che ci rappresentano: dilatano la concezione del benessere all’interno dello spazio”.]]></description>
		<pubDate>2009-05-29 17:18:32</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sinestesia Abitativa</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,587,intItemID,588,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Anna Giliz</strong><br />
foto di <strong>Giacomo Giannini</strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong><br />&nbsp;progetto di <strong>Anna Giliz</strong><br />
foto di <strong>Giacomo Giannini</strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;A Milano, la casa-studio di Anna Gili, architetto e designer. Un loft dal carattere deciso, uno spazio creativo nel segno della trasparenza e del colore inteso come esperienza artistica e sensoriale. Il progettista e la sua casa. Quella di Anna Gili a Milano è un loft su due livelli strutturati intorno a un patio centrale che distribuisce open spaces e luce riconvertiti in colore. Un colore scelto in campiture piene e in tonalità decise, fucsia, blu, giallo, ispirate dall’India, simbolo di vivacità-gioia di vivere e giocate di contrasto al bianco delle pareti. Lo spazio ha conservato le strutture metalliche a vista, traccia e memoria del suo passato industriale, attualizzato da uno spirito di riconversione high tech e ha voluto il calore del rovere per i pavimenti, ma le sue parole-chiave restano altre. Kandinskij diceva che “il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima”. I rilevatori di energia di Anna sono il colore e le linee grafiche. Il colore è l’elemento che valorizza la purezza delle forme e la fluidità degli spazi, restituendo armonia e forza evocativa. La trasparenza delle superfici è ciò che riesce a distillare nella figura di una passerella dalla scenografica balaustra in lastre di vetro colorato il segno del passaggio allo studio al piano superiore e il senso di una fusione sensoriale che coincide con un’idea artistica personale. Perché, come un diario intimo, questa casa-spazio creativo-mentale-puzzle di pezzi di vita è Anna Gili, la sua sinestesia più riuscita. Il ‘Corpo’ che contiene tutto: sensibilità artistica unita ad approccio ludico che sono un background del suo felice incontro agli esordi con lo studio Alchimia. Una cucina, al centro della casa, con le ante di vetro colorato e l’isola attrezzata freestanding in metallo che diventa il fulcro dei sapori intorno cui tutto ruota. E poi, disseminati ovunque, i suoi vasi coloratissimi in vetro di Murano disegnati anche per Salviati e Bisazza; una dinamica sequenza di lampade al neon, recente tema di ricerca; i grafismi riferiti all’iconografia animale, alla base dei progetti pittorici. E ovviamente le matrici delle scene di Mental Bodies. Oggetti progetti e immagini, titolo delle due mostre che Anna Gili ha presentato durante gli eventi del FuoriSalone milanese lo scorso aprile: grandi quadri luminosi che rappresentano animali e fotografie su tela, una rielaborazione di alcune sue note performances artistiche.]]></description>
		<pubDate>2009-05-29 17:15:18</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Gli stili del relax<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,571,intItemID,586,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
elaborazione immagini di <strong>Enrico Suà Ummarino</strong><br />&nbsp;di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
elaborazione immagini di <strong>Enrico Suà Ummarino</strong>&nbsp;L’evoluzione del progetto contemporaneo propone nel panorama dei divani ‘leggeri’, una continua varietà di spunti con cui creare esclusive zone relax: in stile anni Cinquanta, monocromatico, etnico, minimal...]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 17:40:20</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Futurcolors<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,571,intItemID,585,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
foto di <strong>Miro Zagnoli</strong><br />&nbsp;di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
foto di <strong>Miro Zagnoli</strong>&nbsp;Set ispirati dalle cromie pittoriche dei quadri futuristi: rappresentazioni fotografiche in cui il vero elemento dinamico è il colore. Arredi blu, rossi, verdi, gialli raccontano e interpretano una nuova primavera.]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 17:36:34</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Tanto di cappello<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,571,intItemID,584,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Odoardo Fioravanti</strong><br />
foto di <strong>Lars Gundersen e Morganmorell</strong><br />&nbsp;di <strong>Odoardo Fioravanti</strong><br />
foto di <strong>Lars Gundersen e Morganmorell</strong>&nbsp;Riproducono la forma di varie e originali acconciature, ma appoggiate su un piano si rivelano ciotole e fruttiere in ceramica smaltata. Da un progetto del duo danese Claydies, uno spunto di riflessione sull’essere e l’apparire degli oggetti. “Io intendo scultura, quella che si fa per forza di levare: quella che si fa per via di porre, è simile alla pittura”: le due vie per la modellazione degli oggetti e delle sculture venivano così definite e articolate da Michelangelo al principio del sedicesimo secolo. Dal canto mio, ho sempre pensato che il ‘levare’ avesse a che fare con la scoperta e il disvelamento, un’inclinazione più vicina alla magia, alla perlustrazione dell’ignoto, all’invenzione come rinvenimento. Così come ho sempre pensato che il ‘porre’ avesse qualcosa a che fare con la creazione, col ‘mettere al mondo’, una specie di attitudine additiva e intimamente demiurgica. Da una parte c’è l’atto di asportare il sovrappiù per trovare una forma, per esempio dentro un blocco squadrato di marmo; dall’altra quello di plasmare le proprie idee formando e deformando la creta. Per questo il lavoro dei ceramisti mi è sempre sembrato il più vicino a quello del designer. Non è un caso che la maggior parte degli storici del design identifichi la nascita della disciplina nella divisione tra il lavoro del disegnatore e quello dell’artigiano che si verificò nella manifattura Etruria di Wedgewood nella seconda metà del Settecento. In ambito artistico, prima della contemporaneità, la creta era principalmente usata per la realizzazione di opere che mimavano la natura, le forme animali e quelle dell’uomo. Mentre per la cultura materiale è stata e rimane la materia principale per la fabbricazione di stoviglie. Questa doppia identità della ceramica sembra fondersi ancora una volta nel lavoro del duo danese chiamato Claydies (clay+ladies) formato da Tine Broksø e Karen Kjældgård-Larsen, entrambe diplomate alla Danish Design School. Visitando il loro atelier a Copenhagen si rimane colpiti dalla loro grande produzione, rappresentata da una sorta di foresta vetrificata di oggetti scintillanti, tra cui spiccano, però, due foto alla parete. In questi scatti patinati, le due designer si improvvisano modelle indossando strane parrucche di ceramica. La comprensione del gioco è rapida e di quelle che fanno nascere un entusiastico punto esclamativo da qualche parte, dentro l’animo di chi osserva. Claydies and Gentlemen, questo il nome dei copricapo in ceramica, nasce infatti dall’idea di creare una serie di ciotole e fruttiere prendendo spunto da varie pettinature, ovvero traslando la forma e la decorazione dei capelli al movimento della superficie di questi contenitori. Il risultato è di grande impatto e sembra essere la dimostrazione evidente che, nel design contemporaneo, l’immagine dell’oggetto è paradossalmente più consistente dell’oggetto stesso. L’ontologia si fonde con la comunicazione, ponendo in secondo piano l’esistenza tridimensionale delle cose. Quanti degli oggetti che conosciamo possiamo dire di aver visto e toccato dal vero? Quanta della nostra cultura del progetto rimane bidimensionale? Le immagini delle ciotole Claydies and Gentlemen hanno la caratteristica di far dimenticare per un istante tutto il resto, che è la dote dei grandi progetti. Diverse le tipologie: c’è la ciotola arruffata e quella con pettinatura alla Rodolfo Valentino, la ciotola punk e quella con boccoli da damina, il ciuffo alla Elvis e l’acconciatura da fantascienza. Ma c’è soprattutto l’idea che la superficie degli oggetti e delle architetture possa tornare a sussurrare, a gridare. Spigoli fragili, maniglie pungenti, tazze irsute alla Meret Oppenheim e pavimenti elastici come al luna park. E la coscienza che le cose sono come sono, soltanto fino a prova contraria.]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 17:57:24</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Tetê Knecht Luci segnali<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,571,intItemID,583,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[foto di <strong>Andrés Otero</strong><br />
di <strong>Maddalena Padovani</strong><br />&nbsp;foto di <strong>Andrés Otero</strong><br />
di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;I ricordi dei viaggi d’infanzia della designer brasiliana prendono forma in una serie di lampade in edizione limitata. Si ispirano alla segnaletica stradale e creano un suggestivo sistema di illuminazione indiretta. Dei progetti antiglobalizzanti di Andrea Emilia Knecht (Tetê per gli amici) avevamo sentito parlare in maniera diffusa nel 2005, quando la giovane designer brasiliana – definita dai ‘maestri’ Fernando e Humberto Campana una delle più interessanti promesse della nuova scuola creativa carioca – presentò un paio di sabot fatti con un impasto di paglia e lattice. Allora, quello che tutti apprezzarono di questa progettista dedita alla sperimentazione manuale delle potenzialità espressive dei materiali più comuni, era la sua capacità di coniugare una poetica tipicamente brasiliana con una visione più aperta e internazionale del design, quale quella ereditata e approfondita negli anni di frequentazione dell’Écal di Losanna. Oggi Tetê ci presenta un nuovo progetto che testimonia un’ulteriore evoluzione del suo lavoro, legato ancora a una dimensione artistica ma orientato però, con maggiore evidenza e credibilità, alle logiche della produzione industriale. Si chiama Passage ed è una lampada che sotto le sue sembianze scultoree cela un’attenta riflessione sulle dinamiche dell’illuminazione artificiale. La lampada presenta una forma molto semplice d’impronta industriale, costituita da un profilo a U in alluminio anodizzato la cui superficie interna viene finita (direttamente a mano da Tetê) con una vernice gialla a sua volta ricoperta con uno strato di microsfere di vetro. Un profilo in alluminio più piccolo, disposto al centro della lampada, sostiene e nasconde i led che indirizzano la luce all’interno della forma concava gialla; la presenza delle sfere di vetro fa sì che la luce venga riflessa non uniformemente, ma attraverso tanti singoli punti – tanti quanti sono le biglie – sull’asse occhio, sfera, sorgente luminosa. L’illuminazione che ne risulta è quindi indiretta, morbida, calda; consente di creare un’atmosfera di intimità con un oggetto che, a differenza di quelli precedentemente progettati da Tetê, non rimanda a suggestioni naturalistiche, anzi ricorda la frenesia e il movimento di scenari metropolitani. “Quando ero piccola” spiega la progettista “mio padre era solito portarci in montagna per i weekend estivi. Durante il viaggio in macchina mi piaceva guardare le strisce stradali, a volte bianche, a volte gialle, a volte sottili e corte come trattini, a volte doppie e continue. Più tardi, da designer, ho osservato con occhi più analitici quella massa spessa, che brilla, si vede da lontano ma non abbaglia. Sollecitata dalla Gallerie Ormond di Ginevra ho pensato di sviluppare questa suggestione e mi è venuta l’idea di Passage”. Andrea Emilia Knecht conferma la sua capacità di guardare con sguardo poetico la quotidianità, di catturare l’anima nascosta degli oggetti più comuni. Ma stavolta lo fa con un approccio più disincantato, con la maturità di chi sa proiettare le sue immaginazioni nel mondo reale e ha la consapevolezza che anche il gesto artistico, il pezzo unico e la piccola serie devono avere, nel design, una loro ragione d’essere.]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 17:54:14</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Franco Albini design come architettura<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,571,intItemID,582,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />&nbsp;testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp; La produzione da parte di Richard Ginori 1735 di una serie di oggetti disegnati da Franco Albini nel 1931 e la pubblicazione di un nuovo libro dedicato al suo design e ai suoi interni sottolineano l’attualità della figura di un protagonista del progetto italiano, il cui spirito moderno si esprime in modo trasversale: dalle atmosfere novecentiste a un razionalismo poetico. Nell’allestimento delle mostre e dei padiglioni fieristici” (F. Bucci). Dal punto di vista del disegno dell’oggetto Bosoni insiste giustamente sul concetto di “forma della sostanza” come superamento della “forma per la forma” da parte di Franco Albini, il cui carattere particolare sta nella “capacità di dare agli oggetti uno specifico valore d’uso pratico e allo stesso tempo un autonomo e virtuoso valore di figura, di oggetto a sé stante [che lo porterà poi] a lavorare con molta chiarezza sull’idea di un’autonomia degli oggetti rispetto al contesto e della possibilità di ricostruire di volta in volta equilibri incerti e mutevoli tra elementi moderni ed elementi antichi” (G. Bosoni). La serie di oggetti che Richard Ginori 1735 ha presentato nella mostra DNA, curata dallo studio di Marco Albini nell’ambito dell’evento InterniDesignEnergies dello scorso aprile presso l’Università Statale di Milano, rientra negli anni della prima formazione (1929-32) di Franco Albini che Bosoni individua “tra Novecento e art dèco”. Si tratta di una serie di accessori e oggetti da tavola pensati originariamente in ghisa, per le acciaierie dell’ingegner Vanzetti, apparsi in parte su Domus del giugno 1931. Oggi riproposti in ceramica, costituiscono il valore di una testimonianza compositiva del passaggio dai motivi della cultura del Novecento alla tensione lineare del razionalismo, tradotta da Albini in “un’azione di semplificazione e alleggerimento, quasi di smaterializzazione” che dagli interni investirà anche il mondo degli oggetti e degli arredi. Così, se le figure del cavallo alato e dell’elefante, chiamati a fungere da piccoli ‘monumentali’ reggilibri, si riconducono all’idea di un classicismo mitologico che unisce rigore formale a libertà espressive, lo svuotatasche (rivisto in chiave contemporanea), il portalettere – gioco di geometrie speculari di piani obliqui e ortogonali – e la serie dei vasi, annunciano la ricerca su linea e superfici che caratterizzerà molti degli interni e degli allestimenti di Albini. Lontano da ogni operazione di revival e di nostalgia modernista, gli oggetti prodotti oggi da Richard Ginori si offrono di per sé, come scrive Federico Bucci, testimoni di una “cultura dell’abitare che apre l’interno all’esterno per potere accogliere la poesia della realtà, [soggetti di] una casa vissuta, di uno spazio atmosferico fondato sull’intreccio tra ‘abitare’ ed ‘esporre’ [dove] Albini trasfigura le cose, i reperti del passato e gli oggetti del presente, per liberarli dalla ‘schiavitù di essere utili’ e per fare in modo che il pensiero moderno, interpretando la relazione tra le forme visibili della storia e l’invisibile sforzo intellettuale che le ha prodotte, possa trasformarsi in tradizione necessaria per costruire il futuro”.]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 17:50:54</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Giulio Iacchetti <br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,84,intIssueID,571,intItemID,581,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Cristina Morozzi</strong><br />&nbsp;testo di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;“Quando tutto sembra incerto entra in gioco il designer. Il nostro è un ruolo di osservatori e di catalizzatori. Bisogna stare all’erta per entrare nel cambiamento. Penso sia giunto il momento di ritirare fuori il vecchio slogan: ‘la fantasia al potere’.” Parlare con Giulio Iacchetti aiuta a sentirsi meglio. Possiede una saggezza umile che stimola a considerare le persone e a vedere le cose in modo positivo. È un visionario, ma tiene gli occhi ben puntati sul presente. È saldo nelle sue convinzioni, anche se disposto a rimettersi sempre in gioco. Ama il confronto e promuove sinergie: tra colleghi, con gli imprenditori, con gli amici...”Cerco il confronto”, dichiara, “forse anche perché sono partito da una situazione provinciale. Mantenere il collegamento, preservando la propria identità, serve a far crescere tutti”. Attira fiducia perché dà segni di concreta speranza. Non parla di sé, ma di quello che si può fare per migliorare, con il progetto, il modo di essere. È come un albero con radici solide, piantate in profondità, disposto ad accogliere tante persone, le più diverse, al riparo sotto le sue fronde. Crede nei valori della tradizione popolare e sa che sono il sale di una vita sincera. Ama “l’Italia, metà dovere e metà fortuna... l’Italia che resiste”, come canta Francesco De Gregori (Viva l’Italia). “Essere fragili”, sostiene, “può essere anche un pregio e la precarietà una virtù”. Da questo suo amore nasce Italianità, pubblicato da Corraini nel 2008, un libro corale, già caso editoriale, sui simboli della cultura popolare italiana: i biscotti Bucaneve, la Nutella, le case cantoniere, le figurine Panini, la Coccoina... “Mi è venuto in mente”, confessa, “vedendo a Parigi una mostra organizzata dal VIA sulle icone francesi. Chiamando trenta persone a commentare questi nostri simboli che ancora resistono, li ho resi un valore condiviso”. Gli piace organizzare progetti collettivi. Dopo Coop Eureka, una collezione di oggetti per le massaie da vendersi sugli scaffali delle Coop, disegnati da un gruppo di giovani designer italiani, ne ha appena avviato un altro con Il Coccio, un marchio italiano di umidificatori rilanciato dall’iniziativa imprenditoriale di Fulvio Martini. In qualità di art director, ha coinvolto anche questa volta altri designer, Alberto Meda, Marco Ferreri, Denis Santachiara, Patricia Urquiola, Fernando Brizio, Monica Forster e Alfredo Häberli, invitandoli a rendere contemporaneo un oggetto tradizionale. Le iniziative che gli stanno a cuore sono quelle legate alla possibilità di miglioramento, possibile a partire dalle piccole cose quotidiane, come un umidificatore che rende più salubre l’aria senza consumare energia. Come Sotto, Tropico, lampada a sospensione modulare per Foscarini, 2008. A sinistra, Surfer Chair, sedia in alluminio per Domodinamica, 2009. Nella pagina accanto: mollette da bucato in polipropilene per Coop, 2008; Moscardino, posata ibrida in Mater-Bi per Pandora, Compasso d’Oro 2001 designer si sente responsabile, anche per gli altri. Per questo ha varato (dal 26 marzo 2009) una iniziativa dedicata ai giovani, in collaborazione con la Design Library di Milano: Vitamina D, quella che fa crescere. Ogni serata verranno presentati tre giovani designer, scelti sulla base di tre requisiti obiettivi: avere meno di 35 anni, possedere un sito Internet e almeno un oggetto già in produzione. Si racconteranno, come meglio credono, per farsi conoscere e per trovare, magari, dei clienti. “Credo”, dichiara, “sia necessario esporsi e imparare a presentare i propri progetti. Non bisogna precipitarsi sempre nel fare, ma soffermarsi a teorizzare quello che si sta facendo”. Vitamina D vuole essere appunto anche un modo per stimolare la nuova generazione a esprimersi. Mentre parliamo fanno capolino Agata e Kumal, i suoi gatti. “Stanno con me quando lavoro”, dice, “e mi fanno sentire bene”. Aggiunge: “Un motivo per stare bene va sempre trovato. Bisogna essere positivi, così la vita è più semplice!”. Se fossero solo parole, potrebbero sembrare delle banalità. Sono, invece, regole di vita e di progetto che Giulio è capace di trasmettere a chi lavora con lui, a chi frequenta, a chi incontra. In questa positività pacata sta il suo carisma personale. Questa positività emana dai suoi progetti, tutti in grado di riconciliare con la vita quotidiana. Non semina al vento ‘manifesti’, ma pianta in terra buoni semi e li fa crescere con il calore delle sue convinzioni. Sul tavolo c’è la bozza di Un sedicesimo in uscita per il Salone del mobile 2009, quel sedicesimo che Corraini affida ai protagonisti del design perché si raccontino a modo loro. Giulio ha scelto di proporre delle figurine da ritagliare. Il sedicesimo è bifronte: da un lato i classici soldatini, dall’altro i pacifisti. “Rappresentare l’esercito e i cortei della pace”, commenta, “è un modo per insinuare un dubbio. Il dubbio appartiene alla tensione che metto sempre nel progetto che deve proporre un pensiero, lasciare un segno. Ad esempio, Gold, disegnato per Guzzini, lo stampino per il ghiaccio a forma di lingotto, suggerisce l’idea che l’acqua è preziosa come l’oro: non cambia il mondo, ma è un messaggio!”. C’è da dire che ha iniziato bene: con un Compasso d’Oro nel 2001, vinto assieme a Matteo Ragni, per la posata Moscardino disegnata per Pandora, una piccola azienda allora debuttante. Non per caso, o per fortuna, ma per merito. Moscardino è una invenzione. Un ibrido, mezza forchetta e mezzo cucchiaio, in Mater-Bi, plastica di origine naturale, completamente biodegradabile, che ha rivoluzionato il catering. “È stato fantastico” dice, senza falsa modestia. “Ho capito che dalla giostra del design non sarei più sceso. Un lavoro è tale se ti permette di vivere, altrimenti va cambiato”. Poiché ha toccato un tema caldo, viene immediato chiedergli un pensiero sulla ‘crisi’. La risposta è limpida: “Quando tutto sembra incerto è il momento del designer. Quando viene buio esce Batman! Il design ha una funzione di vedetta. Serve a decifrare i nuovi bisogni. Il nostro è un ruolo di osservatori e di catalizzatori. Bisogna stare all’erta per entrare nel cambiamento. Penso sia giunto il momento di ritirare fuori il vecchio slogan: la fantasia al potere. Il nostro lavoro consiste nel trasformare i limiti in pregi. C’è da benedirli i vincoli!”. “Il primo effetto della crisi”, conclude, “è che ci sarà più tempo per sé e per pensare.” Per la mostra Designcrisis, ideata da JVLT+YtelMatilde per il FuoriSalone 2009, ha pensato un calendario: i giorni lavorativi segnati in nero diventano rossi e viceversa. Cinque giorni per pensare e due per lavorare. Un’ultima domanda di rito: progetti nuovi? “La maniglia per portare a spasso la rivista Interni” risponde “realizzata da Andriolo, esperto produttore di qualsiasi oggetto in plastica, aperto alla sperimentazione e capace di interpretare e rendere concreti i progetti dei designer che si rivolgono a lui. Con lui sto facendo degli esperimenti: soffiare i tubi di plastica come fossero canne di vetro. Chissà? Forse ne può nascere qualcosa di buono. Poi la Surfer Chair per Domodinamica, solo un foglio di alluminio piegato; il passacavi per Caimi brevetti, un tavolo allungabile per Zeritalia. Poi c’è un piccolo progetto per Lavazza che mi piace molto. Virginio Briatore ha coinvolto un gruppo di designer a pensare oggetti promozionali che riguardino il rito del caffè e il Paradiso (riferimento alla nota pubblicità Lavazza). Ho accolto con piacere la richiesta: sono contento di lavorare per un marchio simbolo dell’italianità. E ho disegnato un cucchiaino con l’impugnatura a forma di chiave”. Michel Maffesoli nel suo recente saggio sulla crisi Apocalypse (CNRS Editions, Paris, 2008) scrive che il design serve a fare di ogni giorno una domenica. Giulio va oltre: con il suo progetto per Lavazza suggerisce che il design possa essere addirittura la chiave di accesso al Paradiso!]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 18:06:54</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Love is the answer<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,571,intItemID,580,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di<strong> Olivia Cremascoli</strong><br />&nbsp;di<strong> Olivia Cremascoli</strong>&nbsp;Lo spirito dei tempi evolve (e involve) a velocità vertiginosa: dai pudicissimi incontri tra Maria Stella e il marito, il principe di Salina (Il gattopardo), alle ventiquattrore per viaggiatori di commercio del sesso alla Houllebecq (Piattaforma). In mezzo, ci sono i ‘normali’, che, durante l’ultimo FuoriSalone di Milano, si sono fatti consigliare dai designer su come “mettere un tigre nel proprio motore”.  Dire, fare, baciare: dimmi che mi vuoi, fai ciò che vuoi, bacia più che puoi. Questo, più o meno, insegnano alla cosiddetta Università del sesso, nel quartiere Chueca di Madrid, alias la prima accademia europea dell’eros, fondata da Tatiana Escobar, alle spalle quindici anni di carriera nell’industria editoriale e, dal 2004, un puriginoso tuffo nell’industria contemporanea del sesso grazie al suo negozio madrileno La Jugueteria erotic toys e, soprattutto, grazie all’Universidad del sexo, “luogo di formazione e riflessione sulla nostra sessualità, allo scopo di tramutarci in amanti migliori, divulgare pratiche poco conosciute ed esplorare temi correlati a sessualità ed erotismo”. Mica giuggiole! Ma se la professoressa Escobar farà pure esclamare o tempore, o mores!, la stripteaseuse Dita von Teese, che ha rilanciato il cabarettistico genere del Burlesque, anticipa che nel suo libro prossimo (avrebbe già ‘scritto’ Fetish) darà amichevoli consigli femminili su come diventare una foxy lady con due robette: lingerie di Mr Pearl, tacco 15 centimetri, rossetto, cipria e black dress. Mah... D’altronde, c’è poco da fare i bacchettoni: la Repubblica del 6 marzo titolava Chiudono i piccoli negozi, reggono solo i sexy shop, per chi non avesse ancora capito che L’amore trionfa quando le borse crollano, come titolava un pezzo di Carlo Rossella (Panorama 5-03-09), a presentazione diLove, il nuovo semestrale inglese di Condé Nast. Ma Londra ha anche dato i natali ad Alex Comfort, il leggendario dottore che nel 1972 diede alla stampe The new Joy of Sex, successo planetario sull’amore libero, ristampato a 37 anni di distanza, riveduto e corretto dalla sessuologa Susan Quilliam. Ma anche quel mostro d’erudizione che è Jacques Attali, consigliere di Mitterand e pure di Sarkozy, nel suo saggio Amori parla di precarizzazione dei rapporti e di ‘amore’ sempre più inteso come mercimonio. Sarà. Il reparto ‘cultura’ dà ulteriore impulso al mainstream con “lo spettacolo che porta il sesso a teatro”, Sex addict, “opera carica di erotismo, che indaga la perversione, nei meandri oscuri del desiderio”, significatamente promosso dal sito Sexpol.it. Ora è di scena Naked bodies, spettacolo di danza “in cui la nudità dei corpi è il punto di partenza per un’esplorazione dell'anima”, come tutti ben sappiamo. E quegli angioletti dei nostri designer cos’avrebbero dovuto fare per sentirsi cool? Al grido “meno sedie, più dildi” si sono dati daffare disegnando ergonomici aggeggi che, commercializzati ormai anche in un tempio per famiglie come il Coin, servono a migliorare la vita, rendendola anzi un piacere, grazie solo al valore aggiunto del design che permette di non arrossire, pur avendo tra le mani<br />
delle patate bollenti come i dildi. Potere del progetto, soprattutto esercitato in Olanda e Francia, come ha dimostrato l’ultima Milan Design Week (21-27aprile), dove hanno furoreggiato le incandescenti mostre Red light design event - Simply sensual (ispirato al quartiere di Amsterdam) e Love design - 20 Designers about love (prodotta da Exquise Design di Parigi, con catalogo Daab). Però, che nostalgia per François Truffaut, fascinoso regista francese che ne La signora della porta accanto ha fatto dire a Depardieu: “Per lungo tempo, ho creduto che sotto le gonne delle donne succedessero delle cose straordinarie". Allora, di certo, non servivano i giocattoli per il sesso.<br />
<br />]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 18:05:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>CityCenter, la nuova Las Vegas</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,571,intItemID,579,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />
<br />&nbsp;testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;È la più grande operazione immobiliare, a capitale privato, della storia degli Stati Uniti dal dopoguerra. Un milione e seicentomila metri quadrati di costruzione, un pool di architetti di chiara fama - da Daniel Libeskind a Foster+Partners, da Pelli Clarke Pelli Architects a afael Viñoly. Obiettivo: rilanciare la città del Nevada su scala internazionale, sottolineando come da capitale del gioco d’azzardo si sia trasformata nel tempo in meta per vacanze per tutta la famiglia e oggi in ‘tempio dello shopping’. ‘Oasi alla fine di tutte le oasi’, definita da Reyner Banham nel suo Deserti americani (Einaudi, 2006) come “l’ultimo bosco sacro del gusto popolare della media borghesia americana”, Las Vegas, che scintilla con mille colori al neon nelle notti del deserto del Nevada, è da sempre una sorta di città miraggio, di sogno edilizio dove tutto è possibile, di terreno vergine passibile di accogliere ogni tipo di espressione architettonica, in grado però di attrarre un pubblico sempre più vasto e trasversale. Forse questa condizione, come quella delle ‘città luna-park’ adagiate sulle sponde e nel mare del Golfo Arabico, è strettamente legata al deserto. “Considerato un custode di segreti, un luogo adatto alle stravaganze, dove tutte le normali restrizioni di legge e le consuetudini sono sospese”, assunto come ‘vuoto’ da riempire in modo libero e disinvolto, senza rapportarsi a preesistenze antropiche, a tracce di città, a monumenti sedimentati nella memoria del sito. Non è forse un caso che l’operazione CityCenter di Las Vegas sia gestita da una joint venture tra MGM MIRAGE (due nomi ‘storici’ della città) e dalla Infinity World Development Corp che fa capo al più vasto gruppo Dubai World. Per capire il senso di questa vasta e importante iniziativa immobiliare, che si colloca nella storia della città con un nuovo senso urbano, con i presupposti di creare un nuovo ‘centro’ dove non c’è, in bilico tra rilettura della downtown made in Usa miscelata all’idea di piazza, nell’accezione data a questo termine dalle esperienze europee, abbiamo incontrato Sven Van Assche, Vice President Design di CityCenter, uno dei padri dell’intera operazione e soprattutto il regista della selezione dei&#160;protagonisti in gioco, per quanto riguarda l’architettura e l’interior design. Van Assche, per spiegarci le ragioni del progetto, parte dalle origini di Las Vegas, quando la città era la “capitale del peccato del mondo occidentale” e viveva come insediamento satellite di Los Angeles per i week-end, tutti al ‘maschile’, di chi era alla ricerca del vizio in senso lato. Questa immagine in negativo della città è stravolta alla fine degli anni Ottanta quando Steve Whynn costruisce il Mirage, l’hotel-casinò che proponendosi come megaresort in stile polinesiano segna una svolta, sdoganando la città e aprendola al turismo internazionale di intere famiglie con bambini. All’inizio degli anni Novanta si assiste a quello che è stato definito come Building Boom con i grandi Hotel ‘a tema’ (i pirati di Treasure Island, l’Egitto di Luxor, e così via), un prodotto di marketing architettonico vincente in grado di soddisfare la domanda delle famiglie dei baby boomer che, insieme alla vacanza con i figli, non rinunciano ad una partita a poker, a una giocata alla roulette. Ma, per Van Assche la formula dell’albergo ‘a tema’ oggi è finita, e i segnali arrivano alla fine degli anni Novanta quando si costruisce il Bellagio, un grande hotel-casinò votato, più che alla spettacolarizzazione di se stesso (che non manca con i giochi d’acqua attivati nel ‘lago’ affacciato sulla strip) all’idea di un nuovo lusso declinato nell’idea di ‘fare meglio’, con una resort destination in cui trovare ristoranti gourmet e ad alto grado di design, le migliori griffe della moda, camere sontuose, servizi impeccabili e SPA di atmosfera, il tutto condito con una spruzzata di arte e di ‘cultura’. In tale percorso storico e in questo farsi urbano aperto al turismo di tutto il mondo, il CityCenter si pone come una nuova svolta per il mercato globale. Anzitutto, al di là delle funzioni offerte e dell’immagine architettonica declinata in sintesi in un nuovo moderno e lussuoso curtain wall specchiante il cielo, l’obiettivo perseguito è quello di creare un ‘luogo’, un centro multifunzionale per la città affacciato sulla strip in posizione intermedia tra Bellagio e Montercarlo, in una geografia dell’immaginario scandita da nomi che fanno sognare ogni visitatore. CityCenter, a differenza dalle downtown di ogni città americana non avrà alcun ufficio, le torri ospiteranno appartamenti esclusivi e alberghi-casinò d’eccezione progettati da Pelli Clarke Pelli Architects, Rafael Viñoli, Kohn Pederson Fox, Foster + Partners, Helmut Jahn, mentre alla base il Crystals di Daniel Libeskind, il cuore del nuovo insediamento, offrirà il più esclusivo centro commerciale e per il tempo libero della città, con gli interni disegnati da David Rockwell. Largo spazio è dato all’arte (con opere di artisti contemporanei tra cui Richard Long, Claes Oldenburg, Nancy Rubins), che invaderà gli edifici e il nuovo spazio urbano che, ad archi concentrici, come una goccia d’acqua che cade in uno stagno, distribuisce forme e sede di ogni edificio. Lo sforzo è quello di disegnare un’identità unitaria all’interno di diverse soluzioni architettoniche e di un’efficace miscela multifunzionale per dare un centro ad una città che ne è priva. L’inaugurazione è prevista per dicembre 2009 per non perdere il periodo dello shopping natalizio, crisi permettendo.]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 18:04:02</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Neues Museum<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,571,intItemID,578,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>David Chipperfield Architects con Julian Harrap Architects</strong><br />
foto di <strong>Nicolò Lanfranchi</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><br />&nbsp;progetto di <strong>David Chipperfield Architects con Julian Harrap Architects</strong><br />
foto di <strong>Nicolò Lanfranchi</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Sull’isola dei Musei a Berlino è stata completata e inaugurata una nuova antica e grande struttura museale, indicando un innovativo modo di operare tra storia e modernità. La sapiente ricucitura architettonica alla ‘rovina’ ha unito con decisione il segno contemporaneo. Vincitore di un concorso internazionale del 1997, dopo undici anni di lavori, è stato inaugurato lo scorso marzo il Neues Museum berlinese che accoglierà però solo il prossimo autunno le preziose raccolte egizie e i reperti della preistoria, completando quella formidabile cittadella della cultura costruita dalla sommatoria del Neues con l’Alte National Galerie, del Bode Museum e del Pergamon Museum. Ultimo tassello di quella che è stata definita come l’Acropoli laica berlinese, il Neues è stato oggetto di un intervento di ricostruzione che proprio nel presentarsi ai cittadini - diligentemente disposti in una fila lunga quasi un chilometro - solo nella qualità dei suoi spazi e senza per ora alcuna raccolta museale, ha saputo sottolineare il valore di un metodo, di un approccio architettonico e ‘archeologico’ in grado di porsi come esemplare riferimento per la pratica del ‘costruire sul costruito’ e del confronto con le architetture del passato. Quella del Neues, costruito nel 1859 da Friedrich Stüler e pensata in origine come estensione dell’Altes Museum progettato dal suo maestro Karl Friedrick Schinkel, èun’architettura che è stata dilaniata dai bombardamenti degli alleati e che, lasciata in stato di abbandono nell’ex Berlino-est, ha patito pesantemente l’incuria del tempo. Questi due aspetti sono stati assunti dai progettisti come dei fattori con cui confrontarsi, e che più che essere cancellati da un colpo di spugna di stampo disneyano, di fedele e posticcia ricostruzione stilistica nella logica scenografica del ‘com’era e dov’era’, sono diventati ‘elementi compositivi’ dell’articolato progetto di ricostruzione. Se nel lungo percorso progettuale si può rintracciare una delicata propensione alla rilettura della migliore sensibilità romantica rispetto al tema della rovina, questa diventa in questo caso frammento storico, testimonianza reale del tempo chiamata a confrontarsi con gli eloquenti quanto efficaci innesti del nuovo, geometrie inequivocabili che si allontanano con precisione ed eleganza da ogni rischio di mimetismo con il passato. Il formidabile collage compositivo operato dagli studi Chipperfield e Julian Harrap ha saputo ricondurre ad un unico grande organismo architettonico i frammenti, i brani di intonaco e affreschi che si miscelano come macchie sui muri restaurati e ricostruiti, le colonne ancora perforate dai proiettili e le ricche decorazione sbrecciate e interrotte là dove il tempo le ha segnate. Una trama di tessere raccolte e catalogate per essere ricomposte e affiancate, in una sorprendente sintesi armonica, con il ‘nuovo’ (neues), di cui la lucida simmetrica tensione del grande scalone d’ingresso appare come dichiarazione programmatica, conclusa<br />
in modo perfetto dalle preesistenti severe colonne doriche. Non si comprendono le accuse dei puristi: “è la continuazione dei bombardamenti inglesi con altri mezzi”. Piuttosto rintracciamo in questo progetto per Berlino non solo il riuscito risultato di ricostruzione di una grande architettura del passato, ma una nuova metodologia di restauro aperta all’ascolto della memoria e proiettata verso un’idea di modernità che, alla nostalgia, sostituisce l’ottimismo.]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 18:02:48</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Putney House<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,571,intItemID,577,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Kyu Sung Woo Architects</strong><br />
foto di <strong>Timothy Hursley - The Arkansas Office</strong><br />
testo di <strong>Alessandro Rocca</strong><br />&nbsp;progetto di <strong>Kyu Sung Woo Architects</strong><br />
foto di <strong>Timothy Hursley - The Arkansas Office</strong><br />
testo di <strong>Alessandro Rocca</strong>&nbsp;Un architetto americano di origine coreana gioca con il paesaggio incantato delle foreste del Vermont, organizzando un piccolo e pratico villaggio pieno di personalità e ritmo, sincopato come un ragtime. La casa sviluppa il prototipo della “cabin”, l’essenziale ricovero dei boscaioli, in un cottage accogliente che decostruisce il paesaggio in una serie ravvicinata di scorci, vedute e traguardi in cui l’architettura e il bosco si dividono la scena.  L’estremo oriente e l’estremo occidente hanno in comune una tradizione, e un know how contemporaneo, per l’architettura leggera, economica, composta di elementi industriali, o artigianali, prefabbricati e poi montati in situ con un cantiere semplice e veloce. È logico che questa consuetudine appartenga ai due Paesi con il maggior sviluppo industriale, ma è anche paradossale che siano i Paesi più ricchi a saper produrre architettura di qualità low-budget e lowtech, raggiungendo grandi risultati, in termini di design e comfort, senza rinunciare a un’idea dell’abitare semplice, a contatto e in armonia con la natura. Oggi giungono da più parti, ma soprattutto dall’America del Nord e dal Giappone, prove continue di questa “Architettura Povera” caratterizzata da una forte capacità di invenzione formale e da un uso spregiudicato e sapiente dei materiali e delle soluzioni tecniche più semplici e consuete. La casa costruita da Kyu Sung Woo sulle pendici boscose del monte Putney, nel Vermont, sviluppa il prototipo della cabin, l’essenziale ricovero dei boscaioli, in un cottage che unisce il piacere del materiale vivo, rustico e accogliente, con un layout originale che gioca a riscoprire scorci, vedute e traguardi del paesaggio. La casa è disegnata per organizzare le diverse vedute e per essere essa stessa un paesaggio in tre padiglioni: un office, più isolato, che ospita un laboratorio e i locali di servizio, e due volumi, collegati dal vano dell’ingresso, che si suddividono le funzioni domestiche. Da una parte l’abitare e lo stare insieme, dall’altra gli ambienti per lo studio e la meditazione. I due corpi della casa sono divaricati e differenziati soprattutto attraverso i profili delle coperture e la manipolazione decisa dei volumi, così che il gruppo formato da queste piccole costruzioni appare come un minuscolo villaggio rurale molto insolito, per la mescolanza di elementi tradizionali e tipici dei boschi del nordest americano e l’audace assemblaggio volumetrico di atmosfera quasi industriale. Il corpo principale, che contiene anche il box per il rimessaggio dell’auto, è dominato dall’ampio spazio per cucina e living, centro conviviale per le tre generazioni della famiglia Woo che, tutti i weekend, si riunisce qui al completo: l’architetto, sua moglie (la pianista Jung-Ja Kim), figlio, cognata e due nipotini. Il rapporto tra gli spazi interni ed esterni, nelle diverse parti della casa, assumeforme diverse: lo studio, per esempio, gode di una certa privacy, schermato da un portico che occupa l’intera parete e che inquadra la veduta verso ovest. I lati esposti ai freddi venti del Nord sono rivestiti da un foglio di lamiera ondulata, mentre i fronti più protetti sono in assi di cedro rosso naturale e, in qualche caso, colorato in verde o trattato con mordente.]]></description>
		<pubDate>2009-05-07 18:01:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>American Color<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,571,intItemID,575,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Pierre Bouguennec/Boum Design </strong><br />
foto di<strong> Simone Barberis </strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;progetto di <strong>Pierre Bouguennec/Boum Design </strong><br />
foto di<strong> Simone Barberis </strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;Southampton, Long Island a est di New York. Nel contesto di Sagaponac, una casa per le vacanze dove progetto paesaggistico, architettura e interni si fondono e si declinano in un’espressione grafica minimale accesa dal colore, dalle forme organiche degli arredi e dalle luci sapientemente modulate che suggeriscono uno spettacolo ogni sera differente.
Fuori, un’architettura modernista fine anni Sessanta,
tetto a terrazza, facciate bianche e grandi aperture, intere
pareti vetrate a doppia altezza che regalano trasparenza
assoluta e lasciano percepire leggerissima la squadratura delle
superfici piene, tre volumi rettangolari leggermente sfalsati
rispetto a un asse di simmetria centrale e rialzati su una
piattaforma con gradini, nell’ambiente naturale circostante.
Dentro, spazi fluidi e continui, racchiusi dentro forme
tridimensionali di rigorosa matrice ortogonale, che ricercano
un effetto di dilatazione tramite una ridotta palette materica,
l’utilizzo del total white per le superfici e gli arredi giocato di contrasto al rosso, accostati in un riuscito flusso
comunicativo che evoca sonorità anni Settanta. È la casa per
le vacanze, nel Southampton di una famiglia con quattro
bambini, come appare dopo il radicale progetto di
ristrutturazione curato da Pierre Bouguennec, alla guida
dello studio Boum Design. Si adagia lungo la distesa bianca
di spiagge e boschi di querce che definiscono Sagaponac,
località punteggiata a nord da architetture di lusso griffate
da archi-star ed architetti emergenti - da Henry N.Cobb a
Zaha Hadid, da Richard Meier a Steven
Holl - nella penisola di Long Island, a
est di New York. Qui ci troviamo,
invece, a sud della mitica Route 27
Montauk Highway, quattrocento metri dalla spiaggia e
dall’oceano. E la narrazione trova il preciso imprinting proprio nel progetto paesaggistico che, nell’articolazione di
aree verdi, terrazze attrezzate e il disteso specchio azzurro
della piscina, sottolinea il dialogo continuo tra interni ed
esterni, ricomponendo linee, geometrie e
frammenti degli ambienti in un’unitarietà
libera da schemi precostituiti, se non quella del
riuscito orientamento degli stessi. Una volta
all’interno, lo sguardo è veicolato ancora verso
l’esterno e i suoi molteplici scorci e prospettive:
il punto di partenza del progetto è stato infatti
la totale riconfigurazione, fuori e dentro, del
piano terra reso il più possibile aperto e
continuo nel layout d’insieme, grazie
all’abbattimento di diaframmi e quinte e in
virtù delle nuove soluzioni arredative realizzate
su disegno. Zona living centrale con camino,
sulla destra un salotto più intimo, a sinistra il
pranzo-cucina: nella percezione di un ambiente unitario e di uno stile di vita rilassato e informale,
protagoniste diventano le isole definite dagli arredi
concepite come oasi di relax, ciascuna con un carattere
preciso e distinto, che si mostra tra sedute-scultura, sofàsacco
e divani dalle morbide anse in resina lucida color
perla. All’atmosfera dei Settanta e ai valori tattili e di
superficie della materia principe dell’epoca - la plastica -
sembra ispirarsi, dicevamo, tutta la composizione
architettonica, a partire dalla pelle cromatica della resina
scelta uniformemente per i pavimenti,
di un rosso acceso, primario e
riflettente, che accentua il
coinvolgimento sensoriale restituito
dalle geometrie organiche degli arredi. Elemento ordinatore
e punto focale della costruzione risulta invece il portale a doppia altezza che accoglie al piano terra la parete-attrezzata
dedicata alla cucina ‘invisibile’ e al piano superiore, come di
rimando figurativo-simbolico, la scultura di un pesce
oversize in fiberglass policromo, opera di Ed
Koehler, che occupa l’intera parete. Il primo
livello accoglie sei camere da letto ciascuna con
bagno dedicato e un’ampia sala guardaroba. Vi
si accede tramite una scala modulare di segno
innovativo, con pedate in legno e alzate vuote,
che sottolinea il carattere grafico e sintetico del
racconto progettuale. Accende la scena, la luce,
fondamentale nella regia, che modula lo spazio
interno e diventa a sua volta materia
plasmabile, sottolineatura di mobili e oggetti
dalle finiture lucenti e cangianti e del colore
pieno che attualizza lo stile di vita vacanziero e
dorato degli Hamptons. È la proposta di un
nuovo American Dream?]]></description>
		<pubDate>2009-05-05 18:20:01</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>New York, Armani 5th Avenue</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,571,intItemID,574,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Doriana &amp; Massimiliano Fuksas</strong><br />
Lighting Design <strong>Consultant Speirs &amp; Major Associates</strong><br />
foto di <strong>Ramon Prat/courtesy studio Fuksas</strong><br />&nbsp;progetto di <strong>Doriana &amp; Massimiliano Fuksas</strong><br />
Lighting Design <strong>Consultant Speirs &amp; Major Associates</strong><br />
foto di <strong>Ramon Prat/courtesy studio Fuksas</strong>&nbsp;A New York, sulla celeberrima Fifth Avenue, il nuovo Armani Store propone la scena di uno spazio in perpetuo movimento, grazie a una scala-protagonista che fa dello shopping un’esperienza sensoriale, imbrigliando e liberando nelle sue curvature le varie collezioni lifestyle dell’universo Armani. Hong Kong, Tokyo e ora New York: la trilogia degli Armani Stores disegnati dai Fuksas per lo stilista si completa negli spazi di un edificio dalla facciata importante, completamente rivestita di vetro, uno dei primi esempi di International Style che attesta su una strada che non ha bisogno di molte presentazioni. Fifth Avenue, location di film o di romanzi quali L’Età dell’Innocenza di Edith Warthon che annovera edifici quali l’Empire State Building o la New York Public Library e una serie di musei a lato di Central Park che hanno definito il Museum Mile. “Bisognava avere ben chiaro” spiegano gli architetti “che l’esterno è New York e che l’interno doveva essere un’intuizione”. L’intuizione risulta veicolata dalla scala, una struttura calandrata in acciaio rivestita di materiale plastico, che collega due dei quattro livelli (più interrato) dello showroom, proponendosi come elemento di riferimento visivo ed emotivo, dentro uno spazio anch’esso dai contenuti innovativi: “È il primo concept store” continuano “in cui tutti i prodotti Armani sono ospitati in uno spazio segnato da uniformità di forme, materiali e colori, uno spazio unitario, fluido, senza distinzioni nette, in grado di sottolineare al meglio il valore del prodotto esposto”. La scala è diventata dunque il punto generatore di forza attrattiva all’interno dello store, il segno dinamico e scultoreo che collega tra loro i piani leggermente sfalsati dedicati alle varie linee, lambendone le superfici verticali e restituendo nel movimento dei suoi nastri, snodi e attorcigliamenti “un impercettibile sfioramento che disillude la possibilità di riconoscerne la geometria e la statica”. Nulla rimane estraneo al movimento intrinseco suggerito dal disegno della scala. Così se il layout di ciascun livello sviluppa nelle varie aree curvature sempre diverse, con quinte a nastro continuo in legno laccato monocromo, anse e piegature riservate a espositoriappenderie- desk-poltrone, camerini, percorsi e articolazioni , “anche la facciata esterna, seppur allineata alla rigida maglia ortogonale di Manhattan, simula il movimento attraverso immagini e sfumature proiettate su una serie di fili LED”, un dichiarato tributo alla vivacità della città. Negli interni invece l’illuminazione enfatizza la sinuosità degli spazi, riflettendo la lucentezza delle pareti color mastice e degli arredi in legno verniciato contrapposta al nero dei pavimenti in marmo e dei controsoffitti, mentre un’atmosfera più ludica caratterizza le aree del caffè e del ristorante rivestiti in bronzo piegato e curvo. In questi ambienti le nuances sembrano diventare più ambrate e meno pure, per incontrare le tonalità mutevoli e cangianti regalate sul fondo dall’impareggiabile ‘finestra’ su Central Park.]]></description>
		<pubDate>2009-05-05 18:22:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,571,intItemID,573,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;...ascoltare, osservare e cercare di capire...progredire attraverso tante piccole soluzioni parziali e verità provvisorie. Esprimere il nuovo e confrontarsi con la tradizione. In questo binomio, che in fondo rappresenta la ragione e il principio propulsivo del fare progettuale da sempre, risiede il filo rosso dei progetti presentati in questo numero. Il tema è più attuale che mai. I momenti di crisi e di incertezza portano inevitabilmente a rileggere la lezione dei grandi maestri dell’architettura e del design, che ci insegnano come innovare significhi aprire un dialogo costruttivo con l’anima dei luoghi, con le abitudini più radicate degli uomini, con i loro bisogni più nascosti e inespressi. Senza pretendere di imporsi alla società con velleitari atti di fantasia, ma ritornando all’umiltà di un mestiere che prima di proclamarsi deve innanzitutto ascoltare, osservare e cercare di capire, accettando il fatto che, se non si riescono più a definire delle verità certe e immutabili, è comunque possibile – e per certi versi stimolante – progredire attraverso tante piccole soluzioni parziali e verità provvisorie. Non a caso, abbiamo voluto dedicare la copertina a Giulio Iacchetti, personaggio di riferimento della nuova generazione di designer italiani, che proprio del confronto continuo, del progetto condiviso, del recupero dei valori della tradizione popolare ha fatto la chiave distintiva del suo lavoro. Che il design oggi si diriga verso una visione più intimista e riflessiva del vivere quotidiano lo dimostrano altri temi di progetto affrontati in questo numero, a partire dalle opere in ceramica delle danesi Claydies ispirate a originali acconciature, passando per le lampade-segnaletiche che danno forma ai ricordi d’infanzia della brasiliana Tetê Knecht, per arrivare ai nuovi accostamenti materici che sdrammatizzano le tecnologie più avanzate e attribuiscono agli arredi un’originale immagine ibrida. Anche quando il design gioca con il colore e con la forma, lo fa in maniera meno chiassosa del passato, guardando con rispetto e ammirazione a quello che illustri predecessori – i futuristi, per esempio – hanno già inventato a riguardo. È giusto ricordarsi che il fine ultimo del progetto non è la riconoscibilità di un segno o di una personalità nell’ambiente quotidiano, bensì la risposta funzionale delle cose ai bisogni di chi le utilizza. <br />
Gilda Bojardi]]></description>
		<pubDate>2009-05-05 18:15:41</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,571,intItemID,572,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ</strong></p>
            <strong>             </strong>                          <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Jurassic Design, Berti Pavimenti Legno,<br />
            Look cemento, De Majo, Thomson<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA</strong><br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE</strong><br />
            Spazio Chorus si rinnova<br />
            Gioielli in mostra<br />
            Dialoghi sull’elettrodomestico<br />
            Associati per crescere<br />
            Il nuovo Belvedere del Grattacielo Pirelli a Milano<br />
            <br />
            <strong>PREMI E CONCORSI<br />
            </strong>Lucky Strike Designer Award Italy<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Kvadrat a Londra<br />
            Molteni&amp;C - Dada a New York<br />
            Droog a New York<br />
            Artemide a Taiwan<br />
            Donghia a Parigi<br />
            <br />
            <strong><br />
            </strong><strong>IN MOSTRA<br />
            <br />
            PAESAGGIO<br />
            <br />
            SOSTENIBILE<br />
            <br />
            </strong><strong>PROGETTO CITTÀ</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>IN LIBRERIA</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>FASHION FILE</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>INFO &amp; TECH</strong><strong><br />
            <br />
            CONTRACT &amp; OFFICE<br />
            <br />
            </strong><strong>CINEMA<br />
            <br />
            TRADUZIONI</strong><strong><br />
            <br />
            <br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            ARCHITETTURE D’INTERNI: <br />
            COME SI ABITA A NEW YORK E NEGLI STATES<br />
            </strong>a cura di <strong>Antonella Boisi</strong><strong><br />
            <br />
            New York, Armani 5th Avenue<br />
            </strong>progetto di<strong> Doriana &amp; Massimiliano Fuksas<br />
            </strong>foto di<strong> Ramon Prat -</strong> testo di <strong>Antonella Boisi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Dallas, The Joule, boutique-hotel<br />
            </strong>progetto di <strong>Adam D.Tihany </strong>con <strong>Giselle Ceniza<br />
            </strong>foto di<strong> Eric Laignel - </strong>testo di<strong> Matteo Vercelloni</strong>
            <br />
            Los Angeles, Skyline Residence &amp; Drive In<br />
            progetto di Belzberg Architects<br />
            foto di Benny Chan/Fotoworks - testo di Alessandro Rocca
            <strong><br />
            <br />
            </strong><strong>Long Island, Southampton, American Color<br />
            </strong>progetto di<strong> Pierre Bouguennec/Boum Design<br />
            </strong>foto di<strong> Simone Barberis - </strong>testo di<strong> Antonella Boisi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Reno, Nevada, Feigin Residence<br />
            </strong>progetto di <strong>Will Bruder Architects<br />
            </strong>foto di <strong>Undine Pröhl -</strong> testo di<strong> Antonella Boisi</strong>
            <strong><br />
            Vermont, Putney House<br />
            </strong>progetto di <strong>Kyu Sung Woo Architects<br />
            </strong>foto di <strong>Timothy Hursley - </strong>testo di <strong>Alessandro Rocca</strong><br />
            <strong><br />
            Berlino, Neues Museum<br />
            </strong>progetto di <strong>David Chipperfield Architects<br />
            </strong>con<strong> Julian Harrap Architects<br />
            </strong>foto di<strong> Nicolò Lanfranchi -</strong> testo di<strong> Matteo Vercelloni</strong><br />
            <br />
            <strong>Graz, Austria, Mumuth<br />
            </strong>progetto di <strong>UNstudio, Ben van Berkel </strong>e <strong>Caroline Bos<br />
            </strong>foto di <strong>Christian Richters - </strong>testo di<strong> Francesco Vertunni</strong> <br />
            <br />
            <strong><br />
            </strong><strong>L'INCONTRO</strong><strong><br />
            Pierre-Alexis Dumas<br />
            </strong>di<strong> Gilda Bojardi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong>
            <strong>ATTUALITA'<br />
            Las Vegas, CityCenter<br />
            </strong>di&#160;<strong> Matteo Vercelloni<br />
            <br />
            Love is the answer<br />
            </strong>di<strong> Olivia Cremascoli<br />
            <br />
            <br />
            L'OPINIONE</strong><strong><br />
            Una generazione di pre-socratici<br />
            </strong>di <strong>Andrea Branzi</strong><strong><br />
            <br />
            <br />
            ARTE<br />
            Anish Kapoor: dentro/fuori il vortice<br />
            </strong>di <strong>Germano Celan</strong><br />
            <strong><br />
            IL TEMA CENTRALE<br />
            Futurcolors<br />
            </strong>di<strong> Nadia Lionello<br />
            </strong>foto di<strong> Miro Zagnoli<br />
            <br />
            Gli stili del relax<br />
            Styles of relaxation<br />
            </strong>di<strong> Nadia Lionello<br />
            </strong>elaborazioni immagini <strong>Enrico Suà Ummarino<br />
            </strong><strong><br />
            PORTRAIT<br />
            Giulio Iacchetti </strong>testo di<strong> Cristina Morozzi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            PROGETTO DESIGN<br />
            Franco Albini, design come architettura<br />
            </strong>testo di&#160;<strong> Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            <br />
            Luci segnali<br />
            </strong>progetto di<strong> Tetê Knecht<br />
            </strong>di<strong> Maddalena Padovani - </strong>foto di<strong> Andrés Otero<br />
            <br />
            Tanto di cappello<br />
            </strong>progetto di<strong> Claydies<br />
            </strong>di<strong> Odoardo Fioravanti<br />
            </strong>foto di<strong> Lars Gundersen </strong>e<strong> Morganmorell<br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong>REPERTORIO</strong><br />
            <strong>Incontri di materie<br />
            </strong>di<strong> Katrin Cosseta</strong><br />
            <strong>             <br />
            INDIRIZZI</strong> di Adalisa Uboldi<br />
            <br />
            <strong>             TRADUZIONI<br />
            <br />
            </strong><strong>In copertina:</strong> In copertina: seduto sulla Surfer Chair, la nuova sedia progettata<br />
            per Domodinamica, Giulio Iacchetti medita in compagnia di alcuni<br />
            dei suoi più recenti e noti progetti: la lampada Tropico di Foscarini, il tavolo<br />
            da esterno Bek di Casamania, la posata ibrida Moscardino di Pandora.<br />
            
        
    
]]></description>
		<pubDate>2009-05-05 16:29:43</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Karim Rashid</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,534,intItemID,547,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di<strong> Tersilla Giacobone </strong><br />
foto di <strong>Jean François Jaussaud</strong>&nbsp;di<strong> Tersilla Giacobone </strong><br />
foto di <strong>Jean François Jaussaud</strong>&nbsp;Lavora democraticamente per tutti, moda e cosmetica comprese. Gioca con il ”funky fusion”. Ama circondarsi di tutti i suoi prodotti anche nella vita privata. Rashid l’eclettico ora ha una nuova casa a New York. Color pastello ovviamente.Metà egiziano, metà inglese, naturalizzato americano, in dieci anni di attività è riuscito a diventare una celebrità con un grande intuito: quello di essere presente dove il circo mediatico ha la più ampia audience. Nella moda, quindi, e nel design. Non trascurando il mondo della cosmetica. Il tutto con una forte vena artistica e una particolare sensibilità verso l’estetica che piace un po’ a tutti. Karim Rashid progetta anche hotel e ristoranti, sempre fedele al suo inconfondibile stile, che è quello che i suoi clienti vogliono: il “business of beauty” come lui stesso dice. E il suo decalogo di valori lo sintetizza in frasi come questa: “Il design, oggi, deve essere il plus-valore della nostra vita dal punto di vista poetico, estetico, esperienziale, sensoriale, emozionale”. Desidera per gli altri quello che vuole per lui, si potrebbe dire guardando le immagini della sua nuova casa newyorkese. Una antologia della cultura contemporanea che esalta l’individualismo dei comportamenti, potendo scegliere di essere anche kitsch e banali nello stile di vivere e abitare. È la filosofia del “funky fusion” che restituisce anche la visione di quanto Karim Rashid intenda per total design, ovvero l’uomo al centro della scena sempre e comunque. Così all’interno della sua abitazione, arredata con molti pezzi da lui disegnati per aziende italiane, trionfano le forme sinuose, arrotondate per eccesso di ergonomia, i colori pastello, che ama anche indossare, i materiali eterogenei, le decorazioni fluo. Un bouquet in grado di stimolare tutti e cinque i sensi.]]></description>
		<pubDate>2009-04-16 10:06:44</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Marcel Wanders</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,534,intItemID,546,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;L’Elvis Presley della creatività - così definito perché fuori dagli schemi - ha scelto di lavorare in una ex scuola nel centro di Amsterdam. Nell’atelier si articolano più dimensioni: progettazione, esposizione, formazione.Nell’atelier di Wanders nascono le sue visioni, prendono corpo idee e sogni: per il marchio Moooi da lui fondato nel 2000 e di cui resta direttore artistico; per le Lute Suites della città; per le sue personal editions; per i prodotti B&amp;B Italia, Bisazza, Poliform, Moroso, Flos, Boffi e Cappellini, aziende con cui collabora da anni; per il Mondrian Hotel South Beach di Miami o per lo store Villa Moda World Trade Centre nel Bahrain, sue recenti realizzazioni di architettura. “Cos’è per me il design? È uno strumento che mi consente di superare il velo della normalità, contribuendo a rendere la vita magica e meravigliosa. L’uomo resta infatti sempre al centro del mio progetto” spiega, dalla sua westerhuis di cinque piani, luminosa e aperta, 5500 mq in cui la spazialità fluida degli ambienti corrisponde a una circolarità di idee, arte e cultura che restituiscono emozionalità. Perché tessuti, moquette, lampade fuori scala, sedute-trono? Ogni presenza sembra suggerire feconde contaminazioni, un confronto creativo con la tradizione, e il credo nella sperimentazione. D’altronde il pezzo che l’ha reso famoso è la Knotted chair disegnata nel 1996 per Droog Design e oggi nel catalogo Cappellini: una seduta con struttura costituita da una corda intrecciata, un'anima in fibra di carbonio e uno strato di rivestimento in fibra di aramide, irrigidita con resina epossidica. Rimane la prova più lampante di quanto, nella sua ricerca, sia importante conoscere i materiali, sapere cosa possono fare, come si producono e come possono essere lavorati. E in questa ottica si può leggere anche la recentissima Aqua Jewels progettata per Bonomi Contemporaneo Italiano: una linea di rubinetteria, disponibile nelle versioni cromo e oro, che mostra una riuscita sintesi tra manualità e tecnologia industriale. “Le aziende consentono di calibrare il tiro, mediando la creatività” spiega Wanders che con la Bonomi, azienda nata a Brescia nel 1927 come fonderia specializzata nella lavorazione di articoli in ottone e cresciuta negli anni Trenta quando si riconverte nella produzione di componenti per impianti idrotermosanitari, ha voluto realizzare una sfida: reinterpretare archetipi del passato con un design giocoso. L’oggetto-rubinetto si ispira infatti, soprattutto nella forma sfaccettata del pomello, ad un diamante, dal classico taglio a brillante, tondo. “L’ho scolpito per renderlo insolito e insieme recuperare il concetto di ‘preziosità’ dell’acqua. Un concetto drammatico che può essere comunicato anche attraverso il sorriso” dice. Perché se l’acqua sarà l’oro del domani, il rubinetto non può che essere il suo gioiello: una superficie che cattura la luce, impreziosendo l’ambiente bagno e legando l’acqua ai rituali del benessere.]]></description>
		<pubDate>2009-04-15 18:04:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Gesti radicali</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,534,intItemID,545,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Tersilla Giacobone</strong>&nbsp;di <strong>Tersilla Giacobone</strong>&nbsp;Un movimento d’avanguardia e le sue tracce nel mondo del progetto. Chi ha saputo dare forma a prodotti di rottura? Alessandro Mendini sicuramente.Alcuni storici e critici sono concordi nel vedere all’interno del movimento futurista, le radici dalle quali sboccerà più tardi il design italiano con le sue peculiari caratteristiche di disciplina progettuale con una forte valenza di creatività. Molti artisti futuristi, del resto, nel disprezzo delle convenzioni e nella elaborazione di temi radicalmente nuovi, sentono la necessità di esprimersi anche attraverso la costruzione di mobili e oggetti, diversi dallo stile dell’epoca e più affini al loro stile di vita. Nel culto della macchina e del progresso, che sono proprii del Futurismo, si possono pure intravvedere gli antefatti che, più tardi, faranno prevalere le ragioni della produzione di serie (la macchina), grazie a particolari accorgimenti tecnici (il progresso), rispetto a soluzioni tipicamente artigianali. Anche il design nella sua accezione contemporanea, quando dà forma a prodotti di rottura rispetto agli standard convenzionali, provoca una sorta di lussazione culturale e sociale, non troppo dissimile dalla radicalità dei gesti futuristi. Tutte considerazioni, queste, che sembrano fatte apposta per iniziare il dialogo con l’architetto Alessandro Mendini che, per sua ammissione, dice di esistere, culturalmente, grazie a Depero: un futurista, appunto. <br />
<br />
<strong>Quest’anno cadono e vengono celebrati cent’anni di Futurismo e novant’anni di Bauhaus. Entrambi sono considerati le avanguardie che hanno influito in maggiore o minore misura sul Dna del design italiano. Quale dei due è più affine alla sua personalità? </strong><br />
Quasi quasi non le so rispondere perché, pensandoci bene, un parallelismo fra Bauhaus e Futurismo è arduo. Il Bauhaus ha dato un sistema di regole, in maniera artigianaleindustriale, nella composizione del pezzo meccanico. Però, regole di progettazione miste all’utopia sociale. Il Futurismo è stato più dusciampiano, ha introdotto l’elemento di pazzia e un dinamismo di carattere più letterario. Allora, secondo me, in certi autori del design italiano c’è una miscellanea, una specie di intreccio tra i due movimenti. Supponiamo i fratelli Castiglioni, che hanno lavorato su certi stili tipici del Futurismo; ciononostante nelle loro affermazioni (anche scritte) sono dei funzionalisti. Forse Bruno Munari è più futurista perché è stato anche un Futurista, però gli altri… prendi Albini o Zanuso, cioè quei personaggi che hanno fatto emergere per primi il design italiano, io li vedo poco futuristi. Il Futurismo è ricomparso molto più tardi con Alchimia, e poi con Memphis, perché Alchimia - e qui compaio io stesso - ha sfruttato gli stilemi dei futuristi, indipendentemente dai contenuti del Futurismo, che erano il macchinismo, il fascismo e tante altre cose di questa natura. Il discorso di Alchimia era legato alle culture periferiche, minoritarie, alla debolezza dei tempi, alla sopraffazione dei deboli da parte dei violenti. Nel passaggio da Alchimia a Memphis c’è stata una specie di stabilizzazione di questa stilematica: dall’utopia romantica sentimentale si è passati ad una sorta di affermazione alto-borghese. <br />
<br />
<strong>Parliamo di lei.</strong> <br />
Il mio personale discorso è molto eclettico dal punto di vista delle fonti. Certamente se non c’era Depero io non esistevo. Ma non esistevo neanche se non ci fossero stati Seurat, Signac e magari anche Hoffman. Ci sono fonti molto importanti, che fanno capo alle culture del Novecento, sia classiche come Otto Wagner o Macintosh, sia di avanguardia dove c’è di mezzo non solo il Futurismo ma anche il Cubismo. Oppure l’atteggiamento di esplosione del cervello di Duchamp. <strong><br />
<br />
Nella sua espressività figurativa io trovo, comunque, molta assonanza con talune opere degli artisti futuristi che possiamo rivedere nelle mostre a loro dedicate.</strong> <br />
L’origine del mio mondo è la pittura a olio, anche se non l’ho mai praticata, purtroppo. Però la mia cultura nasce nei quadri, supponiamo, di Savinio, De Chirico, Severini, Kandinskij, ma anche di Sironi, cioè di un mondo di pittura a olio coi suoi colori, col suo odore, che è fantastico. Il mondo al quale attingo è quello visionario di irritata classicità metafisica, con incursioni molto più indietro. Perché, per esempio, quando parlo di ambienti parlo anche delle Wunderkammer del neoclassico, oppure di certi piccoli studioli dentro Versailles. E poi molto attingo dal mondo del puntillismo ottico nel tentativo di disfare l’oggetto nella sua geometria di forma trasformandolo in un pulviscolo di materiale. È una cosa che poi corrisponde a un atteggiamento simbolico verso il mondo. Un mondo polverizzato fatto di frammenti significanti che scivolano come energia accanto alla violenza.<strong> <br />
<br />
Visto che lei è sempre stato molto attento ai giovani, è possibile che anche per loro esista la possibilità di esprimersi nel design attraverso poetiche e linguaggi insiti più nel mondo dell’arte che della tecnica?<br />
</strong>Nel mio caso e in altri, il fare oggetti è come tratteggiare dei personaggi in un romanzo - che poi è il romanzo della mia vita - in un palcoscenico che è il mondo. C’è l’oggetto buono, l’oggetto cattivo, l’oggetto deforme... <strong><br />
<br />
Già predeterminati?</strong> <br />
È chiaro che magari cerco di aggredire un committente o che l’oggetto ha problemi, oppure capita quando lavoro con un materiale ricco o un materiale povero. Il mio design - ripeto - è un romanzo e dentro ci sono varie cose. Ciò che lo tiene insieme come valore etico è l’attenzione del farlo bene, tutto il romanzo. Che poi ad ogni oggetto cerchi di dargli carattere, motivazione è un gioco che ha una logica. Spesso succede oggi, ma non mi riferisco ai giovani, che l’oggetto sia senza pensiero e questo è molto grave. Oppure che, data l’estrema complessità delle variabili, non si riesca a formulare un’utopia, una ipotesi di scenario valido, e ci si affidi molto alla tecnica esasperando il virtuosismo del materiale. L’abilità di lavorare con materiali nuovi oppure con talune arguzie produttive, è una deriva molto pericolosa. Invece che avere l’umanesimo come obbiettivo si ha l’utopia della tecnica. <br />
<strong>Parliamo della mostra che Roma le dedica all’Ara Pacis (sino al 6 settembre). È la somma di tutto il romanzo della sua vita di designer o rivela solo un aspetto particolare del suo lavoro?</strong> <br />
La mostra è una analisi di Beppe Finessi sul mio lavoro. Non dico che ne sono al buio ma quasi, sarà una sorpresa. Questo lavoro l’ha fatto unendosi con Italo Lupi che ne segue la parte visiva e con Marco Ferreri che cura l’allestimento. Finessi ha diviso il mio lavoro in momenti - progettare orizzonti, progettare stanze, progettare corpi, progettare pensieri - in un percorso che chiama, mi pare, dall’infinitesimo all’infinito. Mi pare anche che in questo percorso lui si affidi sempre a schizzi e a scritti miei, che sono quelli donati alla Triennale di Milano. <strong><br />
<br />
Ci saranno anche degli oggetti veri e propri?</strong> <br />
Sì. Plastici di architettura, le cose che ho fatto con il mio studio e con mio fratello Francesco in un excursus di tempo molto ampio. Ci saranno oggetti anche nello spazio interno dell’Ara Pacis a colloquio con le sculture romane. <strong><br />
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Cosa in particolare?</strong> <br />
Alcuni mobili molto forti e le grandi sculture d’oro di Bisazza.]]></description>
		<pubDate>2009-04-15 17:43:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Bauhaus ieri oggi domani</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,534,intItemID,544,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Anna Greco</strong>&nbsp;di <strong>Anna Greco</strong>&nbsp;La scuola ideata da Walter Gropius, che ha avuto docenti di spicco come Vasilij Kandinskij e Mies van der Rohe, continua a essere punto di riferimento di tutta la cultura moderna. Una ragione valida per festeggiare i suoi primi novant’anni.Era il lontano 1919 quando un giovane architetto tedesco, pieno di idee sul destino dell'arte nella nuova società tedesca, fu chiamato nel granducato di Weimar, alla sede di una delle più prestigiose accademie d'arte tedesche, quella fondata nel 1907 dall'architetto belga Henri Van de Velde. Il giovane architetto, che si chiamava Walter Gropius, aveva le idee molto chiare sul genere di scuola che avrebbe voluto per la nuova Germania. Così chiese, e ottenne dal governo repubblicano, come primo atto ufficiale il primo di aprile del 1919 di cambiare la vecchia denominazione della scuola, Istituto Superiore per le Belle Arti, in “Staatliches Bauhaus in Weimer” (Casa statale di costruzione), sintetizzato poi in Bauhaus. Il nuovo nome era una promessa, poiché anticipava l'idea che tutte le arti, pittura, scultura, arti applicate, grafica e fotografia, arte dell'arredamento, concorressero, sotto l'ala tutrice dell'architettura, ad edificare una nuova sensibilità, nella quale non ci fosse più separazione tra le varie discipline ma piuttosto l'idea unificante di un'opera, una sintesi, che Gropius chiamò “opera totale”, governata appunto dalla Baukunst. Per realizzare la sua idea Gropius invitò a Weimar il top della cultura artistica e progettuale tedesca di quegli anni, e tra questi Adolf Mayer, Lyonel Feininger Gerhard Muche, Iohannes Itten, Paul Klee, Vasilij Kandinskij, Oskar Schlemmer e Lazlo Moholy-Nagy. <br />
La breve vita del Bauhaus coincise con il tentativo postbellico di fondare una società democratica nel cuore della Germania più conservatrice, la cosiddetta Repubblica di Weimar, il cui tracollo fu determinato dall'arrivo al potere di Hitler e del suo regime. Dal 1919 al 1933 il Bauhaus rappresentò infatti un faro di civiltà, democrazia e intelligenza in un mondo che lentamente stava scivolando verso l'orrore e la follia del ventennio nazifascista. È questo dunque che si festeggia oggi in Germania, rendendo gli onori dopo novant’anni alla celebre scuola? Certamente sì, ma non solo. Gli anni del Bauhaus furono certamente difficili, e quello stesso potere che oggi si appresta a santificare l'evento, non digerì allora troppo facilmente le idee nuove e lo spirito di indipendenza della scuola di Gropius, degli allievi e dei suoi maestri. La prima parte di questa storia si chiude infatti alla fine del 1925, quando in una lettera aperta alla Dieta della Turingia i maestri del Bauhaus dichiararono chiusa la scuola, a seguito dei numerosi attacchi politici, che portarono al tentativo di licenziamento di una parte cospicua del corpo docente. Ed è a Dessau, nello stato libero di Anhalt, che il Bauhaus trova terreno fertile e finanziamenti economici per far crescere l'esperimento nella direzione giusta. Là, grazie a un breve periodo di relativa calma, Gropius darà inizio ai lavori di costruzione del complesso della nuova scuola, i famosi edifici bianchi del Bauhaus-Dessau. Nuovi maestri si aggiunsero, e tra questi Josef Albers, ex allievo e maestro del colore e gli architetti Hannes Mayer e Mies van der Rohe, che succederanno a Gropius nella guida dell'Istituto rispettivamente nel 1928 e nel 1930. Sarà Mies, l’autore delle mitiche sedute in tubolare e paglia di Vienna (1927) a condurre l'ultima battaglia, l'ultimo disperato tentativo in quel di Berlino per mantenere in vita la scuola, di contro agli attacchi nazisti che nel 1933 portarono alla definitiva chiusura sia del Bauhaus che della Repubblica di Weimar. <br />
L'intreccio tra cultura, arte e spirito dell'epoca trovò nei quattordici anni di vita di quella sperimentazione una felice sintesi, i cui risultati furono traghettati nel secondo Dopoguerra dal sorgere di molte scuole, in Europa e in America, che vollero ripercorrere idealmente le strategie pedagogiche del Bauhaus: una felice sintesi tra il cuore e la mano dell'artigiano da un lato e la cultura e l'intelligenza dell'artista, architetto pittore o scultore che fosse, dall'altro. <br />
<br />
<strong>Iniziative per il 1919-2009</strong> <br />
In Germania sono tre le istituzioni che si sono mobilitate per questo anniversario: il Bauhaus Archiv di Berlino, il Bauhaus Museum di Weimar e la Bauhaus Foundation di Dessau. Queste tre istituzioni assieme hanno programmato l'evento più ambizioso dell'anno, "Bauhaus, a conceptual model", che ha lo scopo di raggruppare dalle collezioni di tutto il mondo una selezione la più completa possibile dei lavori della scuola. L'esposizione si terrà a Berlino dal 22 luglio al 4 ottobre presso il Martin Gropius Building. Sempre a Berlino due mostre fotografiche importanti, una dedicata al figlio di Lyonel Feininger, Andreas, fotografo per passione e per professione, sulla New York degli anni Quaranta, l'altra al viaggio che Walter Gropius fece negli Stati Uniti alla fine del suo mandato di direttore del Bauhaus. Entrambe presso il Bauhaus Archiv. La Turingia è l'epicentro di una serie di iniziative culturali. Mostre dedicate ai vari protagonisti, minori e maggiori, come Làszlò Moholy-Nagy, Feininger e Kandinskij e mostre storiche antologiche come quella dal titolo 'the Bauhaus comes from Weimar' che si terrà nella città tedesca dal 1 aprile al 5 luglio. Per info: www.bauhaus2009.de]]></description>
		<pubDate>2009-04-15 17:43:10</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Ricette anticrisi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,534,intItemID,543,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;di <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;Nuove idee e nuovi progetti per risparmiare senza rinunciare alla qualità. Per eliminare gli sprechi. Per abbassare i prezzi senza ammazzare i sogni, puntando ancora sul lusso. Le strategie per uscire dal periodo nero non mancano. A chi ha, nel Dna, “la fantasia”.Dicono che la crisi economica darà una sferzata al settore e ce la faranno coloro che promuoveranno nuove idee e nuovi progetti. È ancora prematuro verificare l’efficacia di questa ipotesi. Eppure, qualcosa si muove: tra progettisti, imprenditori e spazi vendita, ecco una mini indagine a un passo dall’appuntamento milanese di aprile.Interior design. Regola numero uno: risparmiare. Senza rinunciare alla qualità. “È possibile se ci si ingegna”, dicono dallo studio i29 di Amsterdam. Loro lo hanno fatto. E per un cliente che voleva ristrutturare l’ufficio a prezzo ridotto hanno acquistato su eBay i pezzi d’arredo. Il risultato? “Un risparmio del 40 per cento rispetto a un progetto tradizionale”. <br />
Stop agli sprechi. È lo slogan dei parigini di 5.5. Al FuoriSalone venderanno, per la cifra di un euro a pezzo, 45mila accessori da tavola progettati per un gruppo francese che, dopo averli prodotti, li avrebbe mandati al macero per un cambio nella strategia di marketing. “Li abbiamo acquistati in blocco”, dicono, “e li vendiamo per sensibilizzare il pubblico sul tema del consumo intelligente e sul problema degli sprechi che danneggiano consumatori e ambiente”. Mentre i progettisti fanno del loro meglio per abbattere costi e comunicare contro gli sprechi consumistici del mercato, alcune grandi aziende decidono di operare sulla sostenibilità. È il caso del Gruppo Marazzi, produttore di superfici ceramiche: per affrontare in modo costruttivo e propositivo la crisi investirà quest’anno 100 milioni di euro in nuove tecnologie. In azienda infatti considerano la sostenibilità una ricetta per risparmiare materiali in sede di produzione, minimizzare i costi dello smaltimento dei residui industriali e proporre un prodotto, come SistemA di Marazzi, realizzato con 40% di materiali di riciclo e a ridotto impatto ambientale durante tutto il ciclo di vita. Abbassare i prezzi, senza ammazzare i sogni, è invece l’approccio di Mark Holmes, che presenta al FuoriSalone un nuovo marchio del lusso, Minimalux, a prezzi (dice) abbordabili: “la gente rinuncia alle cose belle per via dei prezzi folli”, dice Holmes. <br />
Ne sa qualcosa lui, che per anni è stato direttore creativo di Established&amp;Sons, il marchio britannico che ha fatto dei pezzi Limited Editions la propria bandiera. “Ho ridotto gli investimenti producendo una collezione di diciotto oggetti da tavolo per la cui realizzazione è stato necessario un unico stampo. Prodotti industrialmente in ottone, per garantire il peso degno di un oggetto prezioso. Ma il tocco di lusso arriva con la placcatura oro 18K o argento e la rifinitura a mano”. Investire in un nuovo retail concept può essere la “terza via” . E in questo, c’è chi parte “alla grande”, come Renato Preti, (ex managing partner con il Gruppo Bulgari della società di investimenti Opera) che ha una sua opinione sul mondo del design: “Le aziende italiane producono qualità ma sono troppo piccole per pensare in modo globale e le loro strategie di vendita sono antiquate”. Ecco quindi, che per far da casa ai 50 prodotti “comprensibili, fruibili e di qualità” che fanno parte della prima collezione del suo marchio Skitch, inaugura 600 metri quadrati di negozio con ben tredici vetrine su via Monte di Pietà. “Siamo a due passi dal Bulgari Hotel e puntiamo su una clientela straniera”. Un’operazione 100% glamour, quindi, la cui forza secondo Preti sta nella qualità e varietà dell’offerta e nella presenza di un catalogo e di un e-shop, perché “gli acquisti per la casa spesso si fanno in poltrona”. Dubbi sul successo del concept, Preti non sembra averne. “Inizieremo a funzionare a pieno ritmo a settembre, quando le acque si saranno probabilmente calmate”. <br />
Diametralmente opposto è invece l’approccio di Max Mara che, con la talent scout Rossana Orlandi, ha aperto nel nuovissimo building di Corso Vittorio Emanuele a Milano The Basement, uno spazio-design “senza pretese”. A partire dal nome, che significa scantinato. “Vogliamo smitizzare il design per avvicinarlo al pubblico dell’high street che mai metterebbe piede in un algido showroom”. Per questo lo spazio di 300 metri quadri, allestito da Rossana Orlandi e Sergio Calatroni, è stato realizzato in discontinuità con le atmosfere preziose del piano alto. Ferro e cemento armato, con le canalizzazioni dell’aria condizionata e l’impianto di illuminazione lasciati a vista. Un’architettura “nuda” che, dice l’architetto Duccio Grassi, “mette in risalto i pezzi di design”: un mix eclettico di arredi e oggetti di marchi conosciuti al grande pubblico, come Magis, Muuto, Koziel, IB Rubinetterie, L’Abbate e Artek, e di designer emergenti. Minimo comune denominatore, lo spirito leggero e spesso ironico targato Orlandi. Funzionerà? “Rendere gradevole e inatteso uno spazio vendita è una scelta obbligata a prescindere dalle difficoltà del momento. Tuttavia crediamo che questa operazione possa anche dare dei risultati positivi”.]]></description>
		<pubDate>2009-04-15 16:45:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Salone forever</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,534,intItemID,541,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Patrizia Catalano</strong>&nbsp;di <strong>Patrizia Catalano</strong>&nbsp;Un uomo, una storia, un’avventura appassionante. Manlio Armellini amministratore delegato di Cosmit, l’ente che organizza il Salone del Mobile di Milano, racconta come è nata la più importante manifestazione fieristica milanese e internazionale. I suoi sviluppi, i progetti futuri e, dulcis in fundo, le iniziative per l’Expo 2015.<strong>Ogni anno si compie il miracolo. E il mondo del design torna a vivere quel magico, stressante ed eccitante momento che è la Settimana milanese del design, fatta di due anime, il Salone del Mobile, collocato nel recente quartiere fieristico progettato da Massimilano Fuksas e la città, con il FuoriSalone: un mix perfetto e invincibile di business, creatività e mondanità. Manlio Armellini, memoria storica del Salone del Mobile, amministratore delegato di Cosmit, ci racconta come è nato il Salone, come si è sviluppato, l’identità attuale e quella futura.</strong> <br />
Il Salone è stato fondato da mio padre Tito Armellini, il 24 settembre del 1961; in quella prima edizione, nella vecchia Fiera Campionaria, ci furono 328 espositori e dodicimila visitatori. Il progetto nacque grazie alla volontà di quattordici importanti industriali che allora rappresentavano il meglio dell’arredamento italiano. La presenza degli imprenditori è stata sempre fondamentale nello sviluppo del Salone. Imprenditori che hanno creduto nel progetto fin dall’inizio di cui, in prima persona, mi sono occupato fin dall’inizio dal punto di vista organizzativo. Il riscontro nazionale e internazionale è stato molto rapido. L'export passò infatti dai 5 miliardi circa del 1960 ai 16 miliardi del '64. <br />
<br />
<strong>Quali erano allora le proposte d’arredo?</strong> <br />
La produzione italiana era di ottima fattura, ma tradizionale nello stile: mobili Luigi XV, rivisitazione del Chippendale. Nulla a che vedere con il design come è inteso oggi. Il Salone incominciò ad affiancare l’azione di rinnovamento del mobile d’autore grazie anche alle sollecitazioni fatte in quegli anni da Gio Ponti agli industriali italiani: avviarsi verso la modernità, seguendo la strada già intrapresa dai Paesi scandinavi. Il 1965 fu l’anno della svolta. Con l’aiuto di Franco Cassina riuscimmo ad aggregare ventiquattro aziende sensibili al design. Riuscimmo a mettere insieme 24 aziende fra cui, oltre a Cassina, Arflex, Bernini, Boffi, Kartell, Molteni, Poltronova, Poltrona Frau e Tecno. Dopo cinque anni dalla nascita, il Salone fece così il primo salto di qualità diventando motore propulsivo del settore e molto in fretta si rivelò un appropriato strumento di marketing per un comparto assai polverizzato (oltre 13.000 aziende con 205.000 addetti; un sistema distributivo nazionale articolato su 20.000 punti vendita) che non avrebbe avuto altri strumenti per esprimere il proprio potenziale. Nel decennio successivo siamo sensibilmente cresciuti. Infatti Cosmit, oltre al Salone Internazionale del Mobile, iniziò a organizzare le biennali Euroluce, Eurocucina, SaloneUfficio, Salone Internazionale del Bagno e gli annuali Salone Internazionale del Complemento d’Arredo e SaloneSatellite. <br />
<br />
<strong>Questa la storia. Oggi il progetto del Salone è molto più articolato con una forte vocazione internazionale: quanti e quali progetti avete in cantiere nel mondo? </strong><br />
La forte vocazione internazionale ha spinto i Saloni a debuttare nel 2005 a New York e a Mosca. Il nome della versione export dei Saloni è quello di “Saloni WorldWide”, declinato di volta in volta con la città che li ospita. Al nome si accompagna il pay-off Furnishing Ideas Made in Italy, in cui il concetto di partenza è quello di “idee SALONE FOREVER per arredare con il made in Italy”. Ispirazioni che servono per poter vivere, abitare, lavorare nelle case e negli uffici. Pensiamo di allargare queste iniziative a Paesi come Cina, India, Giappone. <br />
<br />
<strong>Salone è anche cultura: le grandi mostre sono ormai un appuntamento noto e molto visitato: cosa vedremo in occasione della 48ma edizione di quest’anno? </strong><br />
Ci saranno due eventi. Il primo è un omaggio dei Saloni alla città. Il Comune di Milano infatti, rinnovato il sodalizio per la terza volta, offre la prestigiosa sede espositiva di Palazzo Reale per la grande mostra “Magnificenza e Progetto-cinquecento anni di grandi mobili italiani a confronto” (concept di Cristina Acidini e Luigi Settembrini). È dedicata alla riscoperta delle origini del made in Italy attraverso una carrellata di arredi moderni e antichi, tutti con uno speciale pedigree. Il secondo evento, dedicato alla luce e alla sua spettacolarità e firmato dall’artista inglese Cerith Wyn Evans. Titolo, I=N=V=O=C=A=T=I=O=N (I call your image to mind) una scultura al neon di circa sei metri di diametro. Lunghi tubi che si attorcigliano su se stessi a formare una nuvola luminescente che sembrerà galleggiare nell’aria. <br />
<br />
<strong>Riguardo al tema della competitività, ritiene che il nostro sistema arredo sia leader nel mondo?</strong> <br />
Non c’è ombra di dubbio. Credo che in un momento di grave crisi come questo, dove qualsiasi tipo di investimento sembra insicuro, comprare arredo di design italiano di alta qualità equivale a un vero e proprio investimento. Il pezzo classico di ieri è infatti più che attuale ancora oggi. Anzi, anche di moda. Un buon pezzo di oggi con la sua perfezione e la sua qualità sarà il classico di domani. <strong><br />
<br />
Quali sono i Paesi che acquistano prodotti italiani? </strong><br />
Per quanto riguarda l’export dei mobili i Paesi più ricettivi (tra gennaio e settembre 2008) sono la Francia (1.004,60 milioni di Euro), la Gran Bretagna (744,71), la Germania (732,17) e la Russia (595,26). Per l’export degli apparecchi per l’illuminazione invece sono ancora la Francia (151,17 milioni di euro), la Russia (106,30), la Spagna (93,08) e la Germania (92,49). Comunque il macrosettore arredamento per le esportazioni italiane, è presente in ben 200 Paesi in alcuni dei quali sono in corso delle indagini sulla distribuzione per studiare iniziative specifiche. <br />
<strong><br />
E ora un po' di attualità: Cosmit ed Expo 2015, ci sono delle ipotesi di collaborazione. Ce ne può parlare? </strong><br />
C’è più che un’ipotesi. Il 12 febbraio scorso, durante la nostra conferenza stampa dei Saloni 2009 abbiamo firmato, con il Sindaco di Milano e Commissario straordinario del Governo per l’Expo di Milano 2015, Letizia Moratti e con il presidente di Cosmit, Carlo Guglielmi, il protocollo d’intesa. Obiettivo promuovere e pianificare iniziative comuni che facciano riferimento alle tematiche di Expo 2015, in particolare ai temi del food design e dell’acqua, dello sviluppo sostenibile, della tutela ambientale, del consumo consapevole, dei comportamenti ecosostenibili, determinati dal linguaggio del Design. Un progetto ambizioso che porterà risultati importanti per la nostra città.]]></description>
		<pubDate>2009-04-15 15:50:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Prossimo Futuro</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,534,intItemID,535,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Patrizia Catalano</strong>&nbsp;di <strong>Patrizia Catalano</strong>&nbsp;Per l’alta moda dell’arredo le “sfilate” dell’anno sono quelle di aprile, a Milano. Salone e FuoriSalone sono le passerelle che contano. Ecco, in anteprima, le nuove idee degli “stilisti” del design. <strong>Foto n.1</strong><br />
No crystal: sono infatti in termoplastica gli elementi a losanga che compongono le lampade a sospensione Bell e Ellipse di Giulio Iacchetti per <strong>Foscarini</strong> (collezione Tropical). <br />
Spicca per flessibilità il divano reclinabile Eclat di Philippe Bouix per <strong>Roche Bobois</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.2</strong><br />
Sono blu come il cielo le Cloud, piastrelle in tessuto dei fratelli Bouroullec per <strong>Kvadrat</strong>: si possono assemblare liberamente per creare pareti e decorare ambienti. <br />
<strong><br />
Foto n.3</strong><br />
Revival futurista, in occasione del Centenario, con il paravento in legno tamburato serigrafato con disegno di Giacomo Balla di <strong>Estel</strong>. <br />
Rigorosamente a righe è invece il cilindro sfoderabile Kuan, di <strong>MissoniHome</strong>, per interni e esterni. <br />
<br />
<strong>Foto n.4</strong><br />
Paravento in multistrato di pioppo stratificato naturale o verniciato di LN Boul per <strong>Vange e A Capella</strong>, tavolo in massello di frassino con dettagli in fusione di bronzo di Anna Kraitz per <strong>Källemo</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.5</strong><br />
Giocano con l’accostamento di più materiali i fratelli Bouroullec che nel loro appendiabiti<strong> </strong>Steelwood associano la naturalità del legno alla freddezza della lamiera (Magis) e il giovane designer Jarl Fernaeus nel suo&#160; tavolo-lampadasgabello in frassino, <strong>Corian® </strong>e elementi in metallo cromato, selezionato per il premio Emile Hermès, alla Triennale. <br />
Legno 100% per la poltrona in rovere Swa, di Setsu e Shinobu Ito per <strong>Fornasarig</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.6</strong><br />
Rimandi di quadrati e cerchi nel Foam Cabinet di Studio Suppanen per <strong>Emmebi</strong>, con ante laccate e serigrafate e, a fianco, nel paravento con ante in legno laccato e satinato Bon Ton di <strong>Armani Casa</strong>, in edizione limitata. <br />
<br />
<strong>Foto n.7</strong><br />
Letto Mark di Carlo Colombo di <strong>Flou</strong>, pensato come un foglio piegato che ospita il letto, con finitura in pelle pressoformata. <br />
Accogliente e avvolgente è la sedia in plastica con base in metallo cromato satinato Rin di Hiromichi Konno per <strong>Fritz Hansen</strong>.<br />
Mentre giocano con il materiale che si piega la lampada da tavolo Mikado di Gordon Guillaumier in acciaio, vetro e metallo per <strong>AV Mazzega</strong>. <br />
<br />
<strong>Foto n.8</strong><br />
Sullo sfondo, Cambon, una reinterpretazione di Jean-Marie Massaud della serie Slim Line di <strong>Dedon</strong>. <br />
Sedia Morgans di Andrée Putman per <strong>Emeco</strong> in alluminio riciclato all’80% e lavorata manualmente.<br />
<br />
<strong>Foto n.9</strong><br />
La lampada Portofino di <strong>Venini</strong>, con paralume realizzato con un disegno di un tessuto di Ken Scott della fine degli anni Quaranta, base in vetro soffiato lavorato a mano.<br />
<strong><br />
Foto n.10<br />
</strong>Divano Double Life di Marco Piva per <strong>Meritalia</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.11<br />
</strong>Poltroncine con gambe in alluminio verniciato e colorato di<strong> Arper.<br />
<br />
Foto n.12<br />
</strong>Una riedizione della Side Chair, progettata nel 1948 da Donald R. Knorr, di <strong>Matrix International</strong>, in lamiera piegata, gambe in trafilato di acciaio. <br />
Tavolo in cristallo e tubolare d’acciaio di Ross Lovergrove per <strong>Knoll International</strong>.<br />
<strong><br />
Foto n.13<br />
</strong>Canneto, installazione luminosa modulare composta da singoli elementi in vetro di Murano di Pierpaolo Seguso per <strong>Seguso e Jelly Copper</strong>.<br />
Vaso in cristallo e rame di Jaime Hayon per <strong>Baccarat</strong>, dalla collezione Crystal Candy.<br />
<br />
<strong>Foto n.14</strong><br />
Sembra un gioiello la lampada a sospensione Glamour di Dodo Arslan per <strong>Terzani</strong>. <br />
Lusso plastico per le ballerine Glue Cindarella di <strong>Kartell</strong> e normaluisa. <br />
Nasce dall’assemblamento di tasselli in ottone la lampada Notturna di Robert Orchardson per <strong>Plusdesign</strong>, mentre la poltrona Maxime di Giorgio Pulici per <strong>F.lli Boffi</strong> gioca con le sproporzioni: schienale altissimo e seduta ridotta.<br />
<br />
<strong>Foto n.15</strong><br />
Si ispirano ai personaggi delle fiabe svedesi i coloratissimi arazzi in feltro di Hella Jongerius, firmati dalla designer e dall’artigiana indiana che li ha realizzati per <strong>Ikea</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.16</strong><br />
FlowerBall di Takashi Murakami un grande arazzo in edizione limitata realizzato per <strong>Louis Vuitton</strong>. <br />
Giochi di luce e colori per Shanghai di Luca Scacchetti per <strong>LaMurrina</strong>, una sospensione realizzata con canne di vetro colorate insersecate e illuminate a LED.<br />
<strong><br />
Foto n.17</strong><br />
Sono firmati da Alessandro Mendini il tavolo e la credenza Tuttotondo per <strong>Zerodisegno</strong>, decorati a stilemi policromi stropicciati fotografati e poi sublimati su alluminio. <br />
<strong><br />
Foto n.18</strong><br />
Lala e Lolo di Markus Benesch, 4 elementi mobili in <strong>Staron by Samsung</strong>, un materiale costituito da minerali tenuti insieme da un particolare tipo di acrilico che li rende a tenuta stagna, per interno e esterno. <br />]]></description>
		<pubDate>2009-04-15 15:23:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>7 giorni a Milano</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,534,intItemID,532,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;<strong>21&gt;30, Aprile </strong><br />
<strong>Interni Design Energies<br />
</strong><strong><br />
Univesità degli Studi di Milano</strong> <br />
via Festa del Perdono 7 <br />
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21-27 h. 10.00 24.00 <br />
28-30 h. 10.00 20.00 <br />
<br />
<strong>L’evento promosso dalla rivista Interni </strong>verte sul concetto di “energia”, declinato sia dal punto di vista umanistico, quale espressione della migliore produzione intellettuale (presentata in questo caso nella forma di progetto e d’invenzione), sia da quello più comune legato all’uso delle fonti energetiche alternative e all’ottimizzazione dell’impiego di quelle di tipo tradizionale. In mostra, il processo creativo di designer e architetti italiani e internazionali chiamati a confrontarsi sul tema dell’uso dell’energia in relazione alla casa, alla città, al paesaggio, nonché alla sicurezza e responsabilità ambientale. Le energie diventano anche sinonimo di “invenzioni” nel senso di risorse creative cui attingere per la costruzione del nostro domani.  <br />
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<strong>21 Aprile&gt;7Giugno<br />
Ballo+Ballo </strong><br />
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<strong>PAC</strong> <br />
via Palestro 14 <br />
21-22, 24-26 h. 9.30 19.30 <br />
23 h. 9.30 22.30 <br />
dal 27 aprile al 7 giugno h. 14.30 19.30<br />
<br />
<br />
<strong>Aldo Ballo e Marirosa Toscani Ballo</strong> hanno dato vita, dagli anni Cinquanta a oggi, allo studio fotografico Ballo, una bottega, un punto di riferimento dei più importanti designer, nel periodo più affascinante e vivace del design mondiale, grazie a un’attività incessante che prosegue, anche dopo la morte di Aldo Ballo avvenuta nel 1994. La mostra che il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, dedica al lavoro di Aldo e Marirosa, e al loro studio (ricostruito appositamente), rappresenta l’altra storia del design italiano attraverso le immagini degli oggetti mito.<br />
<br />

<br />
<strong>22&gt;27 Aprile</strong><br />
<strong>A Natural Beauty </strong><br />
<br />
<strong>La Triennale di Milano </strong><br />
h. 10.30 22.00<br />
<br />
<strong>Ceramic Tiles of Italy. A natural beauty.</strong> Designer emergenti del life style italiano interpretano un giardino all’italiana, realizzato con il materiale ceramico di otto aziende. Ogni giorno, il giardino si pone come spazio attrattivo e conviviale, dalla merenda ai giochi per i bambini, dove anche gli animali sono ammessi. A cura di Confindustria Ceramica ed Edi.Cer<strong>.<br />
<br />
</strong>
<strong> <br />
22&gt;27 Aprile</strong> <br />
<strong>Flora futurista <br />
<br />
La Triennale di Milano</strong> <br />
h. 10.30 22.00<br />
<br />
<strong>Flora Futurista.</strong> Un omaggio a Giacomo Balla con le sue sculture-fiore riprodotte da Fantoni in pannelli mdf verniciati a polveri epossidiche. A cura di A. Ortenzi e A. Scavezzon.<br />
<br />

<strong><br />
22&gt;27 Aprile <br />
Neoreal <br />
<br />
La Triennale di Milano</strong> <br />
h. 10.30 22.00<br />
<strong><br />
Neoreal: a new visual expression.</strong> Un nuovo mondo dell’immagine, ideato da due creativi giapponesi all’avanguardia del design contemporaneo, Akihisa Hirata e Takahiro Matsuo, fa conoscere i traguardi tecnologici raggiunti da Canon nella creazione di una vera e propria cultura dell’imaging.<br />
<br />

<strong><br />
22&gt;27 Aprile <br />
Love Difference <br />
<br />
La Triennale di Milano</strong> <br />
h. 10.30 22.00<br />
<br />
<strong>Mezzoterra Mezzomare I Mediterranei</strong>. Opera installazione dell’artista Michelangelo Pistoletto realizzata con 310 sedie Laleggera di Alias, design Riccardo Blumer. Le sedie poste idealmente sulla battigia sono dipinte a mano con diversi colori a sottolineare le differenze geoculturali di sei mari che possono integrarsi fra loro. A seguire, una vendita no-profit a favore della associazione Love Difference.<br />
<br />

<br />
<strong>22&gt;26 Aprile <br />
L - finesse <br />
<br />
Museo della Permanente</strong> <br />
via Filippo Turati 34 <br />
h. 11.00 20.00<br />
<br />
<strong>Lexus L-finesse - crystallised wind</strong>. Una installazione dinamica, che integra spazio, suono e luce, progettata da Sou Fujimoto, rappresentante dell’architettura giapponese più innovativa. Cuore dell’installazione il modello in metacrilato della concept car sportiva Lexus LF-A<br />
<br />

<br />
<strong>22&gt;27 Aprile <br />
REDesign <br />
<br />
ExIndustria</strong><br />
via Tortona <br />
h. 10.00 22.00<br />
<br />
<strong>REDesign Camparisoda</strong>. Il prodotto icona dell’aperitivo italiano, nel progetto di Matteo Ragni, diventa un faro che guida sino all’interno di una REDlounge. Al centro c’è un bar e intorno si apre un intrico di vie in cui gli ospiti si perdono e sorseggiano CampariSoda nei bicchieri Clic (di Matteo Ragni con Pandora Design).<br />
<br />

<br />
<strong>22&gt;27 Aprile <br />
Feel a Work <br />
<br />
Galleria Ottozoo </strong><br />
via Vigevano 8 <br />
h. 10.00 22.00<br />
<br />
Feel a Work of Persol. Una mostra che si avvale di nove talenti d’arte contemporanea provenienti da tutto il mondo, il cui processo creativo esprime valori e passioni assimilabili a quelli dello sviluppo delle collezioni di occhiali del marchio di Luxottica Group. Gli artisti (nelle immagini sono visibili Modou Dieng con il mood del suo lavoro e l’opera della coppia indiana Thukral&amp;Tagra) sono accomunati da una grande passione per la materialità dell’arte e costruiscono il loro lavoro con pazienza e dedizione. Ogni talento ha prodotto le sua opera utilizzando tecniche differenti, ma seguendo l’unica ispirazione: Persol.]]></description>
		<pubDate>2009-04-15 12:31:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,451,intItemID,530,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ</strong></p>
            <strong>             GIOVANI DESIGNER</strong><br />
            Rodrigo Torres, el niño del design<br />
            <br />
            <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Alessi, Marazzi Tecnica, Minimalux, Molteni &amp; C, Triflow Concepts<br />
            Design labirinto<br />
            Elogio della leggerezza<br />
            Gio Ponti: l’attualità di un maestro<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Bisazza ad Anversa e Tokyo, Gandia Blasco a Milano,<br />
            Ingo Maurer a Monaco, Minotti a Londra,<br />
            Poltrona Frau Group Design Center ad Abu Dhabi<br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE</strong><br />
            Pirelli Re-Edificio 16 factory-loft<br />
            Arjowigging Graphics: 6 milliards d’autres<br />
            <br />
            <strong>ANNIVERSARI<br />
            </strong>Davide Groppi un viaggio dentro la luce<br />
            60 anni di Minotti Cucine<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA</strong><br />
            IMM Köln 2009<br />
            Maison&amp;Objet Paris<br />
            Dublino: 32° Showcase Ireland<br />
            <br />
            <strong>PREMI E CONCORSI</strong><br />
            Il Mobile Significante 2009, Il rame e la casa 2008,<br />
            Promosedia Design Competition<br />
            <strong><br />
            <br />
            </strong><strong>IN MOSTRA<br />
            <br />
            </strong><strong>PROGETTO CITTÀ</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>SOSTENIBILITÀ</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>IN LIBRERIA</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>INFO &amp; TECH</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>CINEMA<br />
            <br />
            FASHION FILE<br />
            <br />
            LETTURE<br />
            <br />
            EVENTO<br />
            <br />
            TRADUZIONI</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            <br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            ARCHITETTURE D’INTERNI: <br />
            CASE D’AUTORE<br />
            </strong>a cura di<strong> Antonella Boisi</strong><strong><br />
            <br />
            Forte dei Marmi, stile italiano<br />
            </strong>progetto di<strong> studio Dordoni Architetti<br />
            </strong>foto di<strong> Pietro Savorelli - </strong>testo di<strong> Alessandro Rocca<br />
            </strong><strong><br />
            Bandol, (sud Francia), cemento armato<br />
            </strong>progetto architettonico di<strong> Rudy Ricciotti<br />
            </strong>progetto d’interni di<strong> Marchi Architectes<br />
            </strong>foto di<strong> FG+SG Fotografia de Arquitectura<br />
            </strong>testo di<strong> Matteo Vercelloni</strong><br />
            <br />
            <strong>Londra, casa, non museo<br />
            </strong>progetto di<strong> Pip Horne<br />
            </strong>foto di<strong> Chris Gascoigne - </strong>testo di<strong> Antonella Boisi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Milano, come una barca<br />
            </strong>progetto di <strong>Marco Vigo </strong>con<strong> Francesca Attolini<br />
            </strong>foto di<strong> Alberto Ferrero - </strong>testo di<strong> Antonella Boisi<br />
            </strong><strong><br />
            Barcellona, nel bosco<br />
            </strong>progetto di<strong> Quim Larrea </strong>e<strong> Katherine Bedwell</strong><br />
            foto di<strong> Rafael Vargas - </strong>testo di<strong> Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            <br />
            Milano, geometrie ortogonali<br />
            </strong>progetto di<strong> Claudio La Viola, Massimo Reccanello </strong>e <strong>Associati<br />
            </strong>foto di<strong> Alberto Ferrero -</strong> testo di<strong> Francesco Vertunni</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>ATTUALITÀ</strong><strong><br />
            Triennale Design Museum, Serie Fuori Serie<br />
            </strong>a cura di<strong> Antonella Boisi</strong><strong><br />
            <br />
            Liberare il possibile<br />
            </strong>di<strong> Stefano Caggiano<br />
            <br />
            Iconoclash <br />
            </strong>di<strong> Cristina Morozzi<br />
            <br />
            Solo per pochi<br />
            </strong>di<strong> Laura Traldi<br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong>
            <strong>MAESTRI<br />
            Angelo Mangiarotti: la materia come programma<br />
            </strong>di<strong> Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            <br />
            L'INCONTRO<br />
            Gillo Dorfles <br />
            </strong>di <strong>Cristina Morozzi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            L’OPINIONE<br />
            Il mondo (era) piatto<br />
            </strong>di <strong>Andrea Branzi</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>ARTE<br />
            Cloning Sherman </strong>di<strong> Germano Celant</strong><strong><br />
            <br />
            IL TEMA CENTRALE<br />
            </strong><strong>Cirque du Dessin<br />
            </strong>di&#160;<strong> Ravaioli Silenzi Studio - </strong>foto di<strong> Gionata Xerra<br />
            </strong><strong><br />
            Trame d’autore<br />
            </strong>di&#160; <strong>Margherita Helzel - </strong>foto di <strong>Simone Barberis</strong><strong><br />
            <br />
            Luce è energia<br />
            </strong>di <strong>Andrea Pirruccio<br />
            </strong>elaborazione immagini di <strong>Enrico Suà Ummarino<br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>PORTRAIT<br />
            Riccardo Blumer<br />
            </strong>testo di <strong>Cristina Morozzi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            PROGETTO DESIGN<br />
            Rifrazioni modulari<br />
            </strong>progetto di<strong> Francisco Gomez Paz/Paolo Rizzatto<br />
            </strong>testo di<strong>&#160; Francesco Massoni - </strong>foto di<strong> Miro Zagnoli</strong><br />
            <strong><br />
            Organicismo strutturale<br />
            </strong>progetto di<strong> Ronan &amp; Erwan Bouroullec<br />
            </strong>di<strong> Maddalena Padovani<br />
            </strong>foto di<strong> Paul Tahon </strong>e<strong> R&amp;E Bouroullec</strong><br />
            <br />
            <strong>New Danish Modern</strong> <br />
            di <strong>Odoardo Fioravanti</strong><br />
            <br />
            <strong>Fiabe di cristallo<br />
            </strong>progetto di <strong>Jaime Hayon <br />
            </strong>di<strong> Maddalena Padovani<br />
            <br />
            Natura da sogno<br />
            </strong>progetto di <strong>Jella Jongerius </strong><br />
            di<strong> Laura Traldi<br />
            <br />
            Geometrie en plein air<br />
            </strong>progetto di <strong>Carlo Colombo<br />
            </strong>di&#160;<strong> Maddalena Padovani<br />
            </strong><br />
            <strong>OSSERVATORIO</strong><br />
            <strong>Presente imperfetto<br />
            </strong>di<strong> Laura Traldi</strong><br />
            <br />
            <strong>REPERTORIO</strong><br />
            <strong>Inclinazioni<br />
            </strong>di<strong> Katrin Cosseta</strong><br />
            <br />
            <strong>             INDIRIZZI</strong> di Adalisa Uboldi<br />
            <br />
            <strong>             TRADUZIONI<br />
            <br />
            </strong><strong>In copertina:</strong> Riccardo Blumer mostra la particolare leggerezza del letto Rem da lui<br />
            disegnato per Flou. Il progetto nasce da una sperimentazione condotta dall’architettodesigner<br />
            sulle ipostrutture e dalla conseguente definizione di tensostrutture con<br />
            eccezionali risultati di portata in relazione al loro peso. Quella del letto Rem è costituita<br />
            da quattro travi-ponte reticolari rivestite con un tessuto elastico, appositamente<br />
            realizzato da Flou, che mette in evidenza la tensione e la forza degli elementi strutturali.
        
    
]]></description>
		<pubDate>2009-04-07 17:40:58</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Inclinazioni</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,70,intIssueID,451,intItemID,529,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Katrin Cosseta</strong>&nbsp;di <strong>Katrin Cosseta</strong>&nbsp;Mobili che sfidano la gravità in un’immagine di equilibrio precario. Il design esplora un nuovo senso dinamico componendo, in originali geometrie oblique, linee diagonali, divergenti o spezzate. Le strutture evidenziano il gioco delle forze in scenografiche disarmonie.]]></description>
		<pubDate>2009-04-07 12:38:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Jaime Hayon, Fiabe di cristallo</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,451,intItemID,528,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di<strong> Maddalena Padovani</strong>&nbsp;di<strong> Maddalena Padovani</strong>&nbsp;Dall’incontro tra l’onirica creatività del designer madrileno e la tradizione manifatturiera di Baccarat nasce Crystal Candy Set, collezione di oggetti in serie numerata che reinventano la sensorialità materica del cristallo e il significato stesso dell’oggetto prezioso.A differenza di tanti altri designer che solo oggi hanno ceduto alle richieste allettanti del mercato della design art, Jaime Hayon proclama da sempre la sua vocazione ibrida di artistdesigner. Tanto da averne fatto la cifra di un’attività progettuale che, anche quando si esplica nel campo dell’architettura d’interni, dell’arredamento o della moda, trova proprio in una dimensione puramente immaginifica il suo carattere di originalità e innovazione. Tutte le creazioni del designer madrileno appartengono a un unico, esplosivo e fortemente riconoscibile ‘mondo Hayon’, fatto di fiabe, di metafore poetiche e di visioni oniriche. Una sorta di “cosmologia personale” a cui il progettista attinge con disinvolto eclettismo e velocità quasi schizofrenica, portandolo a stravolgere le forme della realtà e ad attribuire loro una nuova vita animata. Di sicuro, un nuovo significato espressivo che tante volte si traduce anche nell’invenzione di un’inaspettata funzionalità. Di questo folletto talentuoso, che con le sue ludiche creazioni ha velocemente conquistato il pubblico stanco di una produzione omologata, è il progetto della nuova collezione d’autore Baccarat. Si chiama Crystal Candy Set ed è composta da nove vasi, tutti in edizione limitata, il cui nome già prelude a uno scenario ben diverso da quello aulico e un po’ formale cui rimanda la tradizione del cristallo della celebre maison parigina. Piña Passion, Blackberry Freeze, Nuclear Pomegranate, BonBon Treasure... Questa volta è una storia fatta di suggestioni esotiche quella che Jaime ci racconta. Ispirata ai sapori ricchi e ai colori accesi della frutta tropicale, ma anche ai soggetti più vari e bizzarri – le palline da golf, il trifoglio, le gocce d’acqua – che il designer sembra catturare a caso, e con divertimento, dal suo fervido immaginario, come un mago che attinge dal suo cappello di sorprese. A fare da guida al progetto è una ricerca squisitamente sensoriale, condotta con l’obiettivo di esaltare al massimo le qualità materiche del cristallo, la sua natura geometrica, la sua ricchezza cromatica, la sua capacità di rifrazione. L’idea del designer spagnolo è quella di dare il massimo risalto alla sapienza artigianale di Baccarat, proponendola tuttavia in modo nuovo e anticonvenzionale. A tale scopo Hayon decide di abbinare il cristallo ad altri materiali dalle caratteristiche contrastanti quale è la ceramica, opaca, densa, visivamente pesante. In alcuni pezzi la ceramica si presenta impreziosita da una finitura in rame che la rende brillante e quasi specchiante; in altri è usata senza colore e finitura, quasi fosse allo stato grezzo; in altri ancora è tutta bianca, ma arricchita da una morbida texture dall’effetto setoso e vellutato. In questo inedito abbinamento, messo in ulteriore risalto dal contrasto figurativo tra le citazioni classiche del cristallo e le forme più asciutte e contemporanee della ceramica, il prezioso materiale Baccarat cambia d’immagine e significato. “Ci sono oggetti” commenta Jaime Hayon “la cui missione è quella di rendere più facile e confortevole la nostra vita quotidiana. Altri che possono essere paragonati a storie che ci raccontano di noi stessi e delle nostre origini. Altri ancora che inseguono il fine ultimo della bellezza e dell’arte. La Crystal Candy Set non è una collezione di oggetti funzionali. È composta da pezzi che esistono allo scopo di essere ammirati e fare sognare. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di sorrisi, di recuperare la libera immaginazione che hanno i bambini. Non riesco a pensare che le cose appartengano solo a un mondo grigio e squadrato”.]]></description>
		<pubDate>2009-04-07 11:17:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>L’organicismo strutturale di Ronan&amp;Erwan Bouroullec</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,451,intItemID,527,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Maddalena Padovani</strong> <br />
foto di <strong>Paul Tahon e R&amp;E Bouroullec</strong>&nbsp;di <strong>Maddalena Padovani</strong> <br />
foto di <strong>Paul Tahon e R&amp;E Bouroullec</strong>&nbsp;Un sistema di piastrelle tessili che si compone come una pianta rampicante, una sedia concepita come una struttura vegetale che si sviluppa liberamente nelle tre dimensioni. Negli ultimi importanti progetti sviluppati per Kvadrat e Vitra, i due fratelli bretoni mettono in evidenza l’idea di uno spazio fluido, aperto e mobile, che cresce e prende forma in modo organico. Qui spiegano il senso della loro ricerca.Èdecisamente un momento importante, per Ronan &amp; Erwan Bouroullec. Perché particolarmente importanti, innovativi e ricchi di contenuti sono i progetti da loro presentati negli ultimi mesi. Sviluppate per Kvadrat, le piastrelle di tessuto Clouds che si agganciano le une alle altre segnano la messa a punto industriale e ‘democratica’ del sistema di divisione spaziale proposto già, qualche anno prima, con il mattone tessile disegnato per la stessa azienda. Di fatto, un elemento modulare, morbido, componibile in ogni direzione, con cui i fratelli bretoni ponevano le basi di un processo di decostruzione dello spazio che con Clouds culmina nell’interpretazione costruttiva del principio di crescita, libera e flessibile, delle piante rampicanti. Una suggestione, quella del mondo vegetale, che ritorna nel progetto della sedia Vegetal per Vitra: più che una seduta, una struttura e un metodo di costruzione – costato quattro anni di ricerca – che traduce a scala industriale il processo di sviluppo degli alberi. Grazie alla tecnologia dello stampaggio a iniezione, strisce sottili di poliammide sono intrecciate asimmetricamente come rami a formare un nido retto da quattro gambe-tronchi. Il risultato è fortemente innovativo: non una tradizionale scocca, ma una struttura tridimensionale che, come una foglia, sul lato superiore risulta piatta per garantire il massimo comfort, su quello inferiore presenta nervature in rilievo che gli conferiscono la necessaria robustezza. La natura traccia le linee guida di un nuovo e complesso processo che utilizza un materiale artificiale e segue la logica della produzione industriale. Il risultato è un prodotto di forte impatto estetico, la cui forma scaturisce, in modo diretto e naturale, dall’operazione di ‘aggiustamento’ della scocca ramificata in funzione della massima resa ergonomica e di altri importanti requisiti della sedia, quali l’impilabilità, la stabilità, la sicurezza. Non ultimo, la sua accessibilità economica. <br />
<br />
<strong>Da quale riflessione nasce questo vostro approccio organicista al progetto dello spazio e dell’oggetto?</strong> <br />
“Tutto ha avuto origine dallo studio delle strutture vegetali. Ci interessava capire in quale modo la conoscenza del loro processo di crescita ci avrebbe aiutato nel nostro lavoro di designer. Una delle principali proprietà della struttura vegetale è la grande capacità di adattarsi allo spazio secondo modelli molto diversi tra loro. Basti pensare alla diversa configurazione che uno stesso albero assume in un luogo ventoso piuttosto che in uno riparato. Questo principio della struttura flessibile, che si adatta liberamente a luoghi diversi, ci ha ispirato nel progetto di Clouds. Il nostro obiettivo non era solo creare un sistema di divisione spaziale molto duttile, ma anche proporre un nuovo modello di spazio architettonico, non più bianco, geometrico, squadrato, bensì ispirato al mondo organico. Allo stesso tempo, l’idea di poter indirizzare la crescita di una struttura in una direzione piuttosto che in altra ci ha fatto pensare a nuove e svariate possibilità di definire la geometria di una sedia. Così è nata Vegetal”. <br />
<br />
<strong>Raccontateci della lunga ricerca che ha portato alla realizzazione di questa sedia... <br />
</strong>“La sedia Vegetal è un prodotto di oggi. Solo dieci anni fa sarebbe stato impossibile o molto più difficile realizzarla da un punto di vista tecnico. È il risultato di un processo progettuale che ha richiesto tempi molto più lunghi del solito. Fino a poco fa il designer disegnava la forma dell’oggetto; erano poi gli ingegneri delle aziende a tradurre il disegno in un prodotto vero e proprio. Vegetal, invece, è nata come un’idea che i tecnici di Vitra non riuscivano all’inizio neppure a immaginare. Abbiamo dovuto fare tanti modelli di studio per rendere comprensibile il nostro progetto e per verificare la sua fattibilità sia da un punto di vista tecnologico che funzionale”. <br />
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<strong>Quali sono i contenuti di innovazione di questo progetto?</strong> <br />
“L’originalità di questa sedia risiede nella sua struttura, sicuramente diversa da quelle tradizionali, che rompe gli schemi della geometria ortogonale. Non apporta innovazioni ergonomiche ma di sicuro linguistiche. Vegetal è un oggetto che sorprende, che invita l’utilizzatore a osservare come è fatto, a chiedersi come si inserisce nell’ambiente domestico”. <br />
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<strong>Tutti i vostri lavori si caratterizzano per l’uso di colori accesi ma sempre in tinta unita. Per quale ragione?</strong> <br />
“Solitamente scegliamo la tinta unita perché non vogliamo che il colore aggiunga complessità all’oggetto o ne confonda l’immagine. Ci piace far capire come è fatto un prodotto. Per questo, quando è costituito da due materiali, tendiamo a usare due colori diversi, ma sempre in tinta unica, che ne evidenzino le caratteristiche specifiche”.]]></description>
		<pubDate>2009-04-07 10:53:49</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Gomez Paz-Rizzatto, Rifrazioni modulari</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,451,intItemID,526,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Francesco Massoni</strong> <br />
foto di <strong>Miro Zagnoli</strong>&nbsp;testo di <strong>Francesco Massoni</strong> <br />
foto di <strong>Miro Zagnoli</strong>&nbsp;Il progetto ecosostenibile della lampada Hope di Luceplan rivela che è possibile attualizzare la tipologia del tradizionale lampadario, esaltandone la sfavillante aura.La scintilla dell’innovazione progettuale non scocca mai per caso, è il frutto di un lungo processo di gestazione che si manifesta quando vi sono tutte le condizioni: tecniche, produttive, commerciali e, perché no?, anche culturali, per dare vita all’invenzione. Se poi accostiamo questa metafora al mondo dell’illuminazione, l’avventura si rivela ancor più avvincente. L’esempio è un progetto scaturito dalla volontà di dare nuovo lustro alla già splendida storia di un’icona tipologica affermatasi nei secoli, a partire dall’antico candeliere fino alla sua evoluzione nel lampadario a bracci, in vetro di Murano o in cristallo di Boemia. Un archetipo solenne e aristocratico, fedele a una illustre tradizione artigianale, ma, proprio per questo suo status di rarità e privilegio, identificabile con il lusso più ostentato ed esposto al rischio di imitazioni in salsa kitsch, l’esatto opposto dell’abat-jour, così crepuscolare e piccolo borghese nell’immagine un po’ fané che riceviamo dal passato. Chi, dunque, meglio di Paolo Rizzatto avrebbe potuto porvi mente e mano, dopo aver saputo attualizzare il classico paralume, convertendolo, con il nome di Costanza, alla ragione progettuale? “Erano anni che pensavo al tema del lampadario” rivela l’architetto e designer milanese, cofondatore di Luceplan, “ma desideravo affrontarlo in chiave autenticamente innovativa, senza privarlo della sua magia e festosità, rendendolo più accessibile grazie alla sua industrializzazione”. Non una nostalgica operazione di restyling, ma un paziente e accurato lavoro di risemantizzazione linguistica e formale, condotto sulla scorta dei saperi e delle tecnologie oggi disponibili, fedele al verbo del più puro industrial design. “Per forza di levare”, suggerisce lo stesso Rizzatto, che ha atteso il momento più propizio per cimentarsi in questa opera di rilettura critica coerentemente con la filosofia di Luceplan, da tempo impegnata sul fronte della sostenibilità ambientale. E la fatidica scintilla è finalmente scoccata quando Rizzatto ha incontrato l’argentino Francisco Gomez Paz, designer dotato di un vivace intuito e di una grande capacità applicativa. Fra le due generazioni di progettisti si è creato da subito un fervido e proficuo dialogo che è culminato, due anni fa, nell’intenzione di realizzare insieme “un lampadario in plastica, leggero, infrangibile e a basso impatto ambientale, poco ingombrante nel suo insieme, facile e piacevole da montare e smontare, con costi ridotti rispetto al suo più illustre predecessore, ma non per questo meno capace di illuminare, arredare... e stupire”. L’idea di partenza era quella di generare, a partire da un’unica sorgente di luce, una moltiplicazione dei punti luminosi che fosse equivalente all’effetto di riflessione e rifrazione prodotto da vetri e cristalli nel classico lampadario, evitandone al contempo l’abbagliamento. “Perciò” racconta Gomez Paz “abbiamo pensato di adottare lo stesso principio delle lenti di Fresnel”. <br />
La lente di Fresnel, così chiamata dal suo inventore, il fisico Augustin-Jean Fresnel, consente di ridurre l’ingombro, lo spessore e il peso di una lente sferica, conservandone intatto il potere diottrico. “Il problema” aggiunge Rizzatto “era identificare la tecnologia adatta a ottenere la qualità ottica richiesta”. La soluzione è stata raggiunta con la collaborazione di una ditta specializzata in cui operano tecnici provenienti dalla Carl Zeiss. “Sfruttando le tecnologie messe a punto nella produzione di lenti e specchi Fresnel per lavagne luminose, abbiamo definito con loro la realizzazione ad hoc di due diversi tipi di film in policarbonato dello spessore di un millimetro, sulla cui superficie piana viene impressa una microprismatura con un passo da 8/10 di millimetro”. Queste lenti determinano la riduzione a 1/5 dell’immagine della sorgente di luce retrostante e attenuano l’abbagliamento da essa prodotto. Il lampadario, battezzato Hope, è composto da tre elementi disposti intorno a un’unica lampadina centrale: una leggera ma solida struttura portante in lamierino di acciaio tranciato e piegato; un numero variabile di bracci rimovibili in policarbonato stampato ad iniezione; una serie di sottili lenti Fresnel piane rimpicciolenti, ottenute mediante microprismatura impressa su un film in policarbonato di spessore sottile. Il montaggio è semplice e intuitivo, come un gioco ad incastro, e può essere eseguito direttamente dal cliente. Si sospende all’altezza voluta la struttura portante completa della sua lampadina. Si connettono a scatto due lenti di diversa grandezza a ciascun braccio, conferendo ai fogli in policarbonato una leggera curvatura che li conforma e li rende più solidi. Alla fine, si applicano i bracci alla struttura, inserendoli nell’apposita sede. Il risultato è una raffinata architettura che, dal nucleo, si espande in rami e foglie, smaterializzandosi progressivamente. “Per lo sviluppo di questa forma radiante abbiamo preso esempio dal mondo microrganico delle diatomee, alghe unicellulari racchiuse in un involucro siliceo trasparente”, rivela Francisco Gomez Paz. Il progetto ha dato vita, per il momento, a due diverse declinazioni del lampadario a sospensione, piccola e media (rispettivamente con ingombro in pianta del diametro di 64 e 72 cm, con 12 e 18 rami, ciascuno dei quali dotato di una foglia grande e di una piccola), ma promette di crescere, fino a comporre una famiglia comprensiva di applique, plafoniera e flambeau. “Una volta messo a punto” afferma Paolo Rizzatto “il sistema si può esprimere in configurazioni libere e con più fuochi”. <br />
La sua versatilità d’uso, dagli spazi domestici al contract, trova riscontro nella varietà di sorgenti che è in grado di supportare: da quelle ad incandescenza, alle alogene di nuova generazione, fino alle fluorescenti a risparmio energetico. Fra le prerogative di questo oggetto luminoso vi è inoltre quella di attrarre la luce proveniente dagli ambienti in cui viene installato e di rifletterla nello spazio circostante, anche quando è spento. Un cenno infine all’imballo, pratico, leggero ed ecocompatibile: una scatola cubica in cartone, con lato di circa 35 cm., il cui peso complessivo non supera i 2 kg.]]></description>
		<pubDate>2009-04-07 10:54:33</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Riccardo Blumer</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,84,intIssueID,451,intItemID,525,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;testo di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;“Per fare design” sostiene Riccardo Blumer “bisogna mettersi in gioco, studiare sempre, tutte le scienze”. Insegna con dedizione, lavora come architetto e come designer, ma si impone un tempo per lo studio. “Ho cinquant’anni”, dichiara, “ma non mi fa paura arrivare ai settanta, perché so di avere davanti un ventennio di formazione!”Ho incontrato Riccardo Blumer a Milano alla Galleria Luisa delle Piane, che ospiterà durante la settimana milanese del design di aprile una mostra sui lavori in pelle realizzati dagli studenti del corso “Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale”, da lui tenuto all’Università degli Studi della Repubblica di San Marino (2008). Abbiamo parlato di biologia, di fisica, d’ingegneria strutturale, di flessioni, compressioni, estensioni e dilatazioni, di epidermide e derma, di pressione atmosferica... Non di design in senso classico. Per fare design, che è un processo generativo, bisogna “mettersi in gioco”, sostiene Riccardo, “rompere i limiti e sperimentare l’angoscia delle cose che non conosci”. Bisogna studiare. Sempre. Non solo l’estetica, ma tutte le scienze. Indagare le sensazioni, le emozioni, ma anche i sentimenti. Il giorno dopo il nostro incontro Riccardo Blumer mi ha mandato una lettera che molto dice di lui e del suo speciale impegno professionale. “Mi permetto di scriverti di insistere sulle mie esperienze didattiche perché oggi, forse come mai prima, credo che il design debba ripensarsi quale luogo di servizio ai nostri bisogni e che l’educazione debba essere luogo della riflessione, qualità che le università in genere hanno ormai trasformato in tecnica gestionale di poteri istituzionali... Comincio ad essere seriamente preoccupato. Forse al Salone che arriva dovremmo cominciare a porre degli atti, forse in quei giorni avrebbe senso non mangiare. La conoscenza è prima di tutto una esperienza fisica. Otto Frei (architetto tedesco, nato nel 1925, esponente dello strutturalismo e promotore di forme biomorfe in architettura, n.d.r.) dice che i sensi sono l’unica cosa che abbiamo”. “Il tatto, ad esempio,” prosegue Riccardo, “non ha pregiudizio. Prima di toccare non si percepisce. Darsi la mano senza vedersi produce sentimenti da brivido! Quando lavoro sulla pelle e sul cuoio metto in gioco il tatto, cercando di amplificare le qualità ‘sensuali’ della materia, compreso il suo suono”. Occuparsi di pelle, come ha spiegato ai suoi studenti di San Marino, significa, se pensiamo al corpo umano, operare sul limite tra interno ed esterno. Non solo. La pelle è una specie di mappa delle nostre emozioni e dei nostri stati fisici. È il luogo d’incontro tra fenomeni fisici e psichici. Il cuoio è elastico. È costituito da fibre irregolari, molto resistenti, allungabili del 30/40 per cento, che possono assumere forme al pari dei materiali plastici. La sedia BB, disegnata per Poliform (2007), priva di struttura rigida interna, imbottita in poliuretano direttamente iniettato nel rivestimento, racconta che, se la struttura è giusta, il cuoio non solo si deforma, ma si autosostiene. Attorno alle sedute Blumer compie i suoi esperimenti più interessanti. Sempre con gli studenti di San Marino (2007) ha costruito sedie di pane secco, sedie di riso e colla di pesce, sedute di fibre di porro e di radici di liquirizia con colla di pesce.“Del resto”, afferma, “i primi processi chimici avvengono in cucina. Gli alimenti, soprattutto in pasticceria, sono sempre strutturali”. <br />
La sua prima sedia, Laleggera, creata per Alias nel 1996 e insignita del Compasso d’Oro nel 1998, è la più leggera: 1350 grammi contro i 1750 della Superleggera di Gio Ponti. “È nata d’istinto”, dichiara Blumer, “volevo una sedia unitaria ed efficiente. Ora, dopo aver approfondito la lezione di Otto Frei, so perché: l’efficienza è la misura giusta di quantità di materia, di resistenza e dei vari processi da cui deriva la bellezza. La natura, infatti, è sempre efficiente nella riproduzione di sé”. 200 sedie Laleggera saranno protagoniste alla Triennale di Milano, durante il Salone del mobile, nell’installazione di Michelangelo Pistoletto Mari mediterranei. La sua nuova sedia per Alias è dinamica, costruita in modo da far lavorare determinati muscoli trascurati. “Il corpo”, precisa Blumer, “è una macchina da movimento, guai se si ferma! Per questo ho pensato ad una sedia che ti fa fare ginnastica”. Con Flou presenterà al Salone del mobile 2009 un letto che ha origine  da una struttura ipocompressa: la pelle esterna in tessuto resinato sottoposta a depressione s’irrigidisce, diventando strutturale. <br />
Con gli studenti dell’ ISAI (Istituto Superiore Architettura d’Interni) di Vicenza si è invece occupato di sentimenti (2008), come accoglienza, coraggio, gelosia, invidia, maternità, orgoglio, paura e rancore, per i quali i giovani hanno immaginato dei contenitori. “I sentimenti”, commenta, “vanno distinti dalle emozioni che sono occasionali, temporanee e sempre provocate da un fenomeno esterno. I sentimenti, invece, non hanno una origine provocabile artificialmente, né è comprova massima l’amore. Non sono limitati nel tempo, ma generalmente connessi all’intera nostra vita e allo stesso modo non sono logicamente o razionalmente decifrabili. Poiché ci riguardano non solo occasionalmente, è tra i compiti del designer occuparsene”. Ai suoi studenti ha insegnato, prima di tutto, a distinguere tra gli oggetti quelli con sentimento. Hanno sentimento gli oggetti che hanno coscienza di sé, non quelli che sono soltanto dei trasformatori, come l’hard disk che trasmette i segnali su un pezzetto di silicio. Si rammarica che, a furia di occuparsi di emozioni, si sia perso il sentimento che gli oggetti debbano rispondere ad una funzione, a una durata… E indica come oggetti dotati di sentimento quelli funzionali del modernismo perché esprimono la piacevolezza e la purezza della funzione. Per Luxottica (2008) ha approfondito il tema della percezione visiva, partendo dall’analisi delle differenze di vedere tra l’uomo e gli animali. L’uomo vede solo davanti, perciò è un predatore. La gallina, invece, vede a 180 gradi da ogni occhio, ma non davanti, perciò è un predato. La pernice è un caso speciale, perché vede anche davanti… Ad ascoltarlo non si finisce mai d’imparare. Ci si rende conto che abbiamo i sensi non allenati, poiché sempre più spesso li stiamo sostituendo con degli artifici. Si comprende che il design non è più responsabile nei confronti degli oggetti, perché non sa discernere i loro sentimenti. Si capisce che il progetto è una cosa molto seria che ha a che vedere con la meraviglia dell’efficienza; che è un lavoro ad ampio spettro che riguarda fisica, biologia, chimica, neurologia, psicologia, ragione e sentimento. <br />
Riccardo si rimette sempre in discussione. Ogni volta comincia da capo, approfondendo nuove discipline. Quando ha trovato una soluzione non la replica, ma ne inventa una nuova. È, forse, uno dei pochi che durante il Salone può fare a meno di “non mangiare”, perché “pone atti”, quotidianamente, sia con la sua esperienza didattica, sia progettando oggetti con coscienza di sé, generati da processi intelligenti. È felice di iniziare un Master in design all’Accademia di architettura di Mendrisio, articolato su tre temi, ognuno relazionato all’attività descritta nel verbo complementare: tagliare-cucire; aprire-chiudere; scivolare-frenare. <br />
“L’architettura ha molto da imparare dal design”, conclude, “perché, come sostiene Otto Frei, serve per costruire dei luoghi dove vivere felici”. “Ho cinquant’anni”, dichiara, “ma non mi fa paura arrivare ai settanta, perché so che ho ancora davanti un ventennio di formazione”. Per formarsi bisogna allenarsi, costruirsi quei ‘muscoli’ adatti a muovere la capacità di essere veramente architetti e designer. Per questo tutte le estati, nel mese di agosto, nel complesso dell’ex chiesa di San Giovanni a Casciago (Varese), dove vive e lavora, organizza i laboratori di architettura. Sono occasionali, invece, gli “esercizi fisici di design”: performances per raccontare le cose invisibili. Si tratta di spettacoli, un po’ alla Castiglioni, dove Blumer si presenta con valigie piene di strumenti, definiti “macchine per il design” adatte a fare esperimenti, come quello di rendere un uovo resistente a 35 kg di peso. Non è un miracolo da prestigiatori, ma il risultato di una legge fisica, come tutti i sui progetti: conseguenza programmabile della natura della materia e di un processo ad essa coerente.]]></description>
		<pubDate>2009-04-06 18:22:41</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Luce è energia</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,451,intItemID,524,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Andrea Pirruccio</strong> <br />
elaborazioni immagini di <strong>Enrico Suà Ummarino</strong>&nbsp;di <strong>Andrea Pirruccio</strong> <br />
elaborazioni immagini di <strong>Enrico Suà Ummarino</strong>&nbsp;Tecnologiche sculture di luce ambientate nei ‘luoghi dell’energia’: vedute di impianti Enel dalla scenografica architettura industriale. Un gioco di rimandi visivi, in cui lampade sospese fra design e tecnologia trovano accoglienza negli spazi deputati alla produzione di un elemento tanto immateriale quanto imprescindibile.]]></description>
		<pubDate>2009-04-06 17:13:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Cirque du Dessin</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,451,intItemID,523,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Ravaioli Silenzi </strong><br />
Studio foto di <strong>Gionata Xerra</strong>&nbsp;di <strong>Ravaioli Silenzi </strong><br />
Studio foto di <strong>Gionata Xerra</strong>&nbsp;Un’interpretazione ludica per pezzi colorati. Tra volumi accativanti e colori brillanti, ruote, birilli, trapezi, animali surreali… Il circo del design si diverte!]]></description>
		<pubDate>2009-04-06 16:07:21</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Gillo Dorfles</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,97,intIssueID,451,intItemID,522,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;testo di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;Ormai vicino al traguardo del secolo, mantiene lo stupore e la curiosità insaziabile per ‘i modi e le mode’ contemporanee. Non esiste ambito della creatività che non sia indagato dal suo occhio acuto e preveggente, costume che non sia oggetto delle sue appassionate indagini, mania o debolezza che non sia fustigata con arguzia. Frequenta tutte le arti. Ne conosce storia e percorsi. Le traversa, stabilendo connessioni, paralleli e incroci. Spazia dalla teoria all’aneddotica. Sorvola, alleviando le pesantezze teoriche con la leggerezza della sua acuta ironia. Scandaglia il quotidiano in ogni angolatura, facendone palestra di molte sue riflessioni.In un uggioso pomeriggio dello scorso ottobre, sono andata a trovare Gillo Dorfles nella sua abitazione milanese di piazza Lavater, una casa sedimento di vita, stipata di libri. L’appartamento rivela un gusto personale: il moderno si mescola con la memoria, l’arte con il souvenir. Mi ha ricevuto in salotto: davanti al divano, un tappeto a disegni vivaci realizzato su suo disegno; sui tavolini bassi, l’immancabile ciotola con i cioccolatini che si premura di offrirmi e insiste perché accetti un liquore. Quando mi congeda si sofferma per indicarmi sulla mensola, tra i libri, una piccola scultura in marmo di Angelo Mangiarotti, carezzandola con la mano. Mi viene naturale iniziare la conversazione parlando della Biennale architettura curata da Aaron Betsky, ancora in corso. Mi complimento per il suo lucido articolo apparso sul Corriere della Sera il 18 settembre. Esordisce: “In architettura c’è un eccesso di formalismo. Formidabile Frank Gehry, ma pericolosi gli imitatori! Oggi si assiste ad un abuso di eccezionalità”. <br />
<br />
<strong>Nel design si registra lo stesso fenomeno? <br />
</strong>“Patricia Urquiola, ad esempio, la considero un’ottima designer: perché allora aggiungere le sovrastrutture colorate? E Philippe Starck? Perché spingersi sino a disegnare dei nanetti da giardino? Indubbiamente, c’è una voglia eccessiva di épater les bourgeois”. <br />
<br />
<strong>Non crede che la critica abbia delle responsabilità nel cercare sempre, come si dice in cronaca, di sbattere il ‘mostro’ in prima pagina?</strong> <br />
“No, la critica non ha colpa. Oggi l’elemento spettacolare e pubblicitario è fondamentale anche per il mercato che influisce sulla creatività almeno per un buon 50%. Negli anni Cinquanta il rigore era un metodo pubblicitario. Oggi accade l’opposto. Nel design, ormai, è sottinteso che la forma segua la funzione e che ci sia aderenza al materiale, quindi, per emergere, conviene fare spettacolo”. <br />
<br />
<strong>Mi sembra che certe celebrazioni siano acritiche, talvolta eccessive. Perché è sempre più difficile dire la verità?</strong> <br />
“Dietro certe celebrazioni ci sono motivi pubblicitari. Le ragioni sono sempre edonistiche e venali. Io non bado alle convenienze, senza mai offendere, però. Certe cose, comunque, non si possono dire. È una forma salutare di autocensura. Se dicessi quello che penso mi avrebbero già sparato almeno dieci volte! Anche nel mio libro Lacerti della memoria (Compositori, Bologna, 2007) ho lasciato fuori le cose più importanti. La verità non è di questo mondo. Dobbiamo mentire a tutte le ore. Talvolta, lo confesso, mento appositamente. Non mi piace dire le cose come stanno. Mi diverte inventare”. <br />
<br />
<strong>Nell’arte, come nel design, ci sono degli intoccabili. E, altri, che vengono trascurati o, addirittura, ‘impallinati’… </strong><br />
“Molto dipende anche dalla personalità del creativo, dal suo saper ispirare fiducia. È una questione di carisma. Vale oggi e valeva ieri, è sempre stato così. Ogni stagione possiede il suo carisma: quello di oggi è istrionico”. <br />
<br />
<strong>Anche al design sono funzionali i miti?</strong> <br />
“Di miti c’è sempre bisogno. È assurdo quando diventa mito una cosa che non lo merita. Ci sono in giro molte idiozie e siamo pieni di falsi miti. Ci sono, però, anche i miti giusti. Trovo giuste le riedizioni di pezzi storici. Certi mobili meritano di essere mitizzati. Quelli di Carlo Mollino, o quelli di Charles e Ray Eames, ad esempio. Ho trovato molto giusto che la Cassina abbia recentemente rieditato alcuni mobili di Franco Albini. Albini, ad esempio, è stato mitizzato a posteriori, tardivamente”. <br />
<strong><br />
Nel luglio 2008, il mensile di design britannico Icon ha pubblicato una classifica delle “brutture di design” per segnalare l’emergere di un’estetica del brutto... <br />
</strong>“Certi designer, come Fernando e Humberto Campana, sono a modo loro interessanti. Io sono favorevole al loro lavoro. Credo che ritorni di nuovo fuori la storia del Kitsch, anche se in forme che paiono estranee a quelle a suo tempo codificate. Il pubblico è attratto dall’insolito e dallo sgradevole. Il Kitsch in tutte le sue espressioni, persino in quelle più crude, è consolatorio. Basta pensare alla moda, dove è frequente. In quest’ambito, la sbracatura è particolarmente apprezzata”. <br />
<br />
<strong>La vis creativa sta godendo di buona salute, oppure si profila un periodo di decadenza?<br />
</strong>“L’Italia si salva per una vena fantastica e una libertà d’invenzione che gli altri non hanno. Certamente, oggi mancano designer all’altezza dei maestri. Ma diverse sono le condizioni storiche. Allora si trattava di ricostruire, d’inventare. L’Italia degli anni Cinquanta ha creato partendo da zero. Non aveva alle spalle, come altri Paesi, un movimento Arts and Crafts. Quella congiuntura non è riproducibile. Si assiste anche al crollo dell’università italiana. C’è una diffusa mancanza di rigore e disciplina. Ho fatto lezione al Politecnico di Milano: l’ignoranza generale è impressionante. Nessuno sa niente, neppure le cose basilari. Le scuole di design dovrebbero essere meno e più rigorose. I corsi di tre anni sono sufficienti a diventare graphic designer, ma non possono preparare dei professionisti del design. Proliferano troppe piccole scuole e i meccanismi con cui si creano i docenti sono assurdi…”. <br />
<br />
<strong>Si può tracciare il profilo di un’estetica contemporanea, una sorta di comune denominatore adatto per orientarsi nella varietà delle creazioni contemporanee?<br />
</strong> “Nella nostra epoca globalizzata non ci sono più regole. Non esistono più gruppi e neppure movimenti. Si assiste ad una enorme polverizzazione di tutte le manifestazioni creative. Emerge la volontà di eccellere individualmente. Definirei questa pulsione individualistica come una sorta di conformismo del non conformismo. Oggi conviene essere originali per forza. È necessario distinguersi. Oppure bisogna appartenere ad un clan per garantirsi l’appoggio dei diversi e per farsi riconoscere…”]]></description>
		<pubDate>2009-04-06 15:18:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Angelo Mangiarotti, la materia come programmma</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,96,intIssueID,451,intItemID,520,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Un approccio multidisciplinare che declina a più livelli il concetto di ‘sintesi delle arti’ sostenuto nei programmi delle avanguardie storiche. Così Angelo Mangiarotti affronta il tema del progetto sin dagli anni Cinquanta. Design e scultura, interni e architettura, si fondono in un’unica, razionale sintesi creativa, guidata dalla convinzione che “non è il pensiero che usa la materia, ma è la materia che usa il pensiero”.Leggere oggi l’opera di Angelo Mangiarotti significa non solo conoscere il denso percorso progettuale di un protagonista della cultura del progetto (non solo italiana) del dopoguerra, ma anche evidenziare un ‘metodo’, teso nell’ascolto e nella conoscenza dei materiali. Una sperimentazione che dall’invenzione di nuove tipologie dell’abitare e dell’oggetto d’uso si spinge nella ferrea logica del ‘sistema’, senza tralasciare però l’aspetto scultoreo e formale che in molti casi anticipa, e di molto, alcune espressioni in voga dell’architettura ‘non euclidea’ contemporanea. Una densa vicenda biografica e professionale che dall’America dell’inizio del 1954, dall’incontro con maestri come Frank Lloyd Wright, Walter Gropius, Mies van der Rohe e Konrad Wachsmann, si sposta alla fine degli anni Ottanta verso il Giappone, per tornare però sempre all’Italia, a Milano, capitale del design, dove con Bruno Morassutti Mangiarotti condividerà, dal 1955 al 1960, lo studio e significative esperienze nel campo dell’architettura e dell’oggetto d’uso. La lucida razionalità del percorso progettuale (Mangiarotti è architetto ma ha ricevuto anche la laurea honoris causa in ingegneria in Germania) si sviluppa ad ogni scala affrontata, miscelandosi con una sensibilità estetica lontana da ogni meccanicismo e da ogni preconcetto ideologico. Sia che si tratti di un intervento d’interni - dall’appartamento Bignardi a Milano (1952) con le quinte pivottanti pensate come un meccanismo domestico e come un grande ‘quadro mobile del pittore americano William Klein, all’intervento di riforma degli arredi nella villa di La Chaux de Fonds di Le Corbusier (1954-1960, con B. Morassutti), agli spazi ipogei ‘monumentali’ e pubblici del Passante Ferroviario milanese (1982-98) - sia che si affronti il progetto di architettura, da quello residenziale alle strutture prefabbricate industriali ed espositive; sia infine che si tratti del progetto di un oggetto d’uso. Il design di Mangiarotti è sempre pensato in chiave industriale, ma allo stesso tempo non disdegna la dimensione artigianale. <br />
È il caso dei vasi di bronzo del 1961, sorta di archetipi contemporanei ‘senza tempo’ come alcune sculture di Brancusi, elementi scultorei a scala domestica presentati sulle riviste di settore come una “reazione all’estetica dell’effimero, [vasi] sorti da un disegno di tipo industriale e quindi decisamente seriabile, che conservano dentro di sé il sentimento del pezzo unico, per l’azzardo inevitabile della fusione e per il gusto, ancora quasi romantico del bel materiale”. Ecco allora che il concetto di ‘sistema’, che in fondo anche la famiglia dei vasi di bronzo esprime, se da un lato è per Mangiarotti garanzia di razionalità nella soluzione costruttiva e formale, dall’altro diventa occasione progettuale per sostenere una ricerca continua anche nel campo della materia, sia dal punto di vista delle tipologie affrontate, sia per un’evoluzione delle singole componenti chiamate a definire nuove soluzioni per l’edilizia, sia infine per arricchire l’articolazione dell’arredo in senso lato sino alla definizione degli interni, per poi trovare nella pratica scultorea vera e propria un ulteriore momento di verifica. <br />
Dal punto di vista dell’invenzione tipologica, Mangiarotti, come altri designer degli anni Sessanta, disegna in parte ‘quello che non c’è’; ma se ad esempio Joe Colombo verifica su se stesso le ‘mancanze’, i ‘vuoti tipologici’ del mercato (la pipa dal fondo piatto da appoggiare al tavolo, l’orologio inclinabile da polso, il bicchiere da tenere in mano insieme alla sigaretta, l’ambiente domestico unitario, etc.), Mangiarotti proietta in chiave ‘collettiva’ richieste e bisogni che sente presenti nel suo tempo. Nel campo dell’architettura residenziale opere quali la “casa a tre cilindri” in via Gavirate a Milano (invenzione tipologica con appartamenti a pianta circolare sospesi su pilastro centrale, 1959-61), quella in via Quadronno (1956- 63), entrambe progettate con Bruno Morassutti e con lo strutturista Favini, il condominio a Monza (1970) e altre costruzioni successive, legano alla libertà di scelta delle disposizioni interne da parte dei fruitori finali l’idea di una facciata ‘flessibile’, assunta come schermo modulare polimaterico passibile di governate alterazioni, che nella sua variabilità conserva comunque l’immagine architettonica complessiva, rispondendo di volta in volta alle diverse partizioni degli alloggi. La chiesa Mater Misericordiae a Baranzate (Milano, 1956-58), ancora con Morassutti e Favini, rimane uno dei capolavori riconosciuti dell’architettura contemporanea, nella sua essenziale commistione tra struttura di cemento armato precompresso e pareti in doppia lastra di vetro chiamate a definire un volume ‘puro’, dalle dimensioni perfette. Opera di riferimento insieme al Padiglione per Esposizioni alla Fiera del Mare di Genova (1963), colpevolmente distrutto, che appare nella sua sorprendente modernità un saggio della capacità di una struttura espositiva a misurarsi con l’orizzonte. Il padiglione, formato da una sala ipogea e da una struttura esterna ‘elementare’ con quattro pilastri tronco-conici a sostegno di una copertura a ‘guscio’ composta da lastre di lamiera tese e compresse all’intorno di una struttura reticolare, si offre come “una forma capace di reggere, per forza e semplicità, alla scala del panorama, e insieme una forma estroversa, totalmente aperta sul grande e continuo spettacolo che è dato, di giorno e di notte, dal porto”, così come commentava un articolo apparso su Domus di quegli anni. Il ‘sistema’ sperimentato nelle griglie di facciata si trasforma in vero e proprio processo costruttivo nel campo della prefabbricazione. <br />
È il caso dei sistemi FACEP 1964, U70 ISOCELL (1969), BRIONA (1972) e FACEP 1976, dove gli archetipi dell’architettura (trave, pilastri e tetto) si uniscono alla dimensione ‘seriale’ del design e alla tensione scultorea della soluzione formale. Sintesi compositiva abitabile delle tre dimensioni dell’approccio al progetto di Mangiarotti, il padiglione espositivo per la XIV Triennale di Milano del 1968 (non realizzato) esplicita in modo diretto l’attenzione verso le possibilità offerte dalla materia (in questo caso una resina poliuretanica) nell’aspetto amorfo che annuncia, in anticipo di cinquant’anni, le possibilità delle ricerche formali offerte dal CAD nell’architettura degli ultimi decenni. Anche in questo caso, la soluzione organica e scultorea dell’insieme non è gratuita o autoreferenziale, ma segue la necessità di calarsi nel parco senza abbattere alberi. Materia e ‘sistema’ scandiscono poi l’intero denso percorso nel campo del design con oggetti come la macchina da cucire Salmoiraghi e l’orologio Secticon ancora sul mercato (entrambi con Morassutti,1956- 58), a testimoniare la vitalità di un disegno destinato a durare nel tempo. Qui la soluzione del quadrante, in cui il progredire dei numeri è indicato da un progressivo ingrossarsi dei due trattini che li rappresentano, denuncia l’attenzione e la padronanza di Mangiarotti anche in campo grafico. <br />
La forma a guscio, lucido e compatto, è in sintonia con il materiale plastico impiegato, un atteggiamento che si trova anche nella lampada Conduttore di Luce del 1962, dove il tubo di perspex è sfruttato quale elemento in grado di portare la fonte luminosa da un estremo all’altro. Il vetro è poi declinato in molte soluzioni, dalla lampada Lesbo del 1966, di vetro soffiato e sfumato alla base in modo da occultare la vista della fonte luminosa, all’intramontabile sistema a sospensione per Vistosi (1967), in grado di costruire magici schermi indiretti di ogni dimensione – immortalati anche in molti film di fantascienza – grazie all’infinita componibilità di un unico anello di vetro opportunamente piegato a mo’ di gancio. Moltissimi sono poi gli oggetti di cristallo: 800 progetti tra bicchieri, caraffe, ampolle e centrotavola, dove l’aspetto funzionale e l’invenzione tipologica si uniscono alla tensione scultorea (come il bicchiere Glass Hand Stopper del 1993, pensato a livello ergonomico per esser impugnato con sicurezza e in grado di ‘fermare’ il ghiaccio durante la degustazione). Il marmo diventa poi il materiale con cui Mangiarotti si sposta in modo esplicito, e con uguale intensità creativa, dal mondo del design a quello della scultura; se la seduta Clizia (1990) e i tavoli Eros (1971) possono essere considerati ‘funzionali sculture’, in cui l’incastro a secco per gravità appare perfettamente calibrato all’impiego del materiale lapideo, le sculture realizzate in marmo, lavorato a tagli fluidi e continui con macchine a controllo numerico, denunciano la stessa attenzione per la figura d’insieme qui proposta in forma pura, astratta e ‘priva di funzione’ se non quella di produrre emozione e ricordo (la lastra in cor-ten del monumento realizzato nel 2000 per ricordare la strage di Sant’Anna di Stazzema) o di configurare un nuovo rapporto con il paesaggio, come del resto anche il progetto del doppio ponte pedonale di marmo pensato per Riomaggiore (1997) intendeva innescare in chiave di land-architetcture.]]></description>
		<pubDate>2009-04-06 14:43:05</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Iconoclash</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,451,intItemID,519,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;Sovvertire i codici, ritrovare il figurativismo, osare l’antropomorfismo, ridisegnare in chiave pop lo stile, azzardare soggetti audaci nelle arti tipicamente femminili, infrangere le simmetrie, scomporre le geometrie. Sono le regole di un design che affronta la congiuntura, ripercorrendo i percorsi più vari, in piena libertà.Si chiama Antidoti il 14esimo cahier d’Inspiration proposto da Maison&amp;Objet (gennaio 2009). Non per caso. Il proposito è di suggerire delle tendenze decorative adatte a combattere i fantasmi della depressione economica. “Per superare le crisi” sostiene l’architetto-filosofo Paul Virilio, “è obbligatoria l’intelligenza.” Non solo. Ci vuole fantasia, humor e libertà d’osare. Bisogna ribaltare i codici che hanno governato gli stili e demolire le icone del politically correct. Iconoclash, allestita da Vincent Gregoire (studio Nelly Rodi), rappresentava, in un tripudio di forme e colori, la prospettiva di una nuova libertà stilistica. Abbiamo preso a prestito questo titolo emblematico per suggerire la nostra ricetta anticrisi. Medesimo l’umore dissacrante, ma differente la tonalità e diversi i pezzi, tutti scelti tra creazioni recenti. I designer, prima dei sociologi, captano i segnali di cambiamento. Anzi non aspettano altro per dare libero sfogo ai loro miraggi. In tempi difficili e incerti sono i più coraggiosi e i più disponibili ad allentare le briglie delle fantasia. Ritorna prepotente una componente figurativa che si esprime in forme antropomorfe. Pare che la fonte d’ispirazione siano le tavole di anatomia. Le abatjour svettano su gambe affusolate; le sedie per dare una impressione di solidità poggiano su veri quattro piedi; gambe e braccia in ceramica di bambolotti, s’ intrecciano per creare un inedito centro tavola; schienali e sedute di sedie hanno la sagoma dei polmoni. L’uso dei colori vivaci e le patine brillanti evitano l’effetto macrabo, allontanando lo spettro del kitsch. Finite le indulgenze romantiche che avevano ricamato superfici e intagliato sagome, ricompare una tendenza plastica. Gli oggetti sono volumetrici e i piani si deformano, quasi fossero calchi di gesso. Esemplare l’armadio per le scarpe, progetto di diploma (ottobre 2008) di uno studente dell’Accademia di Eindhoven, dotato di ante stampate in poliuretano con modelli a rilievo di scarpe. Parallelamente, la decorazione da calligrafica diventa pittorica, disegnata ad ampie pennellate, come nel tappeto di Christian Lacroix, proposto dalla Galleria parigina Tools (gennaio 2009). I mobili in stile abbandonano le volute barocche per ritrovare il figurativismo della “ magnificenza” e osano zampe di leone e figure alate. Il fatto a mano conosce la sua definitiva riabilitazione osando soggetti audaci. Clemance Daumont, uno dei Talent à la carte di Maison&amp;Objet (gennaio 2009), ricama a mezzo punto culturisti: ben 450 ore di lavoro con ago e filo per un arazzo raffigurante un mezzo busto. Hannes Grebit per ridisegnare il classico salotto tedesco anni Settanta scompone e ricompone le geometrie di divani, poltrone e credenze della serie Cosy in un gioco di evocative assimmetrie, sottolineato da dettagli e rivestimenti retrò. Mentre lo studio olandese Makkink&amp;Bey frastaglia il profilo delle sedie per riprodurre un effetto pixelato che mette in discussione i principi della geometria. La ricetta è, dunque, all’insegna dell’eclettismo. Ciascun designer racconta la sua storia con impudenza, partendo dalle proprie radici culturali ed esasperando la personale metodologia creativa: dal redesign alla trasformazione, dalla rivisitazione al virtuosismo esecutivo.]]></description>
		<pubDate>2009-04-06 12:40:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Triennale Design Museum, Serie Fuori Serie<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,451,intItemID,517,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[a cura di/edited by Antonella Boisi<br />&nbsp;a cura di/edited by Antonella Boisi&nbsp;
Il design italiano abita qui, a Milano. In questo museo vitale, capace di mettersi in discussione e di offrire, con mostre tematiche, stimolanti spunti di riflessione e dibattito. La mostra che ha inaugurato il 20 marzo scorso esplora il rapporto tra Serie e Fuori Serie con un nuovo ordinamento e allestimento. Ne spiegano le peculiarità il direttore Silvana Annicchiarico, il curatore scientifico Andrea Branzi e il progettista Antonio Citterio.
  Ha aperto soltanto da un anno, ma continua a far parlare di sé. E non poteva essere altrimenti, considerato che, ad oggi, l’hanno visitato oltre 98.000 visitatori. “Avevamo promesso un museo mutante, dinamico, e abbiamo mantenuto la promessa” spiega il direttore Silvana Annicchiarico. “Avevamo detto che ogni anno avrebbe ripercorso la storia del design italiano a partire da un nuovo punto di vista, con un nuovo ordinamento e un nuovo allestimento, per sperimentare un modello innovativo e non ortodosso, lontano da tentazioni mimetiche o parassitarie”. Ed eccoci giunti alla seconda edizione di Serie Fuori Serie, che esplora il rapporto tra questi due parametri di riferimento del nostro sistema design, offrendo “un ulteriore allargamento della nozione di progetto, nella convinzione che esso non si esaurisca nella produzione industriale in serie, ma sia costituito anche da prototipi, pezzi unici, oggetti di alto artigianato, oltre che da pratiche sperimentali, serie numerate e persino pezzi fuori serie”. D’altronde per spiegare Che cosa è il Design Italiano? bisogna considerare che l’iter di sviluppo di un oggetto made in Italy, oscilla spesso tra queste sfumate “modalità progettualiproduttive che declinano quattro categorie principali: la ricerca, la piccola serie, la grande serie e i fuori serie (oltre a diverse sotto-categorie)”, come precisa il curatore scientifico Andrea Branzi. Tant’è che lo stesso progettista nel corso di una certa frequentazione dei nostri mari si trova spesso a navigare nell’intreccio spontaneo di queste sponde. Basti pensare al lavoro di Gaetano Pesce per focalizzare. Perché questa situazione? In sintesi, perché in Italia sono mancate tra le due guerre quelle grandi commesse pubbliche che, nel resto dell’Europa, hanno tracciato in modo indelebile strade diverse; e perché nel nostro Paese, insieme all’artigianato, si è affermato e consolidato un sistema industriale medio-piccolo. “In Italia” scrive Andrea Branzi “la cultura del progetto e quella della produzione non si sono mai saldate in un’unica logica e in un’unica realtà; ma in una fitta rete di collaborazioni tra singoli imprenditori e singoli designer, dove ciascuno conserva sempre la propria autonomia di ruolo e di pensiero. Questo sistema imperfetto ma dinamico è simile a una “pila di Volta”, che sfruttando la differenza di potenziale tra materiali diversi, crea un campo magnetico attivo. Il titolo Serie Fuori Serie indica gli estremi trainanti di questo circuito dinamico, dove la produzione industriale riceve energia dalla sperimentazione e viceversa, quest’ultima si alimenta in un territorio aperto che prevede anche il prototipo fuori serie e il pezzo unico… Il valore di questo anello, rispetto alla definizione classica delle relazioni lineari tra progettista e produzione, può essere apprezzato confrontandolo con le rigidità che in altri Paesi la produzione di beni di consumo ha incontrato con l’avvento dei mercati frazionati e con la necessità di affrontare la concorrenza internazionale, elaborando strategie di innovazione continua. Non è un caso che negli ultimi decenni tutti i maggiori designer del mondo abbiano cominciato a lavorare con le industrie italiane: Ron Arad per Driade e Kartell, i fratelli Campana per Edra, Philippe Starck per Kartell, Flos e Alessi… L’elenco è lungo a dimostrazione che le industrie italiane di design rappresentano una sorta di distretto europeo dell’innovazione”. Nel nuovo allestimento progettato da Antonio Citterio queste premesse teoriche, che inquadrano il museo del design italiano come un parco tematico innovativo a livello europeo e come un produttore di strategie d’innovazione, sono restituite in modo coerente ed esemplare. “Protagonista di Serie Fuori Serie” spiega Citterio “è il racconto degli oggetti in mostra che trovano un rapporto diretto con l’involucro museale e con la sua luce fortunata, declinandosi lungo un percorso circolare, leggibile liberamente in senso orario e antiorario, mediante bianchi screen traslucidi realizzati in Corian (DuPont) e tavoli di diversa altezza, che sottolineano i pezzi significativi di ogni categoria, offrendone una chiave di lettura immediata sostenuta dalla grafica di studio FM milano”. È un modo per dire: l’allestimento è stato soltanto uno strumento espositivo non stilistico al servizio degli oggetti e delle sollecitazioni che sono in grado di stimolare in designer, architetti, giovani e studenti? “Senza dubbio” conclude Citterio. “Le finalità educative del museo ci hanno suggerito una messa in scena sintetica, chiara e silenziosa, neutrale e monomaterica, in grado di comunicare le istanze, le tematiche e soprattutto le potenzialità trasversali del sistema design italiano”. Da non perdere.]]></description>
		<pubDate>2009-04-03 19:02:29</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Milano, geometrie ortogonali<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,451,intItemID,516,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Claudio La Viola, Massimo Reccanello e Associati<br />
foto di Alberto Ferrero - testo di Francesco Vertunni<br />&nbsp;progetto di Claudio La Viola, Massimo Reccanello e Associati<br />
foto di Alberto Ferrero - testo di Francesco Vertunni&nbsp;
Nel centro di Milano una ristrutturazione radicale per la costruzione di nuove geometrie. Spazi domestici che assecondano la quotidianità familiare e si offrono come un avvolgente palcoscenico privato per accogliere amici e ospiti.
  In origine i due appartamenti spalmati sull’intero piano dell’edificio e separati dal pianerottolo interno aperto sul vano scala-ascensori, offrivano due situazioni domestiche di tipo tradizionale, con un solo affaccio rispettivamente rivolto verso il giardino interno e verso la strada trafficata. Liberato l’intero piano dai setti divisori e portata in luce solo la nuda parte strutturale è emersa la potenzialità di un collegamento visivo tra i due fronti finestrati, risolto poi dalla soluzione di progetto all’interno di una calibrata suddivisione degli spazi e delle zone della casa, organizzati sostanzialmente lungo due assi di riferimento tra loro ortogonali. I due segni-percorso partono dall’ingresso e, oltre a fungere da corridoi distributivi, enfatizzano il loro sviluppo grazie a una sommatoria di accorgimenti materici e compositivi, e a una serie di soluzioni illuminotecniche chiamate a sottolineare le rigorose geometrie dell’insieme. La casa è suddivisa in due settori ben definiti, la zona ‘pubblica’ e quella privata, separati da una porta scorrevole a scomparsa che una volta aperta permette di creare una lunga prospettiva, segnata da un intarsio in pietra nel parquet, che dalla camera da letto padronale raggiunge l’ambiente soggiorno, collegando i due stretti balconi di facciata trasformati in efficaci installazioni di ‘verde contemplativo’, quinte vegetali praticabili che schermano dalla vista esterna. La zona giorno della casa si sviluppa sulla destra dell’ingresso, pensato come un piccolo foyer, dove una consolle dorata trova nell’intarsio di mosaico dello stesso materiale a pavimento il suo diretto elemento complementare. Il soggiorno si propone come sequenza di episodi compositivi indipendenti, ma chiamati a disegnare un unico ambiente dalla forte dimensione espressiva. Una prima parte ribassata, segnata da un pilastro in parte rivestito a specchio e in parte in pietra, conduce al luminoso soggiorno aperto da un lato verso la sala pranzo, separabile con due quinte a scomparsa a tutt’altezza. Sul lato opposto è organizzata la zona home theatre, risolta come una ‘stanza nella stanza’ dove una superficie di colore viola sale in verticale sino al soffitto per ruotare di 90° e proseguire sino a raggiungere la parete prospiciente, creando una quinta orizzontale sospesa e interrotta sui bordi da efficaci tagli di luce. A fianco della sala pranzo una piccola nicchia ospita un ulteriore ambiente dedicato alla lettura, sorta di raccolta alcova dove potersi isolare, partecipando però alla scena collettiva. Lungo il lato aperto verso il balconegiardino il salto di quota è stato risolto trasformando il gradino in panca continua di legno a sbalzo che prosegue nell’esterno disegnando dei brevi percorsi nel verde. Alle spalle della zona giorno, lungo l’asse che collega il bagno ospiti alla cucina, è disposta la zona servizi, mentre la cucina di grande dimensioni e su disegno, collegata tramite una vetrata verticale alla dispensa wine cooler, permette di essere utilizzata come sala pranzo nella quotidianità familiare, senza doversi spostare in quella limitrofa, continua al soggiorno. La zona notte è caratterizzata dalla prospettiva del lungo corridoio segnato dalla sequenza delle porte scorrevoli su disegno e dal movimento del soffitto con una gola inclinata impiegata come fonte luminosa. Una camera studio e due camere per i bambini, fornite di bagno dedicato, anticipano la zona padronale che tramite una porta a scomparsa può essere isolata in totale privacy. Qui, l’ampia camera da letto, ancora segnata da tagli luminosi sulla parete di fondo, è separata da una sala fitness con una parete modulare marcata da una fascia di cuoio centrale che nasconde la funzione e la figura della porta nel suo disegno geometrico complessivo. La piccola palestra sottolinea il carattere di camera per la ‘cura del corpo’ anche per il collegamento diretto e senza porta divisoria, ma risolto tramite un forte portale ligneo, con il grande bagno rivestito di pietra - lavorata a mano secondo una texture disegnata - pensato come una preziosa struttura termale a scala domestica. Linee materiche e percorsi ortogonali, tagli luminosi sommati alla geometria d’insieme, perfetti incastri tra piani sospesi, un’attenta cura del dettaglio e dell’impiego dei materiali rapportati alle scelte del lucido impianto complessivo, caratterizzano questo interno contemporaneo che, al rigore progettuale, aggiunge il calore della quotidianità dell’abitare.]]></description>
		<pubDate>2009-04-03 18:38:04</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Londra, casa, non museo<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,451,intItemID,515,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di Pip Horne<br />
foto di Chris Gascoigne - testo di Antonella Boisi<br />&nbsp;progetto di Pip Horne<br />
foto di Chris Gascoigne - testo di Antonella Boisi&nbsp; A Londra, la dimora di Rumi, collezionista di pezzi per il tableware e patron di Thomas Goode. La casa, una scultura minimale, bianca e luminosa era stata progettata per Anish Kapoor. Oggi è anche un mondo, che parla di natura, acqua, fuoco, pietra e legno, di rigore epurato, di senso della comunità e di accenti high-tech.   La premessa per entrare in questo progetto sono proprio le sue coordinate. Perché Rumi (il committente) è un collezionista di pezzi d’eccellenza per il tableware, una passione di lunga data che si accompagna all’interesse per l’architettura e per i progetti sociali. “Un table setting” spiega “è una forma di interior decoration e di benvenuto, perché una tavola imbandita resta un piacere per l’occhio oltre che per il palato”. Da quando, poi, nel 1997, il suo orizzonte ha incrociato Thomas Goode - dal 1827 indirizzo cult per re e  regine di tutto il mondo che, nello store di Mayfair, trovano accessori per le proprie tavole (c’è anche una collezione firmata HighGrove, la residenza del principe Carlo) - ha fatto di più: ha restituito la sua cultura cosmopolita per educazione e gusto (le origini indiane, la formazione tra l’Uganda e l’Inghilterra), creatività e savoir faire, agli allestimenti della tavola: ovvero come preparare una tavola perfetta per ogni occasione e stile, dalla colazione alla cena, dai pranzi friendly ai parties formali. Nei suoi set ogni volta diversi, bone china, argenti, lini, cristalli, fiori e luci accolgono sia produzioni d’avanguardia (da Danny Lane a Paul Smith, da De Vecchi a Carlo Moretti, da Redaelli a Richard Ginori, da San Lorenzo a Sawaya&amp;Moroni) che sapienti riferimenti storici. Basta una veloce incursione nell’archivio di Thomas Goode per capire: preziosi faldoni custodiscono incredibili progetti realizzati da designer atipici, come i disegni dipinti per il tableware dello zar Alessandro II nel 1870, con motivi decorativi e cromatismi di minuziosa fattura. “Ogni tavola” conclude “è un paesaggio e andrebbe preparata con principi architettonici. La tua tavola riflette chi sei e la tua cultura”. Ritornando alla casa, all’oggetto di queste pagine, il refrain ‘dimmi come sei e ti dirò come abiti’, si offre a una lettura su binari paralleli e contrappunti dinamici che si incrociano solo nella cura estrema dei dettagli. Immaginate che Mr. Rumi abiti in una dimora vittoriana, tra ambienti sovraccarichi, foderati di tessuti damascati, mobili da collezione, opere d’arte? Nulla di più lontano. La sua casa si trova nel cuore del melting pot londinese, nella vivace zona del Portobello market, poco distante da Notting Hill. Si svela soltanto dopo aver percorso una stradina defilata, alla fine di un cul-desac, quando, superato un cancello di legno e un sentiero bianco, si entra in un giardino-enclave su cui prospettano le facciate colorate di un grappolo di case confinanti, una diversa dall’altra. E si apre un altro mondo, che parla di natura, acqua, fuoco, pietre e legni, di rigore epurato (il valore vittoriano più autentico), di senso della comunità (quello del market non disdegnato dalle viste della camera da letto) e di accenti high-tech: elementi primari di una personale entropia restituita con coerenza nel progetto di Pip Horne. Il ‘castello’ di Mr. Rumi è un paesaggio a molte dimensioni che fa sua soprattutto quella di un’opera d’arte abitabile, tutta al contemporaneo. “Apprezzo questa casa” spiega “perché stimola la mia sensibilità e il mio pensiero, è un guscio avvolgente e protettivo, un’oasi di relax che mi dà energia, concentrazione e possibilità di contemplazione”. Non è trascurabile un fatto: fino a quattro anni fa questa è stata l’abitazione dell’artista Anish Kapoor. Come non è trascurabile che l’architettura di ieri e di oggi porti la medesima firma: quella del londinese Pip Horne che ai committenti artisti o creativi è empatico (ha anche sposato un’artista, l’ iraniana Shirazeh). “Il progetto originario pensato per Kapoor, era uno sculptural concept, minimale ed essenziale” spiega Horne. “È stato adattato alle nuove esigenze, senza modificarlo nello spirito. Una casa non è un museo: più attenzione dunque agli spazi privati e ai parametri della funzionalità, con le aree di servizio collocate al centro di una planimetria di forma rettangolare insieme alla scala, lineare e slanciata, che collega i quattro livelli dell’abitazione. Alla fine, però, la sostanza non cambia: la qualità di questa nuova esperienza abitativa declina sempre una narrazione fatta di spazi immacolati e generosi, dominati dalla luce, che si effonde tramite aperture privilegiate nel disegno delle facciate e tramite tagli incisivi delle solette al piano terra e in copertura”. Nel cocktail di innesti tra linee curve/rette di raccordo tra gli spazi, assi verticali-orizzontali di connessione interna, materiali pregiati (wengé, travertino, cemento bianco) e cura dei dettagli (porte a filo, maniglie invisibili), il progetto si distingue per il dialogo tra gli interni e il curatissimo giardino che diventa un elemento living essenziale. Un’ampia finestra sul giardino disegna un quadro naturale mutevole nel living al piano terra, uno spazio bianco e vuoto dedicato al convivio, dialogando con la parete contrapposta a nord, totalmente cieca e segnata da una nicchia centrale di sapore meditativo. L’atmosfera rarefatta e dilatata dell’ambiente ricorda quella di una galleria d’arte scaldata dalle luci radenti delle fibre ottiche che concede una sola presenza: il lungo tavolo (in realtà due tavoli accostati) in metallo prodotto in Italia, perché anche i selezionati pezzi che formano il tableware personale di Rumi sembrano smaterializzarsi, occultati dietro l’anta architettonica del mobile-quinta collocato in un angolo di passaggio verso la cucina, spazio che completa il piano terra, insieme al bagno di cortesia e all’area d’ingresso. Tra di loro, centrale come un asse di simmetria, la scala racchiusa in un volume curvo collega i vari livelli. Il primo piano accoglie ancora un soggiorno che si apre, con una balconata-belvedere teatrale, al fluire della luce e della vita del living sottostante, rispettando la vertiginosa altezza del volume. Però in questo ambiente l’aria diventa più intima, centrata sulla presenza del camino intorno al quale si dispongono i divani di forma classica disegnati da Christian Liaigre e una selezione di oggetti d’arte che comprende antiche ceramiche giapponesi. La preziosità di una boiserie in pelle bordeaux accompagna il passaggio verso la libreria e lo studio che coronano questo livello. Più su si trovano gli spazi privati, le isole notte che sviluppano l’ultimo livello della casa, in cui il linguaggio diventa ancora più privato, rilassato e ricco di effetti speciali. E sembra di essere un po’ nella casa di James Bond, quando sfiorando un tasto, nella zona di passaggio tra letto e guardaroba e bagno, si apre l’ampio lucernario che, centrato sulla vasca quadrata di legno, consente propiziatorie docce d’acqua piovana nella bella stagione. Prodigi della tecnologia digitale che investono anche il giardino giapponese organizzato sulla terrazza comunicante con la camera da letto padronale. Qui la poesia degli zampillii d’acqua tra le piante di bonsai distanzia la vista su Portobello road, ma ci pensa la filodiffusione a riportare le cose al loro posto. Soprattutto quando si sente più forte il respiro che proviene dal quadro dinamico di Shirazeh appeso in cucina: una composizione di libri parlanti che sono un omaggio alla pace e al dialogo tra le religioni.]]></description>
		<pubDate>2009-04-03 18:07:06</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Bandol, (sud Francia), cemento armato<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,451,intItemID,514,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto architettonico di Rudy Ricciotti<br />
progetto d’interni di Marchi Architectes<br />
foto di FG+SG Fotografia de Arquitectura testo di Matteo Vercelloni<br />&nbsp;progetto architettonico di Rudy Ricciotti<br />
progetto d’interni di Marchi Architectes<br />
foto di FG+SG Fotografia de Arquitectura testo di Matteo Vercelloni&nbsp;
Un’azione a vasto raggio contro l’ecologismo ‘alla moda’ e contro l’architettura della globalizzazione “specchio del sottosviluppo culturale”. Rudy Ricciotti, nella convinzione che l’uso del cemento armato, parte di una catena di produzione territoriale, sia l’espressione di una vera consapevolezza ambientale, ci incontra a Bandol, nel sud della Francia. Per dimostrare che il sodalizio culturale tra architetto e ingegnere può produrre un progetto, abitativo, contro ogni retorica stilistica e ambientale.
  Abbiamo incontrato Rudy Ricciotti - architetto e ingegnere, classe 1952, Officier des Arts e des lettres, Chevalier de la légion d’honneur, Grand prix national d’architecture per l’anno 2006 - nel suo studio a Bandol, nel profondo sud della Francia, per capire la sua posizione nel dibattito architettonico contemporaneo. Ne è protagonista con progetti sparsi in tutta la Francia, tra cui il Département des arts de l’Islam al Museo del Louvre parigino (con Mario Bellini), e in Italia, dove ha vinto il concorso per il progetto del Nuovo Palazzo del Cinema al Lido di Venezia (con i 5+1AA), entrambi in corso di realizzazione. Il suo approccio al progetto appare da subito rigoroso e radicale, ingloba nel procedimento compositivo riflessioni di grande attualità rispetto all’attenzione verso le tematiche della sostenibilità ambientale e per il mondo delle costruzioni. Se ad un primo approccio le sue pubblicazioni (il famoso libello “HQE” che è la sigla delle normative francesi sull’Alta Qualità Ambientale, e il dialogo-intervista “Blitzkrieg”, pubblicati in Italia da Alinea) denunciano un alto grado di irriverente e sana provocazione culturale, in realtà, lette con attenzione, le osservazioni di Ricciotti appaiono serie, fondate e condivisibili. “Argomento intoccabile, l’esigenza ambientalista riduce velocemente l’energia critica, con l’efficacia paramilitare di una nuova dittatura del pensiero. Il carattere anestetizzante di un muro vegetale irrigato goccia a goccia è la forma più cinica e più intollerante della dottrina HQE, futuro oppio dell’urbano. Il rifiuto di firmare, con gli occhi chiusi, per il pellicciotto verde richiama la piena colpevolezza e il pessimo atteggiamento del cattivo francese carnivoro. […]; il gusto e il disgusto per la pelliccia verde si dovrà risolvere attraverso un duello alla pistola, prima o poi?”. Quella di Ricciotti è un’architettura impaziente, dove il sodalizio culturale tra architetto e ingegnere produce un progetto teso verso il superamento dell’ordinarietà della costruzione, contro ogni retorica stilistica e ambientale, opposto alla “volgarità della globalizzazione e del politicamente corretto”. Il suo è un cemento armato di valori che vanno al di là della ‘semplice’ dimensione costruttiva, per abbracciare attenzioni legate al ciclo produttivo e al territorio; “il carattere in situ del cemento, la territorializzazione della sua catena di produzione, ne fa l’esempio stesso di cittadinanza, occupandosi così dei propri problemi di pulizia attraverso una produzione locale. […] E poi si dice che il calcestruzzo sarebbe fascista e il vetro trasparente sarebbe più democratico? Sono profondamente convinto che bisogna lavorare sulle strutture di cemento, perché è ecologico. Il cemento richiede una catena produttiva corta, dunque produce un’economia nei trasporti. Non è necessario andare a inquinare le miniere africane. Il cemento è home-made, ha bisogno di persone, di mani, di carpentieri, in uno spirito cooperativo e in una logica trasversale”. Contro l’infantilizzazione della sostenibilità ambientale e contro l’architettura assunta “come ombra estetica della politica”, Rudy Ricciotti lancia dal sud della Francia, un monito a guardarsi dalle ‘stagioni’ architettoniche, siano esse zuccherose, minimaliste o tardo post-moderne, e dalle ‘mode’ ecologiche, dove il “Khmer verde” (definizione di Philippe Tretiack) diventa il “difensore intrattabile e custode cavilloso dei quartieri bene ai quali non mancava che la pedonalizzazione per assicurarne l’insularità urbana e le graminacee nei vasi di fiori come firma della propria eccezionalità culturale”. La ricerca e la traduzione di tali principi in architettura sono condotte da Ricciotti con grande lucidità e convinzione, senza rinunciare ad essere “barocchi”, dove tale dizione è diretta espressione del “rigore della dismisura romantica” in chiave contemporanea. Dopo il ‘padiglione nero’ del Centre National de Choréographie ad Aix en Provence (1999), un ‘nido’ di cemento armato che anticipa di qualche anno il concetto dello stadio di Pechino; dopo la sala per concerti rock a Vitrolles (1990-94), solo per citare alcune delle opere dove il cemento armato diventa anche materiale espressivo, questa casa sulle colline di Bandol (2005) ben sintetizza in chiave ‘privata’ i principi guida di Ricciotti. Anzitutto il fatto di ‘essere del sud’, di comprendere il
mondo da dove si proviene, accettando il dialogo con il sito e
le diverse modalità di narrazione di un progetto di architettura.
La casa si adagia sulla collina, assecondando l’orografia del
terreno, e creando, lungo un muro di contenimento in
cemento faccia a vista, una serie di spazi in sequenza, disposti a
diverse quote e collegati da una sommatoria di scalinate in
linea. Il percorso di attraversamento degli spazi domestici parte
dall’alto, entrando nella zona giorno sotto un lungo tetto
vetrato che, a fianco del soggiorno, cattura la luce zenitale; uno
scorcio di cielo, un taglio orizzontale che si affianca a quello
che incornicia il paesaggio offerto dalla vetrata continua a
tutt’altezza affacciata sulla lunga piscina, assunta come
‘naturale’ estensione dello spazio interno. Questo si estende
anche nelle terrazze lignee ricavate sulle coperture piane degli
spazi laterali sottostanti, mentre due setti attrezzati dagli
elementi della cucina separano dalla zona pranzo una camera
ospiti angolare con bagno proprio. Sotto il livello della zona
giorno si sviluppa la sala giochi che si apre con ampie vetrate
sulla vasca d’acqua assunta come inconsueta ‘facciata liquida’,
sorta di acquario da cui osservare gli alberi dell’intorno filtrati
dall’acqua. Qui l’intervento sulla ‘pelle interna’, condotto dal
giovane studio parigino Marchi Architects, tende, con un
sistema parietale di listelli in legno ad andamento variabile,
chiamato ad accogliere arredi, armadiature e funzioni, a
ricreare un’idea di roccia abitabile, cui l’intera composizione
vuole ricondursi in chiave architettonica. L’ulteriore livello a
quota inferiore ospita la zona notte, con un’ampia camera
padronale e una zona divisibile per i bambini, affacciate su una
terrazza di legno che affianca la piscina e su un tetto giardino,
che come quello della zona giorno, è perfettamente integrato
alla natura dell’intorno, assunta dall’intero progetto come
elemento fondativo.

]]></description>
		<pubDate>2009-04-03 17:35:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Forte dei Marmi, stile italiano<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,451,intItemID,512,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[design di Studio Dordoni Architetti (Alessandro Acerbi, Rodolfo Dordoni, Luca Zaniboni) con Chiara Costanzelli, Matteo Moretti <br />
foto di Pietro Savorelli testo di Alessandro Rocca&nbsp;design di Studio Dordoni Architetti (Alessandro Acerbi, Rodolfo Dordoni, Luca Zaniboni) con Chiara Costanzelli, Matteo Moretti <br />
foto di Pietro Savorelli testo di Alessandro Rocca&nbsp;Una villa in Versilia che esibisce l’equilibrio, tipicamente italiano, di lusso e sobrietà, eleganza e senso della misura, ricchezza di materiali e cura dei dettagli, nel rigore di un’atmosfera essenziale. L’involucro perfetto si apre al paesaggio, attraversato dallo spazio fluido che comprende il living, il giardino e la piscina in un unico ambiente. Architettura e design in stretta collaborazione: la matrice modernista è il palinsesto su cui disporre le immagini e le seduzioni  del comfort contemporaneo.  Protagonista della società dello spettacolo, l’architettura internazionale semplifica, cerca il gesto risolutivo che dia senso e immagine all’intero edificio. Si sceglie un’idea – il cosiddetto concept – che diventa il tema e il fattore seduttivo di tutto il progetto: può essere il dominio di un unico materiale, l’evidenza di una forma inusitata, l’invenzione di un paradosso strutturale, la negazione di una consuetudine. La strategia del segno puro, un tempo limitata a grattacieli e monumenti, oggi funziona per tutte le dimensioni e per tutte le tasche: per i più importanti musei e teatri d’America e d’Europa, per le ville di lusso, per le case minime giapponesi e per le capanne nei boschi del Nord America. L’Italia, e soprattutto la Milano capitale del design e della moda, fanno eccezione. I nostri progettisti respingono la brutalità neoavanguardista delle archistar e continuano a praticare il progetto di architettura come un display che, in modo complesso, risponde a esigenze e ad aspirazioni semplici ma fondamentali, come la bellezza, il lusso, il comfort. C’è infatti una cultura del progetto, specifica della modernità milanese, che si riconosce nell’equilibrio tra eleganza e progresso tecnico, tra ostentazione e sobrietà, tra aggiornamento internazionale e rispetto del proprio codice genetico, e che trova nell’integrazione tra architettura e design il suo orizzonte naturale. Il massimo interprete di questa linea è stato Ignazio Gardella, talento sincretico che ha unito rigore razionalista ed edonismo dei materiali raffinati, austerità e joie de vivre, leggerezza e solidità, e ha perfino fatto una sola cosa di Milano e Roma, appropriandosi dei materiali monumentali e “imperiali” per eccellenza, il mattone e il travertino. La villa a Forte dei Marmi progettata dallo studio Dordoni architetti di Milano (Rodolfo Dordoni, Luca Zaniboni e Alessandro Acerbi l’altro socio fondatore recentemente scomparso) riprende, della lezione di Gardella, l’ideale di un’eleganza evidente ma sempre misurata, l’abile mescolanza di rigore geometrico, le reminiscenze classiche e il décor ironico e spettacolare. Ispirato dalle ville romane presenti in Versilia, il percorso di accesso è formato da lastre di travertino semplicemente appoggiate sul terreno. Il piano terra, rivestito in travertino, è alleggerito dalla generosa apertura del soggiorno, una vetrina sull’acqua da cui occhieggiano i tre bianchi telai metallici, classiche icone del modernismo milanese, che articolano lo spazio indiviso tra cucina, soggiorno e pranzo. Materiali e dettagli raffinati, come le guide degli infissi a scomparsa totale, impreziosiscono tutti gli ambienti: la scala è uno spazio a forte impatto emozionale, lo studio è rivestito in teak, ogni sala da bagno è rivestita da marmi diversi, per pigmentazione e porosità: Saint Laurent, Calacatta Vagli, Onice verde, rosso Levanto. Nell’interrato si trovano l’area fitness, l’area wellness e la cantina, luogo di meditazione rivestita in teak, mentre l’area wellness è compresa tra una parete vetrata, aperta sulla vasca della piscina, e uno specchio che riflette le luci cangianti filtrate dall’acqua.]]></description>
		<pubDate>2009-04-03 17:03:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,451,intItemID,509,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Editoriale di Gilda Bojardi&nbsp;Editoriale di Gilda Bojardi&nbsp;“Per fare design bisogna mettersi in gioco, rompere i limiti e sperimentare l’angoscia delle cose che non conosci” Le parole di Riccardo Blumer, protagonista della nostra copertina, ci introducono nel numero di aprile 2009, un aprile che sicuramente sarà diverso da tutti i precedenti. L’importante appuntamento milanese di confronto e dibattito sul design è alle porte, ma su di esso pesa il clima della crisi che proprio dalla cultura del progetto si aspetta le indicazioni per una possibile via d’uscita. Mai come quest’anno, architetti, designer e imprese cercheranno di dare ‘contenuto’ alla loro presenza a questo grande evento. E lo stesso fanno gli autori dei progetti presentati in questa occasione, che ancora una volta testimoniano la pluralità di linguaggi, forme e significati di una ricerca comunque tesa alla prefigurazione di un domani migliore. A partire da Rudy Ricciotti, Dordoni Architetti, Claudio La Viola, Quim Larrea, per arrivare a Ronan &amp; Erwan Bouroullec, Hella Jongerius, Jaime Hayon, Francisco Gomez Paz e Paolo Rizzatto, quella che emerge è la necessità di riportare il design e l’architettura a un rapporto diretto ed empatico con la realtà, la materia, le scienze, le problematiche di tutti i giorni. Come loro – e ancor prima come Angelo Mangiarotti, grande Maestro della modernità di cui abbiamo voluto ricordare la lezione sempre attuale – sono tanti altri i progettisti che in questi ultimi anni hanno abbandonato il puro gesto formale e hanno riscoperto l’importanza di esperire fisicamente le cose per arrivare a comprenderle e innovarle. Non a caso, il Triennale Design Museum dedica il suo secondo allestimento al tema “Serie Fuori Serie”, mettendo appunto in evidenza una peculiarità metodologica che ha fatto grande il design italiano e che ancora adesso lega, in un rapporto dinamico e proficuo, la produzione industriale all’attività della sperimentazione libera. Partendo da questo principio, l’evento Interni Design Energies propone il tema dell’energia: energia intesa in termini di impiego intelligente e sostenibile, con particolare attenzione agli aspetti legati alla casa, alla città e al paesaggio, ma anche energia intesa come processo creativo, attitudine al progetto che non appartiene più o non solo a una categoria di professionisti, ma diventa pensiero comune. È questa infatti la condizione necessaria per cambiare il punto di vista sulle cose, dando a esse valore non per quello che sembrano ma per quello che devono essere. <br />
<br />
Gilda Bojardi<br />]]></description>
		<pubDate>2009-04-03 16:20:07</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Profilo Dandy</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,440,intItemID,449,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Daniela Greco</strong>&nbsp;di <strong>Daniela Greco</strong>&nbsp;Ironia, colore, originalità. All’ultima edizione di Pitti Uomo a Firenze, la moda maschile gioca sul binomio informalità ed eleganza. Senza perdere di vista il buon gusto italiano. <strong>Foto n.1</strong><br />
Camicie in tonalità pastello di <strong>Bagutta<br />
</strong><br />
<strong>Foto n.2</strong><br />
Era un classico accessorio degli anni Settanta poi è caduto nel dimenticatoio, relegato a capo di serie ‘b’. Ma la moda si sa, ama scoprire e rilanciare le stelle del passato. Rinfrescare le lineee e rendere imperdibile ciò che fino a ieri non era degno di uno sguardo. Ben tornato giubbino quindi! purché in materiali e colori nuovi. In cotone cinzato, sportivo con cappuccio estraibile di <strong>Bagutta</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.3</strong><br />
Casco di Massimo Lonigro, nella versione a Pois, di <strong>Fashion Helmet</strong>. Disponibile anche nella variante Regimental, in varie soluzioni colore.<br />
<br />
<strong>Foto n.4</strong><strong><br />
</strong>Giubino di velluto verde bottiglia di <strong>Italian Independent.<br />
<br />
Foto n.5<br />
</strong>In tinta unita a colori decisi oppure scozzese, sono le novità <strong>Borsalino</strong> per la prossima stagione.<strong><br />
<br />
</strong><strong>Foto n.6<br />
</strong>Broguassino (un incrocio tra le forme del brogue, tipica calzatura inglese, e il mocassino, un classico italiano) in pelle azzurra disegnata da Neil Barrett per <strong>Cappelletti</strong>.<strong><br />
<br />
</strong><strong>Foto n.7<br />
</strong>In occasione di <strong>Pitti Uomo</strong>, ha presentato una collezione dedicata al colore. Come le cravatte a righe trasversali della foto.<br />
<br />
<strong>Foto n.8-9</strong><strong><br />
</strong>Pantofola e calza da sera di <strong>Gallo</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.10</strong><strong><br />
</strong>Olimpos, giubbotto in microfibra di <strong>Geospirit</strong>.<br />
<strong><br />
</strong>]]></description>
		<pubDate>2009-03-13 15:38:10</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>NEWS TESSILE</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,440,intItemID,448,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testi di<br />
<strong>Maria Antonietta Sbordone<br />
</strong><strong>Katharina Horstmann </strong><br />
<strong> Alberto Corrado </strong>e<strong> </strong><strong>Patrizia Catalano</strong><br />
<strong> </strong>&nbsp;testi di<br />
<strong>Maria Antonietta Sbordone<br />
</strong><strong>Katharina Horstmann </strong><br />
<strong> Alberto Corrado </strong>e<strong> </strong><strong>Patrizia Catalano</strong><strong> </strong>&nbsp;<strong>Foto n.1</strong><br />
<strong>Ispirazioni moderniste </strong><br />
Per Sonia Biacchi, fondatrice del Centro Teatrale di Ricerca di Venezia, il costume è una sorta di ‘architettura per il corpo’. I suoi materiali sono particolari e di ricerca: tela da surf, stecche di balena sintetiche, polistirolo, fibra di vetro, spesso trasfigurati in forme che danno luogo a performance sceniche dagli effetti coreografici stupefacenti. Il suo maestro? Un grande della Bauhaus: “Oskar Schlemmer è stato l’ispiratore delle mie prime strutture per il corpo: le sue figure dai precisi volumi geometrici mi hanno guidato per tutta la carriera professionale”.<br />
<br />
<strong>Foto n.2</strong><br />
<strong>Borsa fuori serie</strong> <br />
Vi ricordate la pochette di coccodrillo, vero stasus symbol per ogni signora perbene negli anni Sessanta? Bene, ora è solo un ricordo, soprattutto se si paragona a quello che, con la pelle del mitico alligatore, è riuscito a fare Mauro Orietti Carella. Il designer imprenditore milanese ha scommesso con se stesso: restituire vitalità a questo materiale di grandissima e celebrata tradizione. Studente di medicina sognava di specializzarsi in dermatologia. Poi una folgorazione: applicare agli accessori le tecniche della micro chirurgia estetica. Risultato: nasce la Mauro Zagliani, sulle ceneri della storica azienda di alta pelletteria Zagliani fondata negli anni Trenta di cui Mauro decide di conservare il cognome, affiancandolo al suo nome proprio. Primo passo: un’iniezione al botulino per rendere la pelle morbita come un guanto; poi la lavorazione ‘filata’ un trattamento che lavora con gli scarti ricavando dalla pelle un filo che sembra un tessuto di assoluto impatto scenografico.  <br />
<br />
<strong>Primavera Marimekko</strong> <br />
La storica società finlandese ha sempre lavorato sul crinale modadesign: tessuti stampati a motivi geometrici, forme essenziali, cotoni rubusti, grandissima qualità senza fronzoli. Nel suo rilancio post millennio Marimekko, nata nel lontano 1951, ha ritrovato grinta e smalto: nuovi motivi, un occhio al glamour e tanta ironia. Le tonalità? Preferibilmente bianco e nero oppure giallo mimosa, il colore considerato da Pantone, la famosa azienda creatrice di cartelle colore, “The colour of the year”. Meglio se abbinato a bianco e nero, come nella pochette della foto disegnata da Aino-Maija Metsola and Erja Hirvi.<br />
<br />
<strong>Foto n.3</strong><br />
<strong>Grinta da lupo</strong> <br />
Che cosa si riesce a fare con uno scanning di corpi umani lo mostra il progetto The T-Shirt Issue dei berlinesi Mashallah Design e Linda Kostowski. I progettisti hanno digitalizzato tre persone, usando i loro dati informatici per creare delle strutture di maglia. Il risultato dello scanning è un file in 3D composto da una quantità di poligoni. Viene quindi creato un gemello digitale del corpo, legato alla memoria biografica della persona. Poi si sviluppa e personalizza la maglia liberamente in modo formale-poetico. Un esempio? Un poligono a forma di lupo.<br />
<br />
<strong>Foto n.4</strong><strong><br />
</strong><strong>Le fantasie di Nani Marquina</strong> <br />
Il tappeto sta vivendo un nuovo fantastico momento di creatività. Merito di alcuni designer e piccole imprese che si lanciano in sfide fino a qualche tempo fa impensabili. Tra queste primeggia la spagnola Nani Marquina che propone tappeti con texture elaborate e tridimensionali lavorate rigorosamente a telaio. Bicicleta, design Nani Marquina e Ariadna Miquel, in gomma di pneumatico riciclata e riciclabile al cento per cento. <br />
<strong><br />
Foto n.5<br />
Il vassoio di Aurelie Mathigot. </strong><br />
Un'artista che vive a Parigi con un'ossessione: rivestire tutto ciò che la circonda da maglia lavorata all'uncinetto. Nel tempo questo ‘giochino’ si è fatto molto serio: i suoi pezzi, sedie, tavole imbandite, piccoli oggetti del quotidiano sono ormai noti e proposti nelle più importanti gallerie della capitale francese. A Milano, ha presentato il suo lavoro da Rossana Orlandi, il multistore dedicato al design di ricerca di via Matteo Bandello 14.<strong><br />
<br />
</strong><strong>Foto n.6<br />
Nuovo look per il letto </strong><br />
Paola Navone e Ivano Redaelli lanciano streaptease, il sommier ‘che ama vestirsi e travestirsi’ proprio come una signora eccentrica e capricciosa. Un letto tessile con housse intercambiabili e set di trapunte, copertine, plaid e cuscini. La novità è nelle scelte dei tessuti: lavorazioni a maglia, all'uncinetto, pizzi giganti, lini naturali. L'intera collezione è stata lanciata a Verona, al'ultima edizione di Abitare il Tempo. <br />
<strong><br />
</strong><strong>Foto n.7-8-9<br />
L’architettura di maglia </strong><br />
La tricot mania è un filone che negli ultimi anni ha attraversato molti campi, dall’arte al design passando, ovviamente, per la moda. Una pioniera dei ferri da calza è Annette Streyl. La scultrice tedesca usa il lavoro a maglia per trasformare le tradizionali architetture in opere d’arte morbide, tattili e imprevedibili. Tra i suoi più famosi edifici vi è la Hamburger Kunsthalle, tra i più grandi e importanti musei d’arte in Germania. I disegni dell’edificio facevano parte della sua tesi di laurea presso la scuola d’arte HfbK, Hochschule für Bildende Künste, anche questa locata nella città anseatica. Da allora, ha lavorato a maglia tanti importanti architetture tedesche: la Torre della Televisione, il Reichstag e il vecchio Palazzo della Repubblica a Berlino, la sede generale della Deutsche Bank a Francoforte, come pure multinazionali tra cui McDonald’s e IKEA.<br />
<strong><br />
</strong>]]></description>
		<pubDate>2009-03-13 15:42:51</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Dimmi come ti vesti...</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,440,intItemID,447,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;di <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;C’è un sottile gioco di rimandi tra il lavoro dei progettisti e il loro look. Perché, oggi più che mai, stile e moda viaggiano mano nella mano. E perché, se l’abito fa il monaco, forse fa anche un po’ il designer.    <strong>Foto n.1-2</strong><br />
<strong>Zaha Adid</strong><br />
Scolpita nella sua mise Issey Miyake, l’architetto star Zaha Hadid ricorda i suoi statuari progetti. Come lo chandelier cangiante in fibra di vetro e LED Vortexx progettato per <strong>Sawaya &amp; Moroni</strong>, le sedute outdoor Orchis per <strong>Kenny Schachter/ROVE</strong> in schiuma di poliuretano rinforzato con laminato in fibra di vetro e il sofà Moraine in lattice della serie ZScape per<strong> Sawaya&amp;Moroni</strong>. <br />
<br />
<strong>Foto n.3</strong><br />
<strong>Markus Benesch</strong><br />
Toccare per credere. Quando si parla di Markus Benesch è bene non fidarsi mai delle apparenze. Perché il designer tedesco (anche nel suo divertente ritratto!) è il maestro dei trompe-l’oeil e degli inganni ottici. Per il tavolino Campari (prodotto da <strong>Gruppo Sintesi</strong>) ha creato un pattern in resina Rapoxy (specificamente progettata per le carte da parati e i pavimenti) che sembra tridimensionale. Al tocco, però, la superficie in Staron (un materiale acrilico simile al Corian creato da <strong>Samsung</strong>), risulta assolutamente liscia. Mentre la sua sedia Campari, dalle linee rigide, è in realtà morbidissima. <br />
<br />
<strong>Foto n.4-5</strong><br />
<strong>Karim Rashid</strong><br />
Ama il bianco l’indiscusso re del pop e lo accosta, per la sua mise sempre rigorosamente sorprendente, alle tinte caramella: rosa, azzurro, verde mela... Un sapore candy che si ritrova puntualmente nei suoi progetti. In senso antiorario. Gli sketch dei nuovi capi progettati per la collezione A/I 2009 di <strong>Seven</strong>, una scarpa in plastica per il marchio brasiliano <strong>Melissa</strong>, le sedute in poliuretano flessibile Blobina per <strong>Meritalia</strong>, rivestite in tessuto, e gli orologi Kaj per <strong>Alessi</strong>. STILE GLAM. Foto del ritratto Roman Leo.<br />
<br />
<strong>Foto n.</strong><strong>6-7<br />
Fernando e Humberto Campana</strong><br />
Hanno un look schietto Fernando e Humberto Campana che attingono a piene mani dal quotidiano che li circonda. E, attraverso la loro sapiente re-interpretazione, che spesso gioca con brandelli di materiali, la “normalità” diventa straordinaria. Come nella seduta Aguapé per <strong>Edra</strong>&#160; che nasce dall’accostamento di pezzi di cuoio tagliati al laser e sembra un fiore acquatico o la poltrona Sushi, progettata per <strong>Moss</strong> in limited edition, composta da rulli di feltro e materiali tessili e sintetici accostati. Una borsa in plastica per <strong>Melissa</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.8-9-10<br />
Studio Job</strong><br />
Glamour nella vita come nel lavoro. Nynke Tynagel e Job Smeets, alias Studio Job, non fanno mistero della loro grande attenzione per il mondo fashion. Il loro è un universo dove imperano il bianco e il nero, accompagnati dall’oro e dall’argento, in cui l’apparente severità delle forme e dei decori – dal sapore quasi medievale – si sposa con una sottile ironia squisitamente contemporanea. Il pattern del paravento Industry prodotto per <strong>Mitterrand+Cramer</strong> con lavorazione laser. La collezione <strong>Farm</strong>, presentata allo scorso FuoriSalone: oggetti e arredi che celebrano e rivisitano in chiave glam la cultura rurale.<strong><br />
</strong>]]></description>
		<pubDate>2009-03-13 15:38:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Sì, viaggiare!</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,440,intItemID,445,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Patrizia Catalano</strong> <br />
foto di <strong>Henry Thoreau</strong>&nbsp;di <strong>Patrizia Catalano</strong> <br />
foto di <strong>Henry Thoreau</strong>&nbsp;Una giornata al NHow Hotel nel quartiere trendy di zona Tortona a Milano. Fra atmosfere design e l’oggetto cult del momento, la valigia. Fascinosa, vintage, extracomfort, attrezzata, tecno e funzionale. In formato borsone, trolley o con il tradizionale maniglione. Purché firmata e di stagione.  <strong>Foto n.1</strong><br />
La zona di arrivo al <strong>NHow Hotel di Milano </strong>il famoso hotel di design realizzato da <strong>Matteo Thun</strong> per il gruppo spagnolo <strong>NH</strong>. Un terzetto di valigie vintage colorate. In primo piano stampato effetto cocco verde brillante di<strong> Dolce &amp; Gabbana</strong>. Dietro. Aragosta con profili in bianco di <strong>Hermès</strong> e stampato con profili in vernice rossa design Viktor and Rolf per <strong>Samsonite</strong>. <br />
<br />
<strong>Foto n.2</strong><br />
Agli ascensori. Set di valigie extra lusso. In primo piano, beauty case in plexiglass e trolley con textures maculata entrambi di<strong> Fendi</strong>. Valigia in pergamena color bianco con profli in pelle nera,<strong> Prada</strong>. Baule extra large <strong>Louis Vuitton</strong>. <br />
<br />
<strong>Foto n.3</strong><br />
Trolley a sinistra e borsone in primo piano di <strong>Nava</strong>. Il trolley con manico estraibile è <strong>MHWay</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.4</strong><br />
Al primo piano dell’hotel, borsone, valigia e porta abito in pelle di vitelllo nera, collezione Versace per <strong>Lamborghini</strong>. Come tutte le zone comuni anche questo primo piano accoglie la collezione di design e di arte contemporanea di <strong>ArtNHow </strong>che ciclicamente ospita novità di artisti e di designer emergenti, come la lampada in plexiglas rosso rubino di <strong>Arik Ben Simhon</strong> pubblicata nella foto.<br />
<br />
<strong>Foto n.5</strong><br />
Corridoio che porta alle camere. Necessaire, beauty e trolley cabina realizzati in tessuto impermeabile con applicazioni di pelle. Di <strong>Piquadro</strong>.<br />
<br />
<strong>Foto n.6</strong><br />
La zona relax predisposta su un soppalco vicino alla zona reception. In primo piano, borsone morbido in vernice lucida, e in fondo, trolley in tessuto con finiture in pelle, entrambi <strong>Samsonite</strong>. Tra le due borse un trolley quarantott’ore in pelle color aragosta di <strong>Prada</strong>. Lampade di Philippe Starck per <strong>Flos</strong>. Poltrone in vinile effetto matelassé di <strong>Arik Ben Simhon</strong>.]]></description>
		<pubDate>2009-03-13 15:37:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Milan Vukmirovic. Il futuro? È trasversale</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,440,intItemID,443,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Boiardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Boiardi</strong>&nbsp;Direttore creativo, fotografo, giornalista, sempre e comunque attento alla sostanza delle cose. È forse la ricerca di verità che ha portato questo talento creativo a essere uno “spirito libero”, capace di affrontare molte diverse ed importanti esperienze. <strong>In questo caso lo si può proprio dire: Milan Vukmirovic ‘enfant prodige’. Da molti anni seguiamo le sue prodezze ma soprattutto le moltissime performance in tanti campi: stilista, direttore creativo, ideatore di concept store, giornalista e fotografo. Ci parli di lei.</strong> <br />
Sono nato in Francia, ma i miei genitori sono di Belgrado, ho vissuto a Chantilly, fino a quando sono arrivato a Parigi: avevo 18 anni. Lì mi sono iscritto alla scuola di moda e nello stesso tempo ho iniziato a lavorare in un giornale del settore. La scuola l'ho abbandonata qualche mese prima della conclusione del triennio, perché quello che mi sembrava interessante era fare pratica, anche gratis, nei giornali. Lì potevo vedere le collezioni, conoscere molte persone, fare esperienza sul campo: ho capito che si poteva lavorare nel mondo della moda in tanti modi diversi. <br />
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<strong>Ci parli delle tappe che ritiene importanti di questo suo articolato percorso professionale (co-fondatore e direttore creativo di Colette, design director del Gruppo Gucci accanto a Tom Ford, direttore creativo della maison Jil Sander e ideatore de L’Officiel Hommes nel 2005…). Qualcuna è più speciale delle altre?</strong> <br />
La più importante, direi Colette: progetto che mi ha fatto conoscere al pubblico, sono diventato un personaggio, è stato un successo così grande che undici anni dopo ancora la gente mi identifica con il concept store di rue Saint-Honoré. La seconda tappa fondamentale per me coincise con il momento in cui ho lasciato la direzione creativa di Jil Sander, nel 2004, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di non lavorare mai più per un'unica azienda o per una sola persona ma di avere più rapporti di collaborazione. <strong><br />
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Con Colette, Parigi si è dotata di uno store poliedrico davvero speciale, all’avanguardia nella moda, nel design, nel loisir, una meta d’obbligo per tutti coloro che volevano sapere cosa c’era di nuovo nell’aria di Parigi… </strong><br />
Questo mi fa sorridere perché quando avevo fatto il progetto, penso ci sia ancora a casa il concept iniziale, avevo proprio questa idea: tutte le volte che una persona della moda o un turista si fermava a Parigi avrebbe dovuto passare dalla boutique Colette, per vedere tutte le novità del momento. Così è stato. Quando, nel ’97, abbiamo aperto Colette, la rue saint-Honoré era piena di duty free, di bazaar cinesi: la strada è cambiata totalmente, anche i prezzi dell’affitto. Ho lavorato lì intensamente per tre anni; per me un negozio è come una chiesa, richiede un’attenzione costante: presentare sempre con nuove cose, moderne, esclusive. Da Colette io facevo anche l’immagine del negozio, acquistavo tutto ciò che era esposto e allestivo le vetrine una volta alla settimana. All’epoca, tutte le settimane dovevo arrivare da Colette con un nuovo concetto espositivo. Inoltre viaggiavo molto, a Milano, Francoforte, Colonia, perché acquistavo anche molti mobili. In totale ho lavorato tre anni con Colette. Alla fine del ’99, Tom Ford mi ha chiamato da Gucci: un’opportunità a cui non potevo rinunciare.<br />
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<strong>Dopo Gucci, con Tom Ford e Jil Sander, con Fabrizio Bertelli, è arrivata la fotografia. Come è successo?</strong> <br />
Non mi ero mai occupato di fotografia: scattavo solo le foto quando era vacanza, un po’ come tutti. Un bel giorno ero con Richard Avedon a colazione - ho lavorato con lui quando ero da Jil Sander, lì siamo diventati amici - e mi dice: “Ma se ti piace così tanto la fotografia, perché non la fai?”. No, gli risposi, è troppo rischioso! “Prova, se non funziona lasci perdere”. Così ho iniziato a occuparmi di fotografia, ho iniziato cinque anni fa. <br />
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<strong>Una scoperta?</strong> <br />
Probabilmente oggi la mia più grande passione, mi fa vivere benissimo. Nel 2008 ho fatto una campagna per Giorgio Armani, per Neil Barrett, per Loris Azzaro: è diventata come una droga. <br />
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<strong>È facile per uno stilista come Giorgio Armani venire a chiedere le foto, e quindi la comunicazione, a un altro stilista?</strong> <br />
No, questo non è facile, ma lui è molto intelligente e gli piace come lavoro. Per questa stagione Patrizio Bertelli ha chiesto a Hedi Slimane, un altro personaggio poliedrico, di fare la campagna a Prada: trovo che questo sia moderno. Siamo nel 2009 e alla fine penso di fare parte di una nuova generazione che può fare diverse cose. <br />
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<strong>A proposito di comunicazione, ci vuole parlare del suo progetto per L'Officiel Hommes?</strong> <br />
Ho avuto una fortuna incredibile, perché ho trovato un editore, le Editions Jalou, che mi ha dato carta bianca. L’Officiel Hommes funziona benissimo: gestisco io tutto il giornale dalla A alla Z e lo porto finito. <br />
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<strong>Le danno un budget, lei lo gestisce.</strong> <br />
Esatto. All’inizio mi hanno aiutato nei contatti, nei rapporti con i clienti, ma alla fine è stato un successo, In quattro anni l’Officiel Hommes è stato editato anche in altri cinque o sei Paesi. <br />
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<strong>Come nasce un legame tra un personaggio come lei e una casa di moda come Trussardi? E soprattutto, come si sviluppa nel tempo? </strong><br />
Io ho accettato questo lavoro perché è come una pagina bianca tutta da scrivere. Conoscevo il marchio, avevo incontrato il signor Nicola Trussardi, lo trovavo un uomo incredibile, sono stato all’apertura della sede in piazza della Scala, avevo comprato Trussardi per Colette, all’epoca mi piaceva l’immagine che gli aveva dato un fotografo come Mario Testino. Inoltre, Beatrice ha 35 anni, appartiene alla mia generazione, infatti ci capiamo, è intelligente, ha una formazione molto aperta non solo sulla moda. Quando lei mi ha chiesto di riprendere in mano l’uomo Trussardi ho pensato di fare lusso ma con modernità. C’è una cosa di cui ho parlato a lungo con Beatrice: che Trussardi è stato molto forte negli anni ’90 grazie a suo padre. Gli anni ’90 sono stati caratterizzati dal minimalismo: tutti i negozi in pietra, vetro, acciaio. I negozi di Jil Sander e i negozi di Calvin Klein progettati da John Pawson, il padre del minimal sono stati un riferimento per molti. Ho detto a Beatrice che volevo fare esattamente l'opposto di quel periodo. Una cosa intima, calda, un po’ privata, un po’ come una casa, come un appartamento. Quando lei ha visto la prima collezione e abbiamo verificato che la stavamo vendendo ai più bei negozi del mondo, mi ha detto: “Non cerco più un architetto per farmi fare il progetto degli spazi, visto che hai così bene in mente il contenuto, forse hai qualche idea anche sul contenitore”. Così siamo arrivati a Trussardi 1911. Chi ha visto i negozi di via Sant’Andrea, li ha giudicati molto Trussardi. È vero, ho pensato alla storia dell’azienda perché ho messo pelle al pavimento, alle pareti - la pelle è il materiale importante anche della collezione, il cuore del brand - poi ho usato il marmo, un materiale ricco molto italiano, soprattutto per come è stato trattato nei negozi, a mosaico. Volevo degli spazi con un’anima; mi piace pensare che la gente quando entra in negozio sente l’odore della pelle e del legno perché il pavimento è di un legno vecchio cento anni. Il più bel complimento sul risultato l'ho ricevuto dalla madre di Beatrice che mi ha detto: “Lei ha capito”. <br />
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<strong>La definiscono una persona sempre attenta alla sostanza delle cose. È forse questa ricerca di verità che l'ha portata a essere uno "spirito libero", capace di affrontare così tante esperienze diverse?</strong> <br />
Lavoro molto e mi piace vivere molte esperienze. Il prossimo marzo inaugura The Webster a Miami. Dodici anni dopo l’esperienza di Colette dei miei amici americani mi hanno detto che volevano aprire uno store di moda a Los Angeles: io li ho indirizzati verso Miami, una città dove andavo spesso a scattare le foto e dove ancora il mondo della moda non aveva preso piede come a Los Angeles. A quel punto mi hanno chiesto di entrare nel progetto, forte della mia esperienza di Colette. Ho accettato a patto di occuparmi solo dalla parte creativa, perché non voglio lasciare il giornale, Beatrice e tutto quello che sto facendo. <br />
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Anche da The Webster ci sarà il design?</strong> <br />
No perché non volevo rifare Colette. È un negozio di moda che fa una selezione personale del meglio della moda internazionale con una parte un po’ più sportiva e una parte più lussuosa, ci sarà anche un ristorante tre volte più grande che da Colette. Sarà un mini department store di lusso. Lo spazio è straordinario: una vecchia sala anni Quaranta un tempo in stile deco, negli anni molto rimaneggiata. Noi abbiamo speso moltissimo nella ristrutturazione, cercando di tornare a uno stile il più possibile vicino a quello originale. Sono 2000 metri e, quando sarà finito, è da vedere perché non c’è niente così. <br />
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<strong>Quali sono gli elementi necessari per costruire un tipo di professionalità come la sua: cultura, invenzione, sensibilità, capacità di percepire i fenomeni nascosti della società… ci dica.</strong> <br />
Lavoro moltissimo, notte, week-end: non mi risparmio. Inoltre, tutti i mesi io leggo almeno 10-15 giornali, non solo di moda. La musica mi piace tantissimo, è una grande fonte di ispirazione e di emozioni. <br />
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Cosa pensa di Milano, qual è l’esprit di questa città legata alla moda e al design, che cosa ha di più o di meno, rispetto ad altre città dove ha vissuto e lavorato?</strong> <br />
Conosco Milano da circa diciotto anni. È sempre stata una città di business, vengo solo per lavorare. D’estate e nei week-end la città si spopola: a Parigi se non lavori, hai molto altro da fare. La casa dove abito vicino a Parigi ha un bel giardino perché mi piacciono le piante. I giardini privati sono bellissimi ma tutte le cose pubbliche a Milano sono orrende e questa è una cosa che non capisco, è una cosa che è molto diversa dalla cultura francese e da quella inglese dove i giardini e i parchi sono più curati. Da due o tre anni ho iniziato a conoscere un po’ di gente e ho scoperto che ci sono persone speciali, inglesi, francesi, spagnoli che lavorano nella moda; ci sono anche dei caffè, dei ristoranti che mi piacciono molto e quindi ho cominciato ad avere un rapporto diverso con la città. Ora mi piace molto di più stare a Milano. Trovo che i momenti più vivaci, in cui la città si anima, siano quelli legati alle sfilate e, soprattutto, la Settimana del Design ad aprile, lì la città si apre e cambia volto, diventa frizzante, pulsante, internazionale e perde quel suo aspetto provinciale. Milano non è molto grande ma nello stesso tempo oggi trovo che ci sia tantissima gente creativa, una nuova generazione che vuol riprendere in mano la città. <br />
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Come vede il futuro nella moda e nel design: pensa che ci saranno sempre più relazioni e che personaggi “trasversali” come lei si dedicheranno a entrambi i campi (e perché no anche quello della comunicazione e del gusto)?</strong> <br />
Per il futuro, penso che ci sarà più gente come me, ancora più traversale. Ieri ho fatto delle foto di Kenny West, la pop star internazionale: ha appena firmato delle scarpe sportive per Louis Vuitton, Pharrell Williams ha disegnato una sedia con Domeau &amp; Pérès e lui è un cantautore rapper, un produttore di musica. C’è uno sguardo diverso, noi siamo troppo coinvolti nelle cose, ci preoccupiamo di tutto, dal tessuto, al colore, al costo finale. Una persona che è fuori dal settore arriva un po’ fresca un po’ pazza basta che abbia l’idea di fare qualcosa e ne può uscire un design molto più interessante, perché non si fa troppe domande. Sono certo, il futuro sarà molto più trasversale. La gente mi dice: “Ma cosa vuoi fare di più? Hai già fatto tutto quello che vuoi”. Mi piacerebbe, per esempio, fare un hotel perché io, da venti anni, sono sempre in viaggio, tutte le settimane e ho visto, degli alberghi, tutto il meglio e il peggio. Sarebbe interessante prendere le cose carine di ognuno e metterle insieme. <br />
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Esiste un designer o uno stile che ama particolarmente?</strong> <br />
A livello personale ho sempre avuto un’ammirazione per John Pawson il cui rigore per me è fantastico, per Olafur Eliasson, Damien Hirst e per il design di Tom Dixon.]]></description>
		<pubDate>2009-03-13 15:44:01</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Poveri gioielli</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,440,intItemID,442,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di<strong> Cristina Morozzi</strong> e <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;di<strong> Cristina Morozzi</strong> e <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;Di carta, metallica o crespata, di lana lavorata a maglia, o a crochet, di lino plissettato, ma anche realizzati con cocci di vecchie porcellane e, persino, con sacchetti di plastica della spesa arrotolati, i nuovi monili di design sono ricchi d’invenzione. Il loro pregio consiste nell’effetto sopresa e nelle realizzazioni manuali virtuose.Nel progessivo processo di contaminazione linguistica, tra design, artigianato, arte e moda, il gioiello tende a diventare accessorio, utilizzando i materiali della moda: lane, fili colorati, bottoni. Il valore dell’ornamento non è più legato alla preziosità dei materiali, quanto all’originalità dell’idea. I nuovi creativi praticano con sempre maggior frequenza transfer di materiali. Realizzano gioielli con carta d’ogni genere, persino quella dei cioccolatini, lana, cocci di porcellana, chiodi, cotton fioc, cercando la fascinazione, più che negli scintilli delle pietre, nell’effetto sorpresa. Una vena surreale irrora il corpus del nuovo design del gioiello. Cambiano i codici: il pregio non dipende più dal valore della materia, ma dall’invenzione e da quella capacità di guardare le cose, come insegnava Bruno Munari, da un altro punto di vista. Anche con i sacchetti di plastica della spesa si può creare un elegante bracciale.]]></description>
		<pubDate>2009-03-13 15:37:19</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Piccole sculture</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,440,intItemID,441,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Alma Mari</strong> e <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;di <strong>Alma Mari</strong> e <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;Sono gli “abiti” di essenze e make-up delle griffe di moda. Raffinati e pensati in ogni dettaglio per comunicare il prodotto e i valori che racchiudono. Veri e propri oggetti preziosi che rendono più piacevole la funzione.<strong>  Foto n.1</strong><br />
Un design essenziale con un tocco ‘giappo’ per Maestro Obsidian Black, il mascara di <strong>Giorgio Armani</strong>.<br />
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<strong>  Foto n.2</strong><br />
Prossimamente in vendita in un rigoroso flacone ‘Art Déco’ in onice nera, Attitude Extreme, la fragranza maschile di <strong>Giorgio Armani</strong>.<br />
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<strong>Foto n.3</strong><br />
Tuscan Soul, l’eau de toilette unisex dal design vintage ispirato ai valori della vita in toscana. Di <strong>Salvatore Ferragamo</strong>.<br />
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<strong>Foto n.4</strong><br />
Dopo Karim Rashid è il design plastico di Ron Arad a segnare il packaging del nuovo profumo femminile di <strong>Kenzo</strong>. Davvero una fragranza d’autore: al punto che, prima di fare la sua comparsa in profumeria (dove sarà disponibile a partire dal 10 marzo) è già stato esposto al Centre Pompidou nella personale del designer israeliano.<br />
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<strong>Foto n.5</strong><br />
Forme squadrate ma morbide, per la prima fragranza per uomo di <strong>Porsche Design Group</strong>. <br />
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<strong>Foto n.6</strong><br />
Flacone in cemento per rafforzare la “solidità” delle nuove essenze de l’eau d’Issey por Homme e l’Homme Intense,di <strong>Miyake</strong>.<br />
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<strong>Foto n.7</strong><br />
Ha il coperchio in pietra il primo profumo della designer (ex modella) <strong>Alexa Lixfeld</strong>.<br />
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<strong>Foto n.8</strong><br />
Lanciata lo scorso autunno e per “Homme” di <strong>Guerlain</strong>, la boccetta progettata da Paolo Pininfarina, in vetro massiccio con una placca metallica come chiara citazione automobilistica.<br />
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<strong>Foto n.9</strong><br />
Si ispira allo skyline dei nuovi grattacieli il contenitore per il mascara (sempre di <strong>Guerlain</strong>) progettato dalla designer danese Helle Damkjaer.<br />
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<strong>Foto n.10</strong><br />
Harajuku Lovers Collection di <strong>Calvin Klein</strong> ispirata all’omonimo quartiere di Tokyo e all’iconografia di Gwen Stefani: una essenza per ogni bambolina in una confezione nera lucida.<br />
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<strong>Foto n.11</strong><br />
In vendita da aprile 2009 il flacone disegnato da Ross Lovegrove per la nuova essenza di <strong>Narciso Rodriguez</strong>.<br />
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<strong>Foto n.12</strong><br />
Design concettuale per l’edizione<strong> Issey Miyake</strong> dal giapponese Shiro Kuramata.]]></description>
		<pubDate>2009-03-13 15:40:22</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Mass Moca: il museo più grande degli Usa</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,86,intIssueID,428,intItemID,439,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Olivia Cremascoli</strong> <br />
foto <strong>Sergio Anelli</strong>&nbsp;di <strong>Olivia Cremascoli</strong> <br />
foto <strong>Sergio Anelli</strong>&nbsp;A North Adams, nel Berkshire del Massachusetts, in una fascinosa area d’archeologia industriale c’è il più esteso museo d’arte contemporanea degli Stati Uniti, il Mass Moca, che ha trasformato il paese in cui sorge in un ‘stella’ della cultura. Intorno, si stanno sviluppando infrastrutture d’accoglienza per artisti e visitatori, e una politica culturale senza precedenti, come esposizioni che durano 25 anni. In realtà, la sconosciuta North Adams (Massachusetts, New England), da sempre seriosa cittadina a vocazione laboriosamente industriale, sarebbe rimasta quel suburbio che era se diversi anni addietro a Thomas Krens, attuale direttore del Guggenheim museum di New York, non fosse venuto in mente, quando era al Williamstown College Museum of Art, sempre in Berkshire, un’utopica idea sulla ottocentesca e dismessa fabbrica di North Adams, che prima ospitava la Arnold Print Works (1860–1942) e poi la Sprague Electric (1942–1985), vale a dire un complesso di archeologia industriale costituito da 26 corpi di fabbrica e da un notevolissimo numero di metri quadrati (un campus di 13 acri, cioè un terzo della zona industriale della città). Poi, Thomas Krens è stato appunto chiamato a New York, ma il suo iniziale progetto è stato nel corso del tempo sviluppato da altri, fino all’apertura - nel 1999 - del Massachusetts Museum of Contemporary Art (MassMoca), che si prepara quest’anno ai festeggiamenti per il decennale e che, come tutte le grandi istituzioni culturali americane contemporanee, non è solo un un centro e laboratorio sperimentale per le arti visive ma anche per quelle performative (teatro, cinema, musica, danza), anzi è proprio nei suoi scopi costitutivi “dedicarsi alla creazione e alla presentazione di innovative opere d’arte visuale e performativa e di lavori che rompano le convenzionali separazioni tra discipline artistiche”. Detto questo, per fortuna il progetto ha funzionato, rendendo North Adams meta di specifico turismo culturale e coagulo in espansione di art addicts (trasferitosi da Washington D.C., Eric Rudd, artista noto e di mondo, dalla spiccata vocazione immobiliare, ha in loco acquisito due grandissimi edifici industriali dismessi, l’Eclipse mill e l’Historic Beaver mill, ristrutturandoli ad atelier e loft, che vengono venduti o affittati alla sempre più allargata comunità artistica locale), perché il costo iniziale del progetto museale - che prevedeva anche uno studio di fattibilità, firmato da Frank O. Gehry, Robert Venturi, Skidmore, Owings &amp; Merrill, e d’ingegneria ambientale - ammontava a 31.4 milioni di dollari, per cui sono state raccolte sovvenzioni del Commonwealth of Massachusetts e di investitori privati. Nel 2000, il Mass Moca ha pubblicato un volume, From Mill to Museum, sulla sua storia. Con tutto lo spazio - in parte, tutt’oggi inutilizzato - che hanno, non si sono fatti mancare nulla: da 19 gallerie, per un totale di 150mila piedi quadrati espositivi, di cui una “lunga come un campo di calcio” a un laboratorio teatrale di 3.500 piedi quadrati; da un cinema all’aperto con mega–schermo a due corti esterne destinate alle performance; da un laboratorio in cui fabbricare i supporti necessari per la realizzazione delle opere d’arte a negozi, bar e ristoranti inseriti nella cittadella museale. Inoltre, proprio di fronte al Mass Moca, sono stati ristrutturati, riportandoli a nuova e sofisticata vita, i Porches (letteralmente: porticati, quelli classici dalle doghe in legno, sovente attrezzati con sedie a dondolo), ossia delle ex-villette operaie a schiera, che oggi costituiscono l’albergo più cool di North Adams, che partecipa all’attività artistica museale (da citare, Travel Light di Mike Glier, cioè un’opera ceramica, articolata sulle tre facciate, visibili da strada, della casetta del giardiniere dei Porches).<br />
Ma l’alto tasso di sperimentazione del Mass Moca si è spinto persino a rivoluzionare i concetti temporali delle mostre: lo scorso novembre è stata infatti inaugurata, nel Building 7 (27,000 piedi quadrati, distribuiti su tre livelli), Sol LeWitt: a walldrawing retrospective, cioè un’esposizione costituita da 105 muri, dipinti durante la sua carriera dal grande artista da poco scomparso, che durerà per 25 anni. Sorta di testamento di Sol LeWitt (Hartford, 1928 - New York City, 2007), il quale, d’intesa con gli architetti Bruner/Cott di Cambridge (Mass.), lavorò alla mostra dal 2005 fino alla sua morte, l’apposita ristrutturazione dello specifico edificio con il centinaio di muri edificati è costata 3 millioni di dollari, sei mesi di lavoro in situ e l’impegno di un numero esorbitante tra assistenti dell’artista e studenti universitari, per non parlare del numero di matite in grafite o colorate, di fogli di carta e dei litri di acrilico che ci sono voluti. I progettisti Bruner/Cott hanno in primis dovuto integrare il Building 7 con il cuore del museo, collegandolo con colorati camminamenti sopraelevati (tunnel visibilmente industriali, che sono diventati ulteriori segni distintivi del paesaggio), scale e ascensori. Poi, intorno ai tre livelli espositivi, hanno creato un perimetrale percorso di luce naturale, in contrasto con quella artificiale, diffusa negli interni da lunghi tubi al neon. Ideata dalla Yale University Gallery, cui LeWitt ha lasciato l’archivio dei suoi disegni murali e la più significativa parte degli stessi realizzati, l’incredibile retrospettiva che dura 25 anni è costituita da opere di collezioni, pubbliche e private, di tutto il mondo. Non possendendo sufficiente spazio a New Haven (Connecticut), dove ha sede la prestigiosa università che fa parte delle Ancient Eight dell’Ivy League, Jack Reynolds. direttore della Yale University Gallery, ha chiesto asilo a Joseph C. Thompson, direttore del Mass Moca, che, d’intesa con il vicino Williams College Museum of Art, che glielo ha subito accordato, mettendo in piedi una restrospettiva senza precedenti, che rimarrà negli annali. E, nel 2010, la Yale University Press pubblicherà Sol LeWitt walldrawings: a catalogue raisonné. Un’ultima curiosità: da Boston, la strada per raggiungere il Mass Moca è il Mohawk trail, un antico percorso indiano “di là dal fiume, tra gli alberi”. Per informazioni: www.massmoca.org; www.massvacation.it]]></description>
		<pubDate>2009-02-20 17:29:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Denis Santachiara</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,84,intIssueID,428,intItemID,438,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;Espandere il design: questo l’obiettivo di Denis Santachiara. Insonorizzarlo, renderlo mobile e mutante. In parole povere, umanizzarlo per far diventare l’artificiale sempre più simile al naturale. Perché bisogna essere degli inventori, oltre che dei designer: per animare le cose e dotarle di ‘gag’ che le rendano più amichevoli. “Amo molto il lavoro degli altri”, confessa Denis Santachiara. “Se la Rinascente di Milano allestisse le vetrine sul design italiano, vorrei essere il vetrinista”. Nel suo percorso professionale molte sono le scenografie e i concept di mostre: mettere in scena i progetti altrui gli riesce sempre molto bene. E sempre crea ‘sorprendenza’, una parola del suo personale glossario, che indica un’alterazione della sorpresa riferita alle “magie estatiche rese possibili dalle innovazioni della realtà artificiale”. Una delle ultime ‘sorprendenze’ è Goal, la mostra itinerante dedicata al design italiano contemporaneo interpretato come una sfida calcistica, promossa da Federlegno-Assarredo, che, dopo essere stata allestita a Mumbai nel novembre del 2008, è approdata a Istanbul. Goal ha una colonna sonora: la radiocronaca di una partita giocata dai designer italiani, “con Leonardo capitano che apre il gioco, Nizzoli che stoppa scattando sulla sinistra, Munari che apre il servizio a Colombo...”. Il parallelo calcistico funziona sempre. Chiedo a Santachiara quale potrebbe essere il suo ruolo in squadra: “Libero”, mi risponde, “quello che sta a fondo campo per dare una mano alla difesa, ma che sa fare anche goal. Con la Germania vinciamo ancora noi, una sfida oggi, forse, più facile. Ma vinceremmo anche con l’Olanda. Se non altro per una questione di numeri. Con tutti i designer che ci sono a Milano di squadre di calcio ne fai almeno tre”. L’originale concept di Goal, una mostra tutta in rosa come la Gazzetta dello Sport, è spia della intenzione di Santachiara di espandere il design, individuando altri ambiti da estetizzare. “Mi interessa sonorizzare le cose: non più solo mutanti, ma anche parlanti. Provate a immaginare un oggetto carino che ti fa le carezze, con la voce di Brad Pitt! I manufatti dovrebbero avere un linguaggio in armonia con la loro forma”. Non è per caso, quindi, che sia socio unico di Storyville, un progetto per sonorizzare le mostre e gli itinerari cittadini sviluppato da Tiziana Cipelletti, sua amica storica per cui a Fiabilandia (Rimini) ha progettato la sala cinematografica Ricciocinema. Insomma, sta cercando di progettare senza continuare a disegnare sedie e poltrone. Il suo vuole essere un design che dà forma alle idee. La tecnologia non è ostentata, anzi abilmente dissimulata, in modo che le cose possano interagire, naturalmente, con gli utenti, parlando, trasformandosi e offrendo nuove prestazioni. Il suo, sui Navigli a Milano, è uno studio-laboratorio, dove s’industria a dare consistenza all’immateriale, restituendo all’artificiale lo stupore appartenente al naturale. Dove nascono lampade spumose e cangianti come nuvole (Nuvola, Studio Italia Design, 2006), senza lampadina (Aurea, FontanaArte, 2005) o che proiettano le pecore sul muro (Notturno Italiano, Domodinamica, 1985); ma anche zerbini che cantano (Cicalino, Domodinamica, 1988) e altri prodigi. “Non è importante disegnare il personaggio, ma le sue gag” prosegue. “E le nuove tecnologie danno questa possibilità. Nel mondo del design c’è saturazione. Perciò bisogna andare oltre e diventare degli inventori: non disegnare solo il corpo, ma l’idea prodotto”. Il nuovo progetto cui sta lavorando è Personal Factoring, una sorta di artigianato industriale. Si basa sul rapid manufacturing, un processo che genera oggetti tridimensionali, per lo più in materie plastiche, mediante macchine usate sino ad ora per fare prototipi. Il designer vende alle industrie solo una matematica, che può essere rielaborata e adattata all’esigenze del cliente: ciascuno ha il suo prodotto su misura. Si salta così un passaggio. Attraverso la macchina il designer diventa anche modellista.<br />
Per comprendere meglio questa sua voglia di andare sempre oltre, di far vedere, come suole dire, “le stelle a colori”, bisogna ripercorre il suo anticonvenzionale iter professionale, costellato di progetti ed eventi che hanno modificato il modo classico di fare design. Santachiara è un autodidatta, che ha avuto in sorte una mano felice nel disegno. I suoi genitori, persone semplici, l’hanno lasciato “giocare al meccanico”. A 16 anni ha iniziato a lavorare al gruppo De Tomaso, dove schizzava idee e maquette di carrozzerie. Nel 1970 ha abbandonato tutto ed è partito in viaggio con l’autostop: dalla Norvegia al Portogallo, per vedere e conoscere. È rimasto folgorato dall’arte moderna e ha deciso che doveva fare qualcosa con l’arte. Per vivere ha disegnato di tutto. Poiché ci sapeva fare, anche le copie. È arrivato al design dalla porta dell’arte, dopo aver esposto alla Biennale di Venezia. Nel 1983 Franco Raggi lo chiama a immaginare una casa per la mostra alla Triennale La casa onirica. Il Santachiarapensiero è espresso da La Noemerce – Il design dell’invenzione e dell’estasi dell’artificiale, Triennale 1985, una mostra commissionata da Progetto cultura Montedison, di cui è stato inventore, curatore e scenografo. A mettere in scena 27 esempi di neomerce chiamò cuochi, designer, artisti, ingegneri, stilisti, imprenditori, noti e sconosciuti, invitandoli a inventare “artifici per l’intrattenimento, lavorando sulla ‘sorprendenza’, sugli effetti luminescenti, sulla flessibilità d’uso, sulla magia dei sensori, sull’animazione...”. Tra i suoi progetti: nel 1992 il Museo della magia commissionato da Jack Lang, allora ministro della cultura francese, a Blois, in Francia, patria di Robert Odin, maestro dell’illusionista Oudini.<br /> E nel 2000 alla Triennale, nell’ambito dell’evento Essere-Benessere (realizzato da Interni con allestimento di Atelier Mendini) una mostra sul paranormale in collaborazione con Cicap, Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, costituito nel 1988 su iniziativa di Piero Angela, cui appartengono scienziati di chiara fama come Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Giuliano Toraldo Di Francia. Al design emozionale che indugia sui formalismi e gioca con i colori, Santachiara contrappose un design dello “stupore tecnologico” che, più che sollecitare i sensi, mirava a stimolare la ragione. Gli effetti speciali presentati nella sua stanza avevano tutti una spiegazione: il tavolo volava perché sembrava legno ma era in polistirolo; lo specchio dissolveva le immagini perché era un vetro a cristalli liquidi che diventava opaco mediante un comando elettrico; i neon si accendevano a distanza per effetto dell’elettromagnetismo. E così via. La morale era: le magie non sono paranormali ma tecnologiche. Per la galleria Postdesign di Milano realizzò nel 2004 un’installazione di neon che si accendevano a distanza. La mostra era dedicata a Nikola Tesla, progettista e scienziato visionario, nato in Croazia nel 1856, inventore, tra l’altro, della corrente alternata. Denis era affascinato dallo stupore che Tesla, con candore infantile, manifestava di fronte al risultato da lui stesso prodotto. Uno stupore che “non era fascinazione, ma si basava sulla quotidianità, trasformandola da qualcosa di ordinario in qualcosa di straordinario”. Anche nella vita Santachiara trasforma le cose ordinarie in straordinarie: i suoi viaggi in moto, ben 6180 chilometri percorsi, sono le tappe, tra il nord della Francia e l’Inghilterra, di una ideale mostra sulla nascita del moderno attraverso le cose e le case dei suoi protagonisti che hanno vissuto dall’inizio dell’800 alla fine degli anni ’60: da Walter Scott a Mackintosh, attraverso Balzac, Rodin, Lewis Carrol, Darwin... E il suo pranzo di Natale 2008, straordinario anche quello: ha riunito gli ‘scoppiati’ Tiziana Cippelletti e il fotografo Miro Zagnoli, con cui divide lo studio, assieme a due commensali speciali, un cantante d’opera e una ballerina ospiti della casa di riposo degli artisti Giuseppe Verdi di Milano.]]></description>
		<pubDate>2009-02-20 16:50:10</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Red Range Game</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,428,intItemID,437,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Nadia Lionello</strong> <br />
elaborazione immagini di <strong>Simone Barberis</strong>&nbsp;di <strong>Nadia Lionello</strong> <br />
elaborazione immagini di <strong>Simone Barberis</strong>&nbsp;Vistoso, intenso e deciso, dal forte potere espressivo, il colore rosso, e declinazioni, scelto quale variante cromatica alle tonalità neutre, traduce una suggestione di magia in un immaginario scenario tra gioco e realtà.]]></description>
		<pubDate>2009-02-20 18:06:28</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Trame e superfici</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,428,intItemID,436,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Nadia Lionello </strong><br />
foto tessuti di <strong>Simone Barberis</strong> <br />
foto ceramiche di<strong> Giacomo Giannini</strong>&nbsp;di <strong>Nadia Lionello </strong><br />
foto tessuti di <strong>Simone Barberis</strong> <br />
foto ceramiche di<strong> Giacomo Giannini</strong>&nbsp;Finiture per architettura e per interior design abbinati in allegoriche forme geometriche. Un’insolita analogia tra nuove ceramiche e tessuti di tendenza suggerita da disegni, colori e decori occasionalmente rassomiglianti o liberamente ispirati.]]></description>
		<pubDate>2009-02-20 16:13:08</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Doha, Islamic Art Museum</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,428,intItemID,435,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto architettonico di<strong> leoh Ming Pei</strong> <br />
progetto interni e allestimento di <strong>Jean Michel Wilmotte</strong> <br />
foto di <strong>Luc Castel, Keiichi Tahara</strong> testo di <strong>Michela Moro</strong>&nbsp;progetto architettonico di<strong> leoh Ming Pei</strong> <br />
progetto interni e allestimento di <strong>Jean Michel Wilmotte</strong> <br />
foto di <strong>Luc Castel, Keiichi Tahara</strong> testo di <strong>Michela Moro</strong>&nbsp;A Doha, in Qatar, il primo museo di arte islamica al mondo: uno ‘scrigno’ preziosissimo nei contenuti (800 tesori provenienti da tre continenti per un totale di 13 secoli di storia) e nel progetto. Porta la firma del Pritzker Prize cinese Ieoh Ming Pei, per l’architettura e del francese Jean Michel Wilmotte, per gli interni. Un lungo viale di palme o un molo, dal mare: così si approda al nuovo Museo di Arte Islamica di Doha, Qatar. È un’isola artificiale di 26 ettari che si staglia contro lo skyline della città, appositamente costruita a garanzia di unicità architettonica, e fortemente voluta dal Premio Pritzker I.M.Pei per il Museo, simbolo di un Paese emergente, il Qatar, che, nell’indirizzare la propria crescita, è orientato verso l’educazione e la cultura in senso lato. Forza pulsante e motore del progetto è il giovane Presidente del Museo, la Sheikha Al Mayassa, figlia dell’Emiro che governa il Qatar. Impegno culturale e sobrietà sono le direzioni in cui si muove la Sheikha, molto chiare anche durante i giorni di inaugurazione del complesso museale che è già diventato l’immagine-simbolo del Paese. Sarà anche, a detta del novantunenne architetto Pei, la sua ultima fatica pubblica. Ispirazione e punto di partenza per questo complesso che vuole riassumere gli elementi chiave dell’architettura islamica è stato per I.M.Pei il ‘sabil’, la fontana delle abluzioni, della moschea di Ahmad Ibn Tulun del Cairo che, nelle parole di Pei “offre un’espressione Cubista di progressione geometrica”. L’aspetto dell’edificio varia molto col variare della luce e il sole del deserto gioca un ruolo fondamentale, trasformando l’architettura in un caleidoscopio di luci ed ombre. Sono 35.500 metri quadrati costruiti con cemento del Qatar, granito Jet Mist americano, acciaio tedesco, il tutto rivestito di pietra calcare limestone Magny e Chamesson color crema proveniente dalla Francia. Il corpo principale sviluppato in cinque piani contiene i capolavori del Museo di Arte Islamica, ed è connesso attraverso il cortile centrale, corredato di fontana, ai due piani dell’Education Wing. I volumi esterni si restringono e arretrano fino a riassumersi nella grande cupola sfaccettata di circa 50 metri di altezza, dove un oculus cattura la luce e la rifrange all’interno. Reciprocamente, all’interno la forma della cupola muta con l’ampliarsi della struttura, quindi il perimetro diventa un ottagono, poi un quadrato, che a sua volta si trasforma in quattro colonne triangolari. L’atrio ha il volume dei cinque piani dell’edificio, con una parete interamente dedicata all’unica, amplissima finestra alta 45 metri che guarda la città di Doha, oltre l’acqua del Golfo Persico. Un lampadario circolare di 12 metri di diametro in metallo perforato si specchia nei marmi intarsiati del pianterreno, al centro del quale parte la doppia scala che congiunge questo livello ai due piani dedicati alle zone espositive. Se l’esterno è imponente, l’interno è ampio e sontuoso. Il progetto delle Gallerie è stato affidato allo studio francese Wilmotte &amp; Associés. Jean-Michel Wilmotte, architetto e designer di interni, spazia nelle proprie attività dall’industrial design al planning delle città, sostenendo il concetto di ‘interior architecture’ per le città. È forse più conosciuto per il suo lavoro con I.M.Pei al Grand Louvre, ma i suoi progetti museali includono il rinnovo del Museo di Belle Arti di Lione, la progettazione dell’Ullens Center for Contemporary Arts a Pechino, e il restauro del Rijksmuseum di Amsterdam, riapertura prevista per quest’anno. La ricchezza sobria degli interni progettati da Wilmotte ammorbidisce il severo impatto architettonico ed evidenzia i capolavori in esposizione. Il Museo raccoglie la prima e più importante collezione di Arte Islamica al mondo: sono circa ottocento pezzi che mostrano le connessioni artistiche attraverso i diversi Paesi e le diverse culture, dall’Egitto all’Iran, Iraq, Turchia, India e Asia Centrale, ai Paesi del Golfo, lungo tredici secoli di storia. Per i due piani dedicati all’esposizione permanente, Wilmotte ha studiato un percorso espositivo circolare, rendendo fluida la circolazione dei visitatori e facile la scoperta delle varie sezioni del Museo, divise per periodi storici e gruppi quali la Calligrafia, la Figura, le Scienze. Diversi nella provenienza, i capolavori sono anche molto eterogenei per tipologia e dimensioni. Si va dalle maioliche ai tappeti, dai vetri ai sestanti, dalle armature ai gioielli. Le soluzioni di Wilmotte nei materiali sono eleganti e rigorose: porfido grigio scuro lavorato in Cina e Louro Faya, un legno brasiliano spazzolato e trattato fino ad ottenere un aspetto metallico, contraltare interno ad un esterno chiaro e luminoso. Le teche che racchiudono gli inestimabili tesori sono in cristallo, e spesso poggiano su tavoli di ferro scuro con un aspetto così contemporaneo che riportano la mente ad epoche passate, esattamente a quei secoli lontani da cui i capolavori emergono. L’ illuminazione è scenografica ma non drammatica, i pezzi si godono nella loro unicità e al contempo l’aspetto corale delle sale è che, sia pur scure, non siano immerse nel buio. Un ponte lungo 280 metri collega la terraferma all’isola del complesso museale. Il Museo è dotato di un auditorio da 197 posti, di bookshop e coffeeshop nell’atrio, di un ristorante a 5 stelle con vista sul mare, di luoghi di preghiera separati per uomini e donne, ed è circondato da un ampio giardino. La coppia di lampioni che svetta a 30 metri di altezza ai lati del molo è l’altro, imponente landmark del Museo, faro culturale verso il futuro per molti Paesi del Golfo. (per maggiori informazioni www.mia.org.qa)]]></description>
		<pubDate>2009-02-24 16:40:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Marbach (Germania), Dupli Haus</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,428,intItemID,434,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Jürgen Mayer H. Architects </strong><br />
foto di <strong>David Franck</strong> <br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;progetto di <strong>Jürgen Mayer H. Architects </strong><br />
foto di <strong>David Franck</strong> <br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Nei pressi di Marbach, in Germania, una villa disegnata all’insegna della sperimentazione da Jürgen Mayer, nuova giovane promessa dell’architettura tedesca. Una casa pensata come una forma geologica emergente e radicata al suolo. Un progetto che si colloca in un personale percorso di ricerca dove l’architettura “deve avere allo stesso tempo carica esplosiva e tensione armonica”.Asoli quarantadue anni Jürgen Mayer si colloca come la più giovane archistar del momento, celebrata in una prima retrospettiva di respiro internazionale dal San Francisco Museum of Modern Art (dal 6 febbraio al 7 luglio 2009). Dalla sua prima opera, il Municipio di Ostfildern, poco distante da Stoccarda, costruito nel 2001 quando aveva trentacinque anni, Mayer ha iniziato una ricerca in bilico sinergico tra architettura e forma scultorea, dove “trasparenza e provocazione” si uniscono a pratiche di sperimentazione costruttiva e d’impiego di nuovi materiali come le superfici termocromatiche e le pelli di facciata di poliuretano. La sua architettura è stata definita “furiosa”; per lui ogni opera, come la recente mensa per l’Università di Karlshure, deve “incatenare lo sguardo dei passanti per cercare sempre nuove prospettive e interpretazioni”. La sua esuberanza progettuale si traduce in un’incessante pratica di sperimentazione declinata in ogni scala di intervento, sia essa una piazza centrale come la Plaza de la Encarnacion a Siviglia (dove dei giganteschi ‘funghi’ diventano delle sculture urbane, ma anche degli elementi plastici in grado di creare ombra e un microclima confortevole), sia invece, come in questo caso, si tratti di una villa calata nel verde suburbano di Marbach. Questa architettura sorge sul sito occupato in precedenza da un’altra costruzione di cui la nuova soluzione ricalca l’impronta, assumendola come sorta di memoria e di ‘archeologia familiare’. Ma, sviluppando il volume dal profilo d’ingombro planimetrico al corpo tridimensionale, la casa assume un aspetto ‘fluido’, di fusione plastica tra le parti, che si sommano ruotando su se stesse, per unirsi in chiave scultorea e fortemente autoreferenziale. Allo stesso tempo però il progetto cerca con il paesaggio un rapporto di confronto e di ‘radicamento’. Questo è risolto non solo nell’adeguarsi all’orografia del terreno, assecondandone il pendio collinare, o nel creare ampie aperture che incorniciano il verde catturato dagli spazi interni, ma soprattutto nel proseguire a livello orizzontale la bianca superficie di facciata senza soluzione di continuità. La pelle di stucco lucido si estende così nel prato, come una vernice che fuoriesce dal barattolo, sottolineando l’aspetto plastico e di ‘monolite poroso’ dell’insieme, ma allo stesso tempo fondendosi a livello concettuale con il sito, diventandone parte integrante e disegnando un anello di contorno al costruito che poi, per andamenti concentrici, troverà altri ‘recinti’ di riferimento naturali: il prato e il bosco. Fusione e contrappunto a livello paesistico, trasparenza e composizione scultorea, si estendono anche nella disposizione degli interni. Questi si sommano su tre livelli; il piano terreno, chiuso alle spalle dal fronte cieco interrato, organizza intorno alla scala centrale una grande piscina coperta proiettata nel bosco tramite una vetrata continua e stanze per ospiti. Il primo livello si offre come ‘zona pubblica’, dove l’ingresso trova un efficace spazio a doppia altezza, illuminato dall’alto grazie a un ampio lucernario. Da questo illuminato ‘cuore domestico’ si giunge ai vari ambienti della zona giorno (pranzo e cucina, living e ‘studio-belvedere’) movimentati dalle diverse quote di calpestio. Infine il livello conclusivo accoglie la zona notte padronale, con tre ampie camere da letto e una zona studio. Il bianco lucido della pelle di facciata si ripete per tutti gli ambienti interni a rimarcare l’idea di un monolite scavato, una sorta di scultura abitabile scossa da un’irrefrenabile furia compositiva.]]></description>
		<pubDate>2009-02-24 17:10:21</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Berlino Bunker Gallery</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,428,intItemID,433,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Realarchitektur</strong> <br />
in collaborazione con <strong>Christian Boros <br />
</strong>foto di <strong>Noshe</strong> testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;progetto di <strong>Realarchitektur</strong> <br />
in collaborazione con <strong>Christian Boros <br />
</strong>foto di <strong>Noshe</strong> testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;A Berlino, nei pressi della stazione di Friedrichstrasse, un grande bunker della seconda guerra mondiale, adibito ad accogliere i viaggiatori in transito in caso di incursioni aeree degli alleati, è stato convertito in galleria d’arte, con una nuova addizione domestica costruita sulla copertura. Monumentale, simmetrico e compatto, il monolito quadrangolare disegnato dall’architetto Karl Bonatz nel 1942 per proteggere i cittadini in caso di bombardamenti aerei, è rimasto nel tempo una presenza massiccia nel paesaggio urbano della capitale tedesca. Un ‘palazzo’ severo, sviluppato per cinque piani e scolpito da piccole aperture-feritoie chiamate a bucare le spesse pareti perimetrali di cemento armato (quasi due metri di spessore) sormontate da una soletta ‘antibomba’ dello stesso materiale alta tre metri, come un piano di un palazzo residenziale. Un’architettura ‘funzionale’, ma ‘ingentilita’ dal movimento dei fronti, con gli angoli rientranti a disegnare una figura che ricorda una fortezza e con un potente cornicione nella sommità, elemento decorativo complementare ai portici fugati e aggettanti degli ingressi per il pubblico ubicati centralmente su ogni lato. È certo che questo ingombrante manufatto non poteva essere facilmente demolito, ma la sua conservazione, al di là delle ragioni dettate dalle oggettive caratteristiche materico-strutturali, rilancia nel nuovo millennio l’idea sempre più diffusa e praticata in ogni città del mondo del riuso del manufatto urbano, assunto come elemento da ‘rivitalizzare’, da convertire a nuovi usi e consumi. In questa ottica l’operazione condotta dal gallerista Christian Boros, e affidata dal punto di vista progettuale allo studio berlinese Realarchitektur, se ad un primo sguardo può apparire come una singolare e compiuta conversione edilizia, in realtà concorre a definire una metodologia di ‘ricostruzione della città’, da declinare di caso in caso, che sottolinea la necessità dell’esame della storia e delle tracce, anche ingombranti, che questa ci trasmette, per poterne reinventare spazi e loro uso, alla luce delle esigenze contemporanee. In questo caso il bunker multipiano è stato trasformato in una galleria d’arte a livelli sovrapposti, dove, tramite tagli delle solette interne, è stato creato un nuovo percorso espositivo composto da circa ottanta stanze interconnesse a cui si accede dai quattro corpi-scala perimetrali. Questi nuovi spazi espositivi, sorta di neutrali e funzionali cubi bianchi, si confrontano con le altre parti dell’edificio in cemento faccia a vista, lasciate nella loro veste originaria e con i segni del tempo, dai graffiti alle ‘ferite’ di guerra, segni di proiettili e di schegge delle bombe che piovevano dal cielo. Insieme alla nuova architettura dei volumi interni, anche l’arte è chiamata a svolgere un ruolo protagonista nella continua e rinnovata interazione con gli spazi che un tempo ospitavano i passanti per brevi e difficili periodi di attesa. All’aspetto materico predominante e alla caratteristica degli ambienti liberi del periodo di guerra si riconduce anche la nuova addizione condotta sulla copertura dell’edificio. Qui, arretrata dal filo di facciata in modo da non alterare in modo sostanziale la figura della composizione architettonica originaria, è stata costruita l’abitazione di Christian Boros collegata agli spazi della galleria e circondata su tutti i lati da una vetrata continua a tutt’altezza affacciata su un terrazzo che forma un anello intorno all’intero spazio domestico. Il cemento faccia a vista di pareti e soffitti - forati da ampi lucernari – è chiamato a disegnare anche il camino aperto sui quattro lati, pensato come un’essenziale e compiuta figura geometrica. Ai setti di cemento, segnati dalle casseformi dei getti, corrispondenti in parte alle partizioni dei piani sottostanti, si affianca il pavimento ligneo che porta nell’ampio e luminoso spazio della casa un ‘sapore domestico’, che non altera il rigore e la pulizia dell’insieme.]]></description>
		<pubDate>2009-02-24 17:08:28</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sondrio, una casa di luce e paesaggi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,428,intItemID,432,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Antonio Citterio &amp; Partners / Antonio Citterio e Patricia Viel</strong> <br />
progetto paesaggistico di <strong>Agata Sophie Ambroise</strong> <br />
foto di <strong>Leo Torri</strong> testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;progetto di <strong>Antonio Citterio &amp; Partners / Antonio Citterio e Patricia Viel</strong> <br />
progetto paesaggistico di <strong>Agata Sophie Ambroise</strong> <br />
foto di <strong>Leo Torri</strong> testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;Nei dintorni di Sondrio, un intervento progettuale riuscito e complesso, definisce una residenza privata sobria e rigorosa, aperta alla luce e al paesaggio, che si integra in modo innovativo al suo contesto, senza tradirne lo spirito originario. La casa si trova nei dintorni di Sondrio, in una località battezzata Colda, conosciuta a chi è habitué della zona, perché essendo protetta dai venti ed esposta a sud, resta un terreno favorevole alla coltivazione delle vigne. Ieri, interamente ricoperta di vigneti, era un semplice borgo contadino, in cui ogni dimora nasceva per soddisfare precise esigenze di vita e di lavoro. Oggi ha subito la metamorfosi ibrida che è propria di tutti i centri abitati, ma ha mantenuto la vocazione originaria e il terreno di pertinenza della casa, in forte pendenza, compreso fra una strada di accesso orientata a sud e una strada secondaria verso monte, è ancora in parte circondato da viti. Proprio le indicazioni della topografia di riferimento sono state il punto di partenza del progetto residenziale curato dallo studio Antonio Citterio &amp; Partners che ne ha assunto i vincoli come possibilità di espressione architettonica creativa.“Di fatto”, spiegano, “la sezione della casa si costruisce proprio nella sagoma del terreno, collegando le due strade. Il volume effettivamente visibile fuori terra, occupato solo dal soggiorno e dalla cucina, si definisce fra due muri di pietra a secco verso nord e si delimita a sud con una facciata di legno e vetro, che apre la casa sul giardino. L’orientamento non ortogonale del volume ‘girato’ verso la vista più bella della valle e il lavoro di torsione sul piano della copertura, mirato a minimizzare l’altezza dell’edificio rispetto alla balza più bassa del terreno, hanno deformato l’edificio che risulta così fortemente integrato al paesaggio, grazie anche alla matericità familiare del rivestimento in conci e piode. Il disegno del tetto si manifesta poi anche all’interno dello spazio, dove le travi lignee a vista ripercorrono le inclinazioni irregolari della gronda”. Il grande living organizzato in differenti aree relax è il cuore della casa, un vasto open space caratterizzato da una generosa altezza che segue le linee dinamiche della copertura, la cui luminosità è garantita da ampie vetrate scorrevoli con serramenti in rovere lamellare che permettono alla vista di spaziare nel paesaggio, favorendo la compenetrazione esterno interno. Le medesime scelte compositive informano il volume sottostante che accoglie le camere da letto e la bellissima piscina coperta, nel quale gli spazi si organizzano attorno a pochi, semplici elementi architettonici, restituendo un’abitabilità ricca di luminosità e flessibile, densa di rimandi visivi. Cemento per l’intelaiatura portante, blocchi di pietra locale per la facciata, laterizio per i muri intonacati a gesso e tinteggiati, legno e pietra per i pavimenti, gesso tinteggiato per i soffitti: tutti i materiali selezionati sono un omaggio al genius-loci e alla proposta di forme rigorose, in cerca di nuovi equilibri con gli archetipi delle geometrie abitabili locali. Anche negli spazi privati, come già negli ambienti living, le pareti perimetrali divengono involucro e, al contempo, presenza da cui scostarsi, in quanto il progetto si è sviluppato attorno alla volontà di generare dimensioni fluide, prive di percorrenze predeterminate e di ambiti nettamente definiti, che sembrano voler suggerire un ritorno alla natura, alle luci e alle ombre della natura circostante. Gli arredi, pochi ed essenziali, brani antologici della più qualificata produzione di design contemporaneo, sostengono la scena scaldata dalle sfumature dinamiche del progetto illuminotecnico messo a punto e realizzato ad hoc. Tutto coerente, dunque. Alla fine, forse, l’unico elemento di freddo contrasto appare riservato alla mancanza di un camino. Ma, probabilmente, un eccesso di fedeltà all’originario spirito locale avrebbe finito per essere folcloristico.]]></description>
		<pubDate>2009-02-24 16:42:28</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Engadina, una casa dentro la casa</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,428,intItemID,431,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Michele De Lucchi</strong> <br />
collaboratori <strong>Angelo Micheli, Laura Parolin, Silvia Suardi, Sergio Virdis</strong> <br />
foto di <strong>Santi Caleca</strong> testo di <strong>Michele De Lucchi</strong>&nbsp;progetto di <strong>Michele De Lucchi</strong> <br />
collaboratori <strong>Angelo Micheli, Laura Parolin, Silvia Suardi, Sergio Virdis</strong> <br />
foto di <strong>Santi Caleca</strong> testo di <strong>Michele De Lucchi</strong>&nbsp;Nata dalla trasformazione rigorosa, rispettosa e appassionata di un antico fienile che gode di esposizioni privilegiate, questa casa in Engadina è un omaggio al legno e alla sua anima, materia e forma di nuove possibilità abitative, soprattutto quando si affida alle mani di un progettista che sembra predestinato al suo amore.Come tante valli alpine anche la prestigiosissima Engadina è disseminata di stalle e fienili, molti ancora in uso, ma molti anche abbandonati o perché all’interno dei centri abitati o per far posto a nuove attività. Queste stalle sono state per molti anni, per secoli, le attività principali delle famiglie ed erano molto importanti e redditizie per la sussistenza di interi gruppi familiari: venivano costruite molto bene e in posti molto belli, spesso anche più belli di quelli scelti per le case. Ecco perché oggi si trovano fienili che godono di esposizioni privilegiate e di posizioni con viste spettacolari. Questo è nel bel mezzo del vecchio paese e si affaccia sulla valle, prende il sole tutto il giorno ed è esposto così bene a sud che si scalda naturalmente. È costruito, come la tradizione, con quattro muri angolari in pietra e i tamponamenti in legno fino sul tetto, anch’esso di legno, con travi grosse e le assi migliori. Il legno in montagna non degenera e rimane bello per molto tempo, soprattutto il cembro (come lo chiamano nelle Alpi Occidentali o il cirmolo come lo chiamano in quelle Orientali) che prende un colore argentato e che più invecchia più brilla. In montagna non ci sono insetti e animaletti che mangiano il legno e allora il legno può essere lasciato naturale senza verniciature o impregnanti che ne sciupano la preziosità e ricchezza. Per non intervenire sulla struttura originale e per non rovinare le meraviglie del tempo, la casa è stata completamente ricostruita al suo interno con una nuova struttura indipendente. I nuovi pilastri e le nuovi travi sono sempre leggermente staccati dalla parete originale e hanno permesso la realizzazione dell’alto vuoto centrale e della altrettanto alta vetrata sul fronte. La vetrata è un intarsio di finestre e porte e combina un mosaico di aperture che danno luce al grande ambiente che integra in un unico spazio ingresso, cucina, soggiorno e pranzo. Le scale al centro separano funzionalmente le aree e connettono il piano interrato del garage con i due piani sovrastanti delle camere da lestto: anche qui le finestre sono trattate con libertà e nessuna è uguale all’altra: e alcune sono a nicchia vetrata per ottenere più luce senza dilatare eccessivamente l’apertura. Alcune finestrine affacciano sul vuoto interno e mettono in connessione visiva l’intera casa. Chiaramente è tutto di legno perché non esiste altro materiale che ne uguagli la duttilità e bellezza e che mascheri qualsiasi errore: sempre bello e pulito, caldo dentro e fuori, fresco d’estate, pratico ed elegante, senza difetti anche se pieno di nodi e rughe, ogni colpo è un raffinato dettaglio, ogni macchia una pennellata, ogni incisione una eroica cicatrice.]]></description>
		<pubDate>2009-04-01 16:47:50</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Engadina, una casa dentro la casa</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,10,intIssueID,428,intItemID,431,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Michele De Lucchi</strong> <br />
collaboratori <strong>Angelo Micheli, Laura Parolin, Silvia Suardi, Sergio Virdis</strong> <br />
foto di <strong>Santi Caleca</strong> testo di <strong>Michele De Lucchi</strong>&nbsp;progetto di <strong>Michele De Lucchi</strong> <br />
collaboratori <strong>Angelo Micheli, Laura Parolin, Silvia Suardi, Sergio Virdis</strong> <br />
foto di <strong>Santi Caleca</strong> testo di <strong>Michele De Lucchi</strong>&nbsp;Nata dalla trasformazione rigorosa, rispettosa e appassionata di un antico fienile che gode di esposizioni privilegiate, questa casa in Engadina è un omaggio al legno e alla sua anima, materia e forma di nuove possibilità abitative, soprattutto quando si affida alle mani di un progettista che sembra predestinato al suo amore.Come tante valli alpine anche la prestigiosissima Engadina è disseminata di stalle e fienili, molti ancora in uso, ma molti anche abbandonati o perché all’interno dei centri abitati o per far posto a nuove attività. Queste stalle sono state per molti anni, per secoli, le attività principali delle famiglie ed erano molto importanti e redditizie per la sussistenza di interi gruppi familiari: venivano costruite molto bene e in posti molto belli, spesso anche più belli di quelli scelti per le case. Ecco perché oggi si trovano fienili che godono di esposizioni privilegiate e di posizioni con viste spettacolari. Questo è nel bel mezzo del vecchio paese e si affaccia sulla valle, prende il sole tutto il giorno ed è esposto così bene a sud che si scalda naturalmente. È costruito, come la tradizione, con quattro muri angolari in pietra e i tamponamenti in legno fino sul tetto, anch’esso di legno, con travi grosse e le assi migliori. Il legno in montagna non degenera e rimane bello per molto tempo, soprattutto il cembro (come lo chiamano nelle Alpi Occidentali o il cirmolo come lo chiamano in quelle Orientali) che prende un colore argentato e che più invecchia più brilla. In montagna non ci sono insetti e animaletti che mangiano il legno e allora il legno può essere lasciato naturale senza verniciature o impregnanti che ne sciupano la preziosità e ricchezza. Per non intervenire sulla struttura originale e per non rovinare le meraviglie del tempo, la casa è stata completamente ricostruita al suo interno con una nuova struttura indipendente. I nuovi pilastri e le nuovi travi sono sempre leggermente staccati dalla parete originale e hanno permesso la realizzazione dell’alto vuoto centrale e della altrettanto alta vetrata sul fronte. La vetrata è un intarsio di finestre e porte e combina un mosaico di aperture che danno luce al grande ambiente che integra in un unico spazio ingresso, cucina, soggiorno e pranzo. Le scale al centro separano funzionalmente le aree e connettono il piano interrato del garage con i due piani sovrastanti delle camere da lestto: anche qui le finestre sono trattate con libertà e nessuna è uguale all’altra: e alcune sono a nicchia vetrata per ottenere più luce senza dilatare eccessivamente l’apertura. Alcune finestrine affacciano sul vuoto interno e mettono in connessione visiva l’intera casa. Chiaramente è tutto di legno perché non esiste altro materiale che ne uguagli la duttilità e bellezza e che mascheri qualsiasi errore: sempre bello e pulito, caldo dentro e fuori, fresco d’estate, pratico ed elegante, senza difetti anche se pieno di nodi e rughe, ogni colpo è un raffinato dettaglio, ogni macchia una pennellata, ogni incisione una eroica cicatrice.]]></description>
		<pubDate>2009-04-01 16:47:50</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,428,intItemID,430,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;"espandere il design...umanizzarlo per far diventare l’artificiale sempre più simile al naturale" Se marzo è mese di preludio, alla primavera, alle kermesse del design milanese, al piacere della vita outdoor, cosa c’è di meglio che iniziare questo numero con le poetiche immagini di uno chalet tutto di legno in Engadina sommerso da una coltre di neve; e, poi, aprire le ampie finestre generose di luce di una ‘casa tutta italiana’ integrata in modo rigoroso in un autentico paesaggio viticolo. Il ricco tema del recupero ci regala altre tre proposte di differente natura: un bunker della Berlino 1942 trasformato in un’incredibile galleria d’arte con appendice domestica sulla copertura e due case che reinterpretano la corrente storica dell’espressionismo organico, restituendola nella ricerca di spazi tentacolari, liquidi, alla costante ‘caccia’ di luminosità. Con un disteso reportage costruito per frammenti abbiamo invece sbirciato dentro otto nuovi hotel e ristoranti nel mondo, firmati da otto noti progettisti. Nel quadro variegato e composito emerso, un fatto risulta certo: il pluralismo linguistico e la libertà consentita dagli scenari contemporanei coinvolgono in toto anche la regia dell’oggetto e del più piccolo accessorio dedicato agli ospiti. È l’ulteriore conferma (se ce ne fosse bisogno) che, dall’architettura al design, non ci sono davvero più confini. Non a caso, dopo aver condiviso il sogno dell’Islamic Art Museum a Doha in Qatar - primo museo di arte islamica al mondo, che raccoglie opere di inestimabile valore, architettura del Pritzker prize cinese Ieoh Ming Pei e del francese Jean Michel Wilmotte - , la nostra indagine prosegue con la lettura del primo progetto d’arredo firmato dallo studio olandese di architettura UNstudio. Ma, forse, tra i vari contributi, la lezione più atipica e generosa è quella offerta da Denis Santachiara, cui è dedicata la copertina: con i suoi lavori spiega chiaramente che il suo obiettivo è di “espandere il design, di umanizzarlo per far diventare l’artificiale sempre più simile al naturale”. Resta un bell’auspicio, considerati i tempi impegnativi e critici che stiamo vivendo in tutti i settori. Largo, dunque, all’innovazione e alle nuove idee, super selezionate per quantità e quantità. Noi siamo pronti ad accoglierle. <br />
<strong>Gilda Bojardi</strong>]]></description>
		<pubDate>2009-02-20 17:44:23</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,428,intItemID,429,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ</strong></p>
            <strong>             GIOVANI DESIGNER</strong><br />
            Viva la resilienza!<br />
            <br />
            <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Driade, Cascate di acqua e di luce<br />
            Sul filo del design<br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE</strong><br />
            Armani/Dada, partnership d’autore<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA<br />
            </strong>Index Tradefairs a Mumbai<br />
            ISH a Colonia<br />
            Linking People a Verona<br />
            360 Interiorhome a Madrid<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Ligne Roset a Jakarta e Beirut<br />
            Rimadesio a Vienna e Catania<br />
            Spazio Misael a Milano<br />
            <br />
            <strong>ANNIVERSARI</strong><br />
            I 190 anni di Thonet Frankenberg<br />
            <br />
            <strong>PREMI E CONCORSI</strong><br />
            Premio Oderzo 2008<br />
            Samsung Young Design Award<br />
            IF product design award<br />
            Ernst &amp; Young L’imprenditore dell’anno<br />
            <strong><br />
            <br />
            </strong><strong>IN MOSTRA<br />
            <br />
            </strong><strong>PROGETTO CITTÀ</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>SOSTENIBILITÀ</strong><strong><br />
            <br />
            PAESAGGIO</strong><br />
            <br />
            <strong>IN LIBRERIA</strong><br />
            <br />
            <strong>INFO &amp; TECH</strong><br />
            <br />
            <strong>CONTRACT &amp; OFFICE</strong><br />
            <br />
            <strong>CINEMA</strong><br />
            <strong><br />
            </strong><strong>TRADUZIONI</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            <br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            ARCHITETTURE D’INTERNI: <br />
            LE PRIMAVERE DEL PROGETTO<br />
            </strong>a cura di<strong> Antonella Boisi</strong><strong><br />
            <br />
            Engadina, una casa dentro la casa<br />
            </strong>progetto di <strong>Michele De Lucchi<br />
            </strong>foto di<strong> Santi Caleca -</strong> testo di<strong> Michele De Lucchi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Nei dintorni di Sondrio, una casa di luce e paesaggi<br />
            </strong>progetto di <strong>Antonio Citterio &amp; Partners<br />
            </strong>foto di <strong>Leo Torri - </strong>testo di<strong> Antonella Boisi</strong><br />
            <br />
            <strong>Berlino, Bunker gallery<br />
            </strong>progetto di<strong> Realarchitektur </strong>con<strong> Christian Boros<br />
            </strong>foto di <strong>Noshe - </strong>testo di<strong> Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Marbach (Germania), Dupli Haus<br />
            </strong>progetto di<strong> Jürgen Mayer H. Architects<br />
            </strong>foto di <strong>David Franck </strong>- testo di<strong> Matteo Vercelloni<br />
            </strong><strong><br />
            Los Angeles, una residenza anni ’50 con extension<br />
            </strong>progetto di<strong> Neil Denari<br />
            </strong>foto di <strong>Benny Chan </strong>- testo di<strong> Alessandro Rocca</strong><strong><br />
            <br />
            Ospitalità cercasi in otto nuovi hotel e ristoranti<br />
            </strong>di <strong>Antonella Boisi<br />
            1. Napoli, Royal Hotel </strong>di<strong> Fabrizio Mautone<br />
            2. Barcellona, Hotel Me by Melia </strong>di<strong> Dominique Perrault<br />
            3. Miami, Hotel Mondrian South Beach </strong>di<strong> Marcel Wanders<br />
            4. Bolzano, Hotel Bad Dreikirchen </strong>di<strong> Lazzarini Pickering<br />
            5. Londra, INAMO restaurant </strong>di<strong> Blacksheep<br />
            6. Belgrado, Majik restaurant </strong>di<strong> Karim Rashid<br />
            7. Dubai, Nobu restaurant </strong>di<strong> David Rockwell<br />
            8. New York, Buddakan restaurant </strong>di<strong> Christian Liaigre</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            L'INCONTRO <br />
            Stella McCartney </strong>di<strong> Laura Traldi</strong><strong><br />
            <br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong>
            <strong>ATTUALITÀ<br />
            Doha, Islamic Art Museum<br />
            </strong>progetto di<strong> Ieoh Ming Pei </strong>e<strong> Jean Michel Wilmotte<br />
            </strong>foto di<strong> Luc Castel, Keiichi Tahara - </strong>testo di <strong>Michela Moro</strong><strong><br />
            <br />
            L'OPINIONE<br />
            È senza pensiero il design?<br />
            </strong>di <strong>Andrea Branzi<br />
            </strong><br />
            <strong>             </strong><strong><br />
            IL TEMA CENTRALE <br />
            Trame e superfici</strong> di <strong>Nadia Lionello</strong><br />
            foto di<strong> Simone Barberis </strong>e <strong>Giacomo Giannini</strong><strong><br />
            <br />
            Red Range Game </strong>di<strong> Nadia Lionello<br />
            </strong>elaborazione immagini<strong> Simone Barberis<br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>PORTRAIT<br />
            Denis Santachiara <br />
            </strong>di<strong> Cristina Morozzi</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>PROGETTO DESIGN <br />
            </strong><strong>Archidesign<br />
            </strong>progetto di<strong> UNstudio - </strong>di<strong> Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            <br />
            Cambi di vista<br />
            </strong>progetto di<strong> Michele De Lucchi </strong>e<strong> Sezgin Aksu<br />
            </strong>di<strong> Maddalena Padovani</strong><strong><br />
            <br />
            Due più due<br />
            </strong>progetto di<strong> Morph - </strong>di<strong> Odoardo Fioravanti<br />
            <br />
            Questa lampada non esiste</strong><br />
            progetto di<strong> Sergio Nava - </strong>di<strong> Stefano Caggiano<br />
            </strong><strong><br />
            ARTE / DESIGN<br />
            Mass Moca: il museo più grande degli Usa<br />
            </strong>di<strong> Olivia Cremascoli</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            OSSERVATORIO<br />
            2D:3D, la fucina delle meraviglie<br />
            </strong>di<strong> Laura Traldi </strong>- foto di<strong> Paolo Veclani</strong><br />
            <br />
            <strong>REPERTORIO</strong><br />
            <strong>Il bagno in bianco e nero<br />
            </strong>di <strong>Katrin Cosseta</strong><br />
            <br />
            <strong>             INDIRIZZI</strong> di Adalisa Uboldi<br />
            <br />
            <strong>             TRADUZIONI<br />
            <br />
            </strong><strong>In copertina:</strong> Denis Santachiara gioca con alcuni dei suoi prodotti animati. Al centro,<br />
            una delle Nuvole, lampade-scultura in movimento realizzate in serie limitata da A2A e<br />
            Solares Fondazione delle Arti ed esposte all’Università degli Studi di Milano nella<br />
            mostra-evento GreenEnergyDesign organizzato da Interni per il FuoriSalone 2008;<br />
            sopra, il vaso avvitabile a terra Santavase per Serralunga, 2000, e il coltello per<br />
            formaggi della serie Forma disegnata per Guzzini, 2007. Sotto la nuvola: lo sgabello<br />
            con pedali Coppi per Campeggi, 2007, e il secretaire polifunzionale a forma di lampada<br />
            Angel per Naos, 2005. In basso, lo sgabello regolabile Vitesse per Domodinamica,<br />
            2005, e la libreria a pantografo Booxx per Desalto, 2006.
        
    
]]></description>
		<pubDate>2009-02-24 17:10:02</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Solo under 20</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,82,intIssueID,421,intItemID,427,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Norberto Massari</strong>&nbsp;di <strong>Norberto Massari</strong>&nbsp;Chi meglio di un giovane può indicare i trend del futuro soprattutto per quanto riguarda il lifestyle? E le grandi società si adeguano attraverso concorsi o mostre a inviti rivolti a scuole di design. Ecco tre esempi emblematici. Se il futuro è a un passo allora bisogna fare il passo giusto. Più che mai adesso, dove sbagliare un prodotto o ancor peggio, rinunciare a creare delle novità, rischia di affossare anche le realtà più floride sul mercato. Ecco allora i concorsi che le aziende di hi-tech, moda e food rivolgono a scuole di design per ‘aprirsi al nuovo’. Si è appena concluso Nokia Nseries Design Award, in collaborazione con il Gruppo Sintesi che si occupa di arredamento. Cento partecipanti per 28 Paesi si sono cimentati sul tema della ‘Connecting mobility’, cinque premiati, di questi ben quattro italiani, hanno proposto oggetti d’arredo ‘compatibili’ ai nuovi telefoni cellulari Nokia Nseries. Nutella, lo scorso autunno, ha lanciato un concorso in collaborazione con Interni per la progettazione di un oggetto che individuasse nuove modalità di consumo della mitica crema da spalmare. Infine Diesel, che il prossimo 10-11 luglio parteciperà a Trieste a its#8 fashion giunto alla sua ottava edizione: dopo una lunga selezione di lavori provenienti dalle più importanti scuole di moda internazionali vengono presentati quelli più interessanti, circa una cinquantina. Tema di quast’anno: “The greatest show of all”, che avrà come protagonista il denim.]]></description>
		<pubDate>2009-01-29 10:16:18</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Come uno stagno</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,82,intIssueID,421,intItemID,426,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Patrizia Catalano</strong>&nbsp;di <strong>Patrizia Catalano</strong>&nbsp;Mai più lo specchio d’acqua effetto piscina agonistica. Oggi si lavora sulla naturalezza recuperando tutto ciò che ci porta a pensare di essere immersi in una vasca d’acqua primigenia. Ben vengano allora sassi di fiume, sabbia finissima, cemento effetto roccia naturale, alghe e bambù.
Acqua limpida e senza odore di
cloro; una vegetazione che non ha nulla da
invidiare a quella spontanea che cresce in un
grande stagno e lungo le rive di un fiume;
una felice atmosfera che nasce dal vivere a
stretto contatto con la natura e la sensazione
di tornare alle origini. Queste sono le
caratteristiche delle piscine naturali.
La filtrazione viene effettuata dalla microfauna
e microflora acquatica che si sviluppa nella
ghiaia e dai minerali della zona di
rigenerazione e del laghetto di sorgente.
Le piante acquatiche, oltre ad avere una
funzione estetica, assorbono l'azoto e il
fosforo disciolto nell'acqua in modo da ridurre
la possibilità di eutrofizzazione e le piante
sommerse aiutano a mantenere l'acqua
ossigenata. La piscina naturale si inserisce
completamente nel paesaggio e risulta essere
particolarmente ornamentale anche nel periodo invernale.
ll fondale e i camminamenti possono
essere in sabbia di marmo dando
sicurezza e comfort al calpestio,
il fondale può offrire pietre levigate,
parzialmente sommerse, che si
trasformano in sedute improvvisate.
Le pareti fatte di ciottoli donano un
design naturale e una solidità
strutturale che è garanzia di qualità
e che rende qualunque operazione di
manutenzione e pulizia più veloce.
Le biopiscine hanno avuto un grande
successo nei Paesi d'origine: ne sono
state stimate ventimila in
Austria, ottomila in Germania,
millecinquecento in Svizzera.
Ora è il momento dell’Italia in cui
l’alternativa biosostenibile ed
ecologica alla piscina tradizionale
soddisfa sempre più le esigenze di chi
tutela la conservazione ambientale.]]></description>
		<pubDate>2009-01-29 10:17:04</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Il Poblenou di Nouvel</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,82,intIssueID,421,intItemID,425,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo e foto di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;testo e foto di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Il parco urbano progettato dal maestro francese dell’architettura ci riporta al giardino medievale nascosto e protetto da mura. Un nuovo spazio verde a Barcellona. Nella tradizione del giardino-recinto occidentale la natura si incontra in un eccezionale equilibrio con l’ordine dettato dalla ragione del progetto, con la geometria degli spazi, con la selezione dei frutti e delle piante in cui il raggiungimento del massimo risultato estetico si affianca alla dimensione dell’utile. Ma lo spazio verde recintato, chiuso anzi da mura che lo rendono iniziatico e prezioso, mantiene sempre un alto valore simbolico: sorta di ‘mondo nel mondo’, eden privato, luogo di delizia o di raccoglimento, d’iniziazione e catarsi spirituale. A questa ricchissima vettorialità storica e progettuale sembra ricondursi questo nuovo parco pubblico di Barcellona, che si sviluppa poco distante dalla Torre Agbar, nuovo landmark sempre firmato da Jean Nouvel, disegnando un giardino suddiviso in quattro porzioni cintate da un muro ricoperto da una bouganville che lo trasforma in nastro verde continuo, segnato da ampie aperture vetrate, da varchi d’ingresso con cancelli-grata di ferro, per costruire una serie di ‘stanze urbane’ en plein air.<br />
Ogni isola verde è divisa dall’altra dalle strade veicolari che ne attraversano la trama e ne ripartiscono i lotti. L’immagine dall’esterno è fortemente unitaria scandita dal muro verde che delimita i contorni, mentre nell’interno, come in ogni giardino che si rispetti, si susseguono gli episodi, le sorprese, i diversi ‘centri’, declinati in pergolati e volte vegetali, attrezzature per il gioco, sedute in alluminio per l’incontro e chaise longue dello stesso materiale per il riposo e il relax (tutte su disegno) poste sotto strutture verticali assunte come figure emergenti ed elementi tutori per i rampicanti, in grado di creare zone d’ombra sotto il forte sole della città. All’interno dei recinti verdi, a fianco di tracce urbane conservate e integrate nel disegno generale, si sviluppano degli spazi simbolici e parte dell’universo dell’arte dei giardini; segni paesaggistici calati nel tessuto della città come la collina artificiale che segna l’angolo più a nord, e che ricorda una scarpata vulcanica, arida e selvaggia. Un luogo ‘duro’ cui risponde, all’altro capo del parco, uno spazio ‘dolce’: la spirale ipogea disegnata con i fiori e con un percorso in cemento colorato, che ci conduce al fulcro centrale dove sostare guardando il cielo, protetti dai rumori della città.]]></description>
		<pubDate>2009-01-29 10:09:33</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Utopie d'oggi</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,421,intItemID,424,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Alessandro Rocca</strong>&nbsp;di <strong>Alessandro Rocca</strong>&nbsp;C’è un pubblico sempre più ecologista e tecnologico, ormai pronto per infrangere il tabù della casa fatta in fabbrica. E i nuovi concept dell’instant house riflettono sull’abitare nomade, sulla ospitalità, sugli ambienti naturali, sulla costruzione sostenibile. In Italia, la tradizione della casa in muratura è praticamente imbattibile e l’avvicinamento alla casa prefabbricata è più lento che nei Paesi anglosassoni, favoriti dalle tecnologie e dalle abitudini legate alla costruzione in legno. Fino a ieri, la casa prefabbricata era intesa come un surrogato un po’ malinconico di una più salda costruzione tradizionale profondamente radicata nei luoghi, nei materiali e nelle tradizioni locali. Per superare la resistenza culturale degli italiani, gli argomenti pratici non erano sufficienti: la casa prefabbricata è risparmiosa e veloce, non c’è il costo del progetto e gli elementi sono standardizzati, in genere il tempo di costruzione non supera i tre mesi e, una volta predisposte le fondamenta, si monta in pochi giorni. Talvolta, ma non sempre, dipende dalle diverse legislazioni regionali e persino comunali, ci sono anche vantaggi sotto l’aspetto della burocrazia, con concessioni e permessi semplificati rispetto alla costruzione tradizionale. Ma per fare breccia nel cuore oscuramente antimoderno degli italiani occorre quel mix di innovazione, brillantezza, lusso e buon design che può rigenerare la fisionomia di un prodotto tradizionalmente utilitario. Occorre perciò l’incontro tra il design e l’habitat, tra l’architettura contemporanea e l’industria delle componenti edilizie, condito da un’attenzione particolare ai fremiti e ai bisogni dei gruppi sociali più dinamici. Hangar Design Group, la factory creativa di Alberto Bovo e Sandro Manente, ha messo a punto un nuovo concetto alberghiero che unisce comfort ed eleganza nel nome della vacanza all’aria aperta, a contatto diretto con la natura e il paesaggio.<br />
Il progetto si articola in tre modelli, Icaro Bay, bianco volume mediterraneo per le località marine, Suite Home, veranda open space con dotazioni da suite, e Joshua Tree, capanno di metallo e larice da 70 mila euro calibrato per il clima e per il paesaggio alpino. Costruita da HHD (Holiday Homes Design) nei due stabilimenti di Venezia e Salerno, ciascuna variante delle tre case è consegnata in novanta giorni e recapitata come un trasporto eccezionale, viaggiando sulle proprie ruote. Disegnate a Mantova da Benedini Associati e costruite a Merano con legname bavarese, le Benedini Houses uniscono eleganza modernista e antica sapienza tirolese. I modelli presentano case sobrie e leggere che rievocano i sofisticati e spregiudicati capanni che gli architetti newyorkesi costruivano, per artisti, ricchi imprenditori e borghesi bohèmien, ma anche per se stessi, sulle spiagge degli Hamptons, a Long Island. Strutture in abete o larice massiccio, pavimenti pareti e soffitti in legno sbiancato e cartongesso, ampie porte scorrevoli, interni minimali e volumetrie pure per una immagine americana arricchita da una cura del dettaglio decisamente made in Italy. Meno artigianale, più esplicitamente rivolta a una produzione da grandi numeri è l’iniziativa di Stratex, il gruppo industriale specializzato nel legno lamellare, che ha messo a punto un concept nato dalla collaborazione con l’architetto e designer milanese Carlo Colombo.<br />
Stratex Living è un sistema componibile basato su moduli in legno che si possono declinare in un’ampia gamma di tipologie diverse, e il cliente può scegliere tra ironiche rivisitazioni della tipica casetta con il tetto a falde, astratte sovrapposizioni e incastri di volumi irregolari e misurati padiglioni rettangolari dalla facciata completamente vetrata. La sfida della prefabbricazione ha coinvolto anche Legnolandia con il progetto Legnoquadro dell’architetto Enrico Franzolini. L’azienda friulana specializzata in playground e arredo urbano e da giardino applica il proprio know how industriale a un sistema di prefabbricazione che prevede elementi modulari di 41,52 e 104 metri quadri da installare e assemblare liberamente anche in fasi successive. Il legno, proveniente dai boschi a regime controllato della Carnia, è utilizzato in un numero relativamente ridotto di elementi per un design robusto e asciutto. La casa è un volume basso e compatto coi solidi portali strutturali, in legno massiccio, e le pareti segnate dalla trama orizzontale delle assi sovrapposte.]]></description>
		<pubDate>2009-01-28 14:46:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Milano 2014</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,421,intItemID,423,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Luca Molinari</strong>&nbsp;di <strong>Luca Molinari</strong>&nbsp;Scenario futuribile della profonda trasformazione che, crisi globale permettendo, cambierà profondamente la città nell’arco di tempo che la separa dall’Expo. Natale 2014. Il cielo sopra Milano è grigio e preannuncia neve. La città si sta preparando all’anno dell’Expo, i cantieri dei padiglioni sono avanzati, il traffico intenso, mentre una serie di nuove opere sono state da poco completate e vengono attraversate da gruppi di milanesi e turisti curiosi. Gli alberghi gemelli di Perrault alla Fiera, da tempo in funzione, sono circondati dal Centro direzionale Fieramilano disegnato dai 5+1 AA; sullo sfondo, guardando verso la città, il nuovo centro congressi di Bellini e le tre torri della vecchia Fiera hanno ormai conquistato il cielo, senza aver ancora conquistato il cuore dei milanesi. E continuando con la macchina lungo l’anello urbano più esterno si incrociano, una dopo l’altra, le grandi aree industriali trasformate, i veri cantieri architettonici di Milano: prima l’ex Alfa Romeo con gli edifici di Zucchi, Canali e Valle, quindi Maciachini, ex Carlo Erba, con il suo giardino centrale e, a corona, le architetture di Rota, Scandurra studio, Pasquini e Sauerbruch &amp; Hutton, l’area Garibaldi e la nuova sede della Regione Lombardia, seguono la Bicocca completata e assorbita dalla città metropolitana, e, verso sud, Lambrate e il quartiere Santa Giulia. E proprio dalla parte meridionale della città una piccola, preziosa torre annuncia una serie di nuovi spazi per l’arte e la cultura a Milano. Si tratta della Fondazione Prada disegnata da Rem Koolhaas, che ospita una delle collezioni d’arte contemporanea più esclusive d’Europa. Poi, salendo, il campus Bocconi, il nuovo museo delle Culture di Chipperfield e, nel cuore della città, il museo d’arte moderna che ha riplasmato l’Arengario grazie al raffinato intervento di Italo Rota. Quello che brevemente vi abbiamo appena raccontato rappresenta lo scenario “minimo” della profonda trasformazione che, crisi globale permettendo, cambierà profondamente Milano entro il 2015.<br />
La maggior parte delle opere descritte sono già in cantiere, decine di gru punteggiano la città lungo il suo confine più periferico, indicando una metamorfosi in corso d’opera decisiva per il futuro nazionale e internazionale di Milano. Ma la vera sfida per la città è soprattutto rappresentata dal PGT orchestrato dal gruppo Metrogramma (Piano di governo del territorio) che verrà presentato nel prossimo gennaio. Si tratta del nuovo Piano che definirà regole, strategie, possibili visioni per la città pubblica attraverso un nuovo sistema di spazi collettivi e di servizi che dovrebbero dotare la città di tutti quei luoghi di cui ha un assoluto, urgente bisogno come piazze, giardini, piccoli parchi, nuovo sistema del verde, centri civici, residenze a canone controllato e viabilità ripensata. Si tratta di progetti suggeriti dal PGT ma che dovrebbero avvenire attraverso decine di micro concorsi che abbiano la capacità di chiamare a Milano la migliore architettura europea trasformando la città in un grande, potenziale laboratorio urbano per il futuro. Solo grazie a questo intervento la città pubblica potrà mettere a sistema le decine di interventi privati che la stanno cambiando in maniera frammentaria. L’altro grande tema è invece suggerito da un opera che è stata appena inaugurata e che ha già avuto importanti riconoscimenti internazionali: la sede della Bocconi disegnata dagli irlandesi Grafton Architects. Si tratta di un’opera di una qualità urbana e architettonica assoluta che ci insegna come si possano realizzare architetture così profondamente milanesi e insieme contemporanee. La Bocconi dovrebbe segnare un punto di non ritorno sulla scena milanese, imponendo un grado di qualità e di consapevolezza urbana necessaria per dare una identità unica e potente per il prossimo futuro a una città che non può accontentarsi delle provinciali performance stilistiche dell’archistar di passaggio. Se sarà così ci troveremo al 2015 con una città nuova, in cui sarà bello vivere e di cui, forse, potremmo anche essere orgogliosi.]]></description>
		<pubDate>2009-01-28 11:40:50</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Esercizi di futuro</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,421,intItemID,422,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Francesco Massoni</strong>&nbsp;di <strong>Francesco Massoni</strong>&nbsp;Cinque progettisti fuori dagli schemi esplorano territori ignoti e disegnano paesaggi insoliti. Per costruire un domani più sostenibile, per tracciare nuovi percorsi e promuovere nuove esperienze. La natura insegna, il design trasforma. Si racconta che Ermes, figlio di Zeus, creò il primo strumento a corde, la lira, fabbricandolo con il guscio di una tartaruga e gli intestini di un bue. A distanza di secoli, questo mito potrà forse suscitare l’indignazione degli animalisti più intransigenti, ma conserva intatto il suo fascino metaforico: l’invenzione artistica, l’artificio, è un atto di trasformazione mediante il quale l’uomo forgia l’opera, il manufatto, l’oggetto, traendo dalla natura quanto gli occorre per questa metamorfosi. Dall’arte al design, dall’unico al molteplice, dal mito alla metropoli, questa relazione vitale e feconda, alla base del processo creativo, genera nuove interpretazioni e percorsi di cui mostriamo alcuni stimolanti esempi.<br />
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<strong>Julia Lohmann</strong><br />
“La natura appartiene al mondo, l’artificio è qualcosa che l’uomo fabbrica servendosi di materiali naturali e modellandoli al punto da renderne irriconoscibile l’origine”.<br />
Così Julia Lohmann definisce, lapidariamente, i termini della questione. Niente da eccepire, del resto è nata 31 anni fa in Germania, dove prevale il senso pratico e si è abituati a chiamare le cose con il loro nome. È in Inghilterra, tuttavia, che trova i mezzi per dare libero sfogo alla propria creatività, studiando al Surrey Institute of Art and Design e diplomandosi al Royal College of Art di Londra, dove, nel 2004, apre lo studio Bec, assieme al grafico Gero Grundmann. Per lei, un designer può essere indifferentemente “un traduttore, un inventore, un modellatore, una guida, un artigiano o un artista che lavora al servizio della quotidianità anziché di una galleria”. E il suo lavoro riflette questa interpretazione del ruolo, fra arte e design. Lo testimoniano le sue creazioni e performance, miranti a scandagliare le contraddizioni e i paradossi di un sistema che fatica ancora ad imboccare la strada dell’ecosostenibilità.<br />
www.julialohmann.co.uk<br />
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<strong>Pieke Bergmans</strong><br />
“Sono un’inguaribile curiosa e una febbrile sperimentatrice”.<br />
Trentenne olandese, Pieke (Studio Design Virus, Amsterdam) proviene da una famiglia molto creativa. Ha frequentato i corsi della prestigiosa Design Academy di Eindhoven, specializzandosi poi in product design al Royal College of Art di Londra. Della natura non ama l’immagine rassicurante e pittoresca ritratta nei ‘cartoons’, ma preferisce indagare i fenomeni destabilizzanti trasferendone l’effetto ‘virale’ nella creazione di oggetti (mobili, tavoli, sedie, porcellane, vetri e lampadine…) ‘geneticamente modificati’. La loro affascinante ‘diversità’ deriva dalla sperimentazione condotta sui materiali e dalla manipolazione dei processi industriali, con l’obiettivo dichiarato di realizzare una “produzione personalizzata di massa”. Come un virus benigno, la sua ricerca empirica si sviluppa così e si propaga, contagiando tutto ciò che incontra.<br />
www.piekebergmans.com<br />
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<strong>Liliana Ovalle</strong><br />
“Non possiamo sottrarci alla natura e alle sue leggi, possiamo però trarne insegnamenti utili a rielaborare il nostro habitat”.<br />
Studentessa al londinese Royal College of Art e laureata in disegno industriale alla Universidad Nacional Autónoma de México, Liliana Ovalle, 31 anni, è un’attenta osservatrice della realtà che la circonda. Il mondo, nel suo intreccio apparentemente inestricabile di elementi naturali e artificiali, è una fonte costante d’ispirazione per la sua attività creativa che la stimola a trasformare ciò che vede in qualcosa di nuovo e di diverso, modificando la nostra percezione degli oggetti e del loro significato. Così, la muta di un serpente le ispira un tavolo che cambia pelle, la caduta di un meteorite lascia un attraente segno funzionale su una panca, i resti e le scorie del paesaggio urbano si trasfigurano in un confortevole sofà. Alcuni dei suoi originali progetti sono ora proposti in tiratura limitata da Plusdesign Edizioni, Milano.<br />
www.lilianaovalle.com<br />
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<strong>Tomás Gabzdil Libertiny</strong><br />
“Per me la Natura ha in sé una logica che si rivela nel modo in cui le cose funzionano e si organizzano”.<br />
Poco più che trentenne, Tomás, nato a Roznava, in Slovacchia, ha studiato pittura, scultura, product e industrial design al di qua e al di là dell’Oceano, diplomandosi infine alla Design Academy di Eindhoven. Stabilitosi a Rotterdam, città in cui ha sede il suo studio, dichiara una sconfinata ammirazione per i progettisti olandesi di Droog Design nonché per l’artista Anish Kapoor. E la sua ricerca risente dell’influenza di entrambi, situandosi in un territorio di confine, dove natura, tecnica e cultura si fondono, esprimendo un sentimento cosmico di interscambio e armonia. Cos’altro aggiungere se non la passione di Libertiny per il lavoro artigiano di uomini e api? Infatti tra le sue opere, figura anche un vaso di cera realizzato con la collaborazione di 40 mila api.<br />
www.studiolibertiny.com<br />
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<strong>Yael Mer &amp; Shay Alkalay</strong><br />
“Non ci piace distinguere tra naturale e artificiale: è una contrapposizione che genera confusione”.<br /> Nati entrambi a Tel Aviv, 29 anni fa, Yael e Shay hanno studiato insieme alla Bezalel Art &amp; Design Academy di Gerusalemme per poi trasferirsi a Londra, dove, nel 2006, si sono diplomati al Royal College of Art. E, dopo aver condiviso per anni vita, pensieri, idee, studi e… affetti, hanno finalmente deciso di legittimare professionalmente la loro unione, dando vita al Raw-Edges Design Studio. Lei, Yael, ama piegare come fogli sottili strati dei materiali più vari generando volumi curvi e forme funzionali. Lui, Shay, si dichiara affascinato dal modo in cui le cose si muovono, funzionano e interagiscono. I due punti di vista trovano un’interessante e stimolante convergenza nella creazione di oggetti inediti, frutto di una spiccata sensibilità ambientale, piuttosto che di una eccentrica attitudine al ‘bricolage’ creativo. “Preferiamo lavorare al di fuori di etichette e categorie” commenta Shay. <br />
www.raw-edges.com]]></description>
		<pubDate>2009-01-28 11:31:06</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>CuldeSac, Laboratorio di esperienze</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,406,intItemID,420,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Cristina Giménez</strong>&nbsp;di <strong>Cristina Giménez</strong>&nbsp;Potrebbe essere il ritrovo di una rock band ma anche un luogo di culto o un centro sociale. Di fatto, CuldeSac è uno studio multidisciplinare di design nato a Valencia nel 2002 che trae la sua originale forza creativa dalla confluenza di figure e competenze diverse tra loro, provenienti da varie parti del mondo. Sia in spagnolo che in catalano, inglese e francese “cul de sac” significa “strada senza uscita”. Il termine calzava dunque a pennello per il locale situato in un vicolo cieco di Valencia in cui il gruppo di designer avrebbe dovuto trasferirsi. Ma in catalano cul de sac è anche il “fondo del sacco”, il posto in cui si può trovare di tutto, come parrebbe indicare l’elenco dei progetti realizzati sinora dallo studio: da una sedia premiata negli Stati Uniti a una collezione di orologi vincitrice del Compasso d’Oro e del Red Dot Award, dal nuovo volto del Campus de Justicia di Madrid (la cittadella giudiziaria madrilena, ndr) all’evento organizzato in occasione della riapertura milanese della prestigiosa boutique Tiffany &amp; Co. La versatilità di CuldeSac si esprime in un’ampia gamma di servizi forniti alla clientela; le tre divisioni dello studio (Spazio Creativo, Comunicazione ed Experience) si occupano del design di prodotti e di architettura d’interni, di branding strategico e comunicazione integrata, di luoghi ‘esperienziali’ e pubbliche relazioni. Difficile riassumere la storia e i lavori di questo gruppo in origine formato da tre progettisti, quindi da sei, otto, fino ad arrivare ai 17 di oggi. I fondatori, Albert Martínez e Pepe García (Spazio Creativo), hanno in comune un master in design presso il Royal College of Arts di Londra dove hanno studiato con Ron Arad e assimilato metodologie di lavoro insolite per le latitudini mediterranee. Ai primi due si sono man mano affiancati Juan Poveda, Xavi Sempere (Comunicazione), Sophie von Schönburg e Garen Moreno (Experience). Duna, una femmina di labrador trovata nel sud della Spagna, è anch’essa parte di questa grande famiglia. Da questo mix tra formazione anglosassone e cultura mediterranea è nato un interessante modello ibrido che trova la sua nota più originale nel metodo progettuale adottato dal team, in particolare, nell’impostazione del rapporto instaurato con il cliente da loro definito ‘Method Street’. <br />
Tutto nasce nell’atmosfera allegra e familiare che sempre caratterizza lo studio e accoglie gli ospiti. Uno dei momenti più importanti della giornata è l’ora di pranzo. Ogni giorno due componenti del gruppo si assumono il compito di cucinare per tutti. Alle due in punto, diligentemente, si interrompe il lavoro e ci si siede a tavola insieme a clienti, giornalisti, fornitori e chiunque in quel momento si trovi all’interno dello studio. Intorno al tavolo si continua a discutere dei progetti in cantiere e talvolta, soprattutto il venerdì, si accompagna il dessert con un concerto improvvisato: Xavi alla batteria, Garen al cajón flamenco, Alberto alla chitarra e Jordi, membro del gruppo Twelve Dolls, insieme agli altri componenti del team di Comunicazione, alle voci. Un bel modo di concludere la settimana. La giovialità lascia il posto alla massima professionalità nel momento in cui l’intero gruppo analizza e discute i progetti sviluppati da ciascuna specifica competenza. Il confronto tra i vari punti di vista è prioritario ed è anche il punto di forza di CuldeSac, che in ogni progetto riesce a convogliare in un’unica voce il parere di 17 persone. Lo studio prevede addirittura una camera per progettisti ospiti, a cui viene data la possibilità di sviluppare autonomamente i loro lavori ma anche di partecipare a quelli dell’équipe. Dal 2002 a oggi il gruppo catalano ha acquisito un’ampia visibilità grazie alla collaborazione con importanti marchi internazionali. Uno dei primi e più prestigiosi è sicuramente Lladró, l’azienda valenciana di porcellane per cui lo studio ha disegnato Re-Cyclos, la collezione che nel 2005 ha di fatto segnato l’inizio della modernizzazione del marchio. Da allora il portfolio dei clienti di CuldeSac si è arricchito di nomi quali Swarovski, Moooi, Loewe, Tiffany &amp; Co, Lorenz, El Mil del Poaig, Lamalla.cat, Buongiorno, Bernhardt Design, Luzifer, Valentine, Carrera&amp;Carrera. Recentemente tutto il team creativo è stato coinvolto nel rilancio di una delle più note gioiellerie di Valencia: Trinidad Gracia. Un progetto di ristrutturazione integrale in cui l’azienda è stata seguita passo dopo passo, dal design degli interni fino alla promozione e all’apertura del negozio.]]></description>
		<pubDate>2008-12-23 11:04:14</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Il bagno di Patricia Urquiola</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,406,intItemID,419,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;Il primo progetto della designer spagnola per l’ambiente bagno. Una collezione di oltre cinquanta pezzi, firmata Axor, che prende le distanze dalla visione scultorea e ‘maschilista’ dominante nel settore e propone uno spazio intimo, naturale, sensuale. Molto femminile. Afferra le manopole, accarezza le superfici, tasta i volumi e gli spessori dei materiali. Vedendo Patricia Urquiola mentre presenta la sua ultima creazione di prodotto, una collezione di oltre 50 pezzi per Axor (il marchio d’alta gamma Hansgrohe), capisci perché quando discute di design ami usare il termine “piacere”. E capisci in cosa consista il suo ‘tocco femminile’ che ha decretato il successo di tanti suoi progetti: dalla ricerca di un rapporto empatico, sensoriale, fisico con gli oggetti, disegnati per assolvere con sincerità la loro funzione prima (la lezione di Achille Castiglioni e Vico Magistretti, suoi maestri, traspare dal suo lavoro), ma anche per instaurare un rapporto intimo e affettivo con i loro utilizzatori. Anche quando si tratta di rubinetti, arredi e accessori per l’ambiente bagno. È la prima volta che la designer spagnola (o meglio, asturiana con discendenza basca) si cimenta in questo genere di prodotto. Sedotti già da tempo dal segno aggraziato e sensuale dei suoi arredi, dai forti effetti scenografici e decorativi delle tecniche artigianali da lei riscoperte e applicate alla lavorazione di serie, era naturale che questa nuova sfida, riguardante un genere di prodotto molto tecnico e ‘maschile’, avesse generato non poca curiosità tra gli addetti ai lavori. Le aspettative sono state rispettate, perché quanto presentato da Patricia a fine novembre, tra le splendide arcate del Museo Marittimo di Barcellona, sembra in un certo senso sintetizzare, in termini di industrializzazione evoluta, la sua personale visione del comfort e dell’abitare domestico. Innanzitutto, l’idea di uno spazio fluido, flessibile, non più rigidamente delimitato, pensato anzi per integrarsi con la zona notte e per essere personalizzato con oggetti che generalmente non gli appartengono. Da questo punto di vista, il bagno di Patricia Urquiola si pone antiteticamente rispetto alle collezioni sistemiche basate sulla componibilità e scomponibilità delle funzioni. Ma è anche un bagno che, concettualmente, prende le distanze dalla visione monolitica e scultorea degli elementi che lo costituiscono, quella che negli ultimi anni ha trasformato sanitari, rubinetti e accessori in massicci oggetti da esibire, più che da utilizzare.<br />
“Per me” spiega la designer “il bagno è l’ambiente della casa dove più rivive l’idea del contatto originario con la natura. È lo spazio dell’intimità, dell’incontro, della condivisione familiare; per questo ho voluto immaginarlo a stretto contatto con le piante, fatto di tante piccole situazioni personali e personalizzate piuttosto che di lavabi disposti a batteria. Nella collezione che ho disegnato per Axor non c’è una proposta di rottura e nemmeno un’invenzione tipologica. Semplicemente, ho sviluppato l’idea di un bagno molto soft, naturale, in grado di creare una sensazione di comfort e di piacere. Uno spazio flessibile, in grado di dilatarsi e aprirsi a un utilizzo allargato, ma anche di suddividersi in angoli di uso più intimo e individuale”. Due gli elementi che in modo esemplare sintetizzano il concetto: il paravento-radiatore-specchio, che consente di dividere l’angolo bagno dalla zona notte ma anche di riscaldare l’ambiente e di attrezzarlo con vari accessori; il giocoso e rassicurante lavabo a forma di catino con manici – quasi una provocazione rivolta a chi l’aveva concepito sempre più basso, squadrato, scultoreo – che un domani potrebbe addirittura staccarsi dal piano di appoggio e permettere di versare l’acqua utilizzata nelle piante. Traslata a grande scala sulla vasca-tinozza, la forma del catino riconduce ancora una volta il progetto di Patricia Urquiola alla dimensione della memoria e dell’affettività, intesa come componente necessaria di un habitat confortevole e sereno. Anche in questo caso, il riferimento alle forme archetipiche e alle tipologie sedimentate si sposa con avanzati contenuti di ricerca e di innovazione tecnico-materica. Per ottenere la morbidezza delle curve e la piacevolezza al tatto che connotano vasca e lavabi è stata messa a punto una speciale finitura realizzata con un gel coat composito, in grado di conferire anche la massima resistenza. Allo stesso modo, i rubinetti dalle linee organiche e i miscelatori con manopola cava, particolarmente ergonomica, hanno richiesto uno studio approfondito (ben quattro anni di lavoro), che alla fine ha permesso di coniugare la qualità dei prodotti Axor con le inedite soluzioni formali del bagno di Patricia Urquiola.]]></description>
		<pubDate>2008-12-23 10:51:22</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ron Arad<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,84,intIssueID,406,intItemID,418,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Cristina Morozzi</strong> <br />
foto di <strong>Stephane Feugere</strong>&nbsp;testo di <strong>Cristina Morozzi</strong> <br />
foto di <strong>Stephane Feugere</strong>&nbsp;“Tutte le domande su arte e design non sono pertinenti. Non divido mai le cose in categorie: sono, semplicemente, quello che faccio. Non ho bisogno di passe-partout per spaziare da un dominio all’altro”. Come sottolinea il titolo della sua personale No discipline, in programma fino a marzo al Centre Pompidou di Parigi, Ron Arad crede che la disciplina rappresenti un vincolo da spezzare. E che si debba elevare il design a simbolo di libertà e di emancipazione. La personale No discipline al Beaubourg di Parigi (20 novembre-16 marzo), galleria Sud, 1.200 metri quadrati, 600 pezzi, consacra Ron Arad tra i grandi della contemporaneità. Ad avere un simile riconoscimento sono stati in pochi: Carlo Mollino, Charlotte Perriand, Ettore Sottsass, Philippe Starck e Gaetano Pesce. Marie Laure Jousset, curatrice della mostra, sostiene che sulla scena sono pochi i meritevoli. Ron Arad è uno di questi. “Chi altro” interroga “puo reggere 1.200 mq di esposizione?”. Ron li domina con l’energia dei suoi pezzi che raccontano un percorso molto personale: la tensione, quasi una ossessione, verso il superamento dei limiti, formali e professionali. Come creativo è un solitario, autonomo dalle correnti e dai movimenti, che riesce sempre a fare progressi, ostinato a rincorrere il futuro. Ha modificato la semiologia del design, mantenendosi sempre aderente alla propria matrice espressiva. La sua libreria Bookworm, prodotta in plastica da Kartell che nel 1996 ne vendette qualcosa come 1.000 chilometri, come annota il filosofo Fulvio Carmagnola “non ha nulla nella pura presenza percettiva che indichi la natura dell’oggetto” (Vezzi insulsi e frammenti di storia universale, Luca Sassella Editore, 2001). “La Bookworm” commenta Ron Arad, “era qualcosa che sapevamo potesse avere un profitto… La presentarono al Salone del mobile di Milano… Il risultato fu una valanga di ordini… Si trattava di un prodotto di massa che poteva essere acquistato della lunghezza desiderata e a basso costo, montato come voleva il cliente. Come se non bastasse era un sistema di scaffalatura che per la prima volta ignorava la tirannia della linea retta”. Bookworm significò, come scrive Deyan Sudjic “l’ingresso del designer nel mercato del prêt-à- Portrait 79 porter. Dopo aver realizzato esclusivamente abiti di alta moda, ecco il prodotto destinato a tutti... Un prodotto industriale ricavato dalla plastica che veniva venduto al chilometro invece che al metro”. (Ron Arad, Laurence King Publishing. Londra, 1996). <br />
Maurice Oyon, creatore e direttore artistico di Notify, il marchio francese di denim di lusso che ha finanziato l’imponente mostra al Beaubourg, la prima monografica di Ron Arad, orgoglioso – e lo dà a vedere – di essere parte attiva del progetto, sostiene che “Ron ha l’abilità di reinventare le forme: sono inedite, ma diventano subito familiari. Sono creazioni che emanano dall’interno una luce che illumina l’animo. Questa mostra mi rende felice: le opere mi basta vederle, non mi importa possederle. Stare per qualche giorno accanto a un genio è già un gran privilegio”. Catalizzatore dell’incontro, che si annuncia fertile, una borsa, la Flesh bag. Claire, responsabile marketing di Notify, indossa il prototipo, suscitando lo stupore degli invitati alla festa della vernice. È una ellisse in cuoio nero, dotata di un grande occhio centrale che passa, basta sfiorarlo, dall’opacità alla trasparenza, rivelando il contenuto. “Ho pensato a Ron per il concept di questa borsa” spiega Maurice “perché con le sue forme organiche e sensuali è il più vicino alle curve delle donne”. Arad firmerà anche l’atelier milanese di Notify in via Carlo Poma, ricavato da un ex fabbrica di bandiere (inaugurazione prevista per giugno 2009). Al centro dell’atrio ci sarà una scultura in acciaio inossidabile lucidato alta 17 metri, simile a un fungo atomico, che sbucherà sul tetto ricoperto d’erba, riverberando nell’atrio raggi verdi. Con questa opera titanica Arad torna da protagonista a Milano, dove debuttò nel 1985 durante il Salone del mobile, esponendo da Zeus in via Vigevano i suoi primi lavori fatti a mano nel laboratorio londinese di Neal street, a Covent Garden: la Rover Chair, un sedile ricavato da una Rover 2000 montato sui Kee Klamp, un sistema di giunti d’acciaio a basso costo, brevettati negli anni Trenta da un uomo di nome Gascoigne, che il designer aveva già utilizzato per creare scaffalature e letti a castello, e il Concrete Stereo, dove le componenti hi-fi erano annegate nel cemento. La Rover Chair, acquistata all’epoca per 99 sterline da Jean Paul Gaultier, è ormai un pezzo da museo, e Ron è disputato da gallerie, collezionisti e aziende ma conserva nei confronti di Maurizio e Nicoletta Peregalli, fondatori nel 1984 di Zeus assieme a David Mercatali, la medesima fraterna amicizia. Nel volume, editato in occasione del ventesimo compleanno di Zeus, scrive: “...Venivamo da un posto completamente diverso e andavamo in una direzione completamente diversa ma, nonostante ciò, percepimmo subito una forte affinità. Era la loro dedizione alla causa, lo scostamento dalla tipica avanguardia milanese che li circondava... Non sapevamo assolutamente cosa volevamo fare insieme, che forma avrebbe potuto assumere la nostra collaborazione, ma sentimmo immediata la necessità di creare un gruppo di affinità internazionale. Oggi sappiamo che quei primi anni di Zeus furono fondamentali per il nostro sviluppo” (Zeus-20 anni di passione, 1984-2004). <br />
Le aziende italiane, Moroso prima di tutte, poi Kartell, Driade, Magis, Alessi, I Guzzini gli hanno consentito di diventare designer industriale. Un imprenditore italiano, Stefano Ronchetti, gli ha permesso di restare artigiano/artista, mettendogli a disposizione la sua competenza nella lavorazione dei metalli e un atelier per le realizzazioni speciali. Arad è stato uno dei primi a dedicarsi al riciclo creativo, trasformando oggetti preesistenti. Ma anche uno dei primi a capire che gli oggetti che suscitano lo stesso interesse di un’opera d’arte appartengono a un universo economico completamente diverso da quello destinato a risolvere i problemi domestici: “Perciò, ci siamo dedicati” dichiara “a fare cose di cui la gente non ha veramente bisogno, vendendole a un prezzo che la maggior parte delle persone non può permettersi”. Degno erede di Pietro Paolo Rubens che “alzava il prezzo dell’opera per rendere onore all’arte”, Arad cinicamente afferma che “come designer misura il successo sul numero dei pezzi venduti, ma come artista sulle quotazioni che un oggetto raggiunge a un’asta”. A chi gli domanda se si sente più designer o artista risponde: “Un giocatore di ping-pong” (e del resto nel 2008 ha creato assieme a Francesco Clemente un tavolo da ping-pong in acciaio inox, presentato ad Arte Fiera di Bologna). “Quello che conta è se l’oggetto che hai creato è interessante o noioso; se, toccandolo o guardandolo, dà un senso di piacere, oppure no. Non è necessario sapere cosa sia!”.]]></description>
		<pubDate>2008-12-23 10:43:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>UseLess is More</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,406,intItemID,417,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>JoeVelluto </strong><br />
testo di <strong>Stefano Caggiano</strong>&nbsp;progetto di <strong>JoeVelluto </strong><br />
testo di <strong>Stefano Caggiano</strong>&nbsp;Una provocatoria mostra di oggetti privati della loro funzione, capaci però di generare un pensiero diverso. Presentata a Torino lo scorso novembre, la prima interpretazione del manifesto dell’Adesign dei JoeVelluto offre lo spunto per una riflessione più generale sul nuovo funzionalismo ‘liquido’ del design del XXI secolo. Può sembrare un gioco, ma non lo è. Togliere le lancette a un orologio, il piano seduta a una sedia, i ganci a un attaccapanni, non è virtuosismo stilistico ma asportazione chirurgica di quell’organo vitale di ogni oggetto d’uso, la Funzione, con cui l’anima artistica del design vive da sempre un ingarbugliato rapporto di amore/odio. Loro sono i JoeVelluto, e il loro ultimo blitz tra le maglie ormai instabili del parco oggetti punta ad aprire nuove possibilità per il pluriverso senso delle cose. Del resto, Andrea Maragno e Sonia Tasca (i membri storici rimasti nel gruppo, dopo la fuoriuscita del più ‘industrial’ Simone Polga) ci hanno abituati da tempo ad accelerazioni improvvise in direzione dell’Altro-che-design. E con questa prima mostra personale, UseLess is More a cura di Beppe Finessi (7-19 novembre 2008, Palazzo Bertalazone di San Fermo, Torino), ribadiscono la loro scelta, e spostano più in là il lavoro inquieto della sperimentazione. Gli oggetti in mostra sono otto, anzi sedici, perché ciascuno è sottoposto a un processo di fissione che genera da una parte un oggetto senza funzione e dall’altra una funzione senza oggetto. Se il design progetta la funzione, l’Adesign (titolo del manifesto poeticofilosofico dei JoeVelluto, di cui UseLess is More rappresenta il primo momento operativo) progetta la disfunzione. Così, oltre ai pezzi menzionati, sono sottoposti allo stesso trattamento ‘disfunzionalizzante’ una libreria, un tavolo, una lampada, un souvenir da Venezia, un crocifisso. <br />
Non è il bambino che rompe i giocattoli per vedere come sono fatti. Fin dal rosario in pluriball RosAria, la ricerca dei JoeVelluto ha esibito una precoce sensibilità nei confronti dell’arte concettuale. E come l’arte contemporanea si è liberata dal destino unico della ‘rappresentazione’, così questo modo di fare design prosegue il suo schizofrenico percorso di emancipazione dal destino monotematico della ‘bella funzione’, per aprirsi alla varietà felicemente non garantita di significati elastici ed emozioni contraddittorie. Per questo l’inutile è più: perché togliendo un pezzo a un oggetto si liberano delle configurazioni alternative che prima erano intrappolate all’interno della Tipologia definita. Asportando la funzione, si riporta l’oggetto a una condizione di ‘totipotenza’, nella quale il paralume di una lampada non deve per forza essere solo il paralume di una lampada ma può incarnarsi in qualsiasi altro avatar. Sarebbe tuttavia un errore credere che questa generazione di designer rifiuti la funzione. Al contrario, è proprio percorrendo le strade laterali della disfunzione che il design del XXI secolo tiene accesa la reinvenzione quotidiana, debole ma diffusa, del senso degli oggetti. Il funzionalismo classico esauriva il suo intervento all’interno di tipologie definite, magari migliorandole in maniera geniale ma quasi mai andando oltre. Il nuovo funzionalismo ‘liquido’, invece, non parte dalle tipologie ma dai gesti compiuti dalle persone nella vita reale, che quasi mai coincidono con i piccoli e grandi schemi di comportamento che gli oggetti ci prescrivono attorno. Emblematico a questo proposito Mr. Hyde, lo zerbino che i nostri hanno dotato di un vano segreto in cui nascondere la chiave di casa. Ma anche la cialda a forma di ditale di Paolo Ulian, da ‘tocciare’ nella Nutella. Piccoli gesti di effrazione nei confronti del sistema degli oggetti che diventano progetto. Questo cercare l’idea non nella tipologia ma nel gesto non prescritto è un tratto caratteristico del ‘design che prima non c’era’, direttamente legato alla nuova antropologia in cui questi designer operano e che lega il valore di un oggetto non a ciò che è ma a ciò che potrebbe essere. Non i risultati, ma le potenzialità di trasformazione costituiscono il ‘senso’ dei prodotti del XXI secolo. In fondo, non è affatto strano che una generazione nata in un mondo pieno di cose inutili scovi proprio nell’inutile la dimensione del significato. Sfidando la funzione a uscire da se stessa per trasformarsi in possibilità fresca. Il design non è mai stato così vivo.]]></description>
		<pubDate>2008-12-23 10:28:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Mosca verticale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,406,intItemID,416,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Gabriele Basilico e Umberto Zanetti</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&#160; <br />
foto di <strong>Gabriele Basilico</strong>&nbsp;progetto di <strong>Gabriele Basilico e Umberto Zanetti</strong><br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&#160; <br />
foto di <strong>Gabriele Basilico</strong>&nbsp;Uno sguardo nudo sulla Mosca contemporanea, privo di estetismi, proposto come registrazione urbana sui cambiamenti avvenuti scavalcando il millennio. È l’ultimo lavoro di Gabriele Basilico, in collaborazione con Umberto Zanetti, esposto lo scorso novembre a la Cité de l’Architecture &amp; du Patrimoine parigina. Una lettura della città russa condotta da una serie di punti di vista d’eccezione: la sommità dei sette edifici-torre voluti da Stalin come simboliimmagine della capitale del socialismo reale. Èil marzo del 1918 quando Vladimir Lenin, a capo del nuovo Stato socialista, sceglie di spostare la sede del nuovo governo da San Pietroburgo a Mosca, allontanandosi dai confini e dai venti di guerra. Da questo momento Mosca ridiventa capitale con nuovi intenti di sviluppo e di globale ripianificazione. Nel 1935 Josif Stalin, successore di Lenin, ne immagina un grande piano generale di ricostruzione che avrebbe fatto di Mosca il ‘monumento di pietra’ del socialismo sovietico e il ‘modello alternativo’ da mostrare con orgoglio all’Occidente capitalista. Dimenticate le sperimentazioni delle avanguardie rivoluzionarie, è in tale visione che il tipo del vysotnye zdanija (letteralmente ‘edificio alto’, ma non traduzione del ‘grattacielo’ di matrice americana cui ideologicamente si oppone con forza) comincia a prendere forma. Un genere architettonico genuinamente sovietico, per mole, linguaggio, regia dislocativa. Un’architettura chiamata a segnare nella sua ripetizione strategica (delle otto torri previste sette troneggiano ancora nel tessuto urbano di Mosca) il bordo radiale della città orizzontale che al suo centro doveva avere quale fulcro attrattivo il famoso e quasi leggendario Palazzo dei Soviet (mai costruito). Oggetto di un grande concorso internazionale a cui parteciparono tra gli altri anche Gropius e Le Corbusier, dopo la vincita di un progetto americano il disegno di questo edificio venne riassegnato al sovietico Boris Jofan che ne portava l’altezza a ben 415 metri, per raggiungere il primato della costruzione più alta in grado di oscurare l’Occidente (con i suoi 116 metri in più della Torre Eiffel e i 33 da aggiungersi all’Empire State Building newyorkese). In realtà, le sette torri fortemente volute da Stalin più che un primato in altezza diventano parte di un progetto urbanistico di largo respiro; sono edifici che all’elemento verticale di richiamo, visibile quale inequivocabile landmark sia dall’interno della città sia dai territori dell’intorno, aggiungono, man mano che scendono al suolo, dei corpi annessi che ne sottolineano il senso di radicamento alla città e ai suoi spazi, evitando in un certo modo di farne monumenti isolati. <br />
Come scrive Alessandro De Magistris nel suo contributo in apertura del ricco catalogo (Mosca Verticale, Federico Motta Editore), “i grattacieli di Stalin rivestirono, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, una indiscussa centralità nel disegno urbanistico di Mosca. Materializzarono nel modo più persuasivo quella saldatura tra ideologia, monumento architettonico e morfologia urbana in cui trovava espressione l’idea di socrealizm, che dal dopoguerra alla morte del dittatore ispirò la ricostruzione delle principali città dell’Europa orientale”. Modelli dunque, sorta di cattedrali laiche quanto ideologiche, gli ‘edifici alti’ moscoviti si offrono come “sfolgoranti piramidi di pietra stile Impero (stalinista), capolavori architettonici a volute e colonnati, iniziative audaci da ideologi, case-città, piccole isole felici con ristoranti, garage, parrucchieri, farmacie, piazze; caffè all’aperto e altri negozi…, queste ‘case alte’ che s’innalzano trionfalmente verso il cielo riflettono la dialettica di fondo dello stalinismo, a metà strada tra spirituale e funzionale, dispotico e popolare”, come affermava Anne Nivat nel suo libro dedicato proprio a uno di questi giganti architettonici e alla vita raccontata dai suoi abitanti tra passato e presente (La Casa alta, Casa Editrice Le Lettere 2004). Il progetto di Gabriele Basilico, condotto insieme a Umberto Zanetti, se da un lato rilegge, immortalandole in rigorose riprese frontali in bianco e nero, la storia di queste torri moscovite, dall’altro ne rivaluta il senso (nell’ambito di un piano urbanistico esteso dalla città al territorio) utilizzandole quali avamposti privilegiati per osservare, dall’alto e in verticale, la città nel suo complesso. La disposizione a corona dei sette vysotnye zdanija permette infatti una lettura a 360 gradi della capitale; Basilico ne registra con i suoi scatti a colori, ma di tonalità slavata dal cielo bianco, reale e piatto, le mutazioni avvenute, i cantieri in crescita – questa volta sì con grattacieli in curtain wall ‘stile globalizzazione’ – la pubblicità, e quelle espressioni progettuali diffuse che Zanetti chiama “le carie edilizie, che testimoniano il guasto e la corrosione del patrimonio architettonico dell’eredità”. Dall’alto del Kotel’niceskaja, del Krasnye Vororota, del Leningradskaja, del Barrikadnaja, del Mid, dell’Ukraina e dell’Mgu, Basilico legge, osserva e riporta lo stato della città, senza dare giudizi, ma offrendo delle viste in verticale, a volte secondo vertiginosi tagli obliqui che, come si ricorda nella parte introduttiva, alludono alla lezione della dinamica di un artista della Rivoluzione come Rodcenko. Un ritratto urbano che fa in un certo senso parlare la città, le sue strade, i suoi spazi, attraverso lo strumento della fotografia guidato dalla propensione all’ascolto, per capire il senso e la forma urbana tra passato e presente.]]></description>
		<pubDate>2008-12-23 10:14:28</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Copenhagen/Ørestad Gymnasium</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,406,intItemID,415,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>3XN</strong> <br />
foto di <strong>3XN/Adam Mørk</strong> <br />
testo di <strong>Antonella Galli</strong>&nbsp;progetto di <strong>3XN</strong> <br />
foto di <strong>3XN/Adam Mørk</strong> <br />
testo di <strong>Antonella Galli</strong>&nbsp;Per un liceo di Copenhagen con indirizzo in comunicazione gli architetti di 3XN hanno ideato un edificio che rivoluziona il concetto di edilizia scolastica: le aule sono sostituite da spazi flessibili, i piani sono connessi e aperti, il flusso delle informazioni e dei saperi non trova ostacoli.
Al suo apparire, nel 2007, l’edificio che ospita il liceo
Ørestad a Copenhagen ha suscitato notevole interesse a livello
internazionale. Nel 2004 lo studio danese 3XN, con sedi ad
Århus e Copenhagen e capitanato da Kim Herforth Nielsen, si
era aggiudicato l’incarico, presentando il progetto di una scuola
intesa come contenitore attivo per un sapere basato
sull’interdisciplinarietà e sull’uso dell’Information Technology.
L’ istituto, infatti, con indirizzo in comunicazione e media,
procura a ogni suo allievo un computer portatile che diviene il
principale strumento di lavoro all’interno dell’edificio, coperto
da rete wi-fi. Coerentemente con i principi dello studio 3XN,
secondo cui l’architettura, nel rispondere a un bisogno
immediato, deve saper offrire indirizzi per il futuro, il team di
progettisti ha ideato un parallelepipedo in vetro e cemento,
all’interno del quale si dispiegano quattro piani a forma di
boomerang. Ognuno di questi piani-ponte è disposto secondo
una rotazione rispetto all’altro, quasi a riprodurre, nel
complesso, l’otturatore di un obiettivo fotografico, con il focus puntato sulla hall centrale. I quattro piani costituiscono le zone
di studio del college e sono attrezzati con arredi flessibili, che
consentono di ottenere facilmente grandi spazi per lezioni
corali, postazioni per piccoli team o zone per studio
individuale. In ciascun piano un ampio contenitore cilindrico
ospita al suo interno una sala con audiovisivi e, al di sopra, una
terrazza per relax e lavoro individuale attrezzata con cuscini
colorati. Al centro dell’edificio corre una scala elicoidale
rivestita in rovere biondo e connessa a tutti e quattro i piani:
rappresenta l’alveo per il flusso degli studenti e,
contemporaneamente, un luogo sociale per osservare e farsi
osservare. Tre maxicolonne fungono da sostegno all’intera
struttura, affiancate da una griglia irregolare di colonnine: su
ogni piano, dunque, gli elementi architettonici fissi sono pochi,
mentre tutto l’arredo è, in misura diversa, riposizionabile a seconda delle esigenze dei vari gruppi. Lo spazio rispecchia le
più avanzate tendenze internazionali riguardo all’educazione e
all’ambiente di apprendimento, che prevedono spazi dinamici e
vicini alla vita quotidiana, in cui la comunicazione e
l’interazione siano facilitate. Il fine ultimo, pienamente centrato
dal progetto di 3XN, è di rafforzare la capacità dei singoli allievi
nel gestire il proprio lavoro, sia autonomamente, sia in team,
accrescendone così la responsabilità personale rispetto al
percorso scolastico.]]></description>
		<pubDate>2008-12-22 18:26:14</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Bocconi d’autore</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,406,intItemID,414,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di<strong> </strong><strong>Yvonne Farrell e Shelley Mc Namara/Grafton Architects </strong><br />
foto di <strong>Paolo Tonato</strong> <br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;progetto di<strong> </strong><strong>Yvonne Farrell e Shelley Mc Namara/Grafton Architects </strong><br />
foto di <strong>Paolo Tonato</strong> <br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;A Milano, il nuovo edificio dell’Università Bocconi all’angolo tra via Roentgen e viale Bligny: un simbolico ‘scudo’ di pietra e cristallo “duro all’esterno e amichevole all’interno”, premiato quale miglior edificio dell’anno al World Architecture Festival di Barcellona. Ci sono voluti un concorso internazionale, 100 milioni di euro, 11.200 mq di materiale lapideo per i rivestimenti di facciata e le coperture e davvero molto altro ancora... ma, finalmente, il ‘sogno’ dell’ateneo che incontra la sua città si è realizzato: la Bocconi ha quel campus universitario (68.628 mq di sviluppo) che organizza, con un sapiente gioco di vuoti e trasparenze, 6 livelli sopra e tre sotto terra, uno spazio di lavoro e uno spazio pubblico (con un’Aula Magna, cinque sale congressi e un incredibile foyer dedicato all’arte), rappresentando la ricucitura di salienti episodi architettonici e linguistici legati al suo percorso: dalla sede della facoltà disegnata da Giuseppe Pagano nel 1941 al complesso pensionato-biblioteca firmato da Giovanni Muzio nel 1953, fino al building elissoidale di Ignazio Gardella (1995) che comprende numerose aule e un auditorium. L’ingresso su viale Bligny costituisce una sorta di piazza, sobria ma distinta, dove attori della scena sono la fisicità opaca del ceppo di Gré, una pietra lombarda presente nelle facciate di molti palazzi milanesi, e la leggerezza della lunga vetrata trasparente sottostante, l’elemento che catalizza e veicola lo sguardo verso l’ingresso e lo spettacolare foyer ipogeo. È la rappresentazione riuscita di una sorta di Giano bifronte: l’edificio (che occupa un lotto rettangolare di 70 x160 metri del complesso universitario) appare infatti all’esterno, in alto solido e pieno e in basso lieve ed etereo, mentre la sua dimensione estroversa si rivela all’interno, quando diventa totalmente aperto, luminoso e riflettente. “È duro all’esterno e amichevole all’interno” riconoscono le progettiste irlandesi titolari dello studio che firma la realizzazione, scavata fino a meno cinque metri dalla quota stradale per incontrare il foyer ipogeo dell’Aula Magna ma, anche per ritrovare lo spazio urbano tramite la vetrata trasparente, stratificata e inclinata dell’area d’ingresso e la continuità visiva della pavimentazione in pietra. <br />
Da fuori si può vedere la vita del foyer e da dentro quella della città. Dall’interno del campus si può percepire inoltre tutta la trasparenza dei volumi vetrati degli uffici sospesi perpendicolarmente e destinati a 1240 persone (in gran parte docenti e ricercatori). Questo è stato possibile perché la costruzione si ispira a quella di un ponte: una struttura a cui vengono ‘appesi’, attraverso tiranti d’acciaio, piani e volumi flottanti, come nel complesso realizzato da Oscar Niemeyer per la sede Mondadori di Segrate, dove il cemento sfida ogni legge statica per diventare scultura. Qui, i tecnici hanno spiegato che, per alleggerire le strutture, sono stati adottati particolari sistemi di post-tensione, ovvero travi-parete che sostengono in copertura le travi principali, a cui fanno riferimento tutte le solette. Si tratta di vere e proprie pareti in cemento armato, forate in corrispondenza del passaggio dei volumi degli uffici. In concreto, non si vedono molti pilastri e la luce naturale - altro punto di forza del progetto - sottolinea ulteriormente l’effetto di smaterializzazione-sospensione dei volumi, anche grazie a due lucernari che ne regalano una diffusione zenitale. Invece, le finestre ventilate degli uffici, formate da lastre traslucide sovrapposte, essendo apribili, permettono una ventilazione naturale che limita e ottimizza l’uso dell’impianto di climatizzazione. Le suggestioni dell’architettura si completano sul piano linguistico. Nel foyer, le forme decostruttiviste disegnate da Grafton Architects si sposano infatti in modo felice con un’austerità di stampo brutalista, restituita dal beton brut (cemento grezzo) a vista adottato per scale e pavimenti e dall’intonaco bianco delle pareti. È la tavolozza di bianchi e grigi che prepara lo sfondo neutrale ideale all’esposizione di opere di arte contemporanea e sculture monumentali di stampo conettuale-minimale, molte provenienti dalla collezione Panza di Biumo o Arnaldo Pomodoro. Perché la cultura si possa accendere di altri stimoli, forme e colori.]]></description>
		<pubDate>2008-12-22 18:13:58</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>L’architettura del sapere</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,406,intItemID,413,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetti di <strong>Alejandro Aravena, Mario Cucinella, DPA, Bernard Tschumi</strong> <br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;progetti di <strong>Alejandro Aravena, Mario Cucinella, DPA, Bernard Tschumi</strong> <br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Le realizzazioni più innovative, qui distillate in quattro esempi in diversi contesti, affrontano alcuni aspetti chiave del progetto contemporaneo: l’idea del contenitore specchio della ricerca che vi si svolge, quella del costruire sul costruito, quella del nuovo landmark territoriale e infine quella dell’architettura come paesaggio. Tutte più che richiamarsi a un ‘tipo edilizio’ si riconducono storicamente al concetto di luogo. Una rilettura dei modelli insediativi chiamati nel passato a sottolineare la funzione d’incontro e di scambio, legandoli però alle condizioni della contemporaneità: sia dal punto di vista funzionale sia per quanto riguarda l’occasione di sperimentazione in senso lato. Se in origine il modello dell’università moderna, che vede la nascita all’inizio del XIX secolo, si riconduce per analogie insediative al modello del chiostro monastico medievale quale archetipo del luogo d’incontro, di scambio e di conservazione del sapere, l’evoluzione dell’architettura universitaria sta al passo coi tempi, testimoniando in modo diretto i cambiamenti della società per cui è fondata, traducendo in chiave tridimensionale abitabile la struttura delle relazioni umane su cui si basa. Ciò che accomuna le diverse costruzioni dedicate al sapere distribuite in ogni parte del mondo è il fatto di costituire un terreno di effettiva sperimentazione architettonica rapportata sia alle scelte compositive e tecnologiche adottate sia di linguaggio e di soluzioni distributive legate ai diversi contesti geografici e temporali. Molti sono gli esempi illustri che si trovano nella storia del Novecento e che rimangono esempi fondativi sia dal punto di vista di piccole città compiute sia da quello di edifici organici alla città che li accoglie e con cui ricercano stretti legami e relazioni comuni. Per l’Italia basterebbe ricordare il caso esemplare della Città Universitaria di Roma, pensata da Marcello Piacentini nel 1932 quale ‘progetto corale’ della cultura razionalista nostrana (Giovanni Michelucci e Giuseppe Pagano, Gio Ponti e Gino Capponi furono alcuni degli architetti in gioco), per arrivare alla sede dell’Università della Calabria a Rende (Cosenza, 1973-79) che Vittorio Gregotti, con Emilio Battisti, Pierluigi Nicolin, Franco Purini e altri, delineava come nuovo modello di formidabile landarchitecture a scala appunto territoriale. Non si possono dimenticare gli esempi americani firmati da Alvar Aalto (i dormitori del Mit a Cambridge del 1947), di Le Corbusier (il Carpenter Center for Visual Art del 1961 sempre a Cambridge), il lirismo e la poesia del Jonas Salk Institute di Louis Kahn a La Jolla in California del 1959-65. Si tratta solo di un accenno a una serie di progetti innovativi che potrebbe continuare e che forma forse un capitolo a sé nella storia dell’architettura, per grado di sperimentazione e stretta relazione con la componente sociale. <br />
Anche oggi l’architettura dell’università appare uno degli ambiti più interessanti da osservare sotto molti punti di vista. I quattro esempi che presentiamo in queste pagine affrontano in diversi contesti alcuni aspetti chiave del progetto contemporaneo: il carattere di contenitore architettonico specchio della ricerca che si svolge (il Centro per le energie sostenibili nel campus della Nottingham University a Ningbo in Cina di Mario Cucinella Architects); il costruire sul costruito (l’École Cantonale d’Art a Losanna in Svizzera di Bernard Tschumi); il nuovo landmark territoriale segno dell’insediamento complessivo (il centro informatico dell’Università Cattolica a Santiago del Cile di Alejandro Aravena); l’architettura come paesaggio (l’Ewha Womans University a Seoul in Corea di Dominique Perrault. Nel cuore del distretto cinese di Zhijiang, in cui si trova il campus della Nottingham University, il nuovo edificio Cset (2008) di Mario Cucinella emerge come un magico volume prismatico dedicato alla diffusione di tecnologie sostenibili (solare, fotovoltaica, eolica). Il volume, sfuggente e leggero, si riconduce alla figura delle antiche lanterne e dei paraventi di legno della tradizione cinese, cambiando aspetto dal giorno alla notte quando le luci interne lo accendono come un segnale luminoso che si riflette nel fiume. Le facciate sono composte da una doppia pelle in vetro con motivi serigrafati che evocano le presenze monumentali della zona. Un’ampia apertura sulla sommità cattura la luce naturale convogliandola a tutti i piani e produce allo stesso tempo un effetto camino che assicura un’efficace ventilazione naturale. Una serie di pannelli radianti a pavimento trasforma l’energia geotermica per riscaldare e rinfrescare l’ambiente, facendo di quest’opera un ulteriore esempio di architettura sostenibile che si aggiunge ad altri lavori, parte della densa ricerca in questo ambito di Mario Cucinella. <br />
Attenzione alla sostenibilità è rivolta anche da Alejandro Aravena (Leone d’argento all’ultima Biennale di architettura veneziana) nelle sue ‘torri siamesi’ per il Centro informatico a Santiago del Cile (2003-2006). Qui, sopra un basamento praticabile rivestito con tavole di legno grezzo dal forte spessore, due volumi scomposti di vetro rivestono altrettante torri costruite al loro interno; una sorta di gabbia architettonica trasparente che si stacca dalla facciata vera e propria dell’edificio interno, rivestito con pannelli di fibrocemento, creando uno spazio vuoto che funge da efficace camino di aerazione che spinge verso l’alto il caldo accumulato nelle stagioni estive, offrendosi allo stesso tempo come efficace meccanismo di isolamento termico nelle stagioni più rigide. Le ‘torri siamesi’ sono il simbolo dell’Università Cattolica di Santiago e si propongono come “un volume relativamente ermetico, con perforazioni estremamente controllate verso l’esterno, [poiché] ora che si lavora davanti a schermi elettronici è preferibile una condizione di penombra, in cui non intervengano riflessi fastidiosi” (A. Aravena). Alla dimensione paesaggistica si riconduce l’Ewha University a Seoul (2008) che Dominique Perrault ha pensato come una sorta di canyon architettonico calato nel contesto urbano con edifici coperti di verde affacciati sul percorso centrale che diventa il cuore en plein air del complesso universitario e allo stesso tempo un nuovo spazio urbano offerto alla città. Infine la nuova sede dell’Ecal (2007) a Renens, distretto industriale alle porte di Losanna, firmata da Bernard Tschumi, rientra in quella sempre più diffusa pratica del riuso del manufatto urbano, del ‘costruire sul costruito’; in questo caso una fabbrica di calze dismessa assunta come contenitore in cui collocare i nuovi spazi didattici e d’incontro della scuola d’arte e design. Tschumi ha lavorato sulla pelle delle facciate con riusciti innesti cromatici, che non hanno cancellato la memoria industriale dell’edificio, scavando nell’interno, creando spazi a doppia altezza in grado di assumere l’aspetto di piccole ‘piazze coperte’ in cui la luce piove dall’alto e dove all’intorno si distribuiscono i vari e diversi ambienti didattici.]]></description>
		<pubDate>2008-12-22 18:02:54</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Gocce di vetro sulla città</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,406,intItemID,412,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>UnSangDong Architects</strong> <br />
foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;progetto di <strong>UnSangDong Architects</strong> <br />
foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;In Corea del Sud, a Seoul, Kring, macro-oggetto multi-target e multi-funzione, riveste un ambizioso investimento edilizio con la poesia dell'arte. Al piano terra e al primo piano spazio espositivo, al secondo sala conferenza, al terzo spazio per la vendita di immobili, al quarto e ultimo sky garden, approdo futuristico di un percorso sensoriale, racconta di un’architettura che è contemporaneamente strumento di marketing e contenitore urbano. La danza di due gocce d’acqua non sbaglia un passo. Uno dopo l’altro, il suo movimento è sempre assecondato dalla tenacia dei colpi, sempre sullo stesso punto, sempre lo stesso bersaglio. Scava i pori d’una scatola d’acciaio come pietra, la svuota di sé, per poi spargerla di mare, d’idee nuove. Si presenta imponente ai volti perplessi di una metropoli senza fascino. Seoul ha il talento d’un luogo mediano, cosa diventerà, forse lo vedremo. Perché la rincorsa, tra l’abisso e il volo, costringe sempre alla tensione di un investimento sostenibile, verso oggetti architettonici generatori di profitto. Darwin è ancora qui, tra noi, affacciato dal cilindro vetrato della sala riunioni sospesa sul grande atrio d’entrata. Da lontano, guarda gli architetti Yoon Gyoo Jang e ChangHoon Shin dialogare con i dirigenti della Kumho E&amp;C, gruppo leader nel settore edilizio. Per sette volte, il suo spessore scopre le sue stratificazioni e ci svela il suo tempo e la prossima generazione. Kring lascerà il segno anche quando ci dimenticheremo delle sue forme, perché il suo programma ha reinventato un nuovo modo di fare l’architettura. Il primo lustro del millennio aveva celebrato i nuovi mecenati, che sotto colpi consumistici d’effimera ebbrezza, avevano riempito cubi e torri di neon, pagliette e capi d’alta moda. <br />
L’architettura, il più intelligente messaggio promozionale, strumento di marketing, tridimensionale nell’aspetto, bidimensionale nella sua percezione, monodimensionale nel suo contenuto si era riempita di nuovi simboli demagogici. Kring no. Mantiene la rotta ma scorge un altro approdo, nell’evoluzionismo. Così un’impresa edilizia commissiona un’opera multi-target, la riempie di percorsi funzionali apparentemente distinti dall’obiettivo originale. Il programma funzionale penetra il volume di facciata con rilievi bianchi che incorniciano iridi vetrate, sette come gli epicentri del fronte su strada. Circolare, verticale e orizzontale, irradiato e riflesso, è il principio assoluto di questo progetto vestito di passaggi d’acciaio puntati sulla città. Oltre il varco, il bianco lucido galleggia d’opere scultoree, gli uffici arretrano oltre la sala cinema verso il fronte interno, mentre lo sguardo si perde sulle tre rampe aperte che si arrampicano eccessive sul primo solaio e la zona caffetteria, foyer espanso della sala conferenze multiuso. Pulsa, si riduce, si dilata, il parallelepipedo è un lago ghiacciato. Fuori, i suoi fori arretrano tra gli anelli luminosi che disegnano un anfiteatro verticale sui contorni della città, le incisioni circolari sono riverberi d’una goccia, un’altra, un’altra ancora. Dentro, dal cilindro vertebrato vetrato, ci ‘si tuffa’ nel vuoto abbagliato dai tanti soli, diventati satelliti del visitatore che, incuriosito, si aggrappa al ‘tunnel poroso’ e sospeso del terzo livello. Il segreto di Kring si svela, discretamente, finalmente. Avvolto da pareti e controsoffitti di legno, 6 ambienti vetrati, 12 poltrone rotonde e girevoli, chi ha girovagato tra sculture volanti, ha partecipato ad un congresso o ascoltato musica, magari con un caffé in mano, alla fine, se vuole, può comprare una casa. Può anche pensarci su, salendo all’ultimo passaggio lunare, tra un deck ondulato, allungato sotto gocce d’acciaio di un cielo sereno. Sedute sparse come cubi di ghiaccio perforato, in fondo una mela morsicata, oltre, un altro occhio sovrascala si affaccia sulle silohuette occidentali della città, sul cantiere del cambiamento, ed una goccia di vetro, come una lacrima, unisce due pelli d’acciaio.]]></description>
		<pubDate>2008-12-22 17:50:33</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Madrid, TupperHome</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,406,intItemID,410,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di<strong> Andrés Jaque</strong><br />
foto di <strong>Miguel de Guzmán</strong> <br />
testo di <strong>Francesco Vertunni</strong>&nbsp;progetto di<strong> Andrés Jaque</strong><br />
foto di <strong>Miguel de Guzmán</strong> <br />
testo di <strong>Francesco Vertunni</strong>&nbsp;A Madrid, in Spagna, il prototipo abitabile del programma Tupper Home Shop. Realizzato dallo studio di architettura guidato dal giovane architetto Andrés Jaque, è una casa-programma che si propone di affrontare il problema della crisi dei tradizionali modelli di sviluppo residenziali attraverso nuove tipologie abitative mirate all’ottimizzazione degli spazi interni.
Un miniappartamento di trenta metri quadrati
pensato per una coppia di mezza età che ha deciso di vivere
fuori città, ma che nel centro urbano desidera conservare un
luogo di riferimento dove tornare saltuariamente e dove
lasciare i due figli adolescenti in modo stabile per la durata
dei loro studi; è questa la prima Tupper home che si rapporta
per intenzioni di marketing alla famosa catena distributiva
dei prodotti di plastica Tupperware per la casa, che dimostrò
nel mercato europeo del secondo
dopoguerra la sua efficienza nel
network distributivo e di
comunicazione. L’ambiziosa idea
del giovane progettista madrileno è
quella di inserire il ‘prodotto casa’
all’interno di un più vasto
programma-catalogo di ‘articoli
architettonici’ per l’abitare del
presente e del vicino futuro, offerti
al largo pubblico come un sistema
teso al miglioramento delle
soluzioni tecnologiche e
dell’ottimizzazione degli spazi
domestici. Un progetto che alla
riconfigurazione delle tipologie
abitative aggiunge suggerimenti su
possibili nuovi comportamenti
urbani del ‘vivere in casa’ dove,
mantenendo le stesse funzioni, si arrivi a una riduzione del loro sviluppo planimetrico di circa
il 55%, abbassando in proporzione i costi complessivi.
Per questo modello sperimentale, ma abitabile a tutti gli
effetti, si è lavorato su uno spazio a doppia altezza con pianta
a “L” sviluppata verso l’interno e con un unico affaccio su
un piccolo balcone trasformato in microgiardino pensile.
Lo spazio unitario del monolocale è scandito da colori
pastello che si spalmano sugli arredi fissi a parete contenenti
attrezzature domestiche a scomparsa (lavatrice e
asciugatrice), sui mobili della cucina e sulle porte.
Rosa, azzurro, verde pisello, richiamano i colori dei
prodotti in plastica Tupperware, usati in famiglia per anni
per conservare i cibi preparati per i bambini.
Alla plastica, in questo caso traslucida, si rapportano
anche i leggeri schermi inclinati che separano le due zone
notte ricavate sul mezzanino.
Queste, indipendenti e raggiungibili
con scale metalliche (una fissa e
l’altra mobile su ruote, per scorrere
lungo la putrella verde che segna la
zona sospesa), si configurano come
delle calibrate ‘capsule domestiche’
dedicate al sonno e al riposo, aperte
verso lo spazio sottostante con una
serie di oblò affiancati da ventilatori
fissi per la circolazione dell’aria.
I bagni sono disposti in
colonna, il primo di fianco alla
cucina e il secondo soprastante, al
servizio della zona letto principale.
Una moderna e funzionale
machine à habiter, che suggerisce,
con un sorriso, nuove soluzioni
abitative per la città del nuovo
millennio.]]></description>
		<pubDate>2008-12-22 17:32:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title><strong>Parigi, un’abitazione mix &amp; match </strong><br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,406,intItemID,409,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>James Greenfield </strong><br />
foto di <strong>Alberto Ferrero </strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;progetto di <strong>James Greenfield </strong><br />
foto di <strong>Alberto Ferrero </strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;A Parigi, la casa autobiografica di James Greenfield, managing director per Kenzo; concepita e realizzata come un abito su misura, con l’idea di un’architettura totale, globale, integrata di lecorbusiana memoria. James Greenfield è un giovin signore, raffinato e cosmopolita, che riveste il ruolo di managing director per Kenzo, maison di moda francese con headquarter in un hotel particulier del XVI secolo a pochi metri da place des Victoires nella Ville Lumière. E, a Parigi, si trova anche la sua abitazione, una concept-house, come la definirebbero in America, immaginata da lui che non è né architetto né designer, lontana dai nobili fasti della sede Kenzo, ma a essa vicina nello spirito. Perché sia nelle scelte architettoniche che d’arredo, questa dimora esprime, con gusto e garbo, tutta la dimensione di contaminazione culturale e di trasversalità che caratterizza la filosofia di Kenzo, distillato di estro, ricerca materica, tecnologia e artigianato. “Non è una casa-museo” spiega “anche se certe predilezioni per l’arredo di design degli anni Cinquanta e per un uso autentico dei materiali in architettura sono chiaramente percepibili. Mi interessava una neutralità degli spazi abitativi che mi permettesse di trattarli come tanti fogli bianchi, da riempire secondo le stagioni. D’altronde, una casa non è mai finita: è come un abito classico di buona fattura che si rinnova continuamente con gli accessori. Ho cercato di togliere e di trovare un equilibrio nuovo, tra quei pieni e quei vuoti che la vita tende a travolgere in una logica di accumulazione e stratificazione di oggetti, di presenze, di memorie affettive o di viaggio”.E, in primis, un sensibile intervento sulla struttura-base, poi una razionale distribuzionearticolazione di spazi e funzioni, e infine un arredo selezionato con cura gli hanno consentito di ‘vedere’ una casa polifonica, ricca di colori e di charme; un’abitazione che vive di dettagli mix &amp; match, pur rispettando il rigoroso impianto originario. <br />
Lo stimolo più grande Greenfield l’ha trovato nella location, che è stata la ragione di una scelta e dell’acquisto, quattro anni fa, dell’edificio che sarebbe diventato la sua casa: la porzione di una fabbrica di filati fine Ottocento nella dinamica zona nord-est di Parigi, prossima ai canali d’acqua della Senna, che era stata riconvertita in quattro unità abitative sviluppate intorno a un cortile chiuso da copertura vetrata. “Mi ha subito affascinato” spiega Greenfield “l’idea di avere uno spazio riservato, esterno, dove i bambini potessero giocare protetti dalla pioggia, tra il verde di un giardino di bambù. Inoltre la facciata principale restituiva tutte le potenzialità di una vetrata importante, serbatoio di luce e di inquadrature visive, che caratterizzava con il suo telaio di metallo e vetro il disegno dell’ex architettura industriale. Abili artigiani avevano già sistemato gli infissi e a loro mi sono affidato per realizzare le identiche partizioni in metallo e vetro che scandiscono come quinte l’articolazione spaziale interna. Prioritario era infatti portare luce negli ambienti retrostanti dell’abitazione (sviluppata su tre livelli), segnati da un muro perimetrale cieco, che contemplano i servizi, i bagni e varie utilité”. Ora, in una logica compositiva che privilegia spazi fluidi e continui, il piano terra, dedicato alle zone notte (padronale e ospiti) e studio, risulta comunicante con il cortile e con la terrazza-filtro che ingloba l’area d’ingresso. <br />
Sotto, nel luminoso basement di sapore inglese, sono state sistemate le camere dei bambini, la stanza dei giochi, i bagni dedicati e altri locali di servizio. Sopra, al primo livello, si organizzano invece il soggiorno aperto sulla cucina e sui due grandi ovali vetrati ritagliati nella copertura, che inondano di luce zenitale ogni angolo. “Una vera e propria doccia di luce” spiega Greenfield “un’eredità del luogo che fu”. Così come lo sono cemento, gesso, vetro, metallo che, lasciati allo stato grezzo, hanno fornito la ‘materia prima’ per la messa in scena delle varie isole domestiche, connotate, per contrappunto, da uno stile sofisticato, un sapiente mix di modernità, creatività, accenti etnici, design giovane d’avanguardia e da una dimensione intima rispetto alla generosità degli spazi che le accolgono. Certo, forse  Greenfield ha privilegiato nelle scelte arredative quei prodotti di design internazionale nati in ambito industriale negli anni Cinquanta, soprattutto pezzi in tubolare e legno, ritenuti più coerenti con lo spirito del luogo. “Pezzi con un’anima” dice lui. Ma c’è molto di più nei dettagli del suo personalisssimo paesaggio: l’espressione di una migliore qualità di vita possibile anche per l’architettura.]]></description>
		<pubDate>2008-12-22 17:07:33</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,406,intItemID,408,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Sommario&nbsp;Sommario&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ</strong></p>
            <strong>             GIOVANI DESIGNER</strong><br />
            X Biennale di Saint Etienne, Francia<br />
            <br />
            <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Ceramica 3D, Henry Glass, Ivano Redaelli, Riedizioni d’autore<br />
            <br />
            <strong>ANNIVERSARI</strong><br />
            I 75 anni di Lorenz<br />
            I 50 anni di Gobbetto<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Calligaris a Milano<br />
            Guzzini Flagship Store a Milano<br />
            Visionnaire Design Gallery a Milano<br />
            Meridiani a Parigi<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA<br />
            </strong>Seatec a Carrara<br />
            Marmomacc a Verona<br />
            Maison&amp;Objet e Meuble Paris a Parigi<br />
            I Saloni WorldWide e Mebelissima Italia a Moscow<br />
            33ª ArteFiera Art First a Bologna<br />
            Habitat Valencia<br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE</strong><br />
            Philips: la semplicità che fa vivere meglio<br />
            Promos: italiani a New York<br />
            3M: soluzioni per il contract<br />
            Elica Contemporary: nel nome dell’arte<br />
            <br />
            <br />
            <strong>IN-TERNET</strong><strong><br />
            </strong>Un blog per Interni<strong><br />
            <br />
            </strong><strong>IN MOSTRA<br />
            <br />
            PAESAGGIO</strong><br />
            <strong><br />
            PREMI</strong><br />
            <br />
            <strong>PROGETTO CITTÀ</strong><br />
            <strong><br />
            SOSTENIBILITÀ</strong><br />
            <br />
            <strong>IN LIBRERIA</strong><br />
            <br />
            <strong>INFO &amp; TECH<br />
            <br />
            TECNOLOGIA</strong><br />
            <br />
            <strong>CONTRACT &amp; OFFICE</strong><br />
            <br />
            <strong>FASHION FILE</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>TRADUZIONI</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            <br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            ARCHITETTURE D’INTERNI: <br />
            CASE NOMADI E SCUOLE D’AUTORE<br />
            </strong>a cura di<strong> Antonella Boisi</strong><strong><br />
            <br />
            Parigi, un’abitazione mix &amp; match<br />
            </strong>progetto di <strong>James Greenfield<br />
            </strong>foto di <strong>Alberto Ferrero </strong>testo di <strong>Antonella Boisi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Bassano del Grappa, Vicenza, una casa intorno alla corte<br />
            </strong>progetto di<strong> Mario Tessarollo<br />
            </strong>foto di<strong> Paolo Utimpergher </strong>testo di<strong> Antonella Boisi</strong><br />
            <br />
            <strong>Madrid, TupperHome<br />
            </strong>progetto di <strong>Andrés Jaque<br />
            </strong>foto di <strong>Miguel de Guzmán </strong>testo di <strong>Francesco Vertunni</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Seekirchen/Wallersee, Austria, Nomad House<br />
            </strong>progetto di <strong>Gerold Peham </strong>con<strong> Hobby.a Schuster &amp; Maul<br />
            </strong>foto di<strong> Marc Haader </strong>testo di<strong> Alessandro Rocca</strong><strong><br />
            <br />
            Seoul, Corea del Sud, Kring mall<br />
            </strong>progetto di<strong> UnSangDong Architects<br />
            </strong>foto e testo di<strong> Sergio Pirrone</strong><strong><br />
            <br />
            L’architettura del sapere</strong><br />
            progetti di<strong> Alejandro Aravena, Mario Cucinella, DPA,<br />
            Bernard Tschumi<br />
            </strong>testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            <br />
            Milano, il nuovo campus della Bocconi<br />
            </strong>progetto di <strong>Grafton Architects<br />
            </strong>foto di&#160;<strong> Paolo Tonato<br />
            </strong>testo di <strong>Antonella Boisi</strong><strong><br />
            <br />
            Copenhagen/Ørestad Gymnasium<br />
            </strong>progetto di<strong> 3XN<br />
            </strong>foto di<strong> 3XN/Adam Mørk<br />
            </strong>testo di <strong>Antonella Galli<br />
            <br />
            <br />
            </strong><strong>L’OPINIONE <br />
            Università: tempi nuovi, tempi duri<br />
            </strong>di <strong>Andrea Branzi</strong><strong><br />
            <br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong>
            <strong>ATTUALITÀ<br />
            Mosca verticale<br />
            </strong>progetto di<strong> Gabriele Basilico e Umberto Zanetti<br />
            </strong>testo di <strong>Matteo Vercelloni </strong>foto di <strong>Gabriele Basilico</strong><strong><br />
            <br />
            UseLess is More<br />
            </strong>progetto di<strong> JoeVelluto<br />
            </strong>testo di <strong>Stefano Caggiano</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            MAESTRI<br />
            Cini Boeri<br />
            </strong>di<strong> </strong><strong>Matteo Vercelloni</strong><br />
            <strong>             </strong><strong><br />
            IL TEMA CENTRALE <br />
            Movimento in casa<br />
            </strong>di<strong> Nadia Lionello</strong><strong><br />
            <br />
            Trasparenze e riflessi<br />
            </strong>di<strong> Nadia Lionello<br />
            </strong>elaborazione immagini <strong>Enrico Suà Ummarino</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>PORTRAIT<br />
            Ron Arad<br />
            </strong>testo di <strong>Cristina Morozzi</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>PROGETTO DESIGN <br />
            </strong><strong>Il bagno di Patricia Urquiola<br />
            </strong>di<strong> Maddalena Padovani</strong><strong><br />
            <br />
            Laboratorio di esperienze<br />
            </strong>progetti di<strong> CuldeSac</strong> di <strong>Cristina Giménez</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            ARTE / DESIGN<br />
            Boston: l’Institute of Contemporary Art<br />
            </strong>di<strong> Olivia Cremascoli</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            REPERTORIO<br />
            Angoli e curve<br />
            </strong>di<strong> Katrin Cosseta</strong><br />
            <br />
            <strong>             INDIRIZZI</strong> di Adalisa Uboldi<br />
            <br />
            <strong>             TRADUZIONI<br />
            <br />
            </strong><strong>In copertina:</strong> Ron Arad con uno dei suoi ultimi progetti di industrial design, la lampada<br />
            estensibile da tavolo PizzaKobra prodotta da iGuzzini in acciaio e alluminio cromato<br />
            con illuminazione a led. Un unico oggetto che può assumere tantissime forme,<br />
            sempre diverse, grazie a un sistema di snodi high-tech. La lampada si sviluppa a mo’<br />
            di serpente fino a raggiungere una lunghezza di 73 cm; richiusa a forma di ‘pizza’,<br />
            assume un ingombro minimo di 2 cm di altezza.<br />
            Foto ritratto di <strong>Montgomery Graeme</strong>
        
    
]]></description>
		<pubDate>2008-12-29 12:04:18</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,406,intItemID,407,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di<strong> Gilda Bojardi</strong>&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;Iniziamo con un numero che ancora una volta sceglie il pluralismo dei contenuti come strumento di proficuo confronto e arricchimento per la cultura del progetto. Iniziamo un nuovo anno che si preannuncia impegnativo e non facile, ma in un certo senso stimolante per chi si occupa di progetto e ama immaginare un’alternativa alla realtà predefinita. Iniziamo dunque con un numero che, in modo ottimistico nonostante la consapevolezza del momento, propone un palinsesto di argomenti trasversali sul piano tematico, geografico, spaziale e temporale, e che ancora una volta sceglie il pluralismo dei contenuti quale strumento di proficuo confronto e arricchimento per la cultura del progetto. Le architetture d’interni illustrano tendenze e modi di vivere internazionali, con particolare attenzione a proposte sperimentali (la casanomade, la casa-prodotto in plastica) e a realizzazioni d’autore per il settore educativo, rappresentate da luoghi e spazi che interpretano l’idea di una scuola moderna, aperta e interattiva. Dalla rilettura del lavoro di una grande protagonista della modernità italiana, Cini Boeri, sempre attuale per la sua capacità di affrontare in modo globale il progetto degli spazi dell’abitare, le pagine del design approdano alla provocatoria mostra dei JoeVelluto, realizzata con oggetti privati della loro funzione ma capaci però di generare un pensiero diverso: un nuovo spunto di riflessione sul funzionalismo ‘liquido’ del XXI secolo già proposto e teorizzato da Andrea Branzi. Al centro di questo excursus, il ritratto di un celebre rappresentante del progetto trasversale, Ron Arad, cui il Centre Pompidou dedica un’importante mostra personale (e a cui Interni dedica la copertina). Ancora una volta, il designer di origini israeliane ribadisce il credo in un metodo progettuale che spezza i vincoli della disciplina ed eleva il design a simbolo di libertà e di emancipazione. Per finire, un racconto per immagini e suggestioni dei trend che connotano l’ultima produzione dell’arredo: la trasparenza, la trasformabilità, il gioco di forme contrapposte, rappresentate in questo numero da angoli (linee spigolose e frammentate) e curve (design morbido e arrotondato).]]></description>
		<pubDate>2008-12-23 12:55:10</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Mai più prigione</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,399,intItemID,404,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Antonella Galli </strong><br />
foto di <strong>Michele Bella</strong>&nbsp;di <strong>Antonella Galli </strong><br />
foto di <strong>Michele Bella</strong>&nbsp;Un ex carcere riconvertito in ostello della gioventù, a Lubiana. Ogni cella è firmata da un architetto o da un artista locale.
Ex caserma austro-ungarica. Ex sede
dell’esercito yugoslavo. Ex prigione
politica per i contestatori del regime.
Oggi, ostello della gioventù; anzi,
il miglior ostello europeo, incoronato
dalla guida Lonely Planet come The
hippiest Hostel. Siamo a Lubiana, nel
quartiere Metelkova, distretto di artisti,
musicisti e vita notturna tutta
all’insegna della cultura alternativa.
Celica, questo il nome dell’ostello ex
prigione, in sloveno significa cella, oggi
è un luogo trasformato dalla creatività,
dall’arte, da uno spirito di pace e
rigenerazione che possiede solo chi ha guardato la guerra negli occhi.
Anziché essere abbattuto, l’edificio
è stato riconvertito: venti celle sono
state progettate e interpretate da artisti
internazionali, che le hanno trasformate
in spazi carichi di significato. L’ostello
possiede anche una sala esposizioni,
un ristorante, una biblioteca e una
stanza per la preghiera, con i simboli
di tutte le religioni. A giugno l’ha visitato
il primo ministro sloveno Janez Jansa,
che prima dell’indipendenza fu
imprigionato per un mese in una delle
celle. Quella riprogettata dall’architetto
Ira Zorko. www.hostelcelica.com]]></description>
		<pubDate>2008-12-03 14:59:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>La fabbrica felice</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,399,intItemID,403,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Patrizia Catalano </strong><br />
foto di <strong>Giacomo Giannini</strong>&nbsp;di <strong>Patrizia Catalano </strong><br />
foto di <strong>Giacomo Giannini</strong>&nbsp;L’avventura di Enzo Catellani nasce quasi per caso. Perché la voglia di disegnare (e produrre) una collezione di lampade accessibili, sia per il prezzo che per il design, gli è“scappata di mano” e ora è un vero poeta imprenditore. Creatore di piccoli oggetti luminosi e di installazioni.
Questo è un reportage. Nel senso classico del
termine: durante una riunione di redazione il direttore
dice: «Ho visitato gli spazi di Catellani & Smith: è un
luogo che vale la pena di raccontare”. Partiamo io e il
fotografo armato di macchina digitale e giovane
assistente. Direzione Bergamo dove facciamo la prima
fermata. Ad accoglierci lo staff della comunicazione
della Catellani: “Enzo ci raggiunge più tardi, ha avuto
un imprevisto”. Lo showroom in città bassa è allestito
in un vecchio edificio completamente ristrutturato.
Impressione? Un ampio spazio dove sono esposte delle lampade. Belle. Secondo pensiero, estendibile a
tutti i negozi di lampade del mondo (almeno quelli che
conosco): troppe lampade a confronto, troppa luce e
difficoltà di pensare a “come utilizzare” ogni singolo
pezzo. Qui ancor di più visto che stiamo parlando di
luci ad alto valore poetico: avete mai visto una bugia
dotata di interruttore? Beh qui c’è, così come ci sono
silhouette maschili che sostengono un mappamondo
di luce, Albero della luce, Luna piena, E.T.: si registra
un altissimo valore poetico dell’opera, pezzi dove si
percepisce il lavoro fatto dall’uomo. Non è retorica,ma pura verità e lo verifico alla tappa
successiva, a Villa di Serio, cinque chilometri
fuori Bergamo, dove alberga “La fabbrica felice”
di Enzo Catellani e del suo staff, una
cinquantina di addetti in tutto. Prima cosa
l’azienda non è contenuta in un unico spazio
monumentale come normalmente accade. Si
disloca per tutto il paese con tre sedi di cui una
al centro, una vicina al fiume e l’altra all’inizio del
paese. Capannoni, vecchi laboratori dove gli
operai (ma il termine qui sembra davvero
improprio visto l’alto grado di partecipazione e
di entusiasmo di ciascun addetto) si cimentano
nella realizzazione dei vari pezzi. C’è la zona
dove si realizzano le calotte in vetroresina, dove si fanno doratura e argentatura, dove si crea,
attraverso un curioso apparecchio brevettato,
la Fil de fer, la palla di filo di ferro con lucine
incorporate. Le donne avvitano, montano,
imballano i prodotti in location da fare invidia:
pavimento a grandi doghe a terra, tavoli e
scaffalature in legno indiano, finestrature con
affaccio sul fiume o sul giardino popolato da
statue mitologiche indiane. Enzo arriva
dopo la nostra colazione in trattoria, “la mensa
aziendale” e il lavoro di set fotografico.
Ha gli occhi mobili e vivaci, voglia di fare e di far
stare bene chi lo circonda. E poi parla della sua
ultima passione, i led supertecnologici che
aiutano i maghi come lui. E mostra un cristallo
trasparente e luminoso.]]></description>
		<pubDate>2008-12-03 14:59:57</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>L’esploratore<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,399,intItemID,402,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di<strong> Laura Traldi</strong>&nbsp;di<strong> Laura Traldi</strong>&nbsp;C’è qualcosa, della tradizione del design italiano, che Matteo Thun vorrebbe non cambiasse mai: il rapporto di dialogo tra il progettista, l’azienda l’artigianato e il coraggio di sperimentare il nuovo. Per questo dice basta con il puro styling, viva il pensiero creativo. “Se avessi una bacchetta magica abolirei il design come puro esercizio di stile, come styling”. È provocatorio Matteo Thun che di mestiere fa il designer e l’architetto. E che precisa: “Nel design sono un autodidatta e non ho mai avuto interesse a capire la logica della progettazione su piccola scala, se non imparare l’approccio olistico che negli anni Cinquanta ha reso famosa l'Italia con Castiglioni, Sottsass, Zanuso e altri”. E che, secondo Thun, è ancora la chiave di volta per creare cose non solo “belle” ma anche capaci di migliorare la qualità della vita. Il passato di Thun è costellato di grandi nomi. Sono stati suoi maestri Kokoschka, Adolfo Natalini ed Ettore Sottsass con cui il giovanissimo Thun fonda il gruppo Memphis nei primissimi anni Ottanta. Ma lungi dal sedersi sugli allori, Matteo Thun si definisce tuttora “uno scalatore di montagna, che esplora la natura sconosciuta”. <br />
Dal 1984, quando apre il suo studio a Milano, ha progettato di tutto sempre seguendo l’approccio olistico al progetto. “Il design italiano è nato con un sistema di aziende disposte alla sperimentazione che hanno saputo accogliere idee nuove. In queste aziende poi persiste, altra cosa unica in Italia, una tradizione artigianale in dialogo con i modelli di produzione industriale correggendone le rigidità. Su queste basi il rapporto tra designer e azienda è di scambio, il progetto è un percorso comune. Questa è una tradizione italiana specifica – e vorrei non cambiasse mai”. È soprattutto nell’architettura che l’approccio di Thun al progetto emerge in modo chiaro e costante. Il suo mantra? Progettare soluzioni ad altissimo coefficiente di genius loci. “Costruire nelle Alpi, per esempio, comporta spesso equilibrismi tra accondiscendenza formale verso un improbabile stile alpino e indifferenza speculativa. Noi cerchiamo di percorrere un’altra via, coniugando la contemporaneità a un attento ascolto del contesto”. È qui che la logica dell’alta montagna diventa nitida: l’essenzialità, la semplicità come funzione necessaria, l’equilibrio tra uomo e ambiente. La parola chiave è “equilibrio”: tra estetica e funzione, luogo e persone, materiali e forme. “Il nostro approccio parte dalla semplicità e non dalla finzione stilistica. Lo scopo è di ridurre tutto al minimo indispensabile, riflettendo sull’idea di benessere e qualità della vita”. Una semplificazione dei processi del vivere, una leggibilità dei materiali e un rispetto dell’ambiente ma anche un abbassamento dei costi di realizzazione. Il risultato sono “cose necessariamente belle, perché la bellezza non è un puro esercizio stilistico, ma una necessità fisiologica di tutti.]]></description>
		<pubDate>2008-12-03 15:01:00</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Chromatic world</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,399,intItemID,401,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Patrizia Catalano</strong>&nbsp;di <strong>Patrizia Catalano</strong>&nbsp;Ai megainterventi di acciaio e cristallo segnati da forme avveniristiche l’ultima Biennale di architettura ha ribattuto con proposte meno plateali. E se il colore la fa da padrone un motivo c’è. Ce lo spiega chi questo fenomeno conosce bene. <strong>Se si pensa all’architettura moderna è facile cadere nell’ovvia associazione di idee: moderno uguale cemento armato, cristallo e acciaio. In che colore?</strong> <br />
Naturalmente bianco, come nella ville Savoje, l’opera assoluta di Le Corbusier, uno dei maestri dell’architettura del Novecento. Bianco utilizzato abbondantemente anche da altri grandi del periodo, come il fondatore del Bauhaus, il tedesco Walter Gropius, piuttosto che dal padre dell’architettura organica europea, il finlandese Alvar Aalto. L’idea di un’architettura priva di colore sembra essersi protratta fino ai giorni nostri: da Manhattan a Shanghai, passando per Londra e Parigi, il mondo contemporaneo sembra essere concepito in ferro e cristallo. Ma non è così. Lo chiarisce ciò che è emerso all’undicesima edizione della Biennale di architettura, di cui alcune immagini corredano questo servizio, lo conferma Maurizio Poletti, responsabile Italia di Sikkens, la società olandese famosa per la sua esperienza e qualità nel campo della produzione di vernici per l’architettura e l’edilizia che da anni verifica come esista una tendenza colore ignorata dai più. <strong><br />
<br />
Dottor Poletti, condivide questa “voglia di colore” emersa all’ultima Biennale di architettura veneziana?</strong> <br />
In realtà il colore è sempre stato utilizzato. Perfino Le Corbusier lo adottò in più occasioni, non da ultimo proprio nel Cabanon, la sua residenza estiva in Costa Azzurra. Per non parlare degli architetti olandesi, primo fra tutti Gerrit Rietveld: la sua sedia “Red and Blue”, nei toni dei colori primari, blu, rosso, giallo più nero, è un’icona del mondo moderno. In verità non esiste questo o quel Paese incline al colore, ci sono piuttosto realtà più o meno sensibili alla sua declinazione, al suo utilizzo, che varia soprattutto a causa della diversità di patrimonio architettonico e urbanistico. Prenda Roma, dove noi abbiamo partecipato alla stesura del piano del colore. Lì è impossibile prescindere dalla sua storia fatta di aranci, di rossi stemperati di ocra. Ben diversa la situazione in Nord Europa dove si usano toni decisi perché c’è una tradizione di legno dipinto anche negli esterni che garantisce cromie più decise e soprattutto più intatte. <strong><br />
<br />
Al di là del rapporto con il patrimonio storico e culturale dei singoli territori, ci sono dei colori più usati? </strong><br />
Certamente ci sono delle tinte “di moda”, che si mettono in evidenza rispetto alla tradizione. Negli ultimi anni, per esempio, è possibile osservare in particolare nelle periferie e nelle campagne, l’uso dei colori molto vivaci, che permettono di identificare un edificio a grande distanza: possono definirsi “colori segnale”, quasi a riproporre il fenomeno dei colori normalmente utilizzati sulle facciate delle abitazioni costiere, voluti dai pescatori per individuare a grande distanza la propria abitazione. <strong><br />
<br />
Secondo lei, gli architetti contemporanei amano il colore? </strong><br />
Certamente. Gli architetti di oggi, dopo un lungo periodo di minimalismo nel corso del quale il bianco ha dominato per la sua caratteristica di luminosità e di messa in evidenza di ogni altro elemento architettonico, amano oggi utilizzare il colore come valore aggiunto ai loro progetti. Inoltre stanno approfondendo la conoscenza della percezione neurologica e psicologica del colore, utilizzato di conseguenza sia nelle residenze private che negli ambienti comuni (scuole, ospedali, uffici) dove è più alta la sensibilità degli utenti. <br />
<br />
<strong>Come cercate le nuove tendenze, come lavorate per la definizione di un nuovo prodotto?</strong> <br />
La definizione di un nuovo colore o di una nuova tipologia di prodotto nasce dalla ricerca nei laboratori, ma anche dalla collaborazione con importanti architetti di fama mondiale come Richard Meier, con cui abbiamo collaborato per la creazione di un bianco speciale per la chiesa di Tor Tre Teste a Roma, o come lo studio di Renzo Piano, dove abbiamo ideato dei toni speciali per il centro commerciale “Vulcano Buono” a Nola. <strong><br />
<br />
Per curiosità, lei che vive tra vernici, cromie di ogni ordine e grado, ha un suo colore favorito?</strong> <br />
Ovvio. Amo moltissimo il rosso scuro. Ritengo sia un colore che esprime eleganza e raffinatezza. Anche i contrasti mi piacciono moltissimo, in particolare amo quelli fra toni forti e intensi, come nelle opere di Rembrandt o di una considerevole parte della produzione di Van Gogh. Se devo scegliere in architettura, allora le mie preferenze vanno invece a tinte tenui, soprattutto nelle città. Ma il colore, come dicevo, dipende dal luogo. In alcuni Paesi del Sud America, per esempio, le tonalità a tinte forti sono parte integrante del paesaggio urbano e ne caratterizzano il fascino. Il colore genera emozioni che a loro volta sono legate ai profumi, ai suoni, alla luce di un luogo. Quindi tutto può e deve variare, a seconda delle geografie.]]></description>
		<pubDate>2008-12-03 15:00:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Archicontainer</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,399,intItemID,400,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Danilo Premoli</strong>&nbsp;di <strong>Danilo Premoli</strong>&nbsp;Cellule minime, modulari, facili da montare e da trasportare: i cargo hanno catturato l'attenzione dei progettisti. Perfetti, nella loro semplicità, per costruire resort immersi nella natura, interi quartieri di social housing, gallerie d'arte itineranti, musei, showroom. Inizia la seconda vita di un prodotto industriale comunemente visto come povero e rugginoso.
Gli architetti Joel Egan e Robert Humble
dello studio americano HyBrid
(www.hybridseattle.com) hanno coniato
una nuova parola per il loro progetto che
utilizza i container: Cargotecture.
“Nell'ultimo secolo” spiegano i due
progettisti di Seattle “gli edifici sono tutti
costruiti più o meno nello stesso modo.
I materiali da costruzione necessari sono
trasportati in cantiere con diversi viaggi,
inquinanti, e sono utilizzati secondo
il disegno della costruzione, montati
e assemblati da squadre specializzate.
Questo processo è dispendioso,
inefficiente e oneroso in termini di risorse,
consumo di energia, costi e tempi. Noi
abbiamo lavorato su economie e prodotti
industriali in catalogo, piuttosto che
inventare prodotti o utilizzare materiali
esistenti in nuove forme”. È nato così il
progetto a King County, Washington, un
padiglione che si inserisce discretamente
nella natura intatta del river front,
costruito in fabbrica in 45 giorni e
montato in solo 16 ore. Il risultato è il
“dialogo tra l’essenza globetrotter del
container e la quiete ancestrale del
bosco". Tutte le parti, compreso il
basamento, possono essere rimosse
in un pomeriggio, restituendo la scena
alla forma originale nel corso di una
stagione. Con lo stesso sistema
compositivo, Egan e Humble stanno
completando, si prevede entro la metà
del 2009, il Cargotecture Resort in
Portogallo, costruito puntando sulla
sostenibilità e il fascino del luogo.
Ed è diventato immediatamente un
landmark del lago di Zurigo anche il
Freitag Flagship Store costruito affiancando e sovrapponendo diciassette
container, utilizzati come showroom
espositivo delle borse del marchio,
Con questo progetto, gli architetti svizzeri
Annette Spillmann e Harald Echsle
(www.spillmannechsle.ch) hanno
vinto quest'anno il premio
Marketing+Architettura. Il citizenM
di Amsterdam è il primo hotel di una
nuova catena alberghiera che prevede
di realizzare 5 mila camere nei prossimi
5 anni. La commessa internazionale del
valore di 50 milioni di euro è del gruppo
italiano Interna (www.interna.it), che si
è aggiudicato la gara per il rivoluzionario
concetto di hospitality di lusso low cost
(personale ridotto al minimo, stanza
prenotata esclusivamente via
Internet, check-in attraverso la
propria carta di credito che viene
utilizzata come chiave della propria
stanza). Negli hotel citizenM, le
stanze sono costruite utilizzando
come base il modulo di un container marittimo: all'interno del volume standard
delle camere (2,20 metri di larghezza per
6,90 di lunghezza), Interna Contract ha
curato la realizzazione “chiavi in mano” di
un arredo disegnato ad hoc dallo studio
di interior design olandese Concrete.
L'azienda friulana è stata invitata a
partecipare a tutte le fasi preliminari di
studio e progettazione, che hanno
consentito l'ingegnerizzazione e la messa
a punto della camera tipo, rendendone di
fatto possibile la realizzazione. In questo
modo un albergo può essere ultimato di
fatto in soli nove mesi dall’avvio dei lavori.
E in poco più di cinque settimane, con
centocinquanta container coperti da un
tetto e una struttura di tubi in cartone,
il geniale architetto Shigeru Ban
(www.shigerubanarchitects.com)
ha realizzato il Nomadic Museum,
concept dello studio Officina di
Architettura (www.officinaarchitettura.
it), uno spazio espositivo
itinerante destinato a essere
montato nei porti (New York,
Los Angeles, Tokyo), per facilitarne
la logistica e il trasporto.]]></description>
		<pubDate>2008-12-03 15:00:19</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Tokio, Sway House</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,377,intItemID,397,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Atelier Bow Wow <br />
Yoshiharu Tsukamoto, Momoyo Kaijima, Takahiko Kurabayashi</strong>&nbsp;progetto di <strong>Atelier Bow Wow <br />
Yoshiharu Tsukamoto, Momoyo Kaijima, Takahiko Kurabayashi</strong>&nbsp;...bisognava divincolarsi da un severo limite edilizio per trasformarlo in preziosa qualità... Sway House va oltre il proprio profilo avvitato, propone un’alternativa al più grande quartiere residenziale tokyonese, il Setagaya, tessuto urbano fitto d’oggetti residenziali discordanti, accumulati dalle stratificazioni del secolo scorso. Atelier Bow Wow non è semplicemente uno studio d’architettura ma un laboratorio d’analisi architettonica, e i due architetti capo Yoshiharu Tsukamoto e Momoyo Kaijima, entrambi poco più che 40enni, sono indubbiamente i migliori educatori all’architettura teorica e praticata in Giappone. Creano domini spaziali in cui i desideri dei committenti si realizzano all’interno di abitazioni la cui progettazione discende direttamente dal luogo in cui esse sorgono. Stili di vita individuali e coerenze urbane s’incontrano finalmente entro spazi privati che possiedono l’anima di oggetti urbani. Tra l’analisi del sito che aveva portato all’individuazione di 3 generazioni abitative differenti e i vincoli dello Sky Coverage Ratio, regolamentazione edilizia che determina i profili degli edifici per limitarne le zone d’ombra, bisognava realizzare il primo esempio di quarta generazione, rivestendo i desideri dei clienti, giovane coppia, e divincolarsi da un severo limite per trasformarlo in preziosa qualità. Sway House è un parallelepipedo con telaio ligneo e rivestito da pannelli orizzontali in acciaio galvanizzato. Su un lotto d’angolo di 78 mq, si torce come un ballerino di tango, arretrando un solo vertice superiore. Lo spazio interno inclinato sfugge ai canoni prospettici e si ripartisce in 9 ambienti distribuiti su 4 piani sfalsati per un’altezza totale di 10 metri. Ogni solaio è un gradino gigante il cui volume comunica con i suoi adiacenti, moltiplicando la percezione dei 107 mq complessivi. La scala a spirali bianche è la colonna vertebrale dell’intera composizione e collega tutti gli ambienti, dal piano d’entrata, camera da letto e studio del marito al primo livello, alla zona soggiorno e cucina del secondo, risalendo verso lo studio aperto della moglie sulla camera dei bimbi al terzo livello, per poi atterrare su, in terrazza, tra la vasca da bagno open-air e i tetti di Tokyo. A eccezione del primo livello, Sway House non possiede muri interni divisori e l’alternanza di piani orizzontali sfalsati regala prospettive oblique, oltre cui aperture di varie dimensioni e arrampicate su piani inclinati regalano quadrilateri irregolari di città. Gli interni sono netti ma funzionali, i pavimenti lignei, il controsoffitto diventa libreria, la panca è anche divano e nasconde una pancia di oggetti custoditi. La casa giapponese del giorno prossimo sarà così?]]></description>
		<pubDate>2008-12-03 10:26:42</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Occhio al design</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,83,intIssueID,377,intItemID,395,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di<strong> Maddalena Padovani</strong>&nbsp;di<strong> Maddalena Padovani</strong>&nbsp;Munari ne aveva fatto un ironico oggetto d’arte, Starck li ha progettati pensando al corpo umano, Iacchetti li ha ridisegnati sdoppiandone la funzione. Le invenzioni più celebri e recenti dei designer in fatto di occhiali.
C’è chi addirittura sostiene che per diventare architetto è
sufficiente indossare gli occhiali di Le Corbusier. Per questo il
sito ‘A is for architecture’ ne ripropone la sagoma da stampare su
carta: chi lo desidera, la può ritagliare e assemblare, quindi
verificare l’effetto di avere sul naso la montatura spessa e tonda
che il celebre progettista francese si faceva appositamente
realizzare. Quello che è certo è che gli occhiali rappresentano
l’accessorio privilegiato e distintivo di tanti architetti, designer e
creativi tout court, che costretti a ricorrere a lenti e stanghette
hanno deciso di osare e di ricorrere a modelli originali e talvolta
appariscenti, facendone quasi l’emblema di un determinato
approccio estetico alla vita e al progetto. Le Corbusier, per l’appunto, ma anche Achille Castiglioni, Daniel Libeskind,
Karim Rashid e altri progettisti che in molti casi hanno deciso di
disegnare in prima persona questo oggetto così caratterizzante.
Ma ci sono anche i designer che, al di là di esigenze e vezzi
del tutto personali, si sono dedicati al tema dell’occhiale
giungendo a interessanti innovazioni sul piano tecnico e
funzionale. Si tratta di esperienze che dimostrano come l’innesto
del design nel mondo della moda possa essere significativo nel
momento in cui allunga la vita del prodotto e ne ripensa le
modalità d’uso. Il primo illustre esempio è sicuramente quello di
Philippe Starck, che nel 1996 propose assieme ad Alain Mikli il
concetto della ‘biovisione’, ovvero una collezione di occhiali
ispirati all’essere umano. L’idea era quella di introdurre la
biomeccanica per sostituire alla tradizionale cerniera a vite il
Biolink, un’articolazione brevettata concepita sul modello della
clavicola umana. Dunque, una cerniera totalmente priva di viti
dotata di un’ampia libertà di movimento, che garantisce una
pressione costante sulle tempie e offre un maggiore comfort. Presentata invece lo scorso
ottobre, l’invenzione di Giulio
Iacchetti lascia da parte la
tecnologia per sviluppare un
concetto molto semplice:
fondere due paia di occhiali in
uno, in modo da risolvere con
un unico oggetto le esigenze di chi solitamente dipende da due
tipi di lenti (da vicino e da lontano, chiare e da sole, da vista e
da riposo...). 4occhi, questo il nome del nuovo modello
realizzato da Aspesi Ottica Oftalmica, altro non è che un
occhiale doppio capovolgibile: secondo le esigenze e le
situazioni lo si usa in un senso o nell’altro. La sua forma
archetipa e atemporale, volutamente priva di decori e
accorgimenti stilistici, esprime il suo semplice ma non
scontato principio funzionale.
L’elenco dei designer illustri che si sono espressi in tema
di occhiali potrebbe tuttavia continuare e spaziare
nel tempo. Sicuramente includerebbe i
prodotti-opera d’arte di Bruno Munari, autore
negli anni 50 dei noti ‘Occhiali paraluce’ in
cartoncino piegato e tagliato, ma anche degli
occhiali per vedere in bianco e nero la tv a
colori. E citerebbe gli ‘Studies for asymmetrical
glasses’ realizzati da Gaetano Pesce nel 1973, che
parrebbero trovare oggi una naturale evoluzione
nella linea Sugar Kane disegnata da Leandro
Manuel Emede, basata appunto sull’idea delle lenti
asimmetriche.
Basta però prendere in rassegna le novità
presentate all’ultimo Mido di Milano, la più
importante rassegna fieristica del settore ottico, per
rendersi conto della forte energia progettuale messa in
moto da un comparto produttivo capace di creare
fatturati da record. Tra le proposte più innovative, due
modelli di occhiali che nascono dal ripensamento del
loro principio strutturale: 3Concept e Tornado.
Disegnato da Pascal Lacotte, il
primo si avvale di una tecnologia
brevettata senza viti che riduce la
montatura a una semplice barra
in acciaio modellata ad hoc per
sorreggere le aste in acetato. Tale
semplificazione fa sì che gli
occhiali siano velocemente trasformabili: con due facili
movimenti è possibile sfilare il frontale per sostituirlo con uno
da sole, o viceversa. Vincitore del Good Design Award,
Tornado di Derapage è invece una montatura stratificata senza
saldature. Tre elementi diversi di lamina in acciaio, montati con
un originale sistema di rivetti usati nella microtecnica e nell’alta
gioielleria, danno vita a una soluzione altamente tecnologica
per un prodotto leggero e praticamente indistruttibile.
Infine, l’occhiale Charitas firmato Theo, un marchio belga
sicuramente fra i più innovativi di quelli presenti oggi sul
mercato. La sua originale linea priva di angoli, disegnata
proprio per seguire con continuità la
conformazione del viso e della testa, è stata
ottenuta grazie a più di un’invenzione, prima
fra tutte quella di una particolare cerniera che
attribuisce elasticità e allo stesso tempo
resistenza alla struttura metallica posta
orizzontalmente e non verticalmente, come
avviene di solito. L’aspetto più originale e
caratterizzante di questo modello è che le lenti
rientrano rispetto alla montatura, ridotta a un segno
minimale e sinuoso; in questo modo, possono
assumere una posizione leggermente convergente,
ideale per assecondare l’asse ottico che appunto
converge verso un unico, seppur variabile, punto di
vista. Risultato: un’efficace soluzione funzionale per chi
ha necessità di vedere meglio, ma anche un originale
elemento di distinzione per coloro che fanno degli
occhiali uno strumento per essere visti. Architetti e
designer in primis.]]></description>
		<pubDate>2008-12-01 16:33:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Dialogare con le immagini</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,377,intItemID,394,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Fragile  </strong><br />
testo di <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;progetto di <strong>Fragile  </strong><br />
testo di <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;Creare un rapporto di scambio dialettico con la clientela. Facilitare l’accesso a un’ampia e variegata offerta di prodotto. Sottolineare l’italianità del brand. Con una nuova immagine firmata Fragile, Trony punta a rendere visibile il rinnovamento in atto dei propri punti vendita e propone una shopping experience all’insegna della semplicità.
Attrarre il pubblico, sedurlo con il dialogo, orientarlo
nell’acquisto mediante un linguaggio visivo che parli a tutti e
che idealmente duri nel tempo. La comunicazione nel mondo
del retail è un affare complesso che indirizza prima le emozioni
e solo successivamente l’intelletto. A questa già intrinseca
complessità si aggiunge la presenza di sempre più concorrenza e
la conseguente necessità da parte dei giganti del retail di
riposizionarsi in modo coerente e attraente verso un pubblico
sempre più variegato e volatile. Si inserisce in questo contesto il
rinnovo di Trony, la grande catena italiana di negozi di
elettrodomestici ed elettronica al consumo, partito da un nuovo
modello di vendita per gli store e proseguito con lo sviluppo di
una nuova immagine per i punti vendita, progettata da Fragile.
Allo studio milanese, guidato da Mario Trimarchi e Frida
Doveil, è stato richiesto un sistema di comunicazione e
segnaletica per facilitare il dialogo tra il consumatore e lo spazio
commerciale, sottolineando l’italianità di Trony – spesso non
percepita dal pubblico più giovane. Un sistema universale,
quindi, di facile comprensione, contemporaneo nei linguaggi,
ma capace di collegarsi con i caratteri storici del marchio (come
il colore blu) e aperto quanto basta per garantirne la longevità
negli anni a venire. La soluzione proposta è un alfabeto visivo
fatto di pochi elementi, da utilizzare insieme o separatamente
in modo rigoroso, secondo un preciso ordine visivo all’interno
del punto vendita, a partire dagli ingressi fino ad arrivare al
cartellino del prezzo sugli scaffali. Caratteristica principale di
questo alfabeto è la presenza di ‘instant people’, stilizzazioni di
gente comune, acquirenti molto diversi fra loro per gusto e per
età, che divengono icone della variegata clientela di Trony, e di
numeri scritti in lettere, per sottolineare la matrice italiana del
marchio. A fare da cerniera tra tutti gli elementi del sistema,
Fragile ha utilizzato un ‘due punti’ rosso (colore della
sottolineatura del logo Trony), da leggersi come sistema aperto
al dialogo tra il marchio e i clienti.
La nuova comunicazione vive su sfondo bianco, nuovo
colore degli store Trony: bianchi saranno infatti anche gli arredi
e le pareti dei punti vendita, per dare maggiore visibilità,
trasparenza e chiarezza nella comunicazione.
I quattro elementi della nuova identità costituiscono un
sistema dinamico: lo stesso alfabeto si può infatti combinare in
modi diversi, in forma estesa o ridotta, attraversando tutto
l’apparato visivo del punto vendita: dagli ingressi alle
segnalazioni di prodotto; dalle divise degli assistenti alle vendite
sino ai mezzi su strada, vetrine e facciate esterne. “La capacità di
adattarsi, cambiare ed evolversi all’interno di uno schema
predefinito e immediatamente riconoscibile dal pubblico”
spiega Frida Doveil “è uno degli aspetti che riteniamo più
importanti nel progetto dell’immagine di un punto vendita,
che esiste quindi oggi ma esisterà anche domani”. Perché è solo
nella lunga durata che si consolida una brand experience.]]></description>
		<pubDate>2008-12-01 16:23:27</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Molteplice unità</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,377,intItemID,393,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Paolo Ulian </strong><br />
testo di<strong> Odoardo Fioravanti</strong>&nbsp;progetto di <strong>Paolo Ulian </strong><br />
testo di<strong> Odoardo Fioravanti</strong>&nbsp;Realizzata per la mostra Memoriae Visionariae (Firenze, 23-26 ottobre), Matriosca è una poltroncina che racconta le potenzialità espressive degli oggetti, anche i più banali. Una riflessione poetica sul concetto di impilabilità e sulla serialità del prodotto industriale. I progetti spesso completano nella terza dimensione il carattere del loro progettista, consentendo di comprendere e perfezionare il quadro di una personalità. Come quella di Paolo Ulian, progettista dotato di carisma e capace di trasmettere e rappresentare la sua indole attraverso i prodotti del suo lavoro. Ulian, unico designer italiano ad avere avuto il riconoscimento di far parte dei Droog Design nel loro periodo più fulgido, nasconde dietro un carattere schivo una qualità progettuale altissima. Una storia ricca di progetti ispirati che raccontano la sua poetica e dispiegano la loro bellezza agli occhi di chiunque rivolga lo sguardo verso questa produzione. Invitato a partecipare alla mostra Memoriae Visionariae, curata da Stefano Caggiano e tenutasi a Firenze dal 23 al 26 ottobre, Ulian ha interpretato il tema realizzando il progetto Matriosca. Munari insegnava: “Osservare a lungo, capire profondamente, fare in un attimo” e Ulian in questa nuova produzione sembra dimostrare di aver accolto fecondamente questo insegnamento. Il progetto Matriosca nasce infatti dall’osservazione di una pila di sedie da giardino in resina, del tipo più comune: quelle che spesso troviamo fuori dai bar meno patinati. Il designer osserva e capisce che quegli oggetti compattati in una pila simbolo della riproducibilità tecnica di uno standard possono dare vita a un nuovo sistema di oggetti. Il progetto consiste infatti nell’accorciamento progressivo e modulare delle gambe di nove sedie impilate, studiato in modo che la decima sedia chiuda la pila rimanendo all’altezza originaria. La somma di questi oggetti crea una specie di poltrona caratterizzata dallo stesso ingombro di una sedia singola: un’immagine segmentata dalla ripetizione delle forme, ma resa solida dalla giustapposizione di tanta materia. Disunendo l’assieme, si collezionano dieci sedie di altezze diverse che rappresentano il paradigma dell’ergonomia: a ciascuno la sua sedia, praticamente su misura. Si può scegliere la sedia normale o quella leggermente più bassa del normale, per chi – ostaggio di quella ‘normalità’ – aveva sempre dovuto tenere le gambe sospese da terra. Ci sono sedie di dimensioni digradanti adatte ai bambini, fino a quella bassissima – solo 15 cm da terra – per chi ama sfiorare la sabbia o il prato su cui siede. L’utopia di poter variare il prodotto industriale si materializza così nella composizione di questi dieci pezzi: un’epifania di equilibrio e intelligenza. In una specie di adesione dogmatica, è bello poter credere in questo progetto che è contemporaneamente uno e dieci, senza che la distinzione divida l’unità.]]></description>
		<pubDate>2008-12-01 16:15:27</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>William Sawaya</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,84,intIssueID,377,intItemID,392,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;testo di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;...vorrei essere il vestito della domenica o la cucchiaiata di caviale dopo tanti corn flakes... <br />
<br />
La varietà delle sue creazioni rivela un’urgenza, quasi esistenziale, di sfuggire alla iterazione dei modelli. Non insegue le tendenze, anzi le anticipa, rivelando un’acuta sensibilità epocale. Maneggia con competenza la tecnologia e l’artigianato artistico. Riesce a far convivere l’innovazione con il rispetto per la tradizione. Osa, assistito da una mano felice, senza mai trascurare armonia ed eleganza. 
Lo studio nel centro di Milano, protetto da un
giardino ombroso, è un’oasi riparata dal tumulto, dove si
lavora con calma e accuratezza. William Sawaya, pacato e
cortese, come è suo costume, quasi a ribadire l’atmosfera
che ha creato nel suo luogo di lavoro
dichiara: “Preferisco il design silenzioso.
Basta, però, che non diventi muto!
Oggi c’è troppo clamore, si fa design
spettacolo solo per venderlo alle aste.
Dove è finita l’utopia del design
industriale di grande serie, quella che ha forgiato i maestri?”.
Il mutismo è il rischio opposto. William di sicuro non lo
corre. A esaminare il corpus delle sue creazioni si scopre un
‘ardore’ espressivo non comune. I suoi progetti possono
essere definiti silenziosi per via dell’eleganza del tratto, ma
di certo non sono muti. Anzi rivelano un eloquio elaborato
e variegato, nutrito di sentimenti: l’attenzione alle varie
culture, la conoscenza delle eredità del passato, la
fascinazione per la tecnologia,
l’ammirazione per i virtuosissimi artigiani.
Parlar d’eleganza oggi può apparire
riduttivo. È un termine antico che indica
una misura e un’armonia che il design
sembra aver trascurato a favore di estetiche
più crude, in qualche misura disarmoniche. William non
teme d’essere definito elegante. “Vorrei essere” prosegue “il
vestito della domenica o la cucchiaiata di caviale dopo tanti
corn flakes. La vita è troppo corta per abbigliarsi sempre in grigio. E non ho paura neppure delle contraddizioni. Mi
annoio, perciò ho bisogno di cambiare”. Sullo schermo
della sala riunioni corrono le immagini delle sue ultime
realizzazioni, progetti importanti che testimoniano la sua
rara capacità nel maneggiare materiali preziosi e il suo
talento nell’inventare effetti da
meraviglia: uno yacht di 60 metri con
bagni in onice e rivestimenti in
galuchat; l’hotel Klapsons a Singapore
con una scintillante sfera d’acciaio di
cinque metri di diametro nella lobby
che ospita il check in. In corso d’opera un grande palazzo
per uffici in Arabia Saudita con pareti in cuoio serigrafate a
caratteri arabi... Nonostante i lavori d’architettura si
moltiplichino nel mondo, il cuore di William batte per il
design. Vorrebbe impegnarsi di più in progetti ecologici e
democratici, ma la realtà della Sawaya & Moroni lo
costringe a confrontarsi con le serie limitate. Nel 2003 ha
disegnato in collaborazione con Corepla, il Consorzio
nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero dei
rifiuti di imballaggi in plastica, una sedia in plastica
eterogenea riciclata, Bella Rifatta. Dando a
un prodotto povero un’alta dignità
estetica, ha affrancato il riciclo dal suo
destino trash e dimostrato che si può
coltivare la bellezza anche nei progetti
etici. La sedia Calla prodotta nel 2000 da
Heller, marchio americano specializzato nello stampaggio
dei materiali plastici, appartiene alla collezione permanente
del MoMA di New York. Anche quando si misura con la
grande serie riesce a non tradire l’originalità del suo segno:
fluidità delle linee, sensualità morbida delle superfici che paiono modellate dalla luce che indugia sulle curve ardite.
Talvolta plasma le materie, quasi fossero cera, come nella
seduta Darwish del 1999 in alluminio e bronzo, o nella
poltroncina in bronzo Gravity del 2002. Talvolta, invece,
pare scolpisca a scalpello, come nella sedia in legno massello
e cuoio Diva del 1987. Disegna volute
in compensato curvato che paiono
spirali di nastro serico, come nella sedia
Patty Diffusa del 1993. Usa l’acciaio
quasi fosse un diamante, sfaccettandolo
per ottenere bagliori imprevisti.
I suoi argenti guizzano come sciabole. I vetri sbocciano
turgidi, al pari di piante carnivore. Non indulge nella
maniera, facile tentazione di chi ha la mano felice, ma
rompe le righe, rinnovando le estetiche, sovente in anticipo
sui tempi. Osa la sensualità, astraendola dal peso della
carne, per farla levitare. Ibrida senza timore, azzardando
contaminazioni tra il nitore del vetro e dell’acciaio e la
corposità dei fregi dorati, come nella serie Barok’n ’Roll del
2005. Ma non dimentica mai la funzione, anzi regala
attenzioni impreviste, come i cassetti nascosti nei ripiani
delle librerie (High Light 2006)
Spazia dai rubinetti (Zucchetti) agli
argenti, dai vetri ai cristalli (Baccarat),
dalle sedie alle librerie, dai divani ai tavoli.
Cambia ogni volta registro: azzarda e
sperimenta senza tradirsi, perché ogni
progetto nasce dalla sua passione per il mestiere, proiettato
verso il futuro, ma alimentato dalla conoscenza delle
tradizioni manifatturiere, dalla frequentazione assidua con
le materie più disparate e da quell’‘ardore’ espressivo che,
come un fuoco, cova sotto la cenere.]]></description>
		<pubDate>2008-12-02 12:25:47</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Nuovo Primitivo</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,377,intItemID,391,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Nadia Lionello </strong><br />
elaborazione immagini di <strong>Enrico Suà Ummarino</strong>&nbsp;di <strong>Nadia Lionello </strong><br />
elaborazione immagini di <strong>Enrico Suà Ummarino</strong>&nbsp;È frutto della combinazione tra creatività, artigianalità e tecnologia, preferibilmente pensate in materiali naturali trattati in modo originale. Uno stile dall’aspetto primordiale che, accantonati i consueti dettami progettuali, crea oggetti suggeriti dall’istinto, senza trascurarne i dettagli.]]></description>
		<pubDate>2008-12-01 15:38:16</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Tavoli &amp;Co.<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,67,intIssueID,377,intItemID,390,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Nadia Lionello</strong> <br />
foto di <strong>Efrem Raimondi</strong>&nbsp;di <strong>Nadia Lionello</strong> <br />
foto di <strong>Efrem Raimondi</strong>&nbsp;Strutture armoniche unite a piani irregolari, tondi o sagomati, caratterizzano il progetto tavolo mentre leggerezza, praticità e originalità disegnano le sedie più versatili. Arredi protagonisti indissolubili e insostituibili nelle diverse funzioni e attività quotidiane del mangiare, giocare, lavorare...]]></description>
		<pubDate>2008-12-02 11:51:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Girona, Spagna, Basic House</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,377,intItemID,388,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Anna &amp; Eugeni Bach</strong> <br />
arquitectes foto di <strong>Jordi Bernadó, Nuria Fuentes</strong> <br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;progetto di <strong>Anna &amp; Eugeni Bach</strong> <br />
arquitectes foto di <strong>Jordi Bernadó, Nuria Fuentes</strong> <br />
testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Nel villaggio di Gaüses, nei pressi di Girona, in Spagna, una piccola casaatelier pensata da due giovani architetti come studio di pittura e rifugio per i weekend. Un progetto costruito con un budget ridottissimo, vincitore del premio di opinione FAD 2008 nella categoria Architettura. Come costruire una casa oggi con soli 70.000 euro? Una cifra in genere necessaria per affrontare una ristrutturazione di un appartamento di medie dimensioni. Le risorse economiche disponibili per la realizzazione del progetto sono state per Anna ed Eugeni Bach, architetti poco più che trentenni, il punto di partenza. Materiali, tecniche e risorse umane dovevano necessariamente essere ricercati in zona, al fine di ottimizzare ogni processo costruttivo, in modo da ridurre distanze e sprechi. Così l’intero progetto si trasforma anzitutto e necessariamente in un ‘progetto ecocompatibile’, unendo all’invenzione compositiva un processo d’impiego delle energie e dei prodotti locali. Un blocco rettangolare diventa lo spazio su cui lavorare, scegliendo di estendere gli interni domestici verso il verde dell’intorno, tramite un ampio bordo porticato su due lati, tramite un’essenziale struttura a pergola composta da profilati di alluminio chiamati a sostenere l’incannucciato di canne di fiume, il comune quanto pratico manufatto diffuso nei Paesi di tutto il Mediterraneo. La seconda ‘pelle’ della casa (sostituibile per normale deperimento ogni due anni al costo totale di 120 euro) non si limita tuttavia a disegnare il movimento della copertura a tre sezioni - voluta a falde inclinate dalla normativa locale -, ma in alcuni punti scende in verticale, formando degli schermi perimetrali che sottolineano il carattere di stanze e percorsi all’aperto, cui la grande pergola risponde pienamente. La pavimentazione di cemento lisciato unisce interno ed esterno insieme alla grande vetrata scorrevole d’angolo che ‘taglia’ le pareti, proiettando il grande spazio giorno verso il portico e il giardino. I muri esterni, dipinti a righe verdi e bianche verticali, come una sorta di astratto codice a barre, annullano in parte la forma elementare del rettangolo di riferimento, creando un ritmo irregolare a sua volta arricchito dalle ombre date dall’incannucciato sovrastante. Il motivo a righe segna i due lati verso il portico, mentre quelli rimanenti sono dipinti di solo verde, in modo da fungere da schermi unitari per accogliere la proiezione dell’ombra degli alberi assunta come ‘decoro’ naturale. La copertura, oltre alla prima falda del porticato, è stata suddivisa in due uniche falde inclinate verso l’interno, corrispondenti alle rispettive zone della casa: la prima, che si estende per quasi i 2/3 della superficie, è dedicata agli ambienti giorno (cucina, pranzo, soggiorno o atelier); una spina attrezzata alle spalle della cucina - in pannelli di legno ricomposto da imballaggio - in cui è collocato il disimpegno e il bagno, separa dalle due camere da letto. L’acqua piovana è raccolta in un pozzo per l’irrigazione del giardino, mentre un’intercapedine aerata di trenta centimetri realizzata su tutta la copertura, con pannelli ‘uralita’ a vista nell’interno, permette di ottenere un buon isolamento, facendo salire l’aria calda verso la parte più alta della casa, e mantenere le camere da letto più fresche, in modo naturale.]]></description>
		<pubDate>2008-12-02 11:17:53</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>La casa che scorre verso il mare</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,377,intItemID,387,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>MacKay-Lyons Sweetapple Architects</strong> <br />
foto di <strong>Brian MacKay-Lyons, Greg Richardson, Manuel Schnell</strong> <br />
testo di <strong>Alessandro Rocca</strong>&nbsp;progetto di <strong>MacKay-Lyons Sweetapple Architects</strong> <br />
foto di <strong>Brian MacKay-Lyons, Greg Richardson, Manuel Schnell</strong> <br />
testo di <strong>Alessandro Rocca</strong>&nbsp;In Canada, nell’Upper Kingsburg, in un antico villaggio vicino a Halifax, Sliding House: una casa per le vacanze concepita come una scatola elementare, intagliata e scavata con incisioni che ne alterano la simmetria, con effetti di instabilità e di falsi dinamismi. Una costruzione sorella dei fienili di quel lembo di costa canadese che scivola verso il mare e, nello stesso tempo, si appropria del terreno in profondità, esprimendo un senso di appartenenza con il paesaggio primitivo della Nova Scotia. La casa è appoggiata a terra come una nave sul mare, un po’ sprofondata e un po’ sospesa, come in attesa di un’altra onda che la sospinga giù verso il mare che si trova lì, a meno di cinquecento metri. La casa sta per salpare: la linea del tetto corre parallela alla pendenza del terreno e l’effetto visivo è che la casa è sul punto di scivolare verso l’oceano, come una nave pronta a lasciare il bacino di carenaggio. L’inclinazione del tetto esalta quella della collina che, in realtà, è di soli sei gradi. Rivolta fieramente verso il mare, il fronte ovest della casa mostra un’espressione ambigua, quasi antropomorfa, come un volto atteggiato in una curiosa smorfia asimmetrica. L’occhio orizzontale che la sormonta è una loggia semplice, di foggia nautica, interamente di legno, come tutti gli interni della casa. “Louis Kahn” ricorda Brian MacKay-Lyons “pensava che un edificio non dovesse avere più di due materiali, di cui uno era il vetro” e questa superba casa è concepita in quello spirito di semplicità che è profondamente radicato nel modernismo americano; e che, oltre all’architettura di Kahn, riguarda l’arte di Sol LeWitt e la musica di John Cage, che furono entrambi giovani frequentatori del Nova Scotia College of Art and Design University. Sliding House è un monumento elementare, una costruzione sorella dei fienili e delle costruzioni rurali di quel lembo di costa canadese che scivola verso il mare e, nello stesso tempo, si ‘conficca’ nel terreno in profondità, esprimendo un senso di appartenenza e di comunione con il paesaggio antico e primitivo della Nova Scotia. La casa nasce da un incontro tra David Peters e Rhonda Rubinstein, coppia di creativi con figlioletto, Dashel, e Brian MacKay-Lyons, architetto di talento che appartiene a una famiglia con radici secolari nella regione di Halifax. Sette anni fa la coppia decide di costruirsi una residenza estiva in Canada e Peters si rivolge a Brian MacKay-Lyons, che conosce da trent’anni e per cui ha lavorato come grafico e come progettista del sito web dello studio. David e Rhonda acquistano dall’architetto un lotto di terreno nell’Upper Kingsburg, un antico villaggio (fondato nel 1750) vicino ad Halifax, dove MacKay-Lyons possiede un terreno di una ventina di ettari su cui ha già costruito, in 25 anni, 12 case. La coppia chiede un progetto rapido e relativamente economico per una casa per le vacanze di circa centocinquanta metri quadrati, e MacKay- Lyons, con il socio Talbot Sweetapple, immagina un parallelepipedo intagliato e scavato con incisioni che ne alterano la simmetria e conferiscono un effetto di instabilità e suggeriscono accenni di falso movimento. Sul lato nord, la casa si protegge dai venti freddi con uno spessore consistente, una grande camera d’aria in cui sono alloggiati le scale, i servizi, la cucina con il camino. Sul lato opposto, verso sud, una finestra a nastro apre al sole del mezzogiorno, e alla vista dei prati e dell’oceano, con un ambiente che è a metà tra il soggiorno e la veranda, un habitat estivo protetto e accogliente, una passeggiata panoramica che termina, su entrambi i lati brevi, con due logge affacciate sul paesaggio. La struttura è in legno, le pareti esterne sono interamente rivestite da una pelle continua di lamiera ondulata, un materiale industriale, freddo, che contrasta con gli interni in pioppo. L’effetto delle centinaia di assicelle di pioppo, dalla colorazione che varia tra il rosso, il decolorato e lo sbiancato, genera un pattern intenso con effetti Optical, nell’ipnotica totale uniformità di pavimenti, pareti e soffitti.]]></description>
		<pubDate>2008-12-02 14:19:26</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Michele o la felicità del fare</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,9,intIssueID,377,intItemID,385,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Andrea Branzi</strong>&nbsp;testo di <strong>Andrea Branzi</strong>&nbsp;Non mi è facile parlare di Michele De Lucchi e del suo lavoro perché in certo modo le nostre storie si sono spesso intrecciate e continuano a farlo; nonostante la diversità di età, abbiamo preso parte a vicende culturali comuni ed abbiamo avuto comuni amici. Per questo motivo il suo lavoro, così diverso dal mio, mi risulta ugualmente familiare perché vi riconosco alcune radici, remote apparentemente, ma, in realtà, ancora molto attive.  Michele, alla fine degli anni Sessanta, lasciò Padova, dove aveva partecipato alla fondazione del gruppo situazionista Cavart, e venne a finire gli studi a Firenze, attratto (come Marco Zanini, Dante Donegani e vari altri) dalla presenza del movimento radical fiorentino e dove ebbe occasione di collaborare con Superstudio, gruppo antagonista del nostro Archizoom Associati. Qualche anno dopo lo convinsi a venire a Milano, dove come molti altri membri del movimento ero emigrato e dove Michele entrò a fare parte di quella vasta cerchia di giovani designer che operavano attorno a Ettore Sottsass (movimento da me definito Sotts-art), collaborando con lui all’Olivetti, e successivamente alla Memphis. Le sue radici sono dunque queste, un singolare mix di radicalismo e di product design di grande scuola. Michele infatti ha attraversato quelle epoche al meglio, acquisendo una crescente autonomia e una grande capacità professionale, fino al punto di succedere allo stesso Ettore alla guida del settore design dell’Olivetti. Questa miscela di radicalismo e capacità progettuali non deve sorprendere, perché quell’emigrazione avvenuta agli inizio degli anni Settanta, portò al sistema del design milanese, ormai alle soglie di un difficile passaggio alla post-modernità, un flusso di idee e di energie nuove, che si manifestarono con la nascita del design primario, di Alchymia, di Memphis, di Domus Academy, di Modo, e di tutto quell’insieme di iniziative chiamate Nuovo Design Italiano. I successi professionali (e commerciali) di Michele fornirono in questo contesto l’importante testimonianza del fatto che il Nuovo design italiano non era soltanto un gruppo minoritario di anarchici, ma aveva l’ambizione e la capacità di diventare il nuovo protagonista, culturale e professionale dell’intero sistema del design italiano, rinnovandolo e guidandolo a una nuova fase della sua storia. Gli ex-radicali dimostravano di essere gli eredi di una tradizione sperimentale a cui appartenevano non solo Sottsass ma anche Munari o Castiglioni, e senza dimenticare la loro lunga storia, iniziata negli anni ‘60, sapevano valorizzare e rinnovare quel patrimonio genetico unico in Europa. I disegni e le casette di legno di Michele, come la sua Produzione Privata, in questo senso devono essere capite non come una evasione dagli impegni professionali, ma come parte integrante di questi. Anzi una parte fondante, perché testimonianza dell’idea radicale che la progettazione si alimenta di una ricerca continua e che la professione richiede sperimentazione ininterrotta. L’architettura, come il design, non consistono soltanto nel rispondere alle necessità dei clienti, dell’industria o del mercato, ma anche in una importante attività autonoma di riflessione, che indaga nuovi archetipi e nuovi linguaggi, che costituiscono un territorio immaginario destinato a intervenire nella realtà, al pari di edifici o prodotti reali. Oggi il mondo del progetto non è limitato soltanto dalle realtà fisiche reperibili sul mercato e sulle strade, ma anche da uno smisurato universo mediatico, costituito da un flusso iconico che circola sui mercati delle idee e alimenta l’innovazione globale. Queste casette di legno grezzo esistono quindi nella realtà al pari di quelle di cemento di cui sono fatte le nostre città, e non deve sorprendere il fatto che siano fatte a colpi di accetta o di sega elettrica, quindi del tutto diverse dalle finiture sottili e sofisticate degli arredi di Michele, perché non si tratta di una miniaturizzazione dei suoi progetti, ma ne rappresentano una alternativa, che ha origine da una indagine su archetipi più ruvidi e potenti. Esiste una lunga e nobile tradizione di capanne di legno proposte come punto di partenza di una nuova architettura; a cominciare da quelle proposte dai filosofi dei lumi del Settecento, un’architettura primitiva per i ‘buoni selvaggi’, naufraghi dell’epoca delle tenebre, ma questo non è il caso di Michele. Esse sembrano ricordare anche le ricerche di Superstudio sulla Cultura materiale extraurbana dei primi anni Settanta, ma quelle ricerche erano volte a rintracciare nella fiorentinità la radice di una modernità eterna; ma questo non è il caso di Michele. Il riferimento alla cultura contadina è stata una caratteristica ricorrente anche nel lavoro delle avanguardie, a cominciare negli anni Venti con Kazimir Malevich e le sue tisbe ucraine, come riscoperta di antichi archetipi nascosti dalla cultura industriale e dalla società borghese; ma questo non è il caso di Michele. Anche Walter Gropius cercava nell’immagine della casa il luogo di ricomposizione delle spinte eversive delle avanguardie e di un loro richiamo all’ordine, ma neanche questo è il caso di Michele. Nel caso di Michele c’è in effetti qualcosa di diverso, che è costituito da un ritorno importante alla ‘potenza e alla gioia del fare’, direttamente a mano e con tecnologie primordiali. I suoi non sono infatti modelli concettuali, teorici o didattici, ma ciocchi di legno grezzo auto-referenziali, auto-sufficienti, perfettamente conclusi nelle proprie imperfezioni. Raffinati nella loro povertà; approssimativi in un mondo troppo perfetto; felici nella loro pesantezza, in un mondo di progetti troppo leggeri e tristi. Come scriveva William Morris, infatti, la ‘felicità dell’artefice’ dev’essere una parte importante e ben visibile del progetto stesso. Come testimonianza diretta, in un universo alienato, che esiste la possibilità di essere felici nel proprio lavoro; premessa indispensabile per rendere felici anche gli altri. Altrimenti avremmo combattuto (e progettato) invano.]]></description>
		<pubDate>2008-12-01 14:41:12</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Hiroshima, Saijo House</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,377,intItemID,383,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Suppose Design Office </strong><br />
foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;progetto di <strong>Suppose Design Office </strong><br />
foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;...la piramide blu scuro emerge come un cappello poggiato appena sopra le ciglia...  Èil caso di un talento 34enne chiamato Makoto Tanijiri, architetto capo del Suppose Design Office. Sotto il cielo di Hiroshima ha già realizzato circa 50 architetture, quasi tutte abitazioni unifamiliari, in 7 anni di carriera. Numeri impressionanti, che trovano uno splendido esempio nella House in Saijo. Nei dintorni diradati di Hiroshima, tra residenze e campi di riso, la piramide blu scuro che emerge come un cappello poggiato appena sopra le ciglia ricopre i gesti di una giovane coppia e dei tre figli. Il committente aveva richiesto un’abitazione unica, in cui la zona pubblica aperta potesse conservare la propria privacy. Makoto realizza gli scavi delle fondazioni, posiziona il piano di calpestio del primo livello a meno 1 metro e ricicla il terreno dimesso per creare un dosso verde circostante, base organica dell’intera piramide. Così il livello zero lascia la sua traccia nel piano perimetrico in cemento a vista che diventa piano di lavoro in cucina, mensola per libri nella zona soggiorno o semplicemente un affaccio orizzontale verso il blu. Quattro V d’acciaio nero inclinate sostengono i 2 livelli superiori della piramide tronca, oltre una finestra a nastro che scorre sui 4 lati. L’ascesa verticale s’arrampica sul vano attrezzato delle scale e buca l’intradosso del solaio, verso camera da letto principale e bagno. L’espansione sgusciante inferiore si ferma davanti all’entrata perplessa di un imbuto, un limbo transitorio di calma e d’attesa. Un salto sull’ultimo livello, piove luce sulle pareti chiare lignee, il fascio luminoso si allunga col giorno, ruota tra i due piumoni bianchi, si accorcia, e sparisce con la fuga del sole. Chi avrebbe pensato a una camera da letto per 2 bimbi in un sottotetto tanto solenne? Chi se non una mente libera dalle convenzioni architettoniche per cui cucina o soggiorno o camera da letto devono seguire canoni spaziali testati. Saltano i ruoli, le gerarchie si capovolgono, e il nuovo Giappone c’insegna a saper rischiare. A saper leggere il tessuto urbano in cui una nuova architettura s’inserisce e reagisce a esso. E se House in Saijo impone la sua presenza in una maglia residenziale diradata e si candida così a moderno punto di riferimento urbano, a nord, lontano 1 migliaio di km, dove il tifone usualmente perde la sua imprevedibile potenza, un’altra geometria architettonica si divincola dal suo intorno fitto, ridefinendolo.]]></description>
		<pubDate>2008-12-02 14:17:58</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Il teorema giapponese<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,377,intItemID,381,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testi e foto di <strong>Sergio Pirrone</strong><br />&nbsp;testi e foto di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;Come si abita in Giappone? Dove sta andando questo Paese e la sua architettura? L’analisi progettuale e la lettura per immagini del corrispondente da Tokyo si concentrano su due esempi differenti: la Saijo House a Hiroshima, una piramide, un landmark in un contesto semi-urbano diradato e la Sway House a Tokyo, una figura che si distorce, si avvita e reagisce a ciò che la circonda, in un quartiere fitto e disomogeneo.<br />
 I monsoni strapazzano l’arcipelago verde, sfiorano l’isola rossa e ribelle, sorvolano due gocce di tropici giapponesi e atterrano nel Kyushu. Il Giappone visto dall’alto porta i segni di una posizione infame, spazzato dai venti del sud, strattonato dal basso dalle crepe della propria terra, schiaffeggiato a est dalle onde di un oceano mai stato veramente pacifico. Come è sopravvissuto a tanto? Le coste sono state murate, le valli spianate, le colline arginate, i fiumi deviati. Abitazioni come fossero case di carte da gioco. Riduzioni dei danni in caso di catastrofi, rapidità ricostruttiva, neutralità e flessibilità spaziale per eventuali modifiche del nucleo familiare. Già 1.000 anni fa i costruttori giapponesi, piccoli artigiani dalle mani dure, avevano previsto il futuro del mondo intero. La casa giapponese ha mantenuto il suo impegno, rispettato le fatiche di millenni d’avanguardia inconsapevole, oltre isolamenti secolari ha scoperto che esisteva un altro mondo. Investimenti finanziari, industriali, infrastrutturali hanno trasformato un impero poggiato su campi di riso in una macchina arrampicatrice di profitto. Le evolute tecniche di prefabbricazione nordamericane hanno trovato in Giappone il miglior campo di sviluppo per una cultura del costruire che già possedeva analogie metodologiche. Se dal punto di vista teorico-architettonico il dibattito si rimpallava tra l’apertura incondizionata alle sirene d’occidente e l’anacronistico ritorno al passato, dal punto di vista urbanistico si sono costruiti conglomerati metropolitani coscientemente alienanti. Le hollow cities, come emmental al sole, hanno sfrattato piccoli mondi domestici circondati da giardini scultorei. <br />
La casa, rimpicciolita, si scuriva, si allontanava dal proprio territorio verso sobborghi dormitorio. Le abitazioni unifamiliari, rinchiuse in se stesse, diventano bunker da cui poter sbirciare senza mai farsi vedere. L’alienazione scopre un mondo piano, senza soste se non a pagamento, in cui uomini vestiti nello stesso modo, con lo stesso stile di vita, con gli stessi pensieri, vivono in scatole a forma di casa, tutte uguali. L’anonimato come valore irrinunciabile. Il tempo è un succedersi d’eventi che si accettano per quanto durano, per come si consumano una borsa in pelle, una lavatrice, una casa. Così anche lo stile di vita che quella casa porta con sé avrà un tempo limitato e la sua progettazione potrà essere più arrischiata, oltre i confini del senso comune di comfort. L’architetto giapponese si è trasformato in un’estensione delle aspirazioni di clienti che vogliono affrancarsi dalla mediocrità di una vita anonima. Nella prima decade del nuovo millennio, l’architettura è diventata uno strumento di comunicazione di massa, ma anche di manipolazione di scelte individuali e stili di vita, all’ombra d’enormi investimenti privati. Così sono nati i Roppongi Hills, Omotesando Hills, Tokyo Mid-Town, e via dicendo, tutti grandi investimenti privati di complessi misti in cui si è venduto un nuovo modo urbano integrato di convivenza tra residenze, uffici, negozi, hotel, spazi ricreativi. Accanto a questi subnuclei elitari di città patinate, la macchina Giappone continua a costruire senza sosta blocchi residenziali su matrice industriale, per una borghesia infinita, in cui il finto parquet ha definitivamente preso il posto del tatami, gli arredi filo-occidentali quello di cuscini. E i tanti architetti giapponesi rinomati nel mondo quanta rilevanza hanno nel modo di abitare giapponese? Non c’è dubbio che se Tadao Ando ha involontariamente influenzato la direzione di varie generazioni d’architetti come una stella cadente, Toyo Ito ha implementato un vero movimento di pensiero, una metodologia, una scuola senza frontiere. Un occhio al mondo fuori, l’altro profondamente concentrato sulla propria realtà, decine di giovanissimi architetti giapponesi stupiscono per capacità di trasformare limiti rompicapo in spunti per modi dell’abitare innovativi. <br />
Questi anni ci raccontano di residenze che condividono spazi lavorativi, studio, luoghi d’incontro fisico e virtuale, ambienti pubblici. La multidisciplinarietà diventerà un’opportunità necessaria a stili di vita sempre più complessi. Pochi materiali, composizioni estetiche sempre più omogenee, volumi tridimensionali facilmente memorizzabili dovranno rimanere impressi alla velocità di un’auto in corsa. Per l’ennesima volta il Giappone anticipa la nuova era, quella del tridimensionale che deve parlare linguaggi superficiali, bidimensionali, facili da incamerare, e che contribuiscano a trasformare un’abitazione privata in un messaggio promozionale, in uno strumento funzionale ad altri obiettivi. Verranno cavalcati ideali come il rispetto per il pianeta e la sua natura, per fini meramente consumistici. Il Sejimismo e le sue trasparenze continueranno a diffondersi nelle tante matite di Jun Ishigami e di altri discepoli e di altri ancora, per decenni. I singoli volumi abitativi si parcellizzeranno in miniagglomerati di volumi asettici, purissimi, anarchici e democratici, di spazi senza funzioni preordinate che si affiancheranno e moltiplicheranno. Due squarci prospettici tra volumi dischiusi, oltre alberi di ciliegio e vasi di fiori integrati ad architetture algide, saranno infine l’illusione giapponese di un’apertura verso il prossimo, dell’immensa ricchezza che porta con sé e che nessuno in fondo vorrà conoscere.]]></description>
		<pubDate>2008-12-18 12:09:26</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Beijing, la casa-atelier di Cai Guoqiang<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,377,intItemID,380,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Pei-Zhu studio</strong><br />
foto di <strong>Zhenning Fang</strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;progetto di <strong>Pei-Zhu studio</strong><br />
foto di <strong>Zhenning Fang</strong><br />
testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;A Beijing, la casa dell’artista Cai Guoqiang: una tipica siheyuan, una casa dal cortile quadrato della città storica, ristrutturata con rigore filologico sul piano architettonico e dell’interior design, che accoglie l’innesto di un nuovo volume essenziale in acciaio e vetro destinato ad atelier-spazio espositivo.

In Cina si dice che la persona che
parte per un viaggio non è la stessa che
torna. In un’epoca di
globalizzazione imperante, gli
artisti cinesi ci raccontano il
loro Paese attraverso opere che
restituiscono sguardi rivolti al
futuro, ma anche radici con specificità
legate a figure tramandatesi nei secoli. In questa abitazionestudio,
Cai Guoqiang, uno degli artisti più quotati del
panorama locale, presenta non solo le sue opere, ma l’ambiente
stesso in cui queste vengono realizzate. Si trova a Beijing ed è
una tipica siheyuan della città vecchia, una casa dal cortile
quadrato, costruita in mattoni grigi e porte rosse, all’interno
degli hutong, dedalo di stradine di epoca Qing (1644-1911)
che, dopo un lungo periodo di abbandono e incuria, negli
ultimi anni di preparazione delle Olimpiadi sono diventate aree
protette, sottoposte a tutela e restauro, anche
con sostegni governativi. Sistemate le
infrastrutture, ripavimentate le
strade, interrati i cavi della
luce, ridipinte le
pareti esterne, le case
sono state dotate di
bagni, riscaldamento,
acqua calda. Le
regole urbanistiche che
avevavo stabilito la nascita delle
siheyuan si legano ai principi del fengshui
(l’arte di disporre gli oggetti in base all’equilibrio degli
elementi), secondo cui la casa a nord, privilegiata, andava
assegnata ai genitori anziani, le altre ereditate dai figli maschi e
dalle loro famiglie. Le siheyuan erano il biglietto da visita delle
persone illustri della città: in base al numero variabile di borchie che marchiavano l’ingresso o alla decorazione sullo
stipite, e ancora all’altezza delle pareti e alle dimensioni della
porta, comunicavano lo status sociale dei padroni di casa.
Letteralmente “corti a quattro lati”, le siheyuan erano tutte case
a un solo piano e a pianta quadrata, sviluppate attorno a uno o
a più cortili interni e raccolte in isolati
separati dagli hutong. Costruita a ridosso
della Città Proibita, la siheyuan di Cai
Guoqiang ha conservato intatto tutto il
suo fascino: i tetti a pagoda, le porte rosse,
i motivi traforati a griglia, i toni grigio
polvere, ma risulta radicalmente rinnovata sia sul piano
architettonico che dell’interior design, per essere integrata con
una nuova addizione volumetrica, entro i confini della sua
struttura originaria. Il progetto, affidato allo studio di
architettura Pei-Zhu, giovane ed emergente a livello internazionale
(annovera progetti e competitions quali uno dei padiglioni
dedicati all’arte del Guggenheim di Abu Dhabi), è stato una
sfida in termini di approccio rispetto al contesto in cui si
inserisce. “Il motore del nostro intervento” spiegano “è stato
l’innesto di un nuovo corpo destinato a ospitare l’atelierspazio
espositivo di Cai Guoqiang all’interno di una
struttura tradizionale riportata alle sue
condizioni originarie, adottando
materiali e tecniche artigianali di
costruzione locale. Vecchio e nuovo
dovevano distinguersi chiaramente, ma
anche coesistere in modo armonico e
restituire una rigenerazione sensoriale di spazi e tempi
dell’architettura atta a favorire la concentrazione e la
creatività artistica”. Nella configurazione a doppia corte della
siheyuan, il racconto narrativo coinvolge soprattutto la corte
meno ampia esposta a sud, dove le porzioni antiche
caratterizzate da un ricco apparato decorativo fronteggiano il nuovo edificio, trasparente ed etereo, tutto vetro e
acciaio, invitando al dialogo dialettico, per contraltare,
di pesi, pieni e vuoti, ritmi tra luci e ombre. E tanto il
nuovo, visivamente e fisicamente leggero, si rende
autonomo dalle pareti della corte interna e minimizza
l’impatto con la struttura antica, quanto questa
snocciola tutta la sua varietà, soprattutto negli spazi
interni, con un campionario di piastrelle policrome di
varie epoche, griglie lignee traforate a schermo di
ambienti e funzioni, arredi fissi e gole-luce inaspettate,
serbatoi di luce zenitale. La flessibilità d’uso è tutta
riservata allo spazio di lavoro di Guoqiang. Ma una
cosa resta complementare all’altra. Fondamentale è che
anche questa siheyuan non sia stata abbattuta per far
posto a freddi grattacieli e nel suo cortile, all’alba, si
senta ancora il cinguettio degli uccelli. Un suono che,
per i cinesi, è un benvenuto per il nuovo giorno.]]></description>
		<pubDate>2008-11-28 18:32:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario n. 587</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,377,intItemID,379,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ</strong></p>
            <strong>             GIOVANI DESIGNER</strong><br />
            <br />
            <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Classic pop<br />
            La casa di Fido<br />
            Arjowiggins, Ceramiche Refin, Iris Ceramica, Metalco,<br />
            Nava Design, Reflex<br />
            <br />
            <br />
            <strong>IN FIERA<br />
            </strong>Maison&amp;Objet a Parigi<br />
            Abitare il Tempo a Verona<br />
            Casa Decor a Torino<br />
            Macef a Milano<br />
            Ambiente Italia a Roma<br />
            <br />
            <strong><br />
            SHOWROOM</strong><br />
            Alessi a Parigi<br />
            Saporiti Italia a Singapore<br />
            <br />
            <br />
            <strong>ANNIVERSARI</strong><br />
            I 75 anni di Seguso Vetri d’Arte<br />
            <br />
            <br />
            <strong>COMUNICAZIONE</strong><br />
            Cosmit: cambio al vertice<br />
            GVM: la nuova civiltà del marmo<br />
            Tosi Lab: atelier di idee<br />
            <br />
            <br />
            <strong>CONCORSI</strong><br />
            Progettare Nutella<br />
            <strong><br />
            <br />
            WORKSHOP</strong><br />
            Electrolux Design Lab 2008<br />
            <br />
            <br />
            <strong><br />
            </strong><strong>IN MOSTRA</strong><br />
            <br />
            <strong>FASHION FILE</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>IN LIBRERIA</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            INFO &amp; TECH</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>CONTRACT &amp; OFFICE<br />
            <br />
            </strong><strong>PROGETTO CITTA'</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>CINEMA</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>TRADUZIONI</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            <br />
            <br />
            <br />
            </strong><br />
            <strong><br />
            </strong>
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            ARCHITETTURE D’INTERNI: PAESAGGI D’ORIENTE<br />
            </strong>a cura di <strong>Antonella Boisi</strong><strong><br />
            <br />
            Beijing, la casa-atelier di Cai Guoqiang</strong><br />
            progetto di<strong> Pei-Zhu studio<br />
            </strong>foto di<strong> Zhenning Fang<br />
            </strong>testo di<strong> Antonella Boisi<br />
            </strong><strong><br />
            Tokyo, Sway House<br />
            </strong>progetto di<strong> Atelier Bow Wow<br />
            </strong>foto e testo di<strong> Sergio Pirrone</strong><br />
            <br />
            <strong>Hiroshima, Saijo House</strong><br />
            progetto di<strong> Suppose Design Office<br />
            </strong>foto e testo di<strong> Sergio Pirrone</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Tokyo, Neil Barrett Flagship Store<br />
            </strong>progetto di<strong> Zaha Hadid Architects<br />
            </strong>foto di<strong> Nacasa &amp; Partners<br />
            </strong>testo di<strong> Antonella Boisi</strong><strong><br />
            <br />
            Oporto, Portogallo, Color House<br />
            </strong>progetto di<strong> Pedro Gadanho<br />
            </strong>foto<strong> </strong>di <strong>Fernando e Sérgio Guerra<br />
            </strong>testo di<strong> Matteo Vercelloni<br />
            <br />
            Halifax, Canada, Sliding House<br />
            </strong>progetto di<strong> MacKay-Lyons Sweetapple Architects<br />
            </strong>foto di<strong> Brian MacKay-Lyons, Greg Richardson, Manuel Schnell<br />
            </strong>testo di<strong> Alessandro Rocca<br />
            <br />
            Girona, Spagna, Basic House<br />
            </strong>progetto di<strong> Anna &amp; Eugeni Bach arquitectes<br />
            </strong>foto di<strong> Jordi Bernadó, Nuria Fuentes<br />
            </strong>testo di<strong> Matteo Vercelloni<br />
            <br />
            MAESTRI<br />
            Toni Zuccheri<br />
            </strong>testo di<strong> Isa Tutino<br />
            <br />
            ATTUALITÀ<br />
            La scommesa di Berengo su Murano<br />
            </strong>intervista di<strong> Gilda Bojardi<br />
            </strong>foto di<strong> Giacomo Giannini</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong>
            <strong>L’OPINIONE <br />
            Michele o la felicità del fare<br />
            </strong>di<strong> Andrea Branzi</strong><strong><br />
            <br />
            ARTE<br />
            Paolo Canevari<br />
            </strong>di<strong> Germano Celant</strong><strong><br />
            <br />
            IL TEMA CENTRALE <br />
            Tavoli &amp; Co.<br />
            </strong>di<strong> Nadia Lionello </strong>foto di<strong> Efrem Raimondi</strong><strong><br />
            <br />
            Nuovo primitivo<br />
            </strong>di<strong> Nadia Lionello<br />
            </strong>elaborazione immagini<strong> Enrico Suà Ummarino<br />
            <br />
            PORTRAIT<br />
            William Sawaya<br />
            </strong>testo di<strong> Cristina Morozzi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>PROGETTO DESIGN <br />
            </strong><strong>Molteplice unità<br />
            </strong>progetto di<strong> Paolo Ulian </strong>testo di<strong> Odoardo Fioravanti</strong><strong><br />
            <br />
            Dialogare con le immagini<br />
            </strong>progetto di<strong> Fragile </strong>text by<strong> Laura Traldi<br />
            </strong><strong><br />
            OSSERVATORIO <br />
            Occhio al design<br />
            </strong>di<strong> Maddalena Padovani</strong><strong><br />
            <br />
            REPERTORIO<br />
            Righe &amp; Pois<br />
            </strong>di<strong> Katrin Cosseta</strong><br />
            <br />
            <strong>             INDIRIZZI</strong> di Adalisa Uboldi<br />
            <br />
            <strong>             TRADUZIONI<br />
            <br />
            </strong><strong>In copertina:</strong> William Sawaya e due dei suoi ultimi progetti per Sawaya &amp; Moroni. La<br />
            poltroncina Leggy Peggy, di suggestione retrò, si connota per l’aerea struttura in filo<br />
            continuo d’acciaio cromato che fa da sostegno a una compatta seduta imbottita in<br />
            schiumato; i tavolini Klapsons, con base in acciaio inox e piano in vetro con<br />
            sottopiano in lastra d’acrilico incisa, contrappongono la loro linea asciutta ai decori<br />
            d’ispirazione barocca.
        
    
]]></description>
		<pubDate>2008-12-01 12:45:26</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale n. 587</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,377,intItemID,378,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;<strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;Qualità progettuale cercasi: Mettere in gioco energie nuove e vocazioni consolidate, restituendo progetti di qualità pensati e realizzati con competenza, responsabilità e sostenibilità!Qualità progettuale altissima cercasi: la richiedono con urgenza il periodo di crisi dei mercati e la sensazione di austerità che aleggia in molti settori. Mettere in gioco energie nuove e vocazioni consolidate, restituendo progetti di qualità pensati e realizzati con competenza, responsabilità e sostenibilità, certo è materia di una grande sfida. Dunque, anche i ‘sogni nei cassetti’ di architetti e designer possono suggerire soluzioni. Due giovani architetti spagnoli, ad esempio, Anna ed Eugeni Bach, hanno costruito una casa di qualità con soli 70.000 euro, unendo all’invenzione compositiva l’adozione di tecniche e prodotti locali. Pedro Gadanho a Oporto ha invece indicato una modalità per non separare il mondo del design e dell’architettura, con colori e geometrie complesse. Ma, alla fine, anche forme neoprimitive, righe e pois possono orientare motori di ricerca per generare nuove qualità abitative, soprattutto nei paesaggi d’Oriente, da Pechino a Tokyo, contesti in cui è talvolta più facile e comunque indispensabile osare. Per dare corpo alle aspirazioni di committenti desiderosi di affrancarsi da un anonimato alienante; per raccontare una multi-disciplinarietà di ambiti condivisi (residenze, spazi lavorativi, di studio e luoghi d’incontro) necessari a stili di vita complessi; e anche per divincolarsi tra severi limiti edilizi, trasformandoli in valori preziosi. Un altro atteggiamento progettuale di ricerca è quello di William Sawaya, personaggio con un percorso di trasversalità che distilla contenuti di contaminazione culturale, puntando all’unicità dei pezzi e mettendo insieme, con passione, tecnologia e artigianato, futuro e passato. Questo per dire che bisogna vedere oltre. Il medesimo settore degli occhiali registra innovazione sul piano tecnico e funzionale, nonché fatturati molto interessanti. Forse una visione di dieci decimi o i mitici occhiali di Le Corbusier non basteranno a fare subito un Progettista. Però, in tempi critici, cambiare registro e sperimentare, senza improvvisazioni, combinando le risorse migliori e dosando bene gli ingredienti, può essere una chance.]]></description>
		<pubDate>2008-12-02 09:47:45</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Tom Dixon, Progetti per il mondo reale</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,10,intIssueID,336,intItemID,376,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;di <strong>Cristina Morozzi</strong>&nbsp;Designer-imprenditore, art director dell’azienda omonima e di Artek, Tom Dixon, protagonista della nostra copertina, è intenzionato ad affermarsi non come persona ma come marchio, viaggiando in controtendenza. Così, nell’epoca dei prodotti realizzati in stereolitografia, si compiace della sua ultima serie di imbottiti concepiti per essere costruiti, come un tempo, da esperti tappezzieri. Nessun anacronismo: la nuova meta è il futurismo, cioè il matrimonio tra tecnologia avanzata e artigianato tradizionale. Londra, 5 Cromwell place, 18 settembre 2008, ore 14,45: seduto sul Wing sofà, mentre gli artigiani dell’azienda di imbottiti George Smith costruiscono poltrone e divani a mano, come un tempo, rivestendo le molle armoniche con il crine, Tom Dixon parla di futurismo. “Dopo il materialismo, il costruttivismo, l’espressionismo, il primitivismo, il riduzionismo e il bit of rough (traducibile come un tocco di rozzezza, ndr) proposto a Milano lo scorso aprile, è il momento del futurismo. Bisogna ritornare a mettere l’arte nel disegno, come facevano i futuristi italiani (niente di politico, precisa), e combinare il fatto a mano (indica gli artigiani che stanno lavorando) con la tecnologia avanzata”. Prosegue: “La tecnologia va adattata alla realtà, deve essere uno strumento per migliorare la qualità globale. Le stupefacenti tecniche di stereolitografia sono solo audaci esperimenti che non rendono nessun vero servizio alla gente”. Quando nel 2005 propose il riduzionismo dichiarò di avere fatto indigestione di fiori e di decori. Nel giornale che sempre accompagna la presentazione delle sue collezioni scrisse: “Amo la botanica, non rifiuto la moda e sono attratto dalla virtualità, ma sto diventando fondamentalista. In questa nuova stagione il mio studio si propone di denudare gli oggetti, spogliandoli degli artifici e del superfluo, per giungere alla loro sostanza... Perciò quelli che vedete sono degli scheletri nudi di sedie”. Oggi riveste gli oggetti, anzi li imbottisce di lana e di crine e si dichiara sazio di virtualità fine a se stessa. Per essere in controtendenza bisogna avere le spalle solide. Tom dimostra di possederle. La forza delle sue considerazioni nasce dall’essere designer, ma anche imprenditore; dalla sua volontà di affermarsi come marchio e non solo di farsi conoscere come creativo al soldo di questa o quella impresa. Crede nelle sue buone idee e ha trovato chi crede in lui: il suo socio-manager David Begg e un investitore visionario, la svedese Proventus. Con loro ha creato la Design Research, una holding per lo sviluppo del design e del prodotto comprendente Artek e il marchio Tom Dixon. Tom è art director di entrambi. La sua filosofia è chiara: conciliare l’innovazione tecnologica e materica con la semplificazione del design e con i valori tradizionali degli oggetti in grado di rendere un servizio alla gente. Il suo processo progettuale parte dal dentro delle cose: dalla struttura, dai materiali,Quando nel 2005 propose il riduzionismo dichiarò di avere fatto indigestione di fiori e di decori. Nel giornale che sempre accompagna la presentazione delle sue collezioni scrisse: “Amo la botanica, non rifiuto la moda e sono attratto dalla virtualità, ma sto diventando fondamentalista. In questa nuova stagione il mio studio si propone di denudare gli oggetti, spogliandoli degli artifici e del superfluo, per giungere alla loro sostanza... Perciò quelli che vedete sono degli scheletri nudi di sedie”. Oggi riveste gli oggetti, anzi li imbottisce di lana e di crine e si dichiara sazio di virtualità fine a se stessa. Per essere in controtendenza bisogna avere le spalle solide. Tom dimostra di possederle. La forza delle sue considerazioni nasce dall’essere designer, ma anche imprenditore; dalla sua volontà di affermarsi come marchio e non solo di farsi conoscere come creativo al soldo di questa o quella impresa. Crede nelle sue buone idee e ha trovato chi crede in lui: il suo socio-manager David Begg e un investitore visionario, la svedese Proventus. Con loro ha creato la Design Research, una holding per lo sviluppo del design e del prodotto comprendente Artek e il marchio Tom Dixon. Tom è art director di entrambi. La sua filosofia è chiara: conciliare l’innovazione tecnologica e materica con la semplificazione del design e con i valori tradizionali degli oggetti in grado di rendere un servizio alla gente. Il suo processo progettuale parte dal dentro delle cose: dalla struttura, dai materiali,dalla tecnologia produttiva. Il design è un risultato. Le sue famose lampade Mirror Ball, ad esempio, non hanno nessuna velleità espressiva. Derivano dalla sua attrazione per il ‘soffiaggio’, per le finiture metallizzate della plastica. La forma sferica non è altro che la più adeguata a esaltare l’effetto specchiato. Per arrivare ad affermare questa sua visione concisa del design Tom è partito da lontano, e non solo metaforicamente. Dalla Tunisia, dove è nato da padre inglese e madre franco-lituana nel 1959, dalla musica rock (suonava il basso in un complesso), dalla vita notturna e dall’arte d’arrangiarsi diurna che gli ha regalato l’abilità e il piacere di fare con le mani, avviandolo alla strada dell’artigianato. “Facevo oggetti di recupero, soprattutto di metallo, per il piacere di farli”, racconta. “Quando la gente ha iniziato ad acquistarli, ho capito che possedevano una particolare alchimia”. La sua è una storia d’invenzioni: nel 1994 crea Eurolounge per produrre oggetti con la tecnica del rotomoulding. Il primo prodotto è Jack light, una lampada-sgabello in polietilene pigmentato che è diventata un’icona del design. Poi è la volta di Fresh Fat Plastic, una macchina per estrudere la plastica che ‘sputa’ spaghetti policromi con cui crea i più svariati oggetti. Nel 2002 questa macchina è stata per due mesi in vetrina da Selfridges in Oxford Street, vomitando oggetti su richiesta dei consumatori che se li portavano a casa ancora caldi. Anche la performance fa parte del design: il pubblico va catturato, sedotto. Nel 2005, durante il London Design Festival, nel bel mezzo di Trafalgar Square ha piazzato ben 75 metri di seduta in metallo e nastro elastico azzurro, quello che i ragazzi portano al polso a mo’ di braccialetti. Nel 2006, in occasione dello stesso evento, ha riempito Trafalgar Square con 500 leggerissime sedie in polistirene, invitando il pubblico a portarsele a casa. È una performance anche il suo ultimo libro: The interior world of Tom Dixon (Conran Octopus, Limited, London, 18 aprile 2008). Non ci sono suoi progetti, né commenti sul suo lavoro, ma una selezione d’immagini d’ogni genere – natura, città, manufatti, materiali, macchine, uomini, animali, embrioni, molecole – oggetti di oggi e di ieri, quotidiani e straordinari, suddivisi per capitoli: materialismo, costruttivismo, espressionismo, primitivismo, riduzionismo e futurismo. Non è la solita monografia, ma un volume di 700 pagine per riflettere sul design che non riguarda le forme e gli stili, ma la natura di tutte le cose animate e inanimate.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 14:44:56</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Design ridotto all’osso</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,336,intItemID,375,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Riccardo Blumer</strong> con <strong>Matteo Borghi</strong> <br />
Testo di <strong>Odoardo Fioravanti</strong>&nbsp;<strong>Riccardo Blumer</strong> con <strong>Matteo Borghi</strong> <br />
Testo di <strong>Odoardo Fioravanti</strong>&nbsp;Da un materiale tradizionale, la ghisa, nasce l’omonimo sistema di sedute per esterni prodotto da Alias. Un progetto concettuale che riduce a puro scheletro la forma della tradizionale panchina, ampliandone all’infinito le possibilità compositive.
Iprogettisti più
coscienziosi lavorano sui concetti
tradizionali tentando di innovare
invece di limitarsi a rinnovare. È un atteggiamento
che fa pensare a una specie di similitudine tra il design e la
pratica dell’arrampicata. Ogni progetto rappresenta una specie
di vetta impervia e il designer è uno scalatore che si sforza di
trovare di volta in volta nuove ‘vie’ per raggiungere il risultato,
per arrivare più in alto di tutti, con uno stile tutto suo. Un
processo come questo sembra stare alla base del sistema per
panchine Ghisa progettato da Riccardo Blumer con Matteo
Borghi per Alias, presentato durante l’ultimo Salone del
mobile. Il percorso che questo progettista ha saputo
intraprendere negli ultimi anni appare a tutti gli osservatori
come un esempio virtuoso e raro: Blumer ha
strutturato una ricerca continua basata su
un approccio concettuale al
design, che non
sembra dare mai
niente per scontato.
Ogni progetto si
profila come un
racconto nuovo, nato
da istanze nuove, slegate
dal passato. Questo lo ha
portato a realizzare pezzi – in special modo sedute – che hanno segnato e segnano la
storia dell’innovazione nel design.
Un esempio per tutti Laleggera: sedia realizzata a partire
dall’idea di progettare un guscio cavo di legno riempito di
poliuretano schiumato, pensata concettualmente come una
sorta di uovo. Sedia che col suo nome, umilmente e
ironicamente, si smarca dal confronto con la preclara
Superleggera. L’umile ironia che è segno inconfondibile
dell’intelligenza creativa di Blumer.
Questa nuova prova, che lo vede confrontarsi col
progetto per gli spazi pubblici, dimostra la fertilità del suo
approccio progettuale, che – reiterato – colpisce
inevitabilmente nel segno. Si parte stavolta da una tecnica
antica, quella della fusione ‘in terra’ della ghisa, che prevede
la creazione di stampi a perdere, realizzati con sabbia
refrattaria. Una tecnica che prevede bassi investimenti
produttivi e che è ancor oggi utilizzata per la produzione
della maggior parte dei manufatti metallici rétro che
incontriamo nelle nostre città: lampioni in stile, dissuasori
ostili, tombini anonimi.
Blumer sceglie questo materiale per dare forma a un
sistema modulare capace di risolvere i problemi tipici
dell’arredo urbano, come le difficoltà di adattare i prodotti industriali standard al progetto architettonico e paesaggistico
di uno spazio pubblico. La combinazione dei moduli del
sistema Ghisa permette di assemblare panchine di forma e
lunghezza variabili, alternando pezzi rettilinei a pezzi curvi
concavi e pezzi curvi convessi. Il tutto riassunto in una forma
scheletrica, svuotata dalla matericità tipica delle panchine,
ridotta all’osso della forma, vicino alla funzione. Una lisca
tridimensionale capace di formare curve
che diventano piccole piazze da abitare,
estroflessioni che si porgono al passante
snodandosi attorno alla vegetazione e
segni più rettilinei adatti a contornare le
architetture più severe. A questo si
aggiunge la scelta di verniciare i pezzi –
per esempio con vernici di colore bianco
– per strapparli a quella tradizione
dell’arredo urbano dai colori plumbei,
scegliendo di smettere di praticare il
grigio come unico colore possibile per le nostre città livide.
Il lavoro di Blumer giunge a ricordarci che alcuni
progetti riescono ancora a fare ‘click’, il rumore che fa
l’ultimo pezzo quando entra nel puzzle, restituendo ordine al
disordine, giustezza al rutilante mondo del design.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 14:49:25</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>La disciplina della terra</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,336,intItemID,374,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Progetto di <strong>Kengo Kuma </strong><br />
Foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;Progetto di <strong>Kengo Kuma </strong><br />
Foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;In Giappone, un ex magazzino per il riso diventa architettura pubblica, d'incontro ed esposizione. Kengo Kuma realizza un'opera artigianale in pietra Ooya e regala una “magistrale lezione” sul rapporto tra natura e architettura. L’importanza del sito, la relatività dei materiali, i limiti fisici come mezzi creativi sono i suoi temi, affrontati brillantemente anche durante il suo recente intervento al XXIII UIA World Congress di Torino.
Stanca, disillusa da indifferenza e
bugie, indispettita dall’arroganza dei suoi
figli, la Terra ripulirà superbia e avarizia,
lussuria e ira, invidia e accidia. Affamata
di rispetto e dignità, in equilibrio
instabile, ascolta le voci soppresse dei suoi
luoghi, dei suoi geni, e guarda inorridita i
suoi volti sfigurati, irriconoscibili. Come
la polvere nera e la relatività del genio
Albert, il cemento avrebbe contribuito al
miglioramento del mondo, se il mondo
non fosse stato pestato dalle teste parziali.
Così tante in Giappone, in un mare di
calcestruzzo grigio, qui il ‘canto del cigno’
ha il vigore di un singhiozzo che echeggia nelle menti coscienti, consapevoli.
Kengo Kuma è una di quelle. Una vita
trascorsa nella trincea del cambiamento
ponderato, in opposizione
all’assuefazione inerte, è convinto che il
futuro venga direttamente dal passato.
Che l’architettura vada smontata,
ripensata dai suoi principi originari e
rielaborata secondo immagini di
pensiero sovrapposte. Inneggia al
significato puro dell’ambiguo, allestisce
strati materici che, magistralmente
distanziati, avanzano e arretrano,
s’ispessiscono e si rarefanno. E che
sempre rimandano a quel senso visivo
esclusivamente giapponese, in cui ogni
singolo elemento costituente il tutto
architettonico
mantiene, in ogni
caso, la propria
distanza percettiva, la
propria indipendenza
fisica. Kengo ama il
bambù, l’acqua, il
legno, il vetro, la
pietra. Assottiglia
l’acciaio e aliena il
cemento a funzioni
prettamente di
supporto. Alleggerisce
l’architettura d’aria e di
luogo, ma non di
materia. Dal
Nagasaki Prefecture
Art Museum alla Lotus
House, fin al Ginzan
Onsen Fujiya, egli
ascolta il senso del
luogo, quel genius loci
tanto sbandierato e così poco compreso.
Un giorno, prende il treno che lo
porta a Hoshakuji, piccola stazione dal
sapore antico, a due fermate da
Utsunomiya, 2 ore a nord di Tokyo.
Davanti ai binari solitari, osserva, attiguo
al sito in cui sorgerà il Chokkura Plaza,
un magazzino per il riso abbandonato,
costruito artigianalmente con pietra
Ooya. L’immagine permea i suoi pensieri
del ritorno senza soluzione di continuità, lo sostiene nell’indagine urbanistica del
sito, fino a condurlo al concepimento di
un’architettura pubblica, d’incontro e
d’esposizione, che rappresenterà la città.
Si ricorda che Frank Lloyd Wright aveva
adottato la stessa pietra, pietra come terra,
per l’Imperial Palace di Tokyo molti anni
prima, e ne comincia a lavorare la
particolare porosità. Costruisce una
spugna tettonica che emerge spontanea
dal suolo, sublimandolo nel passaggio
verso il cielo e il suo blu. Compone
un’opera d’armonia e comprensione del
mondo naturale circostante, soffice come
il respiro della terra su cui poggia,priva
dell’arroganza architettonica che deve
imporsi. Il rettangolo allungato mantiene semplice il ritmo costante di pieni e
vuoti, che, sovrastati da un foglio
d’acciaio aggettante, si permeano
d’intorno, lo assorbono e ne filtrano le
luminosità.
Tra passaggi stretti che aprono su
ampie sale espositive con quinte di verde
e calcare, le prospettive volano dentro e
attraverso un’architettura che accoglie
nella continuità uomini e donne. Calda e
porosa, le sue maglie sono intrecci di un
paniere di vimini che pazientemente varierà colore e consistenza della sua natura
con lo scorrere del giorno.
Il sole ingiallirà i rombi di pietra che
sono insieme finitura e struttura, mentre le
sottili piastre diagonali d’acciaio
supporteranno il progressivo
acclimatamento dell’artefatto.
Banditi makeup ornamentali o
ritocchi estetici, il sistema costruttivo, che
prevede parzialmente pareti traslucide
corrugate di PVC, è nudo e crudo come
nuda e cruda è madre natura. Schietta, la
sua disciplina contempla il senso
misericordioso che perdona gli sciocchi,
ma avverte: la sua resistenza ha un fine e
una fine. Che segnerà il destino di tutti.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 14:39:36</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>El Molino d’en Garleta</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,336,intItemID,373,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Progetto di <strong>Ricardo Flores</strong> ed<strong> Eva Prats</strong><br />
Foto di <strong>Duccio Malagamba</strong> <br />
Testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Progetto di <strong>Ricardo Flores</strong> ed<strong> Eva Prats</strong><br />
Foto di <strong>Duccio Malagamba</strong> <br />
Testo di <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;A Palma de Mallorca, nelle isole Baleari, il recupero di un mulino costiero trasformato in museo. Un progetto che rivaluta il rapporto tra nuovi segni compositivi e ascolto dell’esistente, in un processo di calibrate assonanze e attenzioni alla qualità e alle potenzialità dello spazio d’intervento reinventato con l’impiego della luce naturale assunta come ‘materiale di costruzione’. Il mulino d’en Garleta prendeva il nome dal suo antico proprietario e, insieme ad altri quattro mulini costieri posti sulla prima linea marittima, segnava il profilo della città dal mare. Già individuabile sulle mappe della città del 1644, il mulino permane col suo nome sino a metà dell’Ottocento a sottolineare lo stretto legame con la città, con il suo tessuto storico e con la sua memoria collettiva. Nonostante il carattere di architettura manifatturiera e funzionale, cui corrisponde la sua forma elementare – un parallelepipedo quasi monolitico alla base da cui svetta la torre cilindrica centrale, un tempo con le pale e conclusa da una copertura conica – il mulino diventa nel tempo una sorta di ‘monumento’ della città a cui fare riferimento. A tale valore sembra rapportarsi il progetto di trasformazione in ‘Museo de los Molinos’ che l’amministrazione di Palma di Mallorca ha affidato dal punto di vista architettonico al giovane studio Flores e Prats di Barcellona, due giovani architetti già collaboratori di Eric Miralles. L’approccio metodologico al tema di recupero, restauro e reinvenzione dell’antica struttura rivela una sensibilità sorprendente in epoca di strillati programmi, ‘muscolose performance’ formali e la proliferazione di macroggetti autoreferenziali sempre più staccati dal contesto, in cui atterrano volutamente decontestualizzati. Il ‘Museo del los Mulinos’, anche se in parte è museo di se stesso, è in fondo il contrario della lezione elargita dal Guggenheim di Bilbao. Al programma di icona attrattiva, di forma scultorea autoespositiva adagiata sul fiume come un affascinante reperto futuribile, il piccolo museo di Mallorca risponde con un attento e calibratissimo intervento che, lontano dal voler riproporre in chiave nostalgica la forma ‘ricostruita’ del mulino, lavora sulle sue tracce, sull’aspetto forse della ‘rovina’, ma non assunta dal punto di vista romantico, piuttosto valorizzando il valore di ‘reperto urbano’, di memoria con cui dialogare in un serrato confronto progettuale. L’ antica struttura è così attivata con nuovi ‘meccanismi’ architettonici, misurate addizioni e una nuova piazza offerta alla città, facendo della luce una delle componenti primarie del percorso compositivo. Fedeli al principio che li porta ad affermare: “Non ci interessa creare un oggetto, piuttosto costruire un’architettura ben relazionata con l’integrità del suo intorno”, Flores e Prats ricostruiscono lo spazio dell’interno, lavorando sulle aperture esistenti trasformate in formidabili dispositivi architettonici – di pietra, cemento lisciato e teak – per catturare e indirizzare la luce naturale, filtrata anche da nuovi lucernari creati in copertura. “Le finestre sono state affrontate come elementi d’arredo in grado di modificare la luce e portarla sulle zone espositive”, mentre nuovi leggeri elementi divisori lignei fluttuano nello spazio che risulta allo stesso tempo suddiviso e conservato nell’originaria dimensione unitaria. La lezione di Carlo Scarpa a Castelvecchio, a Verona, sembra filtrare insieme alla luce sotto le volte di pietra del mulino, enfatizzate nella zona dedicata al piccolo auditorium, ricavata a quota inferiore in modo da sviluppare una maggiore altezza, arricchendo la varietà dei livelli interni. La scala di discesa si raccorda alla quota di calpestio dell’ingresso, organizzando una sorta di piccola balconata; qui il gioco degli incastri, delle addizioni e dei confronti raggiunge la sua migliore sintesi. Il blocco geometrico traforato di cemento innestato nella finestra, sospeso dal pavimento dello stesso materiale, anticipa la vela di pietra in curva che poco più in là funge da schermo a un’altra apertura angolare, mentre sul fondo la luce illumina, radente, la parete conclusiva anticipata da un piedistallo espositivo di cemento lisciato grigio scuro integrato ai gradini che seguono la stessa finitura. All’aspetto silenzioso, riflessivo e di dettaglio dell’interno – alla voluta oscurità che rispetto all’abbagliante luce esterna richiede al visitatore alcuni istanti per adattarsi, all’attenta palette materica-cromatica che non rinuncia alla riconoscibilità del nuovo intervento nonostante la perfetta armonia ottenuta rispetto alla preesistenza – si aggiunge il volume esterno. Questo, adibito a ospitare una cafeteria e gli uffici del museo, ben rapportato anche dal punto di vista materico al corpo del mulino, presenta una copertura a volta ribassata con intarsi in pietra, ponendosi come elemento complementare all’ingresso; e quale parte integrante della sistemazione della nuova piccola piazza urbana, segnata da una pavimentazione a strisce di pietra rossa alternate al cemento lisciato e da un sistema di gradoni-panca in curva emergenti dal terreno in forma paesaggistica.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 14:37:30</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>New York, Morgans hotel</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,336,intItemID,372,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[progetto di <strong>Andrée Putman</strong> <br />
Foto di <strong>Nikolas Koenig</strong> courtesy <strong>Morgans Group</strong> <br />
Testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;progetto di <strong>Andrée Putman</strong> <br />
Foto di <strong>Nikolas Koenig</strong> courtesy <strong>Morgans Group</strong> <br />
Testo di <strong>Antonella Boisi</strong>&nbsp;Un nuovo capitolo per il Morgans Hotel di New York e per Andrée Putman, icona del design francese simple chic che, proprio con questo progetto, nel 1983, aveva inaugurato il filone dei Boutique Hotel. La sofisticata signora non ha bisogno di molte presentazioni. Parlano per lei il Centre d’Art Plastique Contemporain di Bordeaux, gli arredi del Concorde per Air France, il Pershing Hall Hotel di Parigi, le scenografie del film The Pillow Book di Peter Greenaway, e poi spazi per brand quali Karl Lagerfeld, Azzedine Alaïa, Yves Saint Laurent, la recente collezione Bisazza Home, decine di appartamenti nel Golfo Persico, solo per citare alcuni dei suoi lavori più noti. Ma per e con il Morgans Hotel è stato diverso, un incontro felice, quasi una storia d’amore, con il tempo che segna il passo e suggerisce gli aggiustamenti opportuni. La prima volta è stata 25 anni fa quando Andrée Putman aveva immaginato il suo hotel ideale: non più una struttura ricettiva votata all’ottimizzazione funzionale di stampo modernista, bensì un luogo con un’anima, dove gli ospiti avessero la sensazione di trovarsi a casa propria, sedotti dalle atmosfere ideate a partire da un tema. Ecco allora il ‘Salotto’ di Madison Avenue progettato come una biblioteca di sapore eclettico, il sapiente mix degli stili arredativi, i bagni high-tech in acciaio spazzolato dal design innovativo; l’esuberanza dei materiali, dalla seta cruda alla pelle scamosciata, dal cachemire al velluto; e, ancora, lo scenografico Ristorante Asia de Cuba disegnato da Philippe Starck, la lounge del quarto piano e la terrazza conclusiva al 19esimo. Era stato quello il momento che aveva sancito la fine dei proibizionismi in tema di hôtellerie e la fortuna del Morgans Hotel Group, perché gli alberghi del gruppo americano nati in seguito non hanno mai conosciuto l’uniformità e la standardizzazione delle grandi catene, riservando sempre delle sorprese, soprattutto quelli pensati da un altro grande creativo francese, Philippe Starck, dal Royalton al Paramount, dal St Martins Lane al Sanderson. La seconda volta del Morgans è stata nel 1996, quando Andrée Putman ha aggiornato il suo progetto, arricchendolo di nuovi colori e aprendo la tavolozza originaria di bianchi e neri a scacchiera all’accoglienza di varie gradazioni di grigi. La terza volta del Morgans è storia di oggi. Nelle camere private, nuove tonalità di una palette che predilige sempre i grigi si dispiegano sulle testate imbottite dei letti e sui tappeti di moquettes, dialogando in modo nuovo con le preziosissime foto originali in bianco e nero di Robert Mapplethorpe appese a pareti ‘titanio’ dipinte con una tecnica speciale dagli effetti impressionisti. E, ancora nelle suites, nuove alcove concepite come approfondimenti di finestre diventate elementi di progetto, regalano sguardi sulla città e sullo skyline di Manhattan, suggerendo intimità di sapore cocooning. Ma è soprattutto nella zona comune della lobby caratterizzata dal motivo ottico in bianco e nero del pavimento a scacchiera, ispirato ai tradizionali taxi Checker di New York, che il Morgans restituisce appieno il suo valore di terreno di sperimentazione e ricerca aggiornato al 2008, epoca conclamata di pluralismo linguistico e di contaminazioni disciplinari. Il nuovo intervento contempla infatti un’art installation commissionata da Andrée Putman al gruppo franceseTrafik. L’installazione realizzata con una serie di display a led campeggia sul soffitto della lobby filtrata da una tela tesa di Barisol bianco e modula la programmazione dei suoi scenari narrativi, simulando sul piano estetico lo schema classico di un’opera di M.C. Escher: costruzione impossibile ed esplorazione dell’infinito, dunque, che, in altre parole, altro non è che una texture di motivi-geometrie di luce che cambiano gradualmente in forme e colori, perché rese interattive proprio dagli ospiti che possono registrare il pattern a loro più gradito. Ciò che, alla fine, resta come specifica traccia del loro passaggio. Il tema della lobby come spazio socializzante, palcoscenico in cui potersi sentire attore e non soltanto spettatore, hub metaforico di rapporti, di ambienti e funzioni si riaccende nel nuovo Morgans anche grazie all’accurata selezione di arredi e accessori curata dalla Putman. Il campionario snocciola poltrone e tavoli laccati ripiegabili del designer anni Trenta Jean-Michel Frank ed elementi-luce che ritmano, in modo soft, la scansione degli spazi, restituendo cognizioni di un gusto che sfugge al processo di omologazione figurativa. Ogni scelta rifocalizza così la percezione di contenuti e immagini di un ‘film’ che secondo la Putman “vorrebbe avere la forza di un movie di Scorsese”, per Vanity Fair ha già fatto del Morgans il “più bell’albergo di New York”. E per Fred Kleisner, Ceo del Morgans hotel group è “un’altra prova di un free-thinking che aspira a realizzare hotel authentics, durevoli nel tempo, non certo trendy. Ci piacerebbe che i nostri clienti dicessero: il Morgans di oggi sembra quello di ieri, ma funziona meglio, perché la tecnologia è quella di oggi, lo stile è più curato, la cura del dettaglio migliorata. Ha ripensato la sua icona, ma non l’ha distrutta. D’altronde c’è tanta gente che torna a casa con una foto della stanza in cui ha soggiornato e poi chiede al suo architetto di fiducia una stanza così”.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 13:25:07</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>The House Beyond the Building</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,336,intItemID,371,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Matteo Vercelloni <br />
</strong>Foto di <strong>Sergio Pirrone</strong>, <strong>Paolo Utimpergher</strong>, <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;di <strong>Matteo Vercelloni <br />
</strong>Foto di <strong>Sergio Pirrone</strong>, <strong>Paolo Utimpergher</strong>, <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;L’undicesima Mostra Internazionale di Architettura diretta da Aaron Betsky, organizzata dalla Biennale veneziana, si propone di indagare “l’architettura oltre l’edificio”. Il titolo programma ‘Out there: Architecture Beyond the Building’ è forse però stato in parte disatteso e la salutare sperimentazione di strutture temporanee voluta con convinzione da Betsky negli spazi dell’Arsenale non ha indicato possibili percorsi significativi per l’architettura che verrà, rimanendo nella dimensione di espressioni a volte solo autoreferenziali. Tuttavia sia tra le installazioni sia nelle partecipazioni internazionali ai Giardini e negli eventi collaterali, è emerso il tema della casa e dello spazio domestico come denso percorso di riferimento: ‘The House Beyond the Building’. Per Aaron Betsky, americano di formazione olandese, direttore dell’undicesima Biennale di Architettura e del Cincinnati Museum, “gli edifici contemporanei non sono adatti al mondo moderno, sono troppo costosi e lenti nella costruzione. Talvolta sono sprechi di risorse naturali. Tendono a imprigionarci e spesso sono troppo inflessibili con noi. Sono perfino la tomba dell’architettura, ecco perché dobbiamo andare fuori dagli edifici e realizzare un’architettura non fatta di oggetti costruiti”. A tale provocatorio quanto stimolante ossimoro è dedicata la Mostra veneziana (sino al 23 novembre) che ha cercato di “raccogliere e incoraggiare la sperimentazione: quella delle strutture effimere, delle visioni di altri mondi o di prove tangibili di un mondo migliore”. L’insieme appare eterogeneo ma vagamente distonico: si va da ‘esercizi di stile’ che a volte nulla aggiungono alle architetture realizzate e anzi ne miniaturizzano la portata (UNstudio e Frank Gehry, premiato con il Leone d’Oro alla carriera) a espressioni più legate alla pratica dell’installazione artistica, ma che pensata da architetti appare di minore incisività. <br />
Tuttavia, già varcato l’ingresso, che David Rockwell ha pensato come uno spazio-collage con una serie di brani cinematografici assunti come ‘idee di architettura’, l’installazione di Asymptote Tre case per il subconscio e la nuvola tecnologica composta da apparecchiature domestiche per la purificazione dell’aria di An Te Liu ci suggeriscono che forse in questa mostra dietro l’edificio troviamo la casa, lo spazio domestico con le sue componenti e spazi complementari (arredi, giardini e orti). Una serie di temi-guida autogeneratisi in modo ‘spontaneo’ che si incontrano a ben guardare in molti allestimenti e partecipazioni internazionali dell’evento. La casa, quindi, ricorre nella mostra, declinata in molteplici espressioni, raccogliendo spunti progettuali ma anche importanti indicazioni metodologiche, riflessioni critiche, un alto grado di sperimentazione affiancato da espressioni progettuali più concrete. Percorrendo il lungo percorso delle Corderie il tema dello spazio domestico è affrontato da Penezic &amp; Rogina Architects (Croazia) che nel loro allestimento Chi ha paura del lupo cattivo nell’era digitale? scompongono lo spazio volumetrico ridefinendolo con una possibile maglia di riferimento scandita da ciò che non si vede: dagli impianti alle reti tecnologiche enfatizzate in chiave compositiva anche dal punto di vista cromatico. Alla casa, sintetizzata in tre grandi cubi verdi smussati, è dedicato Kensington Garden di Massimiliano &amp; Doriana Fuksas. Qui, oltre al riuscito rapporto che si instaura tra allestimento e spazio che lo accoglie, la scena domestica, anonima e consueta, è rappresentata da una serie di ologrammi osservabili da tre aperture orizzontali poste ad altezza del visitatore e ricavate su ogni cubo. <br />
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All’idea della living room è dedicato il lavoro di Nigel Coats dove arredi su disegno si confrontano per definire “un paesaggio domestico astratto”, mentre interessanti contaminazioni concettuali e compositive tra spazio abitabile e arredo sono state affrontate da Zaha Hadid e Patrick Schumacher (Lotus) in una sorta di macro-arredo in grado di generare una dimensione abitabile e dall’Atelier Bow-Wow nel loro Furnivehicles, un divertito agglomerato di arredi, uniti nella forma di ludico quanto possibile ‘trenino architettonico’ che sintetizza in chiave mobile le principali funzioni abitabili. L’arredo quale tema progettuale è stato affrontato direttamente da Droog Design con KesselsKramer in S1ingletown, una sorta di viaggio nel mondo dei single, in cui alcuni prodotti domestici, appositamente progettati, si legano a situazioni abitative ‘tipiche’. Anche Greg Lynn (Leone d’Oro per il miglior progetto di installazione alla Mostra Internazionale) ha fatto del disegno del mobile, unito all’idea di riciclo della plastica, il tema di riferimento. I suoi arredi sono frutto del taglio e dell’assemblaggio di giocattoli di plastica di grande dimensione, scomposti e ricomposti, scansiti al laser, digitalizzati in un computer, disegnati e disposti come mattoni, con intersezioni governate da un robot che con precisione calcola giunture e collegamenti. Il risultato è di grande effetto e papere, e grandi melanzane, e cavalli a dondolo si fondono in un perfetto incastro organico-volumetrico per diventare tavoli, panca (con piani di plastica panelite), una parete contenitore-dispensa, un attaccapanni e una scarpiera. Ancora arredi, ma luminosi e collegati in un sistema digitale, difiniscono lo spazio Hyperhabitat: riprogrammare il mondo a cura di Guallart Architects (Spagna). <br />
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Non manca la dimensione del souvenir proposto nella suggestiva installazione del Cile I was there, dove una serie di icone architettoniche del paese, tradotte in miscelano modellini di terracotta recuperati nei mercatini, ad alcuni nuovi edifici rimpiccioliti dello stesso materiale, ma dipinti di nero, in modo da creare un dialogo fra tradizione e modernità che l’installazione suggerisce di affrontare, mantenere e sviluppare. Tra i vari nuovi edifici riprodotti un’opera di Alejandro Aravena (architetto emergente a livello internazionale che durante i giorni di inaugurazione ha presentato a Venezia il suo nuovo edificio dedicato ai bambini per Vitra con funzione ricreativa ed espositiva) si somma a un progetto reale presentato dallo stesso progettista con il gruppo Elemental nella sezione Experimental Architecture ai Giardini. Si tratta di un progetto per abitazioni di base realizzato in Cile (premiato con il Leone d’Argento) in cui si lascia necessariamente ‘libera’, per mancanza di fondi, la conclusione dell’edificio, che, in un secondo momento, con diversificati linguaggi personali, colori e soluzioni, gli utenti completeranno nel tempo. Una sorta di ‘sistema aperto’ che accoglie la contaminazione e la varietà incontrollata per giungere alla pratica di un’architettura partecipata in modo diretto e senza pregiudizi. Contaminazione e flessibilità, durata nel tempo dell’edificio, riuso e consapevolezza ambientale sono temi che si incontrano con chiarezza in molti progetti della mostra. Nel padiglione Italia, curato da Francesco Garofalo (“quella dell’abitare è la questione centrale della nostra cultura architettonica”), la casa è esplicitamente il soggetto su cui hanno lavorato gli architetti coinvolti in L’Italia cerca casa. Sia il progetto dello Studio Albori di Milano sia quello di Marco Navarra di Caltagirone affrontano il tema del riuso del manufatto urbano e della flessibilità. Il primo assume lo scheletro abbandonato della stazione ferroviaria di San Cristoforo a Milano progettata da Aldo Rossi, come trama su cui far crescere, quasi in chiave biologica, delle addizionicontaminazioni architettoniche abitabili. Se il risultato può apparire anche come una sorta di ‘bric-à-brac’ architettonico il metodo di lavoro appare indicare una delle strade possibili su come operare nella città lavorando sul costruito, assumendo i manufatti urbani esistenti come materiale di lavoro per il ridisegno di situazioni di degrado o per ridisegnare, anche a livello funzionale, parti di città.<br />
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Una strada percorsa con convinzione anche da Marco Navarra – sostenitore del repairing cities, le città che si riparano senza espandersi – che ha studiato i modi di abitare delle comunità migranti di Mazara del Vallo, lavorando sui vuoti delle corti per innestare nuove strutture che favoriscano forme di partecipazione della comunità tunisina. Nello stesso padiglione le sperimentazioni di Andrea Branzi che, con la sua Casa madre, modello di Co-Housing integrale, affronta il tema dell’abitare e dello spazio domestico facendo riferimento a un’idea di convivenza più ampia che sottende quella di una “metropoli meno atropocentrica e più aperta a un concetto di ospitalità universale”. Alla sperimentazione in chiave urbana si riconduce anche lo studio di Roma Ian+ con l’idea di riportare la residenza nel centro urbano trasformando degli interi blocchi edilizi che mantengono i fronti storici nel rapporto con l’esterno per ricostruire l’interno e diventare delle nuove corti verdi digradanti verso il prato centrale. Si delineano quindi anche nuove necessarie forme di convivenza contrapposte alla ferocia dell’assenza di socialità che sempre più caratterizza drammaticamente la vita delle nostre città. Ma i nuovi modi di abitare che favoriscono la socializzazione sono anche strettamente legati alle scelte progettuali e alle tipologie dei nuovi complessi residenziali. <br />
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Da questo punto di vista attenzioni al tema sono espresse da progetti dettagliati come la Casa da 100 K€ di Mario Cucinella, ma anche da quelli presentati al padiglione della Gran Bretagna (Home/Away cinque architetti realizzano alloggi in Europa) e in quello della Francia (Générocité), un interessante allestimento con modelli basculanti, che il pubblico può girare a piacimento per meglio comprendere i singoli progetti, che offre una serie di interessanti ricerche tipologiche anche sul tema dell’abitazione. Il riuso e il mutamento dell’architettura nel tempo sono i temi guida del Padiglione di Israele e della Polonia (Leone d’Oro per la migliore partecipazione Nazionale). Israele (Aggiunte. L’architettura lungo una linea continua) fa della contaminazione architettonica lo strumento per la riqualificazione di alcune situazioni esistenti dove gli ampliamenti edilizi, le ‘aggiunte’, rispondono a nuove esigenze sociali e comportamentali che il progetto iniziale non poteva prevedere. Più concettuale l’allestimento Hotel Polonia: sei edifici simbolo costruiti in Polonia negli ultimi anni sono presentati come icone di riferimento con grandi fotografie di Nicolas Grospierre che ne sottolineano il carattere di immutabilità e permanenza. Ma, a fianco dell’immagine reale le elaborazioni digitali di Kobas Laksa indicano una serie di possibili dirompenti mutamenti (The Afterlife of Building). <br />
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Nuovi usi degli edifici che lo stesso allestimento vuole indicare, trasformando polemicamente in hotel un padiglione usato per pochi mesi all’anno in una città come Venezia dove l’offerta ricettiva è ancora insufficiente. Il tema della casa è anche per la Repubblica Popolare Cinese occasione di sperimentazione con una serie di grandi ‘muri abitabili’, risposte di residenze temporanee alla tremenda catastrofe del terremoto dello Sichuan, costruite con materiali alternativi (tubi di cartone e scatole di imballaggio, pannelli di legno riciclato pressato e soprattutto con un mattone – il rebirth brick – ottenuto dalla triturazione e dal rimpasto delle macerie provocate dal sisma e riutilizzate). L’operazione Next-Gene 20 promossa da un imprenditore taiwanese sulle colline a nord di Taipei si pone l’obiettivo di costruire una serie di ville contemporanee, case esclusive, unendo a dieci architetti taiwanesi altrettanti progettisti internazionali. Il risultato è una sorta di museo di architettura contemporanea en plein air a uso residenziale che fa della sperimentazione e del segno contemporaneo la possibile formula di vendita vincente. <br />
Per Hong Kong, Kacey Wong ha progettato una microcasa mobile a pedali (wandering home), una sorta di risciò abitabile per muoversi in città. Un progetto presentato in forma reale in scala 1:1 che, oltre a diventare parte della complessa storia della tipologia della mobile home, contiene anche sapori concettuali nel ridisegno e riutilizzo di uno strumento di trasporto molto popolare in Oriente e oggi quasi scomparso. Alle case e agli interni individuati nella mostra si aggiunge il giardino, lo spazio complementare principe di ogni residenza. Agli allestimenti e ai progetti in mostra si aggiungono infine, quale possibile corollario teorico, una serie di ‘manifesti’, dichiarazioni d’intenti dei vari progettisti, organizzati anche nei video disposti nell’allestimento curato dallo studio Thonik di Amsterdam. Tra le varie dichiarazioni che testimoniano la generale condizione di pluralismo architettonico imperante, forse quella di David Rockwell appare tra le più convincenti; nel suo manifesto universale per il XXI secolo, al testo mancano volutamente frasi e concetti, sarà il visitatore a completare, in assoluta libertà, la dichiarazione programmatica sull’architettura che verrà.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 15:17:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Oltre l’architettura, i giardini</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,336,intItemID,370,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Alessandro Rocca </strong><br />
Foto di <strong>Sergio Pirrone</strong>, <strong>Grant Smith</strong>, <strong>Paolo Utimpergher</strong>, <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;di <strong>Alessandro Rocca </strong><br />
Foto di <strong>Sergio Pirrone</strong>, <strong>Grant Smith</strong>, <strong>Paolo Utimpergher</strong>, <strong>Matteo Vercelloni</strong>&nbsp;Tra le installazioni e i progetti dedicati all’architettura oltre la costruzione si manifestano qua e là improvvise apparizioni di un invitato fuori programma: il giardino. El’ispiratore di questa sorpresa è proprio il curatore della mostra, Aaron Betsky, che ha voluto che l’ultimo capitolo della sua mostra alle Corderie dell’Arsenale fosse proprio un giardino affidato a Kathryn Gustafson che, con i suoi studi di Londra (Gustafson Porter) e Seattle (Gustafson Guthrie Nichol), è una vera e propria primadonna del paesaggismo mondiale. Gustafson si è dedicata alla riscrittura dell’area dell’ex convento delle Vergini, un terreno incolto con magnifici ruderi avvolti nei rampicanti, un incanto remoto di impareggiabile languore veneziano. Il progetto si divide in due ambienti opposti: arrivando sul sito, il visitatore si immerge in un orto perfettamente organizzato con pomodori, insalate e verdure di stagione che sono maturate esattamente nella settimana dell’inaugurazione. Neil Porter, il socio fondatore dello studio londinese, racconta che in giugno Kathryn ha presieduto alla pulizia del terreno e quindi è ripartita, lasciando una dettagliata lista della spesa con l’indicazione di tutte le sementi e le piante da acquistare negli orti dell’isola di Sant’Erasmo. Le piante coltivate, i piccolissimi appezzamenti ben disegnati, i percorsi e le rogge per l’irrigazione generano un paesaggio campestre armonioso, perfetto, più reale del vero. Proseguendo sotto il pergolato si accede alla seconda parte del giardino, un terreno plasticamente modellato che chiaramente non appartiene in nessun modo, nonostante il manto erboso, al mondo naturale. Si ha la sensazione di accedere a un mondo magico e, bisogna dirlo, migliore di quello a cui siamo abituati. D’altronde, l’installazione è intitolata Towards Paradise e allude proprio alla inevitabile aspirazione di ogni giardino a rappresentare un angolo, un’immagine, del paradiso terrestre. Il secondo grande giardino è un intervento, di dimensioni molto più ridotte, all’ingresso del padiglione giapponese. Firmato da Junya Ishigami, architetto giovane ma già affermato a livello internazionale, con un apprendistato nello studio Sanaa (Sejima &amp; Nishigawa) e già autore di opere significative, come il Kait Studio costruito nel Kanagawa Institute of Technology. L’allestimento si intitola Extreme Nature: Landscape of Ambiguous Spaces e consiste di un gruppo di piccole serre completamente trasparenti, dal design impeccabile, che procurano un condizionamento intermedio influenzato dalle variazioni climatiche dovute al ciclo giornonotte, alla meteorologia, al mutare della stagione. Junya spiega che “il primo obiettivo è stato quello di arrivare a una comunicazione efficace, comprensibile per tutti. Perciò, dice, non ho voluto rappresentare l’architettura, ma mostrare un’architettura reale, calcolata per raggiungere il massimo di leggerezza e di trasparenza. Per lo stesso motivo ho scelto di usare tutte le pareti interne del padiglione come un quaderno su cui descrivere, con testi e con disegni molto chiari, i presupposti e gli obiettivi del progetto. Con la trasparenza delle serre, continua Junya, ho voluto rappresentare la continuità dello spazio tra interno ed esterno e un rapporto molto stretto tra architettura e natura. Dentro le serre, con l’aiuto del botanico Hideaki Ohba, ho collocato piante tropicali che, rispetto alla vegetazione circostante, hanno un rapporto di continuità ma anche di differenza, portando a Venezia un frammento di paesaggio proveniente da mondi lontani”. A fianco del padiglione giapponese la natura è protagonista delle possenti installazioni del russo Nikolaj Polissky, artista che unisce concettualismo e land art, primitivismo e arte popolare. Nel padiglione russo le sue architetture naturali invadono il piano inferiore con un bosco piuttosto spettrale, per fuoriuscire dal lato opposto all’ingresso, con una solida figura in rami intrecciati che si protende verso la laguna. Un contrappunto ironico e leggero si trova all’aperto, nello spiazzo al centro dei Giardini, con due installazioni giocose e piene di humour. La più piccola, e probabilmente la più economica di tutta la mostra, è l’emittente Radio pirata di Interactiondesign-lab, uno spensierato assemblaggio formato dall’ormai celebre Ciccio, habitat gonfiabile già mostrato in numerose occasioni, le cui pompe d’aria sono alimentate dall’energia prodotta da un tandem convertito in generatore. Di fronte c’è la distesa allegra del playground per bambini allestito da Topotek1: un giardino totalmente artificiale che rievoca i gonfiabili del design radicale degli anni Settanta. Molto più engagé è il clima che si respira nel padiglione americano, dove la mostra Positioning Practice si impegna a indagare i rapporti tra progetto e contesto sociale. Tra i sedici contributi che formano la mostra, spicca l’orto allestito nella corte del padiglione, un modello completo di istruzioni e segnaletica basato sui principi del progetto Edible Schoolyard (Scuola commestibile). L’idea deriva dall’iniziativa di Alice Waters, famosa chef di Berkeley, che ha reagito alla scarsa qualità del cibo servito nelle scuole, creando appunto Edible Schoolyard, un progetto in cui gli studenti si prendono cura di un orto e ne consumano i prodotti. La vicenda inizia nel 1997, quando Waters, con il direttore di una scuola media di San Francisco, libera dall’asfalto e semina un acro di terreno e, nel frattempo, rimette in funzione la cucina della scuola. Oggi quel lotto di parcheggio è un orto biologico e fiorente, alacremente curato dagli studenti. L’orto veneziano è realizzato con lo Yale Sustainable Food Project che gestisce, in Connecticut, nel campus dell’università, un progetto di mense sostenibili e una fattoria biologica. Analoghe sono le preoccupazioni ecologiche della mostra intitolata Updating Germany, nel padiglione tedesco, un tentativo di riprogrammare la gestione e la trasformazione del territorio secondo parametri aggiornati, cercando nuove idee per un rapporto più corretto, e più creativo, con le risorse disponibili. Ton Matton, che ha già realizzato altri progetti intitolati Green Energy, Der Klimaatmachine, Surviving the Suburbs, Gobal Nature, Trendy Pragmatism, qui ha allestito Technical Paradise, un magnifico giardino, artificiale e verticale, formato da 50 alberi di melo sostenuti da strutture metalliche e alimentati via fleboclisi. La natura va aiutata e, sembra sostenere Matton, ospedalizzata, portata in corsia e sottomessa a un’alimentazione forzosa. Il paradiso “tecnico” di Matton è una visione ironica che fa da contraltare al paradiso bucolico, simbolico e trascendente, o perlomeno ascendente, del giardino contemplativo e paradisiaco di Kathryn Gustafson. L’ultimo giardino di questa visita alla Biennale sta al di fuori del recinto della mostra ed è un Deep Garden sospeso, e immerso, nell’acqua della laguna. Promosso da Enel Contemporanea, un progetto di arte pubblica diretto da Francesco Bonami, e realizzato dal gruppo di architetti-artisti A12, il giardino è un’isola tecnologica con un albero al centro, un segno che si impone nel paesaggio del Canal Grande che si apre verso il Lido e, nello stesso tempo, il teatro di un’esperienza sensoriale di raccoglimento e di ascolto, un luogo dove c’è solo il rumore del vento tra le fronde dell’albero solitario, la luce naturale che piove dall’alto e il sommesso ciangottio della laguna.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 15:11:09</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Comoda è la notte</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/PublicationVertical,intCategoryID,70,intIssueID,336,intItemID,369,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Katrin Cosseta</strong>&nbsp;di <strong>Katrin Cosseta</strong>&nbsp;Testate alte e scultoree o basse ed essenziali. Volumi imbottiti importanti o strutture minimali. Rivestimenti in pelle o tessuto. Legni naturali o laccati dai colori accesi. Tendenze anche opposte convivono nei nuovi letti. In modi diversi definiscono la cornice architettonica del sonno.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 14:51:30</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Ironie quotidiane, Sam Baron</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,60,intIssueID,336,intItemID,368,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;di <strong>Maddalena Padovani</strong>&nbsp;Apparenti divertissement ed esercizi di provocazione, i progetti realizzati e coordinati dal responsabile del design di Fabrica nascono in realtà da una studiata strategia di prodotto che reinterpreta le forme della tradizione mediante i linguaggi della comunicazione contemporanea. Come altri designer stranieri che hanno lavorato e lavorano per Fabrica, il centro di ricerche sulla comunicazione del gruppo Benetton, Sam Baron parla un divertente ‘pidgin’ che innesta sulla lingua italiana le parole e gli accenti di altri Paesi. Che nel suo caso sono innazitutto la Francia, patria d’origine, e il Portogallo, dove spesso soggiorna per motivi sia professionali che affettivi. Ma sono anche i Paesi del mondo a cui, per definizione, il suo lavoro creativo si rivolge, dato che proprio dal confronto tra culture, linguaggi e ispirazioni diversi trae il suo principale punto di forza e distinzione. Gli oggetti di Sam Baron, quelli disegnati da lui personalmente ma anche quelli realizzati assieme ai progettisti che coordina in qualità di responsabile del dipartimento di design di Fabrica, sono un po’ come il suo modo di parlare. Sono vivaci, divertenti, inconsueti; per certi versi rassicuranti, dato che richiamano la storia e la tradizione, per altri spiazzanti, essendo sempre dotati di un dettaglio innovativo che li rende diversi o quantomeno curiosi. Sono oggetti che si rifanno sempre a tipologie e funzioni consolidate e che grazie a un processo di contaminazione linguistica risultano rinnovati nell’immagine e nella loro destinazione d’uso. È quanto avviene con evidenza nella collezione di accessori per la casa presentata dalla squadra di design di Fabrica lo scorso aprile a Milano. Negli oggetti in ceramica Tea Time firmata da Valentina Carretta, per esempio, gli elementi della tradizione classica – la teiera, il vassoio, le tazze – sono sezionati e rimescolati in un’inedita chiave figurativa. Nella linea Giardino, invece, le forme della natura sono d’ispirazione per una serie di complementi per la tavola: un broccolo romano diventa un’insalatiera, un casco di banane si trasforma in un contenitore per caramelle. Mentre nella collezione in vetro disegnata per Secondome l’ironia è la chiave di reinterpretazione di una serie di oggetti ormai desueti, come il copriarrosto che assume le sembianze di un pollo o il decanter ridisegnato come un pulcino. “In ogni progetto” spiega Sam Baron “mi piace creare una sorta di cortocircuito in grado di offrire nuovi punti di vista sugli oggetti del quotidiano. Non si tratta di semplice provocazione, bensì del tentativo di evolvere il linguaggio, l’identità e il pubblico di certi marchi o di certe tipologie di prodotti ancorati magari a un’immagine molto tradizionale. Per me è sempre stato importante studiare le dinamiche di mercato, conoscere la realtà produttiva delle aziende, entrare in contatto diretto con le persone; in poche parole, partecipare appieno al processo che sottende la realizzazione di un prodotto. La ricerca deve essere utile e non fine a se stessa. È facile fare notizia con lo shock e la provocazione; più difficile è rapportare la ricerca alla realtà in modo da ottenere un risultato di innovazione concreta”. Da questa particolare visione del design che con grande freschezza innesta la pratica del fare alle esigenze del comunicare è nata la collaborazione con noti marchi del lusso come De Beers, Christofle, Baccarat, Louis Vuitton e aziende del settore casa come Bosa e Ligne Roset. Non è un caso che i progetti di Baron riguardino, il più delle volte, oggetti per la tavola e complementi d’arredo. Diplomato all’Art Decoratives School di Parigi e alla Fine Art School di St. Etienne, il designer francese vanta un approfondito background nell’arte della ceramica e, più in generale, nelle arti decorative. Il che spiega la sua sensibilità progettuale per gli oggetti più piccoli e apparentemente secondari del paesaggio domestico che reinventa cogliendo le ispirazioni più varie e le situazioni più inaspettate. Come quando, visitando la fabbrica di Bosa, gli capitò di vedere migliaia di piatti scartati per piccoli difetti di lavorazione: un piccolo patrimonio produttivo che poteva essere recuperato semplicemente tagliando i bordi e facendo di questa anomalia un elemento di creativa differenziazione, messa in ulteriore evidenza dalla finitura in platino che riprende la decorazione dei classici servizi da tavola. Oggi la sua più grande soddisfazione è essere riuscito a dare corpo e visibilità all’energia creativa di Fabrica in termini di progetti reali e servizi per le aziende. Lo scorso settembre è stato inaugurato a Bologna il nuovo Fabrica Features, gli spazi di incontro e di esposizione che il centro di ricerca di Treviso ha aperto nel mondo per promuovere la sua visione del progetto e per proporre l’omonima linea di oggetti disegnata dal suo team di designer. Oggetti prodotti da vari brand italiani e stranieri, nati però da un’unica grande sfida: quella dell’innovazione e dell’internazionalità quali strumenti per fare del design il modo più concreto e contemporaneo di comunicare la cultura d’impresa.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 14:47:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Vacanze veneziane</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,9,intIssueID,336,intItemID,367,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Andrea Branzi</strong><br />
Foto di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;di <strong>Andrea Branzi</strong><br />
Foto di <strong>Sergio Pirrone</strong>&nbsp;Uno dei problemi storici della Biennale di Architettura di Venezia è sempre stato quello di doversi muovere tra due opzioni: presentare le più importanti opere realizzate nel biennio, come la Biennale di Dejan Sudijc del 2004, oppure organizzare una grande mostra tematica come l’attuale edizione curata da Aaron Betsky Nel primo caso ne risulta una mostra che in qualche modo riproduce le modalità di una normale rivista di settore; nel secondo caso occorre che il tema corrisponda a una tendenza in corso, poco conosciuta ma di rilevanza generale; oppure che tale tema venga istruito e comunicato per tempo a un numero selezionato di progettisti in grado di essere stimolati da quella problematica. Questa era anche la formula di funzionamento della Triennale di Milano, che proponeva scenari evolutivi su cui i progettisti invitati si impegnavano. L’11ª edizione della Biennale di Architettura di Venezia ha proposto un tema di grande rilevanza teorica e pratica, Architecture beyond the building, ma non ha avuto il tempo di proporlo a una selezione di progettisti che lo avessero già interiorizzato e fossero in grado di presentarlo in termini propositivi. L’attuale scenario internazionale dell’architettura infatti non è assolutamente interessato a una dimensione del progetto che non abbia come finalità immediata ‘to building’, non produce ricerca che non sia quella di nuovi clienti, non fa sperimentazione che non sia quella formale, non produce innovazione che non sia quella iconografica. In questo contesto iperprofessionale un tema come quello proposto da Betsky è stato interpretato nella maniera più riduttiva, come un’occasione per interrompere momentaneamente i propri (legittimi) affari per dedicarsi alla scultura, alle installazioni d’arte, agli effetti ambientali; operazioni più o meno riuscite, ma che domani non lasceranno alcuna traccia nella loro intensa attività costruttiva. Una sorta di ‘vacanza momentanea’ è quella che si percepisce visitando sia i Giardini che l’Arsenale: un clima da improvvisazione divertente, da pezzo di bravura, un tuffo nell’arte da parte della tribù degli archistar, che di questo tema non sanno cosa farne, ma che in una Biennale di Architettura non possono non essere invitati. Come se l’arte non fosse più difficile dell’architettura; come se si potesse improvvisare l’improvvisazione, che richiede invece una lunga rincorsa e un lungo percorso di riflessione. Ne è venuta fuori una Biennale dove non c’è l’architettura, ma non c’è neppure l’arte (che è una cosa molto diversa). Personalmente non sono d’accordo con Vittorio Gregotti che ripropone il vecchio adagio che ‘gli architetti devono fare gli architetti’ perché mi ricorda il modo di dire milanese ‘offellè fa il to mestè’ (pasticciere fai il tuo mestiere), che in questo caso diventa un proverbio qualunquista, perché il tema proposto (e gestito male) corrisponde a una condizione urbana reale e non significa necessariamente uno sbandamento nell’arte e nella gratuità. Quello che è mancato a Venezia infatti è l’inquadramento urbano, che è l’unico inquadramento nel quale questo tema ha senso; non è stato collocato nel quadro più generale della crisi di ruolo dell’architettura nella società della Terza Rivoluzione Industriale, nelle logiche d’uso dello spazio nell’epoca elettronica e nell’invasione merceologica dell’ambiente metropolitano. E anche rispetto alle questioni ambientali il ‘beyond the building’ ha una sua urgenza… In realtà ho avuto l’impressione che Betsky abbia proposto un tema che fa parte della tradizione del Movimento Moderno, ma senza rendersene completamente conto; basta ricordare i Futuristi o, come ha fatto Fulvio Irace, l’esortazione di Giuseppe Pagano di “andare oltre l’architettura”; un tema che ha interessato le avanguardie radicali degli anni 60 e l’origine dello stesso decostruttivismo (degenerato poi in una sorta di nuovo international style). Riferimenti storici che avrebbero reso il titolo meno astratto. In realtà si tratta di un tema talmente complesso e attuale che avrebbe richiesto, non una libera interpretazione, ma una mostra tematica curata direttamente dallo stesso Betsky; una mostra storica e selettiva molto ben governata. Quello che lo slogan ‘Architecture the beyond building’ sottintende infatti è una rivoluzione disciplinare che tutte le attività artistiche hanno affrontato già all’inizio del XX secolo, come uscita ‘fuori’ dai limiti delle discipline tradizionali: la pittura, la musica, la scrittura, a fronte delle trasformazioni indotte dalla Rivoluzione Industriale, si sono rifondate affrontando una dimensione ‘astratta’, cioè non più basata sull’autorappresentazione, sull’armonia, sulla funzionalità, ma appunto ‘beyond the building’ in una dimensione più concettuale ma più corrispondente a una società dotata di una nuova sensibilità e che richiedeva alla cultura di produrre nuovi segni, nuovi suoni, nuovi pensieri. L’‘astrazione’ non ha significato la scomparsa dell’arte, ma sui tempi lunghi una sua maggiore diffusione, una sua capacità nuova di penetrare ‘dentro’ alla realtà. L’architettura moderna, per una serie di motivi e di equivoci, non si è mai confrontata con questo tipo di strategia; ha rinnovato il suo vocabolario, le sue tecniche, in parte le sue funzioni, ma ha continuato a ‘considerare se stessa’ come building, senza accorgersi che il design, l’informazione, i servizi stavano già costruendo una nuova architettura e una nuova città; una città non più costituita soltanto dalle scatole architettoniche, ma da flussi molecolari che definiscono nuovi spazi e nuove qualità urbane. L’‘architettura al di là della costruzione’ esiste già ed è costituita dal ‘design’. Ma il design a Venezia non è stato neppure nominato.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 14:42:50</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Maison Baccarat</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,3,intIssueID,336,intItemID,366,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Progetto di <strong>Philippe Starck </strong><br />
Foto courtesy <strong>Maison Baccarat </strong><br />
Testo di <strong>Andrea Pirruccio</strong>&nbsp;Progetto di <strong>Philippe Starck </strong><br />
Foto courtesy <strong>Maison Baccarat </strong><br />
Testo di <strong>Andrea Pirruccio</strong>&nbsp;Fedele al suo segno pirotecnico che non teme confronti con il barocco d’antan, Philippe Starck firma l’allestimento scenografico della Maison Baccarat a Mosca, dove il recupero conservativo di un edificio fine Ottocento si integra e si attualizza con scelte d’arredo che definiscono set dinamici e immaginifici, densi di suggestioni letterarie (alla Lewis Carroll) e cinematografiche (Stanley Kubrick ma anche Georges Méliès) rielaborate dall’estro pop del grande progettista francese. “Amo Baccarat perché produce cristallo e amo il cristallo perché è sorgente di riflessi e di innumerevoli effetti ottici. La nuova Maison Baccarat di Mosca non rappresenta un’architettura di interni, una boutique, un ristorante e neppure un museo. È un luogo dove vivere l’esperienza dell’astrazione”. È rimasto evidentemente entusiasta, Philippe Starck, della propria collaborazione con Baccarat e, nello specifico, del secondo showroom moscovita del marchio francese, per il quale ha curato lo scenografico allestimento interno, così come aveva fatto quattro anni fa per l’headquarter parigino. D’altronde il tema si prestava alla ‘messa in scena’ di situazioni funzionali, cariche di effetti speciali e virtuosismi espressivi capaci di instaurare un dialogo riuscito tra storia e contemporaneità. A impressionare i visitatori è l’atmosfera onirica dei diversi ambienti, così come la forza surreale di alcune trovate davvero degne dell’immaginario carrolliano, tra ‘Alice nel paese delle meraviglie’ e ‘Attraverso lo specchio’. Si pensi, per esempio, al lampadario illuminato che galleggia soave all’interno di un acquario gigante, o alle dimensioni inusitate della sedia che campeggia nella hall. La nuova, sorprendente Maison Baccarat sorge in una delle vie più prestigiose di Mosca, la Nikolskaya street, ed è ospitata all’interno di un edificio storico, realizzato alla fine dell’Ottocento come sede di quella che fu la più grande farmacia d’Europa dall’architetto Adolf Erichson, assai attivo a Mosca nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento (si devono a lui lo scenografico Yar Restaurant e alcune delle più belle case private dell’ex capitale sovietica). Una costruzione fortemente connotata dalla magnificenza visiva della facciata, con i suoi elementi neorinascimentali e neobarocchi, i bassorilievi del primo piano (realizzati con la tecnica del bugnato) e la presenza di semicolonne in aggetto al secondo piano, sovrastate da una serie di colonne che provvedono a ritmare la facciata. Per quanto riguarda la scansione degli spazi interni, il piano terra ospita la boutique maison, art de la table, bijoux e accessori: la gamma completa delle collezioni Baccarat, in cui gli spettacolari effetti di luce offerti dal cristallo sono posti in creativo contrasto con il cemento grezzo delle pareti, dando vita a uno spazio quasi paradossale, punteggiato dal già citato acquario gigante e dalla sedia monumentale della hall. Ad accrescere la dimensione di incanto provvede il pavimento retroilluminato, che dà l’impressione che tutto fluttui a mezz’aria. Un ambiente ‘a gravità zero’, al centro del quale sorge una grande scatola nera opaca, evidente richiamo al misterioso monolite kubrickiano di 2001: Odissea nello spazio. Nella tromba delle scale che collega i due livelli, dietro i vetri originali gli effetti ottici creano l’impressione di un castello in fiamme. Una grande trovata, così sfacciatamente artigianale da richiamare il cinema delle origini e la fantasia ruspante e geniale di un Georges Méliès. Il primo livello è riservato poi alla Cristal Room, spazio living in cui è presente un ristorante, con cucina a vista, affidato a due tra i migliori chef della nuova generazione, David Desseaux e David Hemmerlé. Starck è riuscito a conservare l’eleganza degli ambienti originali, conferendo al tutto un tocco moderno e impertinente. Questo è il vero cuore storico della casa, come sottolineato dalla presenza di un grande camino originario dalle fattezze antropomorfe che rappresenta un orco con la bocca spalancata. Un segno progettuale forte, su cui Starck è intervenuto da par suo: adesso l’orco ingoia immagini di fuoco riprodotte da vecchi televisori russi: “Un riferimento alla modernità della televisione e all’eternità del fuoco, un cocktail sofisticato tra diverse culture. Poesia pura”. Lampadari immersi negli acquari, effetti ottici da cinema delle origini, orchi che ingoiano televisori: l’immaginario debordante e generoso di Starck è evidentemente affine all’anima russa, come si evince da questa illuminante dichiarazione dello stesso designer: “Amo i russi, è un popolo di appassionati. In un certo senso, mi sento vicino a loro perché funziono allo stesso modo. La loro vita non è banale. La loro letteratura, la musica, la storia: tutte queste cose parlano d’amore, di passione, di dramma, di vita e di morte. Tutto è spinto all’estremo e infatti la città e il paese sono estremi, sono pochi i luoghi al mondo in cui sarebbe possibile realizzare un palazzo del genere. La Russia è il luogo di tutte le passioni”.]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 13:27:05</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Industrial chic</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,52,intIssueID,338,intItemID,365,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Katharina Horstmann</strong> <br />
Foto di <strong>Stephen Clement</strong>&nbsp;di <strong>Katharina Horstmann</strong> <br />
Foto di <strong>Stephen Clement</strong>&nbsp;Situato nell’Est, ai confini della città, Shoreditch è il quartiere creativo di Londra popolato da designer internazionali affascinati dal taglio industriale dei suoi loft. Tra loro, la designer francese Solenne de la Fouchardière che nel suo atelier si è divertita a giocare con le ruvidezze e l’originalità del luogo. Il quartiere è quello di Shoreditch, nell’Est di Londra, dove è certificata la più alta concentrazione di creativi di tutta l’Europa; il building è una ex sartoria, riconvertita negli anni ’90 in appartamenti loft, un mix tra studi di design e abitazioni. All’ultimo piano si è recentemente trasferita la giovane designer francese Solenne de la Fouchardière che insieme al suo compagno Simon ha acquistato centocinquanta metri quadrati con una terrazza sul tetto che occupa quasi lo stesso spazio. “Siamo stati attratti dalla nostra casa per la sua semplicità e l’incredibile quantità di luce” spiega Solenne de la Fouchardière. “Tutte le caratteristiche originali sono state conservate come le finestre che ricordano quelle degli atelier parigini”. Gli interni ruotano intorno alla stanza da letto, unico angolo di privacy della casa, separata da porte scorrevoli in alluminio. “Mi ricordano le porte dei vecchi frigoriferi industriali e forse sono state il motivo determinante per l’acquisto della casa”. Intorno alla stanza da letto ci sono la sala da pranzo, l’area living e la zona cucina con un’isola in acciaio disegnata su misura, sostenuta da una vecchia trave e con una parete-armadio che nasconde tutti gli attrezzi. Il bagno invece è accessibile sia dall’area notte che da quella giorno. “Abbiamo fatto veramente poco” dice Solenne. “Ci siamo solo divertiti a scegliere i mobili”. La maggior parte è della collezione Ochre, l’azienda di mobili e oggetti che Solenne gestisce con le sue due socie Joanna Bibby e Harriet Maxwell Macdonald. Il tavolo in vetro al mercurio e lo specchio con i nastri di legno di cocco sono i best-seller del loro brand che la coppia ha mescolato con alcuni pezzi vintage come le Barcelona Chairs di Mies van der Rohe e i nuovi progetti disegnati per la casa dalla coppia: il tavolo da pranzo è costruito in legno recuperato e con gambe di vecchie macchine da cucire mentre il letto è stato creato da due tronchi di rovere inglese, in perfetta sintonia con la semplicità e la ruvidezza monacale dello spazio.]]></description>
		<pubDate>2008-10-23 17:11:52</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Missione Torino</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,82,intIssueID,338,intItemID,364,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Cristina Bonini </strong><br />
Foto di <strong>Simone Barberis</strong>&nbsp;di <strong>Cristina Bonini </strong><br />
Foto di <strong>Simone Barberis</strong>&nbsp;Come mappare a livello europeo l’evoluzione della architettura e del design? Con una serie di “puntate” in luoghi topici per documentare i fatti. Torino nel ruolo di World Design Capital è una tappa obbligata. Oltre trecento documentari, un free press, due mostre, centinaia di studenti di tutte le scuole europee. Questo è il bilancio del lavoro fatto da Check-in Architecture con il sostegno di MINI attraverso una serie di “missioni”, viaggi giornalieri in aereo da una città all’altra, o in auto, per una selezione di tragitti, filmando e scrivendo su differenti episodi (mostre, manifestazioni). E’ stato così creato un blog (www.checkinarchitecture.com www.minispace.com) ricco di video dai temi più disparati che rende conto delle trasformazioni avvenute in Europa nel campo dell’architettura e del design. Il progetto, presentato a Milano la scorsa primavera, è proseguito con una serie di appuntamenti, tra cui il congresso dell’UIA a Torino, dove si sono riuniti gli architetti di tutto il mondo e dove Check-in Architecture era presente con uno spazio all’interno del meeting. Una “missione” è stata affidata anche alla rivista Interni. Compito, andare a Torino (in MINI) per documentare, a fine giugno, cosa succedeva durante uno dei periodi più “caldi” del programma all’insegna di World Design Capital. Ovvero, dall’inaugurazione di Flexibility. Design in a fast changing society, mostra curata dalla portogese Guta Moura, all’apertura di Torino 2011. Biografia di una città, altra manifestazione volta a documentare i cambiamenti urbani dal punto di vista architettonico, sino alle suggestive installazioni di Peter Greenaway all’interno della restaurata Reggia di Venaria e l’inizio del congresso mondiale di architettura. L’appuntamento finale di Check-in Architecture è in settembre, in occasione della Biennale di Architettura a Venezia, dove saranno visibili i risultati di tutte le missioni.]]></description>
		<pubDate>2008-10-23 16:26:56</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Made in Berlin</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,338,intItemID,362,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di Alberto Corrado<br />&nbsp;di Alberto Corrado<br />&nbsp;&#160;La tribù del Neu Design targato Berlino. La loro piattaforma espositiva è una cupola geodetica in viaggio dall’Europa agli States. A bordo si può apprezzare una ricerca no global: valori condivisi e linguaggi comprensibili. Dal 1989 al 2008 il design berlinese ha attraversato un periodo di trasformazione profonda sia sul piano quantitativo della produzione sia sotto il profilo istituzionale. Ma non ha modificato il proprio dna: semmai ne ha esteso la portata e diffuso la potenza creativa. Dal crollo del Muro a oggi, i vertiginosi cambiamenti geopolitici intercorsi – come l’avvento dell’euro, la globalizzazione dei sistemi produttivi, l’imprenditorialità di massa, il lavoro diffuso e i conseguenti processi di rifunzionalizzazione urbana – hanno portato la capitale tedesca verso una straordinaria crescita del numero di designer, studi professionali, accanto alla fondazione di università e di scuole di progettazione. Questo sorprendente fenomeno espansivo è il risultato indiretto dei processi di globalizzazione: la domanda di design è molto aumentata, perché il design è interpretato come un’attività capace di generare quell’innovazione continua estetica e funzionale indispensabile ai sistemi produttivi. “Il design” afferma François Burkhardt, storico e critico del design, già direttore del Centro Pompidou e della rivista di architettura Domus “è considerato ormai uno dei motori della crescita economica di ogni Paese, per la sua capacità di creare nuovi prodotti, imprese e mercati. Anche il design berlinese vive questo fenomeno: e ha creato Made in Berlin, un’insegna che riunisce 15 studi e marchi della vibrante scena cittadina”. Così, assieme a Werner Aisslinger, product designer, e in collaborazione con Susanne Philippson e Zendome 150M, hanno progettato Berlin Design Dome: una piattaforma espositiva – simbiosi di successo tra l’antenna della televisione di Berlino e una cupola geodetica – presentata come prima fermata ai Saloni 2008 di Milano, poi Parigi, Londra, Basilea, Miami e New York. A bordo si può ammirare la sensualità intimistica dei mobili di Martin Holzapfel, l’espressivo minimalismo fosforescente delle lampade di Mark Braun, l’ergonomicità e funzionalità dei tavoli di Ett la Benn, l’incontro tra Occidente e Oriente delle connessioni modulari di RoomSafari di Cheong e Nogtev, la ricerca di nuovi materiali per seduta ispirate agli attracchi delle navi di Julia e Christian per Thesenfitz, l’audacia creativa delle lampade create dalle piume naturali di gallo o di oca di Heike Buchfelder e l’avanguardia creativa della swing chair di Ulrike Acker. La matrice che accomuna tutti i giovani designer di Made in Berlin è la ricerca di valori condivisi e linguaggi comprensibili: ricerca che la società occidentale avverte come urgente, per fronteggiare la polverizzazione dei mercati, la complessità delle tendenze e la Babele dei linguaggi formali. “Il minimalismo” dice il designer Mark Braun- “è la tendenza del nuovo design tedesco, come rilancio dei codici espressivi elementari, eleganti, esportabili e facilmente realizzabili: un’arte che esorcizza le conflittualità latenti della società e ci fa superare la congestione dei mercati saturi”. Teniamoli d’occhio!]]></description>
		<pubDate>2008-12-03 13:40:48</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Il diamante sonoro<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,338,intItemID,361,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Aquili Alberg</strong><br />&nbsp;di <strong>Aquili Alberg</strong>&nbsp;La Casa della Musica progettata da Rem Koolhaas a Oporto è un grande volume sfaccettato che definisce, all’insegna del contrasto, un nuovo spazio per la socialità urbana. Un edificio landmark in grado di rappresentare, anche simbolicamente, l’importanza di un ambizioso progetto culturale. Oporto, OMA, lo studio del famoso architetto olandese Rem Koolhaas, con il progetto della Casa della Musica, pone l’attenzione sul rapporto tra lo spazio interno della sala da concerto e lo spazio pubblico all’esterno. Considerando il progetto come una massa solida, ne scava il volume per lasciare spazio alle sale da concerto, la più grande delle quali può ospitare fino a milletrecento spettatori, centoventi musicisti e un coro di centoquarantatré elementi. Genera una costruzione solitaria, dalla forma poliedrica che sembra emergere prepotentemente dal contesto, risolvendo in un solo gesto visibilità, accesso e dialogo con la città. Come un vero e proprio tempio della musica, dal design audace e dall’aspetto sorprendente, uno dei suoi punti di forza è la flessibilità degli spazi interni che possono consentire una programmazione musicale molteplice, facendo della varietà la sua parola d’ordine e della diffusione della musica il suo fine. L'edificio si sviluppa su una superficie di ventiduemila metri quadrati e, oltre al grande auditorium dalle straordinarie qualità acustiche, al suo interno distribuisce su diversi livelli un secondo e più piccolo auditorium con palco mobile, una sala per cybermusic, un’area per convegni e workshop, laboratori didattici, una biblioteca e videoteca, sale prova e spazi per l'intrattenimento e la ristorazione. Il progetto si pone in aperto dialogo con il passato, affinché da questo apparente contrasto possa nascere uno scambio positivo tra due modelli distinti di città.]]></description>
		<pubDate>2008-10-23 15:09:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Editoriale 586<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,8,intIssueID,336,intItemID,360,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Gilda Bojardi<br />&nbsp;Gilda Bojardi<br />&nbsp;La casa si conferma il punto di partenza e di arrivo di tante installazioni. Intesa come soluzione razionale allo spreco di spazio e risorse, la ricerca della flessibilità si conferma prioritaria tra le esigenze espresse dalla cultura del progetto contemporaneo.  Si chiudono i battenti sulla XI Biennale di architettura di Venezia, tra le immancabili polemiche e i fervori di un dibattito che solo per il fatto di esserci segna una nota di positività. Forse Aaron Betsky non sarà riuscito a mettere a fuoco il tema proposto (Architecture beyond the building) con il dovuto approfondimento, come sostiene in questo numero Andrea Branzi. Di sicuro, però, ha lanciato alcune riflessioni progettuali che rivestono una grande attualità anche per il design tout court. La casa si conferma il punto di partenza e di arrivo di tante installazioni lasciate comunque libere di spaziare nelle suggestioni e negli stili proposti. E i temi in discussione a varia scala, dal piccolo oggetto d’uso al più complesso progetto di industrial design, lo sottolineano. Innanzitutto, l’idea dello spazio come sistema aperto e flessibile che accoglie la contaminazione, la varietà controllata dall’intervento diretto del consumatore che così diventa coautore del processo realizzativo. Due le esperienze presentate che esemplificano lo stesso principio a livelli contrapposti: la struttura abitativa ‘aperta’ di Alejandro Aravena, in mostra a Venezia, trasformabile e ampliabile dai suoi abitanti mediante l’aggiunta di appositi moduli componibili, e il sistema a parete Vita ‘soggetto’ del progettodesign di Massimo Mariani e AedasR&amp;D per Mdf Italia, di fatto un programma di costruzione disponibile in rete che offre all’utente la possibilità di modificare a piacere le soluzioni d’arredo proposte. La ricerca della flessibilità, intesa come principio di massima personalizzazione e adattabilità, ma anche come soluzione razionale allo spreco di spazio e risorse, si conferma prioritaria tra le esigenze espresse dalla cultura del progetto contemporaneo. Tramontata l’era delle soluzioni aprioristiche e dei prodotti univocamente definiti, si aprono nuovi orizzonti in cui, come sul web di nuova generazione, il fruitore è abilitato a giocare un ruolo attivo nel processo creativo. Di conseguenza anche il progettista sposta il focus sul rapporto di interazione tra chi produce e chi consuma; i protagonisti del mondo del consumo sono sempre gli stessi, ma i loro ruoli stanno subendo una radicale trasformazione. <br />
Gilda Bojardi]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 12:56:35</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Sommario n. 586<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,21,intIssueID,336,intItemID,359,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<br />&nbsp;<br />&nbsp;
    
        
            
            <p><strong>NOVITÀ</strong></p>
            <strong>             GIOVANI DESIGNER</strong><br />
            Salone Satellite<br />
            <br />
            <strong>IN PRODUZIONE</strong><br />
            Tratto libero<br />
            Il gioco dei moduli <br />
            AGC Flat Glass Italia, Aran Cucine, Arketipo, Iris Ceramica<br />
            Kinnasand, Opinion Ciatti<br />
            <br />
            <strong>PREMI &amp; CONCORSI</strong><br />
            Grand Prix Casalgrande Padana 2008 <br />
            Cristalplant Design Contest <br />
            Bombay Sapphire Designer Glass Competition<br />
            <strong><br />
            ANNIVERSARI</strong><br />
            70 anni di Marmi Ghirardi<br />
            <br />
            <strong>             COMUNICAZIONE</strong><br />
            Tecnologia eco-chic <br />
            Bang &amp; Olufsen landscapes <br />
            Ahec: microforesta di tulipier a Londra<br />
            <br />
            <strong>WORKSHOP</strong><br />
            Scuola politecnica di design<br />
            <br />
            <strong>SHOWROOM</strong><br />
            Delta Light Italia a Empoli (Fi)<br />
            Moroso ad Amsterdam<br />
            <br />
            <strong>IN FIERA<br />
            </strong>Decorate Life a Francoforte <br />
            London Design Festival<br />
            <strong><br />
            </strong><strong>CONTRACT &amp; OFFICE<br />
            <br />
            INFO &amp; TECH<br />
            </strong><strong><br />
            PAESAGGIO<br />
            <br />
            </strong><strong>IN MOSTRA</strong>                         <br />
            <br />
            <strong>IN FOTOGRAFIA</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>IN LIBRERIA</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>FASHION FILE</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>SOSTENIBILITÀ</strong><strong><br />
            <br />
            PROGETTO CITTA'<br />
            <br />
            CINEMA</strong><br />
            <strong><br />
            TRADUZIONI<br />
            </strong>
            <strong> EDITORIALE<br />
            <br />
            ARCHITETTURE D’INTERNI: RECUPERI D’AUTORE<br />
            </strong>a cura di Antonella Boisi<strong><br />
            <br />
            New York, Morgans hotel<br />
            </strong>progetto di <strong>Andrée Putman<br />
            </strong>foto di<strong> Nikolas Koenig</strong>, courtesy<strong>&#160; Morgans Group<br />
            </strong>testo di<strong> Antonella Boisi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            Mosca, Maison Baccarat<br />
            </strong>progetto di<strong> Philippe Starck<br />
            </strong>foto di,<strong> courtesy Maison Baccarat<br />
            </strong>testo di<strong> Andrea Pirruccio</strong><br />
            <br />
            <strong>Palma (isole Baleari), El molino d’en Garleta<br />
            </strong>progetto di<strong> Ricardo Flores &amp; Eva Prats<br />
            </strong>foto di<strong> Duccio Malagamba<br />
            </strong>testo di<strong> Matteo Vercelloni</strong><strong><br />
            <br />
            </strong><strong>Hoshakuji (Giappone), Chokkura Plaza<br />
            </strong>progetto di<strong> Kengo Kuma<br />
            </strong>foto e testo di <strong>Sergio Pirrone</strong><strong><br />
            <br />
            ATTUALITÀ<br />
            Young Architecture<br />
            </strong>di<strong> Luca Molinari</strong><strong><br />
            <br />
            XI Mostra internazionale di architettura, Venezia<br />
            </strong>testi di<strong> Matteo Vercelloni, Alessandro Rocca<br />
            </strong>foto di<strong> Sergio Pirrone, Grant Smith, Paolo Utimpergher, Matteo Vercelloni<br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong>
            <strong>L’OPINIONE <br />
            Vacanze veneziane<br />
            </strong>di <strong>Andrea Branzi </strong>foto di<strong> Sergio Pirrone</strong><strong><br />
            <br />
            MAESTRI<br />
            Tobia Scarpa<br />
            </strong>di<strong> Matteo Vercelloni<br />
            <br />
            ARTE-DESIGN<br />
            Fiabe di seta<br />
            </strong>progetto di<strong> Hilton McConnico<br />
            </strong>di<strong> Olivia Cremascoli<br />
            <br />
            IL TEMA CENTRALE <br />
            Carpets<br />
            </strong>di<strong> Nadia Lionello<br />
            </strong>elaborazioni immagini di<strong> Enrico Suà Ummarino<br />
            <br />
            PORTRAIT<br />
            Tom Dixon, progetti per il mondo reale<br />
            </strong>di <strong>Cristina Morozzi</strong><strong><br />
            </strong><strong><br />
            </strong><strong>PROGETTO DESIGN <br />
            </strong><strong>Design ridotto all’osso<br />
            </strong>progetto di <strong>Riccardo Blumer<br />
            </strong>con<strong> Matteo Borghi<br />
            </strong>testo di<strong> Odoardo Fioravanti</strong><strong><br />
            <br />
            Design 2.0<br />
            </strong>progetto di<strong> Massimo Mariani </strong>e<strong> AedasR&amp;D<br />
            </strong>testo di<strong> Stefano Caggiano</strong><strong><br />
            <br />
            Ironie quotidiane<br />
            </strong>progetti di<strong> Sam Baron<br />
            </strong>di<strong> Maddalena Padovani</strong><strong><br />
            <br />
            OSSERVATORIO <br />
            La cucina abitabile<br />
            </strong>di<strong> Maddalena Padovani</strong><strong><br />
            <br />
            REPERTORIO<br />
            Comoda è la notte<br />
            </strong>di<strong> Katrin Cosseta</strong><br />
            <br />
            <strong>             INDIRIZZI</strong> di Adalisa Uboldi<br />
            <br />
            <strong>             TRADUZIONI<br />
            <br />
            </strong><strong>In copertina:</strong> Tom Dixon ‘passa in rassegna’ alcuni dei suoi prodotti, passati e recenti, più celebri. Da sinistra: la lampada-sgabello Jack Light per Eurolounge, 1994; lo sgabello Stool per Cappellini, 1992; la sedia Slab per Tom Dixon, 2008; la sedia S-Chair per Cappellini, 1991/92; la chaise-longue Bird per Cappellini, 1991; ancora lo sgabello luminoso Jack Light, nella versione nera; il lampadario Spin Floor per Tom Dixon, 2007; la lampada Mirror Ball per Tom Dixon, 2007. Foto ritratto di Helene Bangsbo Andersen.
        
    
]]></description>
		<pubDate>2008-11-03 13:22:07</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Percorsi di stile</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,82,intIssueID,339,intItemID,358,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Ester Giarolli</strong>&nbsp;di <strong>Ester Giarolli</strong>&nbsp;La Rinascente cambia pelle. Dopo aver affidato alla firma di designer internazionali il progetto dei piani dedicati a bellezza, accessori moda e moda donna, è ora la volta del reparto uomo. Grazie a un intervento di Dordoni Architetti, rinasce la magia dell’agorà, sotto il segno dell’understatement. Si respira un’aria piacevolmente familiare al secondo piano de la Rinascente. Qui si trovano le collezioni uomo dello storico department store milanese: Corneliani, Ermenegildo Zegna, Hugo Boss, Valentino, Armani Collezioni, Burberry, C.P. Company, Etro e Fay. Come dire, il meglio dal classico al contemporaneo passando per l’upper casual. Come mai in questo spazio completamente votato alla contemporaneità ci si sente immediatamente in qualche modo “a casa”? Lo spiegano Dordoni Architetti, autori del progetto. “Il feeling di déjà-vu viene dal fatto che lo spazio è completamente articolato intorno a una piazza centrale che diventa il cuore intorno a cui si posizionano i negozi. È l’approccio dello shop in shop che, interpretato in questo modo, diventa molto simile al concetto della piazza italiana”. L’intero perimetro del piano è scandito dalla presenza di alti portali in lamiera naturale che definiscono, in corrispondenza del cambio di quota, il passaggio nelle aree dedicate ai singoli brand. Come in una piazza tradizionale ciascun negozio si apre verso il centro pur conservando una dimensione riservata all’interno della quale dichiara una propria distintiva modalità espositiva. Che include tavoli in vetro extrachiaro e legno laccato grigio, appenderie in acciaio satinato e setti in ferro verniciato nero: elementi che, insieme, definiscono una scansione verticale del luogo. Come sottolineano Dordoni Architetti, “il luogo è uno e molteplice allo stesso tempo”. È possibile entrare e uscire dalle differenti aree commerciali e individuare connessioni visive trasversali create da un sistema di passaggi luminosi questi generano flussi sovrapposti che variano di continuo la percezione del luogo”. Giochi di sinestesie visive e rimandi squisitamente contemporanei, che inseriti nel contesto della piazza contribuisce a dare a questo spazio un sapore molto particolare, come a cavallo tra le due anime dell’italianità.]]></description>
		<pubDate>2008-10-23 09:53:12</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Il designer firma la moda</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,339,intItemID,356,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Katharina Hortsmann</strong> <br />
Foto di <strong>Nicolò Lanfranchi</strong>&nbsp;di <strong>Katharina Hortsmann</strong> <br />
Foto di <strong>Nicolò Lanfranchi</strong>&nbsp;Continua da parte di griffe e importanti marchi di moda la tendenza a rubare al mondo del design i suoi protagonisti più affermati per realizzare un singolo pezzo o un’intera collezione. Il motivo? Certamente fa tendenza ma ciò che incuriosisce è l’approccio più ludico e orientato al mondo dell’architettura.  <br />
<br />
<strong>Foto n.1</strong> <strong><br />
Alfredo Häberli</strong>, noto progettista svizzero, che collabora con aziende come Alias, Cappellini, Moroso o Thonet, indossa una tuta disegnata (come la borsa in pelle “By My Side”) per l’azienda tedesca Colin’s.<br />
<strong><br />
Foto n.2</strong> <br />
<strong>Werner Aisslinger</strong> dietro la sua struttura “Books” nel suo nuovo studio berlinese. Quando il designer tedesco non progetta dei mobili per aziende come Bulthaup, Magis o Dupont disegna dei gioielli, per esempio “Dome” per Biegel, una collezione che consiste in anelli, bracciali e collane in oro e oro bianco. Nella pagina accanto.<br />
<strong><br />
Foto n.3</strong> <br />
<strong>Gabriele Pezzini</strong>, è italiano ma vive e lavora a Parigi, ha iniziato la sua collaborazione con Hermès con Astuccio, borsa portacomputer, seguito dall’elicottero, l’Hélicoptère par Hermès, e dall’automobile Bugatti Veyron Fbg. Ora è design manager della nota maison francese. In Italia collabora con aziende come Maxdesign e Viabizzuno.<br />
<strong><br />
Foto n.4 <br />
(A) </strong><strong>Matali Crasset</strong>, parigina doc, seduta sulla sua dormeuse “Meridienne” della collezione “Nature Morte À Habiter” per la Galerie Thaddaeus Ropac vista da Luisa delle Piane, con "Self Loop”, una catena in argento disegnata per San Lorenzo che si lascia allungare a piacere, dal braccialetto alla collana.<br />
<strong>(B)</strong><strong> Piero Lissoni</strong>, il poliedrico architetto milanese, seduto sulla sua sedia Lizz per Kartell, ha disegnato per la maison Serapian un trolley in fibra di carbonio, un materiale che assicura leggerezza e resistenza, arricchito da finiture in pelle.]]></description>
		<pubDate>2008-10-23 12:49:02</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>24ore sotto la pioggia</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,339,intItemID,355,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Patrizia Catalano</strong> <br />
Styling di <strong>Helena Marken </strong><br />
Foto di <strong>Henry Thoreau</strong>&nbsp;di <strong>Patrizia Catalano</strong> <br />
Styling di <strong>Helena Marken </strong><br />
Foto di <strong>Henry Thoreau</strong>&nbsp;Difficile da scegliere, ancora più difficile da portare, l’ombrello è uno dei pochi accessori che “arredano” gli ambienti. Case, uffici, e non solo. Abbiamo usato l’oggetto più amato da Magritte come filo conduttore di una giornata milanese. In viaggio, al lavoro, al ristorante e durante lo shopping. <br />
<br />
<strong>Foto n.1<br />
</strong>Giocosi e trasparenti di Aqueodesign.<strong><br />
<br />
Foto n.2</strong> <br />
Il piano superiore della stazione di Porta Garibaldi a Milano, con balaustra, ad ampie vetrate specchianti, che si affaccia sulla hall. Ombrelli ispirazione anni Cinquanta con struttura leggera in alluminio satinato e tessuto fantasia di Moschino.<br />
<br />
<strong>Foto n.3 <br />
</strong>Nella zona di attesa appoggiati alla panchina in marmo, ombrello giallo da borsa di Prada e unisex in tinta unita di Armani. <br />
<strong><br />
Foto n.4</strong> <br />
Alcuni scatti negli uffici di Sara assicurazioni, building a Milano, in via della Chiusa, progettato da Goring and Straja Studio. Appoggiati a una mensola due ombrelli da signora, grigio con sottile manico in metallo di Prada, scozzese con manico in legno di Burberry.<br />
<strong><br />
Foto n.5</strong> <br />
In primo piano, poltrona in cuoio naturale con supporto a croce di legno, design Antonio Citterio per B&amp;B Italia. Il pouf in primo piano e le poltroncine di scorcio rivestiti in panno grigio sono sempre di B&amp;B Italia. Sullo sfondo, ombrelli beige, mosto e nero di Prada.&#160; <br />
<strong><br />
Foto n.6</strong> <br />
Un dettaglio del balcone con i frame in lamellare di legno e le porte scorrevoli per creare un ambiente continuo tra interno ed esterno. Le sedie in struttura d’acciaio e tessuto grigio sono di Alias. Ombrelli bianco, nero con manico in legno e a scacchi di Aqueodesign.<br />
<strong><br />
</strong><strong>Foto n.7</strong> <br />
Il Bistrot di Triennale Bovisa, il museo dedicato alle arti visive della Triennale di Milano, si presta per una pausa pranzo. Foto sopra. In primo piano, da sinistra, ombrello con manico legno e acciaio Valextra, classico da seduta di Hermès, rivestimento seta bianca e manico acciaio per Valextra. Sullo sfondo, sedie Supernatural di Ross Lovegrove e tavoli T-Village di Didier Gomez, entrambi di Moroso.<br />
<strong><br />
Foto n.8</strong> <br />
Ombrello arancione con manico in legno Samsonite, a fantasia Paul Smith, nel portaombrelli prodotto da Caimi ombrello con manico acciaio satinato e tessuto rosso di Samsonite. La libreria sullo sfondo è una produzione Unifor.<br />
<strong><br />
Foto n.9</strong> <br />
Un dettaglio dell’esterno con gli stessi ombrelli appoggiati su delle poltroncine in caucciù.<br />
<strong><br />
Foto n.10</strong> <br />
Per lo shopping milanese, il polistore Dovetusai, dedicato al design di tendenza, è da molti anni un punto di riferimento. Sopra, appoggiati al tavolo Ring in legno laccato e metallo, da sinistra. Il classico motivo scozzese ma con applicazioni in metallo sul bordo Burberrys. A spicchi colorati e stampato floreale nero su fondo bianco Missoni.<br />
<strong><br />
Foto n.11</strong> <br />
A fianco della teiera e della tisaniera di Forlife, ombrelli da viaggio made in Usa di Dovetusai.<br />
<strong><br />
Foto n.12</strong> <br />
Letto in ferro Nomade dalla struttura lineare con copriletto artigianale di Eugenio Vazzano. Il mobile sulla sinistra è in legno con corteccia effetto nature, design Peter Marigold, tutto di Dovetusai. L’ombrello a sinistra è di Prada.<br />
<strong><br />
Foto n.13</strong> <br />
Portaombrelli in schiuma di lattice resinata a effetto morbido di Gianni Osgniac, disponibile in vari colori. All’interno, ombrello rosso da borsetta di Giorgio Armani e bordeaux sempre Dovetusai.]]></description>
		<pubDate>2008-10-23 12:48:50</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>La (scuola di) moda riparte dal design</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,339,intItemID,354,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Aquili Alberg</strong>&nbsp;di <strong>Aquili Alberg</strong>&nbsp;Coltivando il talento, facendo leva sulla curiosità e utilizzando come strumento una rigorosa formazione, la belga Linda Loppa è alla guida di Polimoda, prestigioso istituto fiorentino per la formazione nel fashion design. Analizzare il passato, studiare il presente e predire il futuro è il programma del rilancio di Polimoda, l’istituto per il quale la nuova direttrice sembra aver già trovato le risposte. Linda Loppa, ha diretto il Fashion Department della Royal Academy of Fine Arts, fondato il Fashion Museum “MoMu”, costituito il Flanders Fashion Institute di Anversa (fucina di alcuni dei migliori talenti creativi emersi negli ultimi anni) e.... È a capo del Polimoda di Firenze (dalla fine del 2006).Disponibile al dialogo, fa con entusiastico tono un bilancio molto positivo della sua esperienza biennale in Italia, sia a livello scolastico che istituzionale. Negli ultimi sei mesi ci racconta come Polimoda abbia fatto un enorme passo avanti sotto il profilo della qualità, a evidente conferma del grande cambiamento tuttora in corso. Obiettivo della determinata e rigorosa Loppa è di trasformarla nella principale scuola italiana di fashion design, ma con lo sguardo rivolto anche all’interior e alla comunicazione. Rigore nella ricerca, interdisciplinarietà e sperimentazione le sue tre chiavi di lettura per una scuola che affondi le radici nei più svariati campi della creatività e che si appoggi al tempo stesso al marketing. La collaborazione tra le diverse discipline è per lei fondamentale: solo influenzandosi l’un l’altra possono alimentare la sperimentazione. L’architetto e il fashion designer possono così trovare insieme nuovi concetti spaziali, esprimendo l’idea di un’emozione. Ed è ciò a cui puntava l’allestimento White carpet di Polimoda per lo scorso FuoriSalone. Un prodotto, di qualsiasi natura esso sia, non è interessante se non ha un concept alle spalle che lo renda emozionante e unico. L’Italia, racconta a Interni, è sempre stata il Paese dell’eccellenza nel design ma sulla sperimentazione si è negli ultimi anni arenata e, così come nella moda, è troppo focalizzata sul prodotto anziché sul concept. Ma per esprimere i cambiamenti sociali della contemporaneità ed emozionare è indispensabile identificarsi e il concept permette proprio di scegliere un’idea valida e di emergere. A questo scopo sta organizzando un master che connetta l’architettura e la moda, facendo leva sullo spazio del retail per sperimentare e ricercare come ripetere la stessa emozione generata dall’abito nello spazio che lo espone. Il consumo oggi necessita dell’adrenalina celata nell’emozione per scuotersi dal torpore dell’omologazione. Tra i grandi maestri che ritiene oggi essere più contemporanei di altri cita Zaha Hadid, Herzog &amp; De Meuron, Bill Viola e Martin Margiela, mentre dalle nuove generazioni si aspetta grandi cose. Racconta d’aver visto progetti interessantissimi dell’accademia di Eindhoven. Crede che la globalizzazione sia un grande vantaggio per la diffusione della conoscenza, pur conservando un enorme rispetto per la cultura legata al luogo di nascita. Ma più che un ritorno alla localizzazione è necessario secondo lei trovare una propria individualità. Sia nel design che nella moda italiana, contraddistinti sempre da una grande qualità, andrebbero allora ricercate nuove forme e nuovi materiali, puntando sulla spontaneità e sulla curiosità. Nella moda in particolare bisognerebbe mirare sui profili e sui volumi che interpretino la diversità dei corpi, trasformando gli abiti in vere e proprie sculture.]]></description>
		<pubDate>2008-10-23 09:48:15</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Panorama n°58</category>
			<title>Il design? Mai più ovvio e banale</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,50,intIssueID,339,intItemID,353,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Laura Traldi</strong><br />&nbsp;di <strong>Laura Traldi</strong>&nbsp;Continua sul magazine di Interni l’appuntamento dedicato a grandi opinionisti del design. Su questo numero è la volta di Lidewij Edelkoort, paladina degli Arts and Crafts, esperta di moda e design, per un decennio direttore della Design Academy di Eindhoven, grande esperta nell’analisi delle tendenze che verranno. La sua idea di futuro mette di buon umore: artigianato doc, ruralità e design attento alla cultura dei luoghi.   Il grande pubblico non conosce il suo nome. Eppure dai profumi di Lancôme, Cacharel e Gucci ai packaging di largo consumo di Procter &amp; Gamble passando per l’automobile Micra è raro non trovare oggetto, capo di abbigliamento, autovettura o accessorio la cui nascita non sia stata influenzata dalla sua expertise. Perché Lidewij Edelkoort, 58 anni, olandese – secondo Time Magazine tra le 25 persone più influenti nel settore della moda e del gusto – di professione fa la trends forecaster, la pronosticatrice di tendenze. Osserva, cioè, oggetti, immagini, segnali di qualunque natura e li trasforma in strumenti che, attraverso un sottile gioco di rimandi e intuizioni, la aiutano a interpretare l’evoluzione della società e degli stili di vita per fornire alle aziende indicazioni precise su quello che i consumatori vorranno e perché. Si parla tanto di globalizzazione, mentre lei da tempo si fa araldo di un ritorno al gusto locale, nella moda, nel food e nel design. Come mai? La gente è stufa di trovare gli stessi negozi, gli stessi marchi, lo stesso gusto ovunque. Un tempo andare a New York ed entrare da Gap era speciale. Oggi Gap è in tutto il mondo quindi che senso ha andarci a New York? Il “global style” non esiste, è stato creato dalle aziende ma non funziona più quando i consumatori viaggiano molto. La gente cerca sempre di più l’esperienza unica, personale e quindi il gusto e il cibo veramente locali, per riqualificare l’esperienza del viaggio. Cosa significherà questo per le grandi marche internazionali? Il primo passo è capire che il “gusto globale” non funziona e che verranno riscoperti gli stili locali. Già anni fa ne abbiamo avuto una prova concreta quando Tupperware ci ha chiesto una nuova palette colore. Dalla nostra ricerca è emersa la necessità di creare varie combinazioni poiché solo due tinte venivano apprezzate universalmente mentre le altre erano specifiche ai mercati nazionali. La soluzione sta quindi in un’offerta-base di prodotti “globali” ma personalizzati al gusto locale. In che modo? I grandi brand devono affidare la produzione a diversi Paesi sulla base delle expertise e non del costo, come fanno i brand dell’alta moda: l’India per i tessili stampati, l’Italia per la seta o la pelle. Del resto chi ha tentato la produzione di tessile di qualità in Cina – come Zara – adesso sta rientrando sull’Italia perché la qualità è immensamente più alta e i prezzi in Cina stanno comunque salendo. Allo stesso modo, le piccole aziende devono mostrarsi flessibili e offrire una maggior varietà di soluzioni per rispondere alle esigenze delle grandi aziende: così oggi nel Comense non si trova più solo la seta di lusso ma anche tessili sintetici o seta a buon mercato. A questo stesso spostamento da globale a locale si collega anche la tendenza che lei annuncia per il periodo 2010-2050: la Fattoria del Futuro. Stiamo per entrare in un periodo di enorme cambiamento, in cui ogni aspetto della nostra esistenza sarà – di nuovo, come un tempo, ma con i vantaggi della tecnologia – ispirato dalla natura. Le città produrranno cibo per le masse urbane, nelle fattorie verticali, mentre le realtà agricole in campagna si dedicheranno a prodotti creativi e di nicchia, utilizzando le zone meno fertili per la produzione di energie alternative. Nell’immaginario collettivo la realtà rurale diventerà sinonimo di valori, onestà, autenticità, creatività, capacità di far nascere qualcosa dal nulla. Come si tradurrà tutto questo in termini di stile nel design e nella moda? Come nel XVIII secolo ci fu una reazione alla serializzazione industriale in Inghilterra, e la nascita del movimento degli Arts &amp; Crafts, così anche oggi la gente vuole soluzioni appositamente create per sé, coniate su misura del proprio desiderio. La sensazione che una mano d’uomo abbia contribuito alla realizzazione di un pezzo gli conferisce un’aura speciale. Chiaramente, la produzione industriale continuerà ma si trasformerà in una sorta di “lusso basico”: oggetti e abiti a basso costo ma realizzati con attenzione e gusto. I materiali umili – quelli legati all’immaginario della vita rurale – spopoleranno: metallo spazzolato, cemento grezzo, legno sbiancato, ceramica non glossy daranno vita a un design che apparentemente guarda a un passato lontano ma è in realtà avanguardista e mescola sapientemente manualità e tecnologia. Il design sarà sempre sostenibile, grazie anche all’uso di materiali biosintetici e alla creazione di oggetti superleggeri e trasparenti con strutture a honeycomb. Ovunque, sarà necessario essere esperti in narrazione: la gente, alla ricerca di autenticità, vorrà oggetti e tessili che emanano i sapori e i profumi di una vita straordinaria: il tessile sarà sempre più stratificato, variegato, tridimensionale; i colori saranno stranamente acidi e riprenderanno tonalità rubate al mondo vegetale. Allo stesso tempo si farà un grande uso della tecnologia: dalle fibre ottiche sui tessili e sulle superfici degli interior all’uso sempre più diffuso della prototipazione rapida per ottenere forme inusuali e organiche sempre più ardite e di interfacce intelligenti che ci permetteranno di influenzare i nostri interior a seconda della luce, della temperatura o del suono. Gli imbottiti si copriranno di pelliccia e pelle a cavallo tra primitivismo ed eleganza mentre il legno bianco naturale si mescolerà sapientemente a delicati colori dipinti a mano. Possiamo allora ipotizzare che il made in Italy, che da sempre ha una forte carica “nazionale” e un forte artigianato locale – penso anche al food – sia in qualche modo avvantaggiato in questo nuovo status quo? In teoria sì perché gli skills artigianali, per ora, in Italia ancora ci sono. Purtroppo però il livello dell’educazione nel settore del progetto e della moda, fatte poche eccezioni, in Italia non è alto, e i nuovi talenti non sono sostenuti come in altri Paesi. C’è una grande americanizzazione del Paese, anche sostenuta da una tv spazzatura che impera e ha effetti negativi sull’italianità intesa come senso innato del bello. Dall’altro lato, sostenere l’italianità non significa, come invece purtroppo accade, chiudersi allo straniero. È assolutamente necessario che, per crescere, l’Italia comprenda e accetti le migrazioni di massa e ne tragga tutti i possibili vantaggi a livello di interscambio culturale, estetico e di gusto. La capacità di aprirsi e accettare il nuovo sarà la chiave del futuro successo del made in Italy.]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 15:07:05</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Piero Ambrogio Busnelli</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,80,intIssueID,337,intItemID,351,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Gilda Bojardi</strong> e <strong>Maddalena Padovani</strong><br />
Foto di <strong>Andrea Ferrari</strong><br />&nbsp;di <strong>Gilda Bojardi</strong> e <strong>Maddalena Padovani</strong><br />
Foto di <strong>Andrea Ferrari</strong>&nbsp;Il sogno di una vita, il coronamento di una grande passione per il mare. Ma anche un’occasione per rivoluzionare il classico stile marinaro e trasferire a bordo il gusto e l’innovazione del miglior design italiano. Così Piero Ambrogio Busnelli, il fondatore di B&amp;B Italia, aveva concepito il suo Pab, uno yacht a motore di 31,5 metri realizzato nel 2003 da Cnl su progetto di Ivana Porfiri. Una barca che ai tempi fece scalpore, per le sue inedite soluzioni architettoniche e i suoi interni minimalisti, e che oggi torna a nuova vita dopo un incendio. Di questo progetto, simbolo di una ricerca a 360 gradi sulla contemporaneità, parlano il noto imprenditore e il figlio Giorgio, protagonisti di altre importanti invenzioni di prodotto in tema di barche e navi<br />
<br />
<strong>Cosa rappresenta il Pab per Piero Ambrogio Busnelli? </strong><br />
<strong>Piero Ambrogio Busnelli:</strong> “Una pacchia. Il piacere di vivere il mare, ma anche il coronamento di un sogno: quello di avere una barca tutta mia dopo una lunga serie di imbarcazioni comperate sempre di seconda mano. Mi ricordo la prima, acquistata nel 1970: una barca americana a benzina di 10 metri. Poi è stata la volta di varie imbarcazioni da pesca, via via più lunghe ma sempre di seconda mano”. <br />
<strong>Giorgio Busnelli:</strong> “Il Pab è una delle prime barche concepite e realizzate con il desiderio di prendere le distanze dal classico stile marinaro, fatto di boiserie, radiche, ottoni lucidi e arredi opulenti, che fino a poco fa caratterizzava tutte le barche. Ogni volta che le visitavamo durante il Salone nautico di Genova ci chiedevamo: possibile che gli armatori, tante volte personaggi di comprovata intelligenza e cultura, non abbiano mai pensato di coinvolgere architetti e designer per fare qualcosa di diverso, in linea con un’atmosfera più moderna, leggera e marina? Questo è l’importante principio che papà ha voluto sviluppare con il progetto di Ivana Porfiri. Ancora mi ricordo le lunghe discussioni della progettista con il cantiere, a cui chiedeva di andare oltre i limiti convenzionali per allargare le aperture della barca e rendere più forte e percepibile il rapporto con il mare. E poi le soluzioni d’arredo e le finiture che papà aveva sempre sognato, come il pavimento in palissandro India realizzato con gli ultimi tronchi prima che venisse bloccata l’esportazione di questo legno pregiato”.<br />
<br />
<strong>In generale, cosa rappresenta per la famiglia Busnelli la barca: una casa galleggiante o un mezzo per vivere e affrontare il mare, magari anche in velocità? </strong><br />
<strong>P.A.B. </strong>“Per diversi anni ho legato la barca alla mia passione per la pesca. Delle ultime imbarcazioni ho invece apprezzato soprattutto la funzione di mezzo di trasporto, la possibilità che mi offrivano di fare le vacanze in modo itinerante, di vedere mari, luoghi, nature e colori ogni volta diversi. Non sono una persona stanziale; mi è sempre piaciuto visitare e conoscere posti nuovi. Per cui il mio modo di vivere la barca è sempre stato molto diverso da quello che adesso associa allo yacht la funzione di casa galleggiante quasi fissa”. <br />
<br />
<strong>Quali scelte progettuali ha seguito Ivana Porfiri per il restyling del Pab? </strong><br />
<strong>G.B.</strong> “Dopo l’incendio la barca è stata completamente svuotata, fatta eccezione per i motori. Abbiamo tuttavia scelto di mantenere lo straordinario concetto con cui era stata realizzata nel 2003, quello dell’involucro continuo avvolgente, omogeneo alla struttura portante dello scafo e della sovrastruttura, che azzera gli spigoli di pareti, soffitto e la consueta divisione in pannellature delle superfici. Abbiamo operato solo qualche piccola modifica a livello di materiali, colori ed elementi d’arredo, cercando di dare un po’ più di calore all’immagine iniziale. Il cuoio testa di moro ha preso il posto del cuoio bianco, e la finitura a foglia d’argento è stata sostituita da quella d’oro bianco, trattata in modo da assumere un aspetto percettivo più materico”. P. A.B. “Il progetto di Ivana Porfiri era così forte e straordinario che in tanti lo hanno preso d’esempio e copiato da subito”. <br />
<br />
<strong>Il trasferimento a bordo di arredi progettati per stare sulla terra ferma ha creato qualche difficoltà? </strong><br />
<strong>G.B.</strong> “Il grande problema tecnico di tutte le imbarcazioni è quello del peso: meno peso si colloca nella parte superiore, più stabilità e velocità ha la barca. A questo si aggiunge il problema dell’ossidazione, che in alternativa ai materiali ferrosi suggerisce l’uso dei multistrati superleggeri o quello dell’alluminio. Non parlo certo delle navi da crociera, che sono così grandi, stabili e stagne da permettere l’utilizzo di qualsiasi materiale ed elemento d’arredo, quanto dei motoryacht che prevedono invece un rapporto più stretto con l’aria, il sole,l’acqua e la salsedine. Per gli imbottiti destinati ai fly bridge, che devono tenere conto del contatto con l’acqua, abbiamo avuto modo di sviluppare assieme alla Bayer una ricerca su uno speciale poliuretano, composto da cellule molto aperte che lasciano passare e fuoriuscire l’acqua. È stata l’occasione per fare un po’ di ricerca e innovazione in un ambito, quello dell’industria degli arredi per la nautica, in cui di innovazione ce n’è solitamente molto poca”.<br />
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<strong>La B&amp;B Italia ha dato vita, nel 1990, a una divisione interamente dedicata al progetto e alla realizzazione di arredi per le navi da crociera: la B&amp;B Italia Marine. Come è nata e come si è evoluta questa iniziativa imprenditoriale? </strong><br />
<strong>G.B.</strong> “Era nata dalla costante voglia di papà di intraprendere nuove sfide. In questo caso, quella di fare del design lo strumento per ridisegnare l’immagine degli interni delle navi. Era la fine degli anni ’80 e il mondo del progetto sembrava ripiegarsi su se stesso, volgendo verso i temi della memoria. Deluso e scoraggiato da questo clima, papà un giorno incontra per caso a Portofino Pierluigi Cerri che gli propone di prendere parte a un’importante impresa: il progetto della linea e degli interni di due navi da crociera Costa. Non ci pensa due volte e decide di buttarsi in una nuova avventura, un nuovo territorio progettuale in cui tutto era ancora da inventare”. <br />
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<strong>Questa avventura è segnata da una grande invenzione da parte di B&amp;B Italia Marine: l’Hsp, un pannello che rivoluzionava il modo di realizzare le compartimentazioni interne delle navi da crociera Costa. </strong><br />
<strong>G.B.</strong> “Ogni volta che papà affrontava una nuova sfida lo faceva con l’idea di apportare un’innovazione e di conquistare così una posizione di eccellenza. Da una ricerca era emersa un’azienda di Arcola, vicino a La Spezia, che produceva componenti per i sottomarini. L’idea fu quella di acquisire questa azienda e convogliare il suo know-how tecnologico nella realizzazione di un prodotto innovativo, un pannello in honeycomb di alluminio, che rispetto a quelli presenti sul mercato era molto più leggero e ignifugo. Un altro fattore lo rendeva particolarmente competitivo per gli allestimenti delle cabine delle navi: veniva realizzato in dimensioni molto più grandi, 2,70 x 4,50 metri contro i 90 cm di larghezza dei pannelli tradizionali in lamiera piegata con interno di lana di roccia. Questo voleva dire che per la realizzazione di una cabina standard occorrevano solo cinque pannelli, uno per ciascun lato; l’assenza di giunture garantiva, ovviamente, un miglior risultato anche dal punto di vista estetico. Si è trattato di un forte vantaggio competitivo che per tanti anni ha fatto la forza della B&amp;B Italia Marine”. <br />
<br />
<strong>Cosa è successo in seguito? </strong><br />
<strong>G.B.</strong> “È successo che il grande boom delle crociere ha rivoluzionato gli assetti e le dinamiche del settore, che oggi è nelle mani di poche e grandi società americane. Questo ha determinato il passaggio a una ‘produzione di grande serie’: non più una nave alla volta, ma quattro o cinque assieme, con un inevitabile crollo dei prezzi legato a numeri sempre più elevati e a una competizione sempre più allargata. Il pannello Hsp è diventato così troppo caro, per quanto ancora insuperato sul piano prestazionale. Oggi abbiamo dismesso la sua produzione, ma assieme a una società partner realizziamo un nuovo pannello in lastra di acciaio e lana di roccia. Continuiamo a costruire cabine, ma con un materiale diverso”.<br />]]></description>
		<pubDate>2008-10-23 12:41:37</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Onda Verde</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,79,intIssueID,337,intItemID,350,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Testo di <strong>Michelangelo Giombini</strong><br />&nbsp;Testo di <strong>Michelangelo Giombini</strong>&nbsp;...l’armatore può decidere di navigare nel totale rispetto della natura, senza emissioni inquinanti e in assoluto silenzio...    La nautica è fatta di tradizione marinara, tecnologia e lusso. Ma oggi la tendenza è soprattutto verde. La new wave del settore, tra i più importanti in Italia per crescita e fatturati, è la ricerca di un’imbarcazione a zero emissioni, che consumi e inquini il meno possibile nel pieno rispetto del mare in cui si naviga e dell’ambiente. A spingere una gran parte dei cantieri e i rispettivi centri di ricerca a prendere in esame soluzioni non tradizionali per alimentare le proprie barche sono stati i provvedimenti sempre più frequenti delle istituzioni che regolano il transito delle imbarcazioni negli ecosistemi più minacciati dalla Nella pagina accanto, immagini dello sviluppo tecnico della carena transplanante Fer.Wey (Ferretti Wave Efficient Yacht), studiata dal centro di ricerca Advanced Yacht Technology di Ferretti guidato da Andrea Frabetti, in collaborazione con lo Studio Zuccon International Project: studi tridimensionali, prove in vasca e simulazioni fluidodinamiche. In questa pagina, un rendering del Mochi Craft Long Range 23. navigazione da diporto e, ultimamente, il caro petrolio che ha destato preoccupazione anche tra i grandi costruttori e gli armatori “paperoni”. L’argomento è di grande attualità nei saloni nautici autunnali ma il ghiaccio era già stato rotto lo scorso luglio a Milano, quando Norberto Ferretti ha presentato il nuovo Long Range 23 di Mochi Craft in occasione del riconoscimento Green Star Clean Energy – Clean Propulsion, la nuova certificazione rilasciata dal Registro italiano navale Rina. Si tratta di un’imbarcazione a tre ponti di settantacinque piedi e dotata di un sistema di propulsione ibrido diesel – elettrico che le permette di navigare senza utilizzare i motori a combustione interna e di generare l’energia elettrica necessaria per il funzionamento delle apparecchiature di bordo. Il cosiddetto Zero Emission Mode consente di gestire l’imbarcazione in cinque modalità diverse che combinano motore diesel, motore elettrico, invertitore, batterie e generatore. In pratica l’armatore può decidere di navigare nel totale rispetto della natura, senza emissioni inquinanti e in assoluto silenzio, e di utilizzare tutte le funzioni elettriche dell’imbarcazione. Di entrare e uscire dal porto senza bruciare carburante o emettere fumo. La seconda innovazione introdotta dal Long Range 23 è un nuovo tipo di carena definito trans-planante che è stata studiata per essere più efficiente di quelle plananti e dislocanti nelle medie velocità (venti nodi), con doti eccellenti di stabilità e resistenza al rollio, cruccio degli scafi dislocanti. La particolare forma dello scafo, che presenta due tunnel longitudinali che proteggono le eliche e una base orizzontale che culmina col bulbo prodiero, consente all’imbarcazione di adagiarsi sui fondi sabbiosi in situazione di bassa marea. Le soluzioni di compartimentazione rendono il Long Range 23 particolarmente adatto alle lunghe navigazioni con ambienti confortevoli e ben rifiniti con essenze pregiate di teak e rovere e tessuti naturali. Il salone di 42 metri quadrati con living e dinette rialzata è vetrato su ogni lato e si affaccia sull’ampio pozzetto attraverso un vetrata abbattibile: da cui si accede al ponte panoramico con timoneria superequipaggiata e al flybridge, dove troviamo la seconda stazione di pilotaggio e un grande prendisole. Il livello sottocoperta prevede, nel layout standard a tre cabine, la cabina armatoriale in posizione centrale con grandi finestre su entrambe le murate, da cui si accede alla cabina armadio e al bagno. La cabina di prua è dotata di un’ampia cabina armadio e di bagno privato e la terza cabina, con due letti a L e bagno, è posizionata a dritta: gli spazi residui sono sfruttati per storage e cambusa supplementari, funzioni particolarmente indicate per le lunghe percorrenze.<br />]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 12:52:31</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Fun Boats</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,78,intIssueID,337,intItemID,348,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Testo di <strong>Michelangelo Giombini</strong><br />&nbsp;Testo di <strong>Michelangelo Giombini</strong>&nbsp;Ai tempi in cui la barca era un privilegio riservato a pochissimi, gli equipaggi degli yacht si dilettavano sfidandosi in regata con piccoli dinghy in legno. Oggi quando si lascia il comfort del ponte di un lussuoso megayacht le possibilità di divertirsi in mare sono numerose, per uno spasso altrettanto esclusivo e dal contenuto altamente tecnologico.<br />]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 13:36:38</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Outdoor Living</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,77,intIssueID,337,intItemID,347,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[A cura di <strong>Veronica Pini</strong><br />
Testo introduttivo di <strong>Silvia Piardi</strong><br />&nbsp;A cura di <strong>Veronica Pini</strong><br />
Testo introduttivo di <strong>Silvia Piardi</strong>&nbsp;Vivere pienamente lo spazio all’esterno, appropriarsi di superfici dalle quali godere ancor più del vento e del mare. Vuol dire attrezzare ponti, deck, tughe, pozzetti, flying bridges di arredi confortevoli e funzionali al relax all’aria aperta. Ma anche affrontare un’impegnativa sfida tecnica legata alle peculiarità dell’habitat marino: l’esposizione costante al sole, la salsedine, le intemperie. A cui si aggiunge un dato importante: in barca non si è mai fermi.  La differenza tra gli esterni di case, che si chiamano giardini, terrazze, dehors, e gli esterni delle barche, che si chiamano ponti, coperta, pozzetto, passavanti, ecc., è che gli esterni delle case stanno fermi, e quelli delle barche si muovono. A volte anche molto. A volte il loro movimento provoca non pochi problemi. Gli esterni di barche si possono classificare in relazione alle loro dimensioni (quanto spazio per quante persone), alla velocità del mezzo, che definisce la velocità dell’aria e il tipo di movimento, alla localizzazione (a prua, a poppa, sulle murate, su quale ponte). La grandezza del mezzo, il tipo di propulsione e le condizioni del mare definiscono importanti elementi del progetto degli esterni, come pure la luce e l’ombra, il caldo e il freddo, l’asciutto e il bagnato. Sole, aria, spruzzi possono diventare sgradevoli: così gli spazi esterni si coprono, si chiudono, si proteggono e tendono a diventare interni. Tendalini, bimini, hard deck, paraspruzzi, protezioni e coperture disegnano ambienti ibridi tra interno ed esterno. Il progetto degli spazi esterni dipende anche dalle preferenze e dalla filosofia che caratterizza chi va a vela e chi va a motore. Chi va a vela guarda avanti, sta nel pozzetto al riparo, ma la tensione è verso prua. Chi va a motore – a parte chi ha la responsabilità della conduzione – guarda a poppa, apprezza la bellezza della scia e la velocità. Oppure è fermo in banchina o alla fonda. E se fa caldo sta sottocoperta nella frescura dell’aria condizionata. Poi arriva la forma: geometrie quasi stabili su barche a motore, geometrie variabili su barche a vela. Nelle barche a vela ogni zona dell’opera morta ha un nome che ne definisce una o più funzioni: lo spazio principe è il pozzetto, dove si accentrano sia le operazioni di conduzione della barca (timone, strumenti, regolazioni) sia quelle di socialità (stare insieme, consumare pasti, guardare le stelle). Sulle barche più grandi i pozzetti possono essere più d’uno, ma sempre conservano l’idea dello spazio concluso, accogliente. Sulle murate si sta in regata, a poppa e a prua per le manovre. L’arredo è quasi completamente integrato allo scafo e deve sostenere l’inclinazione dovuta alle andature non portanti. Barche sempre più grandi e sempre più larghe permettono qualche eccezione alla regola, ma in fondo chi va in barca a vela ha sempre presente l’America’ s Cup, e vuole esterni puliti, filanti, performanti. Poche concessioni al superfluo, una estetica tendenzialmente estesa all’abbigliamento: tutti vestiti uguali a bordo, come tanti bravi marinaretti. Dal 1995 con Genie of the Lamp (German Freres e Tommaso Spadolini), con il Virtuelle di Vallicelli e Starck, poi ancora con le ultime creazioni Wally, il design di coperta tende a nascondere tutte le attrezzature per le manovre. Odile Decq lavora sulla coperta in teak come fosse un tessuto, in grado di modellarsi. Le attrezzature per la vita all’esterno sono quindi sobrie, cuscini, mobili pieghevoli, grande flessibilità nell’uso. Diverso il discorso per le barche a motore, in cui dimensioni e geometrie permettono arredi molto più ‘terrestri’, dove il design può contribuire a quella rivoluzione del gusto cui stiamo in questi anni assistendo. Oltre agli arredi si vedono attrezzature per il fitness, hot tube, piscine e la possibilità di svolgere più attività, senza arrivare alle tendenze più estreme, dove le dimensioni dei ponti permettono di proporre quasi un design del paesaggio, che integra – come abbiamo visto su Peninsula di Wally Yacht, 109 metri – il verde come in un nuovo giardino pensile. Nella relazione conflittuale tra naturale e artificiale si progettano barche sempre più autocentrate, sempre più mondo concluso e indipendente. Ma la nostalgia per la terra si porta a bordo, anche solo con una pianta verde. Memoria del giardinetto e delle piante di limone a bordo degli antichi velieri?<br />]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 12:44:13</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Tra Interno ed Esterno</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,75,intIssueID,337,intItemID,345,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[testo di <strong>Francesca Lanz</strong><br />&nbsp;testo di <strong>Francesca Lanz</strong>&nbsp;Il rapporto architettonico tra dentro e fuori diventa cruciale di un nuovo modo di intendere e approcciare lo yacht design. Attraverso vetrate, terrazze e nuove soluzioni distributive, gli spazi delle barche si aprono sempre più verso l’ambiente circostante, attribuendo nuovi significati sociali e conviviali all’andar per mare.   Le barche sono sempre meno mezzi di trasporto, sport o esplorazione e sempre più status symbol, luogo di rappresentanza e socialità. È quindi inevitabile che gli spazi sopra e sottocoperta subiscano sostanziali modifiche sul piano tecnico e funzionale. Un fattore determinante per questa evoluzione è il maggior controllo delle caratteristiche dei materiali in uso e l’introduzione di tecnologie e materiali sempre più avanzati: vetri strutturali, materiali compositi, sistemi idraulici, impianti di domotica rendono possibili nuovi modi di vivere la barca. Così gli interni non sono più involucri protettivi, caratterizzati da soluzioni e impostazioni prelevate dall’architettura di terra con lo scopo di evocare sicurezza e comfort. I piccoli oblò, progettati in origine per aerare gli ambienti interni, diventano ampie aperture per dialogare con il mare e il cielo. Scafo e sovrastrutture vengono tagliati da grandi vetrate, mentre pareti sempre più trasparenti e leggere consentono di mettere gli interni e l’uomo in dialogo con il mare e la natura. Il rapporto tra spazi interni ed esterni diventa cruciale del nuovo modo di intendere e approcciare lo yacht design. Le conseguenze sono considerevoli e la rivoluzione iniziata sui superyacht più prestigiosi sta progressivamente influenzando anche la produzione di più piccola taglia. Sui motoyacht, le parti esterne che hanno subito maggiori trasformazioni sono la zona poppiera e il flybridge. La prima si è lentamente scomposta aprendosi verso il mare, diventando principalmente un luogo di rappresentanza, un’area di soggiorno dove l’esterno fluisce nell’interno. Il fly è diventato uno spazio sempre più flessibile, luogo di vita e socializzazione dotato di ogni comfort e attrezzatura, dal barbecue alla vasca idromassaggio. Nelle barche a vela, invece, il distacco dai riferimenti più tipici dello yachting può essere individuato nei layout esterni. La ricerca spinta di automazione delle manovre, legata al desiderio di eliminare lo sforzo fisico e alla necessità di diminuire il numero dei membri dell’equipaggio, permette di abbandonare lo schema strettamente collegato all’ergonomia delle manovre e consente di creare zone separate per passeggeri ed equipaggio. Contemporaneamente, spazi di soggiorno più informali e privati vengono attrezzati anche nelle aree di prua, diventate sempre più spaziose sui ponti superiori grazie allo sfruttamento dei ponti bassi per l’organizzazione delle zone hangar e di servizio. Le attività all’aperto diventano così più importanti e articolate e gli spazi esterni, prima dotati di arredi fissi integrati, assumono la forma di piante libere variamente organizzate con arredi modulari secondo le necessità, come una sorta di open space flessibile predisposto per ospitare eventi e ospiti sempre diversi. Anche la distribuzione interna cambia. Lo schema classico, con la cabina armatoriale posizionata al centro della barca in corrispondenza della zona più larga, penalizza infatti la vista del mare in navigazione. Le soluzioni più nuove cercano quindi di riportare gli spazi notte più importanti verso le zone prodiere, dotandole di ampie e suggestive vetrate (come quelle ideate da Stefano Righini per Azimut) fino a introdurre vere e proprie terrazze panoramiche proiettate verso il mare, come nel progetto di Francesco Paszkowski per il Sanlorenzo 40 Alloy. A rendere evidente questa vera e propria rivoluzione progettuale sono numerosi dettagli funzionali ed estetici: interni dalle pareti smaterializzate che dialogano direttamente con cielo e mare; esterni coperti da tendalini e hard top mobili, attrezzati con bar, cucina, divani e tavoli: veri e propri salotti all’aperto. E ancora, terrazze, zone di filtro, passaggi, spazi multifunzionali... Luoghi ibridi tra interno ed esterno, con caratteristiche e un’identità ancora tutta da esplorare e progettare. Il processo di apertura non sembra infatti essere arrivato al suo traguardo finale, come testimonia la persistenza di una frattura percettiva e concettuale tra lo scafo, le zone esterne e l’ambiente interno, attribuibile fondamentalmente a una certa inerzia di apertura degli spazi interni nei confronti dell’innovazione tecnologica e dell’utilizzo di nuovi materiali. Non mancano tuttavia i designer che già si sono cimentati in questo tipo di ricerca, raggiungendo innovativi e originali risultati progettuali. Ne sono esempi eloquenti i ponti immacolati dei Wally di Luca Brenta, che dedicano ampie superfici agli ospiti e al loro comfort senza penalizzare le prestazioni sportive delle imbarcazioni. O il progetto di Claudio Lazzarini e Carl Pickering del Wally Power 118, in cui gli spazi esterni e gli spazi interni si fondono senza soluzione di continuità grazie ad ampie superfici vetrate e arredi flessibili movimentati da sistemi idraulici. Anche la scelta dei materiali interni è influenzata dalla ricerca di una nuova apertura verso l’esterno: le sperimentazioni di Ivana Porfiri sulla luce naturale coinvolgono anche le finiture interne, il loro rapporto con un contesto, come quello marino, in continuo mutamento di orizzonti, panorami, illuminazione, colori e portano all’introduzione a bordo di nuovi materiali come metalli e tessuti speciali. Sono questi esempi della definizione di un nuovo rapporto architettonico tra dentro e fuori, tra spazio interno e spazio esterno delle imbarcazioni, che già hanno segnato un nuovo, importante capitolo del progetto nautico.<br />]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 12:31:24</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>FY80 Ikaika<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,337,intItemID,343,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Progetto di <strong>Felci Yachts </strong><br />
Foto di <strong>Officina Luce </strong><br />
Testo di <strong>Michelangelo Giombini</strong>&nbsp;Progetto di <strong>Felci Yachts </strong><br />
Foto di <strong>Officina Luce </strong><br />
Testo di <strong>Michelangelo Giombini</strong>&nbsp;<strong>FELCI YACHTS FY 80 </strong><br />
<br />
<strong>Lunghezza fuori tutto</strong> 23,99 m <br />
<strong>Larghezza massima</strong> 6,00 m <br />
<strong>Motorizzazioni</strong> Cummins 260 Cv <br />
<strong>Velocità max a motore</strong> 11 nodi <br />
<strong>Carena </strong>sandwich vetro-kevlar con rinforzi in carbonio <br />
<strong>Architettura navale e progetto interni</strong> Felci Yachts <br />
<strong>Cantiere</strong> Adria Sail - Fano Il disegno sottile e filante del FY80 accomuna l’Ikaika (significa ‘forte’ in hawaiano) ad altri fast cruiser disegnati dal team di Umberto Felci che per questo ventiquattro metri ha però scelto di realizzare una soluzione a raised saloon in modo da mantenere a un livello più elevato i paglioli del quadrato e sfruttare una maggiore superficie vetrata attorno alla tuga. La colorazione bronzo ‘tramonto’ della carena non è inedita ma senza dubbio aggiunge un ulteriore tocco d’eleganza alla linea pulita e aggressiva del veliero, caratterizzato da una prua verticale sull’acqua e da murate praticamente dritte interrotte da due piccoli oblò, con un baglio molto contenuto e lo sbalzo di poppa che slancia l’intero scafo alzandosi leggermente sulla superficie del mare. Il volume del deck saloon è basso e aggressivo sul ponte e si estende nel senso della lunghezza con due montanti strutturali, che emergono dalla coperta in teak senza disturbare la linea generale della barca e il sistema degli spazi di coperta, collegando la tuga con il pozzetto di manovra e quello riservato agli ospiti, ampio e attrezzato con un tavolo telescopico, sedute e paramare. La dinette rialzata è ampia e luminosa e vi si accede direttamente dal pozzetto degli ospiti scendendo una scaletta di tre gradini realizzata con un'unica lastra di policarbonato trasparente piegata a caldo. La sensazione di continuità tra esterno e interno è accresciuta dalla fascia perimetrale di finestre, coperta con pellicole protettive che danno continuità al colore dello scafo e filtrano i raggi ultravioletti. L’elemento materico predominante è la pelle, di cui sono rivestiti i divani con struttura a vista di ebano macassato e i pavimenti che trasmettono a ogni passo una sensazione di soffice comfort. Osservando il volume interno del FY80 è evidente come le linee di carena disegnate dall’idrodinamica abbiano contribuito a fissare la compartimentazione del volume interno definendo superfici di suddivisione dello spazio a doppia curvatura e forme avvolgenti e suggestive che conducono attraverso gli ambienti interni. Procedendo verso prua si raggiungono le cabine armatoriali gemelle, ciascuna dotata di bagno, mentre a poppa trovano spazio la cabina ospiti, il blocco geometrico della cucina in inox, realizzata in collaborazione con Bulthaup e, a fine barca, la zona operativa per la navigazione con due cabine e il carteggio. Il progetto illuminotecnico è curato sia in coperta che all’interno della barca dove gli apparecchi a led creano scenari luminosi delicati e suggestivi diffondendo la luce sui materiali di finitura con diversi effetti. Il basso rilievo della falchetta incorpora l’illuminazione del ponte in teak, libero da ingombri e manovre, e i punti luminosi ricavati sulla parte inferiore del boma rischiarano la zona del pozzetto. Nella dinette gli apparecchi a led sono montati a soffitto e in murata: l’illuminazione nascosta sotto le sedute e i letti contribuisce a realizzare l’illuminazione indiretta dell’ambiente creando un effetto di leggerezza e sospensione dell’allestimento.<br />]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 12:06:40</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Canados<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,337,intItemID,342,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Progetto di <strong>Luiz De Basto/Salvagni Architetti </strong><br />
Testo di <strong>Decio G. R. Carugati</strong>&nbsp;Progetto di <strong>Luiz De Basto/Salvagni Architetti </strong><br />
Testo di <strong>Decio G. R. Carugati</strong>&nbsp;<strong>CANADOS 90’</strong> <br />
<br />
<strong>Lunghezza fuori tutto </strong>27,45 m <br />
<strong>Larghezza massima</strong> 6,30 m <br />
<strong>Motorizzazioni</strong> MTU 16V 2000 M93 2x2400 hp <br />
<strong>Velocità di crociera</strong> 39 nodi <br />
<strong>Velocità max</strong> 47 nodi <br />
<strong>Carena</strong> Studio Sydac – Genova <br />
<strong>Linee esterne, compartimentazione interna</strong> Luiz De Basto <br />
<strong>Interni</strong> Achille Salvagni <br />
<strong>Cantiere</strong> Canados <br />
Di Luiz De Basto, architetto portoghese, le linee esterne e la compartimentazione degli spazi abitabili, dello studio Sydac di Genova il disegno della carena. Canados 90’, open dell’omonimo cantiere romano, si qualifica all’impatto, nello sviluppo formale di insieme, performante configurazione di intrinseco potenziale dinamico. Una fascia di colore antracite da poppa rastrema a pruavia, cinge e distingue le murate mentre, in tonalità grigio chiaro, figura l’intera imbarcazione realizzata, per infusione, in composito. Il parabrezza risale dal fronte plancia, si allunga, incocca e comprende l’hard top che si apre a stadi a comando elettrico. L’andamento curvilineo dei vetri laterali, parabole ellittiche, accentua ulteriormente lo slancio della tuga. “La compartimentazione della barca” commenta Achille Salvagni, dello Studio Salvagni Architetti di Roma, responsabile dell’allestimento interno, “risultava realizzata secondo un impianto classico: cabine doppie a murata di dritta e di sinistra, vip a prua e armatoriale al centro, a tutto baglio. Ecco come, se da un lato la configurazione degli spazi si presentava tradizionale, dall’altro la richiesta dell’armatore di considerare la destinazione d’uso della barca di massima riservata a una frequentazione diurna – partenza il mattino rientro a sera – apriva a soluzioni di interesse ideativo. Innanzitutto la possibilità di rendere il salone uno spazio continuo, dalla timoneria alla porta scorrevole di poppa, quando quest’ultima generalmente viene lasciata aperta, ponendo in diretta contiguità la zona pranzo all’esterno. Sottocoperta la cucina, due cabine, bagno e lavanderia costituiscono l’ambito riservato all’equipaggio, ai confini della sala motori. Improntato al puro relax, il grande open space accoglie un sociale che predilige la conversazione, l’ascolto della musica, la lettura, nel pieno comfort delle cuscinature, delle sedute profonde dei comodi imbottiti. Per accentuare il senso di corrispondenza esterno-interno, le tavole di teak, che costituiscono il calpestabile, declinate nelle tre sezioni 6 – 12 – 24 nel sottotuga, proseguono allineate alla misura inferiore nella zona poppiera prendisole...”. Fittizio diaframma, tra la plancia di comando e il main deck, un mobile cela e fuoriesce a comando elettrico lo schermo piatto tv. Massima la cura dei dettagli, la scelta dei materiali che suscitano sensazioni opposte, di estrema morbidezza o di maggiore rigidità. Così nel lower deck, cui si accede da una scala posta a sinistra della timoneria, dove i gradini risultano in alzata bianco laccati e in pedata di legno ebano con intarsi antisdrucciolo in acciaio, tutti i componenti statici strutturali sono laccati opachi, mentre lucidi sono quelli che si muovono: ante, porte, eccetera. “Nessun oggetto appoggia in modo diretto” precisa Salvagni. “Esemplare la suite armatoriale che vede il letto, la testata, i mobili tutti galleggiare come sospesi su fili di luce sprigionata da led opportunamente disposti. Nei bagni il travertino di falda, volutamente lasciato a poro aperto, accosta pareti di color beige Cina, tra l’avorio e il grigio polvere. La pavimentazione delle cabine è integralmente realizzata in bambù. I rotoli vengono tagliati a misura e semplicemente posati sul materassino fonoassorbente che li distanzia dal paiolo di legno. Tale sistema consente altresì di posizionare le botole per l’ispezione dello spazio sottostante senza che il segno appaia in superficie. Quanto al criterio di illuminazione della barca tutta, rispecchia le esperienze maturate nei confronti del residenziale, ché le unità, in particolare quelle di dimensioni superiori, utilizzano sempre più spesso gli stessi elementi funzionali scelti per le dimore più lussuose. Non a caso anche in questo 90’ gli imbottiti sono di produzione seriale, sia pure adattati alle condizioni di impiego, e così la cucina con sofisticati elettrodomestici da incasso...”. Nella vista di poppa, come di consueto, due scalette simmetriche collegano la zona prendisole soprastante alla spiaggetta prospiciente il garage dove alloggiano il tender e la moto d’acqua. In quella laterale, la battagliola delimita i passavanti e consente di raggiungere in piena sicurezza il prendisole prodiero.<br />]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 12:05:50</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Come una Nave<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,13,intIssueID,337,intItemID,341,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[Progetto di <strong>Tom Kundig/Olson</strong><br />
Sundberg <strong>Kundig Allen Architect </strong><br />
Foto di <strong>Benjamin Benschneider </strong><br />
Testo di <strong>Francesco Vertunni</strong>&nbsp;Progetto di <strong>Tom Kundig/Olson</strong><br />
Sundberg <strong>Kundig Allen Architect </strong><br />
Foto di <strong>Benjamin Benschneider </strong><br />
Testo di <strong>Francesco Vertunni</strong>&nbsp;...i meccanismi sono componenti importanti del progetto...   Una certa macchinolatria, un sapore compositivo che all’architettura lega l’invenzione meccanica e che traduce gli spazi abitati in piccole machine à habiter, caratterizza la ricerca progettuale di Tom Kundig dello studio Olson, Sundberg Kundig Allen Architect di Seattle. Come in altre realizzazioni i meccanismi attivati per aprire e chiudere, ruotare e inclinare (finestre, porte, porzioni di pareti e di facciata) diventano componenti importanti del progetto, modalità esibite in chiave anche estetica che uniscono gli elementi meccanici alle pareti, diventando parti architettoniche compiute. In questo caso, la casa per vacanze calata sul bordo del lago, quasi ‘ormeggiata’ sulla sponda, offre una facciata completamente vetrata a tutt’altezza che fa da contrappunto alle pareti ‘piene’ in blocchetti di cemento grigio che caratterizzano gli altri lati della costruzione rivolti verso la foresta intorno. Il fronte trasparente diventa occasione per disegnare una griglia metallica di ferro brunito, volutamente lasciato nella finitura grezza, propria della carpenteria. La facciata, grazie a un sistema di pulegge e carrucole, attivate a mano, si apre quasi totalmente verso il lago ruotando su un perno orizzontale posto in mezzeria, per diventare un soffitto temporaneo che unisce interno ed esterno, spingendosi nel soggiorno e uscendo a coprire il deck con piccola piscina che anticipa il lago. Visivamente la sensazione che si offre dal soggiorno è di continuità diretta tra pavimento e specchio lacustre, quasi che la casa, come una nave, fosse sospesa sull’acqua, aperta con una paratia mobile verso il paesaggio. All’interno ogni spazio della casa si proietta verso il lago. Il grande soggiorno-pranzo a doppia altezza del piano terreno è segnato da un camino cilindrico di ferro grezzo che, come un elemento di ‘sala macchine’, si allunga verso l’alto, sino al tetto. Una stretta scala di legno posta di fronte all’ingresso sul retro, ancora di sapore navale, conduce al primo piano che si sviluppa intorno al soggiorno sottostante con una zona soppalco segnata da una balaustra di legno e dalla camera da letto ubicata lateralmente, in corrispondenza della parte di facciata con vetrata ‘fissa’, a fianco di quella basculante, in modo da offrire anche dal letto la vista del lago, per sottolineare la sensazione di galleggiare sull’acqua in ogni ora del giorno e della notte.<br />]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 12:00:59</pubDate></item><item>
	        <category>Interni Onboard n°4</category>
			<title>Editoriale</title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,59,intIssueID,337,intItemID,340,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;<strong>Gilda Bojardi</strong>&nbsp;Lo yacht si svincola dalla sua classica iconografia e dal suo tradizionale ruolo di mezzo di trasporto su mare e diventa altro: casa galleggiante, status symbol, luogo di rappresentanza e socialità. Oggi nel settore della nautica italiana sta succedendo qualcosa di molto simile a quello che è successo nel mondo del design italiano degli anni Sessanta-Settanta. Succede cioè che le aziende, ovvero i cantieri, che fino a qualche anno fa ancora operavano a scala semiartigianale e secondo concetti, metodi e stili ancorati a una classica tradizione, stanno vivendo un momento di importante rinnovamento. Gli effetti quasi ‘esplosivi’ di questo passaggio si misurano a più livelli: innanzitutto, nella conquista da parte dei cantieri italiani di un’indiscussa leadership internazionale, in particolare per quanto riguarda il settore dei superyacht in cui i marchi nazionali detengono il 45 per cento del mercato mondiale. Più in generale, si assiste a una vera e propria rivoluzione tanto nel progetto dell’oggetto barca quanto nella stessa cultura dell’andar per mare. Merito certo dell’avvento di nuove tecnologie e nuovi materiali, che hanno consentito di reimpostare la concezione strutturale delle imbarcazioni, ma anche di nuove figure imprenditoriali che hanno capito l’importanza di aprire il loro fare a stimoli e conoscenze provenienti da altri settori. In primo luogo a quello dell’architettura e del design, intesi come ambiti di riferimento per lo sviluppo di nuovi principi di abitabilità e comfort, ma anche di un nuovo approccio figurativo all’imbarcazione a cui vengono attribuiti significati e valenze più allargati. Succede così che lo yacht si svincola dalla sua classica iconografia e dal suo tradizionale ruolo di mezzo di trasporto su mare e diventa altro: casa galleggiante, status symbol, luogo di rappresentanza e socialità, talvolta anche un oggetto metaforico (vedi il nuovo Sigma di Philippe Starck) o addirittura un’‘Opera d’arte’ su acqua (vedi il nuovo Guilty di Ivana Porfiri con l’intervento decorativo di Jeff Koons). Presto la sua evoluzione potrà essere paragonata a quella registrata dall’ambiente domestico con l’avvento del design moderno, e di sicuro porterà, grazie allo sviluppo di una nuova cultura progettuale, a risultati impensabili fino a pochi anni fa.  <br />
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Gilda Bojardi]]></description>
		<pubDate>2008-10-22 10:45:55</pubDate></item><item>
	        <category>Interni n°599</category>
			<title>Vivere fra le nuvole<br /></title>
			<link>http://www.internimagazine.com/Dynamic/Publication,intCategoryID,72,intIssueID,321,intItemID,335,intLangID,1.html</link>
			<description><![CDATA[di <strong>Olivia Cremascoli</strong>&nbsp;di <strong>Olivia Cremascoli</strong>&nbsp;Una casa su un albero è al contempo un infantile sogno a occhi aperti e un’adulta presa di coscienza nei confronti dell’ecosostenibilità. Tutti, insomma, come Il barone rampante? Pare proprio di sì. Anche perché “vivere sugli alberi, amare la terra, salire in cielo” è un gran bel programma di vita.Di questi tempi, il significato dell’espressione ‘guardare dall’alto in basso’ dovrebbe essere aggiornato: nello specifico, l’alto potrebbe essere la cima di un albero e il basso le sue terragne radici. Infatti, soprattutto all’estero, i nostri contemporanei più corretti nei confronti dell’istanza ecosostenibile e più inclini allo spirito dei tempi stanno privilegiando, come seconde case, quelle sugli alberi. La più famosa è di certo quella di Cosimo Piovasco di Rondò, Il barone rampante di Italo Calvino, primogenito di famiglia nobile, che, a seguito di un litigio con il padre, è salito sugli alberi della tenuta avita per non discenderne mai più. Forte e testardo, introverso e scontroso, onesto e volonteroso, Cosimo non verrà mai meno ai propri ideali, e lassù, fra gli alberi, riesce comunque a mantenere una ‘normale’ vita di relazione, seguendo la famiglia, consolidando amicizie, proseguendo gli studi e innamorandosi. Il tutto, dall’alto in basso. In pratica, il comportamento di Cosimo è un rifiuto di regole preconcette e d’accettazione delle diversità, proprio come si verifica nell’attualità internazionale, con altre forme di protesta, come per esempio Green Peace e No global. In effetti, vivere tra le nuvole, in una sorta di ‘isola’ celeste sospesa fra il verde, è oggi il sogno di molti metropolitani superpentiti. Da qui, il fiorire di équipes di lavoro specializzate in case sugli alberi: si va infatti dai francesi de La cabane perchée ai tedeschi di Baumraum, agli italiani de La casa sull’albero. La prima (www.la-cabane-perchee.com) è un’azienda artigianale fondata da Alain Laurens, ex pubblicitario francese, cresciuto a pane e Il barone rampante, che a un certo punto ha pensato di salvarsi la vita rimodellandosela a misura d