Un ritratto del grande designer e architetto che vedeva architettura e design come strumenti per un’elaborazione critica della società del consumo

Protagonista del pensiero progettuale, della necessità di una teoria legata ad ogni pratica creativa, Andrea Branzi ci ha lasciato troppo presto all’età di 85 anni.

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Fondatore con Massimo Morozzi, Paolo Deganello e Gilberto Corretti dello studio Archizoom Associati, motore e cuore della stagione del radical design (così definito nel 1969 dal critico d’arte Germano Celant), composito movimento che assumeva architettura e design, visti come un tutt’uno inscindibile e con intenti comuni, quali strumenti operativi per opporsi al product design attraverso un’elaborazione critica della società del consumo.

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Per Branzi questa tensione critica per un design ‘ri-fondativo’ di ogni immaginario urbano è sempre stata presente in un processo creativo che ha unito teoria e prassi in ogni campo affrontato, dalla didattica (fu co-fondatore della Domus Academy) all’invenzione di mostre (molte quelle organizzate alla Triennale di Milano tra cui ricordiamo The New Italian Design – Il paesaggio mobile del nuovo design italiano del 2007 e  Neo Preistoria – 100 verbi, in occasione della XXI Triennale Internazionale del 2016), al progetto (di design e di architettura), sino al disegno (pittorico e figurativo) e alla scrittura, assunti come elementi necessari di ogni riflessione.

Il suo approccio al territorio del progetto si è sempre basato su un’osservazione profonda legata alla scena antropologico culturale che ci circonda perché per Andrea “la storia del design non è mai stata soltanto una storia di oggetti ma piuttosto una storia fatta anche di pensieri, di religioni, di politica e di uomini".

Il tema del design e del disegno degli oggetti, è presente con convinzione nella sua dimensione progettuale perché come lui stesso ha scritto in “Cose e case” (1988), “il design non è più soltanto una disciplina impegnata a industrializzare gli oggetti che sono attorno all’uomo; esso è diventato il costruttore di una scenografia ambientale complessa e differenziata, il realizzatore di territori immaginari, indispensabili alla produzione industriale per riuscire a svilupparsi e a crescere. […]

È il design dunque oggi il regista di una fiction metropolitana nella quale l’uomo agisce come un nuovo protagonista attivo. […]

In questa dimensione narrativa nuova, in questa capacità di costruire attraverso gli oggetti scenografie discontinue permanenti o provvisorie (la differenza è insignificante) il design si pone in rotta di collisione con l’architettura”.

Nasce da qui “l’urgenza di una Nuova Drammaturgia del progetto […] un’affascinante stagione di ricerca di una nuova modalità narrativa, figurativa, drammaturgica, capace di togliere il progetto dalla sua solitudine, contaminandolo con il mondo reale”.

Instancabile pensatore Andrea Branzi, vincitore di due Compassi d’Oro (nel 1979 con Massimo Morozzi e Clino Trini Castelli per il progetto di ricerca per il Centro Montefibre; nel 1987 alla carriera per l’attività di progettista e teorico), di Premi e riconoscimenti internazionali, ci ha lasciato molti libri dedicati al design e alla cultura del progetto e anche tanti scritti pubblicati su molte riviste (in parte raccolti nel recente volume antologico “E=mc2 Il progetto nell’epoca della relatività” a cura di Elisa C. Cattaneo), su INTERNI, dal 1994 sotto la direzione di Gilda Bojardi, con un appuntamento mensile di uno spazio critico pirotecnico, e su “Modo”, di cui è stato direttore dal 1983 al 1987.

Con INTERNI Andrea Branzi ha avuto uno stretto rapporto di collaborazione e di amicizia sin dal 1990 affiancando Gilda Bojardi nella definizione dei contenuti e dell’immagine di INTERNI ANNUAL (affidata su suo consiglio a Christoph Radl) e partecipando con installazioni agli eventi del Fuorisalone milanese (“Essere e Benessere” nel 2000 in cui prese forma la sua idea di Vertical Home e nel 2022 a Interni Design Re-Generation con “Tibet”) e a mostre internazionali organizzate da INTERNI su incarico del Ministero della Cultura della Cina Popolare come CREATIVE CONNECTIONS, tenutasi nell’autunno del 2011 presso il National Museum of China affacciato sulla piazza Tienanmen.

Il contributo mensile di osservazione critica su INTERNI, che Andrea Branzi ha voluto chiamare come una serie di “Equilibri Stabili”, sono per lui “acrobazie culturali che gli hanno permesso di rincorrere un numero sorprendente di argomenti; note improvvisate che però arrivano fino all’orizzonte. [...]

In realtà [afferma Branzi] non si è mai trattato di una vera rubrica, ma piuttosto di una sorta di equilibrismo più simile a una serie di canzoni che non a testi giornalistici. Infatti Gilda Bojardi e i redattori e redattrici che mi hanno affiancato, hanno costruito una sorta di circo equestre da cui ogni volta sono scaturiti argomenti, occasioni e invenzioni caratterizzati da un pensiero scritto in progressione e nuovi equilibri imprevedibili.

Per questo motivo mi sono sempre divertito a scoprire un argomento nuovo, un progetto imprevisto, un tema acrobatico”. D’altra parte l’imprevedibile è un terreno amato da Andrea Branzi ben rappresentato dal suo recente mediometraggio “Mostra in forma di prosa”, definito da Stefano Boeri come il suo” testamento intellettuale”.

Al pensiero critico e alla curiosità storica (assunta sempre come storia contemporanea) Branzi ha affiancato la pratica progettuale del design affrontando sperimentazione e produzione con la stessa intensità creativa.

Alla collaborazione con le migliori aziende del settore (da Artemide a Cassina, Zanotta e Acerbis, Up&Up e Interflex , Acerbis e qeeboo, Twergy by Alessi, solo per ricordarne alcune) ha unito le mostre organizzate ogni anno presso la Galleria Clio Calvi e Rudy Volpi di Milano, e quelle da Nilufar, proponendo con la collezione “Animali domestici” del 1984 il design in limited edition per Zabro un marchio fondato da Aurelio Zanotta insieme ad Alessandro Mendini.

Con “Animali domestici” Branzi descrive il linguaggio compositivo adottato come “neoprimitivo”, uno stile che richiama materiali e forme naturali e tradizionali ricorrendo all’applicazione di metodi di produzione industriale. Era un concetto che lo poneva in contrasto con alcuni dei suoi contemporanei, poiché rifiutava l'idea di un design globale e uniforme a favore dell'importanza dell'impiego di forme e materiali tradizionali e archetipici, assunti come valori, nel processo di progettazione.

Dalla famosa formula di Albert Einstein che dà il titolo a uno degli ultimi libri di Andrea Branzi si estrae un’importante considerazione che sintetizza le teorie, i pensieri, le riflessioni che lo ha accompagnato in tutta la sua vita da ‘pensatore militante’: l’equazione di Einstein, nel superare la concezione dello spazio immobile newtoniano, sostituisce e propone “una visione dinamica di uno spazio che si flette, si incurva, si storce. E con esso la luce e il tempo”.

Da tale osservazione scaturisce il fatto che “il progetto territoriale, l’architettura e il design non sono discipline separate e antagoniste, ma l’espressione di un’unica forza dinamica, costituita dall’energia di trasformazione del mondo così, come esso si presenta. Ciò significa che il progetto di un oggetto non è che la dimensione molecolare di questa energia e come tale concorre a modificare lo spazio del mondo”.

Andrea Branzi era capace di gesti eclatanti come quello di riscrivere per analogia e con una sapiente ironia la famosa “Carta d’Atene”, quella sorta di bibbia ultrareligiosa a supporto dell’ideologia del Movimento Moderno dell’architettura, frutto di una serie di elaborazioni successive pubblicata a Parigi nel 1941 in forma anonima, ma poi sottoscritta nel 1957 da Le Corbusier in occasione della sua ripubblicazione.

La “Nuova Carta d’Atene”, che Andrea Branzi definiva nel 2014, si offriva nella gentile forma di “consigli” più che di statuari principi, dichiarando in modo esplicito la necessità della propensione verso un approccio conoscitivo e indagatore, capace di valorizzare l’accavallamento e la sinergia interdisciplinare per fondare i consigli concettuali esposti “sulla relazione che si è stabilita tra l’universo oggettuale e la città nell’epoca della terza rivoluzione industriale. Sul ruolo centrale dello spazio interno dei territori urbanizzati”.

Alla conclusione acclamata del primato dell’architettura quale simbolo e strumento di rappresentazione della civiltà si sostituisce così l’idea di progetto in una dimensione relazionale più estesa, dove proprio l’idea di interno dello spazio diventa valore concettuale in grado di costruire le basi e le ragioni per cui il design è chiamato a essere protagonista e disciplina centrale del progetto in senso lato, per “considerare le grandi trasformazioni come il ‘risultato di micro-interventi’, interpretare la qualità urbana come il risultato della semiosfera costituita dagli oggetti domestici, dagli strumenti, dai servizi, dalla merce, dalle persone”.